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la prima cosa che conta è l'ultima riga del conto



Updated: 2011-12-25T12:56:25Z

 



Non siamo noi il problema dell’euro

2011-12-25T12:52:00Z

Dire che siamo noi il problema dell’euro è una colossale sciocchezza, anche perché i problemi veri sono vecchi e le cose nuove (pochine) sono positive, a cominciare da una disciplina fiscale grazie alla quale abbiamo il bilancio primario in attivo e un debito pubblico che, rispetto al pil, dal 2008 a oggi è cresciuto meno di quello altrui. Allora, come è possibile che siano queste cose nuove ad avere scatenato la speculazione?Infatti non è possibile, perché non è vero. E’ successo, invece, che la debolezza istituzionale europea è stata surrogata dall’asse franco-tedesco, autonominatosi guida dell’Unione. Tale asse è stato gravemente incapace prima di capire e poi di fronteggiare quel che succedeva in Grecia, supponendo di potere salvare le proprie banche chiedendo ai greci di rinunciare al presente e al futuro. L’asse ha enunciato un dogma mortifero: la Grecia non sarà mai lasciata alla bancarotta, sarà protetta da tale prospettiva, ma questo senza modificare nulla della struttura dell’euro e della Banca centrale europea. Da quel momento è cominciata la corrida, con gli speculatori che (giustamente, dal loro punto di vista) si arricchiscono a nostre spese. E più la Germania della Merkel ha puntato a far credere che la Bce sia una specie di Bundesbank, ispirandosi alla dottrina della moneta forte e del rigore interno, più la speculazione s’è leccata i baffi, addentandoci ai polpacci e puntando al collo. Così andando stramazza l’euro.C’è la controprova: sia i giapponesi che gli statunitensi hanno un indebitamento lordo che, in rapporto al prodotto interno, è superiore a quello europeo, essendo l’Europa l’area più ricca, eppure pagano interessi inferiori ai nostri. Come ci sono riusciti? Governando la loro moneta e non credendo nella scempiaggine che si possa farla volare con il pilota automatico. Quando i mercati hanno a che fare con una valuta governata sanno bene che chiedendo tassi d’interesse progressivamente sempre più alti si va incontro ad una svalutazione, che a sua volta può generare inflazione, quindi, oltre un certo limite, essere esosi non è conveniente. Un po’ come gli strozzini, se mi è concesso il paragone: fino ad un certo punto puntano a farsi restituire i soldi, con le buone o con le cattive, dopo un certo livello possono prenderti la macchina e l’amante, perché i debiti, oramai, sono una montagna non scalabile.La Merkel ha commesso l’imperdonabile errore di volere guidare l’Europa avendo in mente i più chiusi e limitati interessi immediati del sistema produttivo tedesco, mentre nella difesa delle proprie banche, inguaiate con titoli sempre meno esigibili (e ciò significa che hanno prima lucrato a spese di greci, spagnoli e italiani), ha trovato un partner in Nicolas Sarkozy, il quale a sua volta non vince più elezioni intermedie e l’anno prossimo si gioca il posto all’Eliseo, che per lui conta più di ogni altra cosa. (tratto da Davide Giacalone del 26/10/2011)




Finanziamento pubblico dei Partiti il Tabù che Nessuno Osa Infrangere

2011-12-11T15:15:00Z

C' è un innominabile tabù tra i costi della politica che nessuno osa toccare: sono i soldi versati dallo Stato ai partiti, ironicamente denominati «rimborsi spese elettorali». Nella fiera delle spese politiche da tagliare - parlamentari, Province, Comuni, vitalizi, ecc. - mai è stato indicato il finanziamento ai partiti che non solo è una spesa consistente, ma rappresenta anche un fattore distorcente il gioco democratico. Il finanziamento pubblico ai partiti, introdotto nel 1974 «per interrompere l' illegalità», è stato abrogato dal referendum del 1993. Ma, da allora, diverse nuove leggine sui sedicenti «rimborsi elettorali» (approvate tutte all' unanimità nell' ombra delle commissioni parlamentari su impulso soprattutto dei tesorieri del Pds-Pd e della Lega) hanno dilatato quegli stessi contributi che erano stati nominalmente abrogati. Ogni elettore, che in origine versava obbligatoriamente ai partiti circa 0,5 euro (al valore attuale), oggi ne versa circa 3,6 che salgono almeno a 5 euro se si prendono in considerazione analoghe voci come l' editoria politica, i gruppi parlamentari e il fondo per i debiti dei partiti. Nel 2010 i partiti hanno ricevuto solo di rimborsi elettorali 182.144.222,1 euro, mentre la prevista riduzione del 10% è stata rinviata al futuro. Tali ingenti somme di denaro inquinano la democrazia per diverse ragioni: perché le burocrazie centrali che le ricevono possono esercitare un grande potere sui propri partiti; perché favoriscono la frammentazione; e perché discriminano chi è fuori rispetto a chi è dentro. Si afferma che la democrazia costa. È vero, ma il punto è il modo in cui la collettività deve farvi fronte e in quale misura, dato che il costo dei partiti in Italia è superiore agli standard degli altri Paesi europei. Un finanziamento più equo per i cittadini, e meno inquinante per la politica, potrebbe essere quello erogato, entro determinate soglie, direttamente dagli elettori ai candidati ed ai partiti prescelti, grazie all' incentivo della defiscalizzazione, secondo sistemi analoghi in vigore in altri Stati europei. Massimo Teodori




fermarsi tutti e in tempo

2011-01-25T21:21:00Z

Esplicitamente il presidente della Cei ha suggerito ai diversi contendenti di "fermarsi tutti e in tempo". Ed ha volutamente evitato di drammatizzare l'odierno passaggio nei rapporti Stato Chiesa, che i media avevano caricato dell'attesa di una "spallata" dei vescovi al premier e al suo Governo, creando un clima insolito per una riunione ecclesiale, con la presenza di tanti fotografi, teleoperatori e giornalisti nella hall dell'albergo scelto dalla Cei e presidiato anche delle unita' cinofile della Polizia di Stato.
I vescovi italiani insomma hanno messo ben in chiaro che non vogliono associarsi ai gia' "troppi che, seppur ciascuno a modo suo, contribuiscono al turbamento generale, a una certa confusione, a un clima di reciproca delegittimazione". Anche se "la comunita' nazionale ha indubbiamente una propria robustezza e non si lascia facilmente incantare ne' distrarre dai propri compiti quotidiani", per Bagnasco e' reale infatti il rischio che "taluni sottili veleni si insinuino nelle psicologie come nelle relazioni, e in tal modo, Dio non voglia, si affermino
modelli mentali e di comportamento radicalmente faziosi".
"Forse che questo non sarebbe un attentato grave alla coesione sociale? E quale futuro comune potra' risultare, se il terreno in cui il Paese vive rimanesse inquinato?", si e'chiesto il cardinale. Stiamo passando, ha denunciato, "da una situazione abnorme all'altra, e' l'equilibrio generale che ne risente in maniera progressiva, nonche' l'immagine generale del Paese".
Per questo, ha ammonito Bagnasco, dall'inchiesta giudiziaria, cosi' come dalla tempesta mediatica e dalle polemiche politiche che ha innescato, "comunque si chiariranno le cose, nessuno ricavera' realmente motivo per rallegrarsi, ne' per ritenersi vincitore". "La vita di una democrazia - ha ricordato il porporato - si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacita' da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioe' con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative".




La sinistra scherza col morto

2010-12-02T22:11:00Z

  di Giampaolo Pansa Sembra un film. Un pessimo film di fantapolitica. C’è una dittatura da far cadere. È sufficiente sconfiggerla in Parlamento? Assolutamente no. Bisogna batterla anche nelle piazze. Detto fatto, esplode la rivolta popolare. Giovani e anziani si scontrano con le guardie armate del Tiranno. Corteo dopo corteo, ci scappa il morto. Ucciso dalle guardie, naturalmente. Il morto viene sollevato da terra e portato, in alto sulle braccia, sino alla dimora del Tiranno. La folla glielo mostra e urla: è colpa tua! In preda al terrore, il Tiranno fugge. E la libertà ritorna. Ho detto che è un filmaccio. E spero di non vederlo mai. Me l’hanno fatto venire in mente gli infiniti cortei di questi giorni contro la riforma dell’università progettata dal ministro Mariastella Gelmini. Brutta storia, davvero brutta.  i ha indignato, e spaventato, l’assalto al Senato, che ha visto una squadra di incappucciati superare il primo ingresso. Il Senato, come la Camera, è di tutti gli italiani. E mi dà sgomento la domanda della Jena apparsa giovedì sulla Stampa. Diceva: «Bisogna rispettare il Senato. Anche se c’è Schifani?». Basta un dettaglio, ben poco ironico, per intuire che la sinistra non sta più scherzando con il fuoco, bensì con il morto. Troppi politici di opposizione hanno perso la testa. Credono che salire sui tetti possa ridargli i voti che hanno perso. Si sbagliano: quando saremo chiamati alle urne, quei voti andranno tutti al moribondo Berlusconi. È inutile che Bersani entri alla Camera indossando l’eskimo, come testimonia su Libero un deputato di centrodestra, Riccardo Mazzoni. Allo stesso modo, non serve a nulla che il leader del Pd dia dell’arrogante alla Gelmini. E che Di Pietro la descriva «chiusa nel bunker come Mussolini» (Tonino, impara la storia: nel bunker ci stava Hitler, non Benito). Anche il parallelo con i cortei degli anni Settanta non serve. Se i capi della sinistra di allora fossero saliti sul tetto del Duomo di Milano, i katanga del Movimento studentesco e degli altri gruppi extraparlamentari li avrebbero fatti volare di sotto. Oggi, invece, i politici di opposizione sono diventati tutti scalatori. Persino il futurista Fabio Granata, un signore sovrappeso, inciccionito dalle troppe sedute nei ristoranti vicini a Montecitorio. Perché i tettaioli della Casta di sinistra e affini si sentono sicuri? Un motivo esiste. L’odierno movimento di piazza non è per niente roba di studenti. È la sommossa di un’altra Casta: quella dei baroni e dei ricercatori universitari. Non vogliono perdere i loro privilegi, tanti per i primi e pochi per i secondi. È questo che gli importa, non lo stato comatoso dell’università italiana. E rifiutano di ascoltare quanto dicono alcuni rettori di buonsenso, non certo di destra, né al servizio del Caimano. I lettori del Riformista hanno visto ieri quel che ha scritto Guido Fabiani, il rettore di Roma Tre. Giovedì 25 novembre, seminascosto da Repubblica, il giornalone pro-rivolta, aveva parlato Enrico Decleva, rettore della Statale di Milano e presidente della Crui, la Conferenza dei rettori italiani. Intervistato da Laura Montanari, ha spiegato che l’università ha bisogno della riforma Gelmini e ha aggiunto: «Davanti ai cambiamenti esistono sempre resistenze. In questo caso, c’è un freno conservatore anche se viene da sinistra». Decleva ha smontato all’istante lo slogan più diffuso, gridato in tutti i cortei: la Gelmini privatizza l’università, il capitalismo berlusconiano si sta mangiando i nostri atenei, orrore! Infatti il rettore di Milano spiega: «Pensano che introdurre tre esterni in un consiglio di amministrazione significhi consegnare l’università ai privati&r[...]



CENTO MILIONI IN PIU'

2010-11-22T15:37:00Z

Joel Kotkin (demografo, economista, urbanista) afferma che la formidabile crescita demografica resta la causa principale di vitalità dell’America. Non è solo questione di numeri ma di freschezza, rinnovamento, dinamismo. “Tra le cento maggiori imprese americane quindici sono state fondate e guidate da stranieri”. E’ il caso di Google, Face book, Yahoo: non esisterebbero se gli USA avessero chiuso le frontiere. Entro la metà del secolo l’America avrà 450 milioni di abitanti (cento milioni in più rispetto agli attuali) di cui 350 milioni di persone sotto i 65 anni. L’Europa al confronto sarà un continente-ospizio, con un terzo della popolazione ultrasessantacinquenne. La demografia non ha smesso di avere un ruolo nel confronto geostrategico tra superpotenze. “Non a caso Putin lamenta il rischio di una decadenza della Russia: nel 2050 avrà perso il 30% dei suoi abitanti e sarà ridotta a un terzo degli Stati Uniti”. L’altra grande rivale, la Cina, è soggetta a un rapido invecchiamento che metterà a dura prova la tenuta sociale, per la mancanza di Welfare state. E la Cina con la sua schiacciante omogeneità etnica non ha la risorsa delle “contaminazioni” culturali provocate dall’afflusso di etnie diverse.

In quanto alla qualità della vita sarà assai peggiore in quei paesi dove mancano nuove generazioni per sostenere la generazione anziana. E poi le frontiere aperte sono un ingrediente indispensabile della società aperta.

 




Il mostro mite

2010-11-10T22:41:00Z

«Da tempo in Occidente la sinistra nelle sue diverse forme arretra e i suoi prin­cipi fondamentali sono ovunque sotto attacco o in declino». Oggi «una posizione di sinistra è fragile e oscillante: aderirvi è costoso (ri­chiede sforzo e rinunce), permanervi è arduo (arriva a richie­dere perfino il rimodellamento della propria vita), uscirne può essere una tentazione». Ma che cosa ha determinato l'illanguidimento della sinistra e dei suoi ideali, il suo «morire e trasfigurarsi» nella genericità postpolitica? In parte la sua stessa storia, dal momento che la sinistra al potere è legata ai sistemi di socialismo reale, con il loro carico di odiosità sociale e umana, identificata da destra nel «miseria, terrore e mor­te». Poi perché la dirigenza della sinistra europea «non ha prodotto neanche un'idea forte dall'epoca del welfare state». Ma la crisi potenzialmente mortale della sinistra dipende infine dalla sua subalternità al successo della Neodestra, aggregato «ubiquo e infiltrante e al­la fine inafferrabile». La Neodestra rappresenta la base culturale dell'«Arcicapitalismo», quella spirale che ingloba «pubblicità, prodotto, marketing, credito facile per il pic­colo consumo, desiderio di fun e di evasione, speranza di restare giovani a lungo e di trarre prolungati piaceri dalla vita sessuale, una va­ga aspirazione a una vita abbondante e disinvolta, una velatura di spiritualità religiosa e di pathos..,». È ciò che configura un sistema politico-culturale caratterizzato da un dispotismo morbido, segnato da «un volto affabile, festoso e friendly». Insomma, il diavolo, il lato satanico della civiltà contemporanea, è piacevole: veste Prada, si direbbe, e perciò dissolve classi e lotta di classe, diluisce il popolo in utenti e clienti da fidelizzare, contrappone giovani e vecchi, stempera il reale nell'intratteni­mento. È questo il Mostro Mite del titolo, ossia «il paradigma di cul­tura delle masse della Neodestra». Una tirannia già presentita da Tocqueville, una«carnevalizzazione» dell'esistenza identi­ficata e codificata da Bachtin, con la trasformazione della fisi­cità nel culto del corpo e nella wellness, i viaggi in un «furore turistico dissipativo», i cicli della produzione in una «inondazio­ne di rifiuti». Conclusione: se essere di sinistra significa essere «artificiali», perché è la cultura a correggere la natura, il mon­do allora è «naturalmente» di destra? Di sicuro, dice Simone, se non vuole essere inclusa, cioè inglobata e digerita, nella Neo­destra, la sinistra deve provare a entrare in una battaglia che non ha neanche cominciato a combattere. Raffaele Simone, Il Mostro Mite, Laterza   [...]



Libertà e sicurezza

2010-05-18T22:57:00Z

 

Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza (Benjamin Franklin)



La legge sacra della vita

2010-01-07T22:50:04Z

"Con tragica evidenza venne a manifestarsi la legge sacra della vita: la libertà dell’uomo sta al di sopra di tutto, non v’è al mondo obiettivo degno del sacrificio della libertà dell’uomo.

La storia dell’umanità è la storia della sua libertà. La crescita della potenza dell’uomo si esprime innanzi tutto nella crescita della libertà. La libertà non è necessità diventata coscienza, come pensava Engels. La libertà è diametralmente opposta alla necessità, la libertà è la necessità superata. Il progresso è essenzialmente progresso della libertà umana. Giacché la vita stessa è libertà, l’evoluzione della vita è evoluzione della libertà." (Vasilij Grossman – Tutto scorre…)

 




un rischio da non rischia­re

2010-01-05T18:45:00Z

Dall’articolo di Giovanni Sartori sul Corriere della Sera di oggi traggo alcune considerazioni del tutto condivisibili. “La questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore della pelle, ma invece sulla «integra­bilità» dell’islamico. Non serve leggere il Corano ma imparare dall'espe­rienza. La domanda è allo­ra se la storia ci racconti di casi, dal 630 d.C. in poi, di integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita incorpo­razione etico-politica (nei valori del sistema politi­co), in società non islami­che. La risposta è sconfor­tante: no. In­ghilterra e Francia si sono impegnate a fondo nel problema, eppure si ritro­vano con una terza gene­razione di giovani islami­ci più infervorati e incatti­viti che mai. Il fatto sor­prende perché cinesi, giapponesi, indiani, si ac­casano senza problemi nell’Occidente pur mante­nendo le loro rispettive identità culturali e religio­se. Ma — ecco la differen­za — l’Islam non è una re­ligione domestica; è inve­ce un invasivo monotei­smo teocratico che dopo un lungo ristagno si è ri­svegliato e si sta vieppiù infiammando. Illudersi di integrarlo «italianizzan­dolo » è un rischio da gi­ganteschi sprovveduti, un rischio da non rischia­re. Le società liberal- pluralistiche non richiedono nessuna assimilazione. Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta. Al qual proposito l’esempio classico è quello delle comunità ebraiche che mantengono, nelle odierne liberaldemocrazie, la loro millenaria identità religiosa e culturale ma che, al tempo stesso, risultano perfettamente integrate nel sistema politico nel quale vivono. La variabile islamica (il suo monoteismo teocratico) risulta essere la più potente. Alla sua intensità massima produce l’uomo- bomba, il martire della fede che si fa esplodere, che si uccide per uccidere (e che nessuna altra cultura ha mai prodotto). Diciamo, a caso, che a questo grado di surriscaldamento, di fanatismo religioso, arrivano uno-due musulmani su un milione. Tanto può bastare per terrorizzare gli infedeli, e al tempo stesso per rinforzare e galvanizzare l’identità fideistica (grazie anche ai nuovi potentissimi strumenti di comunicazione di massa) di centinaia di milioni di musulmani che così ritrovano il proprio orgoglio di antica civiltà. Ecco perché, allora, l’integrazione dell’islamico nelle società modernizzate diventa più difficile che mai." [...]



Turchia in Europa?

2010-01-04T14:28:00Z

La Turchia in Europa assumerebbe un peso tutt'altro che marginale. Con 73 milioni di abitanti, e una previsione di 90 entro il 2023, sarebbe probabilmente la nazione più popolosa dell'unione e il sistema di voto dell'Ue le consentirebbe di avere un ruolo cruciale in ogni decisione, tanto più se si considera il fatto che gli immigrati turchi in Europa sono già adesso quattro milioni. Che cosa succederebbe, allora, nel caso in cui, come molti ritengono, l'Ue non fosse in grado di integrare una popolazione così consistente e soprattutto così estranea alla tradizione europea politica, culturale e religiosa? Molti temono il realizzarsi di un piano islamico di conquista dell'Europa che l'ingresso della Turchia in Europa faciliterebbe notevolmente. «Grazie alle vostre regole democratiche vi invaderemo - disse alcuni anni or sono a Monsignor Bernardini, arcivescovo di Smirne, un alto funzionario islamico durante un incontro sul dialogo religioso islamo-cristiano - grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo». Queste parole vengono prese con estrema serietà da coloro che credono sia in atto un'offensiva musulmana contro l'Europa. Ma anche chi non teme l'avanzata islamica e non crede a un piano di conquista europea già in atto, non può fare a meno di nutrire perplessità sull'effettiva adeguatezza della Turchia rispetto ai requisiti per l'adesione di nuovi membri fissati nel 1993 al vertice di Copenaghen e inseriti nel 2000 nel Trattato sull'Unione Europea: in particolare, l'esistenza di un'economia di mercato, in grado di competere entro lo spazio europeo, e di istituzioni politiche stabili che garantiscano democrazia, legalità e rispetto dei diritti umani universali, inclusa la libertà di religione e la protezione delle minoranze.