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NATI NON FUMMO



"Molte persone credono di pensare mentre in realtà stanno solo riorganizzando i loro pregiudizi” William James



Updated: 2011-03-11T12:15:28.251+01:00

 



Riordino mentale/digitale

2011-02-10T11:22:07.965+01:00

Questo blog chiude. Per vari motivi, uno su tutti, perché datato. Nel 2006, Nati Non Fummo nasceva sotto il segno dell'anarchia: formale, contenutistica, stilistica. L'idea che c'era dietro era quella di aprire uno spazio dove fosse possibile dire tutto, dirlo come mi pareva e dirlo in tutti i modi possibili. Questa idea ha fatto il suo tempo, sia nella testa di chi questo blog lo scriveva, sia nel web.
Dalle ceneri di NNF nasce però the windigo.Uno spazio più ordinato, organizzato con regole precise, sia stilistiche che contenutistiche. E' bilingue (italiano e inglese) e ospita soltanto idee-riflessioni-commenti. Niente più cronaca, né articoli di giornali.

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Sulle orme degli alpini

2011-01-16T20:28:29.503+01:00

Laddove fu la tragedia, oggi è la sfida. Laddove furono centinaia di migliaia di uomini, adesso sono in cinque. Laddove fu freddo, neve e gelo, è ancora freddo, neve e gelo. L’idea è semplice: ripercorrere il cammino degli alpini in ritirata dopo la battaglia di Stalingrado, nel gennaio del 1943. «È il nostro modo per celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia», spiega Giancarlo. E non c’entra nulla la nostalgia, «vogliamo ricongiungerci con un evento, uno dei tanti, che in questo secolo e mezzo di storia ci ha commossi e tenuti uniti». 162 chilometri per sei giorni di cammino, da Belogor’e - città sulle sponde del fiume Don - a Nikolajewka, attraversando il cuore freddo della Russia. A calpestare le orme ormai invisibili di un esercito in rotta, ripercorrendo quella lunga scia di sangue che gli storici chiamano la battaglia di Stalingrado. E a cercare tra gli oblast di Voronezh e Belgorod il segreto con cui generale Inverno ha sconfitto i più potenti eserciti della storia europea.Due alpini e mezzo più due scout e mezzo, di solito, sanno quello che fanno. E se Alessio Cabello (Casate Novo), Cristiano Baroni (Bergamo), Diego Pellacini (Casate Novo), Giancarlo Cotta Ramusino (Lodi) e Nicola Mandelli (Bergamo) hanno deciso di mettersi in cammino, non è solo per rincorrere i fantasmi di quel gennaio di 67 anni fa. «L’idea è nata quasi per caso, quello che ci lega è la passione per il camminare - continua Giancarlo, mentre riempie il suo zaino di maglioni in paille - Organizzarsi non è stato facile. Tra mail e telefonate alla continua ricerca di chi avesse informazioni utili per arrivare a Rossosch, senza capire il russo e senza conoscere il cirillico». In mano una cartina ricavata dalla lettura di Bedeschi (“Centomila gavette di ghiaccio” e “Il peso dello zaino”), Corradi (“La ritirata di Russia”) e Rigoni Stern (“Il sergente nella neve”). «Vogliamo incontrare chi vive oggi in quelle terre, magari anche chi ha visto coi propri occhi il passaggio degli italiani o ne ha sentito parlare dai familiari». Un misto tra l’eccitazione dell’avventura dietro l’angolo e la calma del navigatore esperto modula le vibrazioni della sua voce. «Dormiremo nelle stalle, nei fienili e dove ci sarà data ospitalità. Ma non negli alberghi, né in tenda». Nel loro viaggio ci sarà spazio anche per il folklore, tra cosacchi del Don, la caccia alle suppellettili e un documentarista al seguito. Ma con moderazione. «Vogliamo prima di tutto che sia qualcosa di nostro, un’esperienza unica. Autentica». I cinque sanno cosa li aspetta. Da due settimane controllano le massime e le minime di Belogor’e: «vanno dai -10 ai -40». Si dovrà stare attenti soprattutto al freddo percepito e dotarsi di tutte le difese possibili per contrastarlo: dai giacconi a vento, alle moffole sui bastoni. Partenza il 18 gennaio, in aereo da Orio a Mosca e in treno fino a Rossosch. Da lì, in qualche modo, a Belogor’e. Poi, fino a Nikolajewka sarà soltanto campagna, scarpe robuste e profili di vecchie fabbriche all’orizzonte. Ad accompagnarli, la morbida linea del falsopiano russo.Articolo pubblicato su Repubblica Milano [...]



Un corso sull'omosessualità. All'università

2011-01-12T13:56:10.795+01:00

Un corso sull’omosessualità, con tanto di lezioni e crediti formativi da convalidare sul libretto. Succede alla facoltà di Scienze Politiche della Statale, dove giovedì 20 partirà il laboratorio dal titolo “Omosessualità: un mondo nel mondo”. Undici lezioni di due ore ciascuna che varranno il riconoscimento di 3 cfu per gli studenti di alcuni corsi di laurea tra giurisprudenza, filosofia, sociologia e storia che vorranno inserirlo nel proprio piano di studi. Il corso è facoltativo, ma rappresenta comunque una novità che non ha precedenti in altre università italiane. «È il primo anno che lo facciamo — spiega la coordinatrice, Antonella Besussi, ordinario di filosofia politica presso la facoltà di via Conservatorio — e credo possa essere un esperimento interessante. Probabilmente sconta ancora qualche ingenuità, ma è un modo per parlare della questione evitando scivolamenti che, purtroppo, sono ancora molto presenti al giorno d’oggi».Gli studenti che decideranno di seguire il laboratorio per ottenere i crediti dovranno frequentare l’80 per cento delle lezioni, al termine delle quali ciascuno dovrà produrre un elaborato finale su una delle tematiche affrontate. Sulla cattedra si avvicenderanno nomi di docenti provenienti anche da altre università italiane: dal professor Lorenzo Bernini dell’Università di Verona, che illustrerà “La Queer Theory e i generi”, al professor Matteo Maria Winkler, della Bocconi, che indagherà il rapporto tra omosessualità e politica. «In generale il corso sarà sostanzialmente diviso in due parti — spiega ancora la Besussi — la prima più filosofica, nel tentativo di dare un vocabolario per leggere la questione omosessualità». La seconda più giuridica e sociologica, «che spazierà da argomenti che trattano di diritti civili, di differenze e di moralità pubblica».Un ruolo fondamentale nell’attivazione del laboratorio l’hanno avuto gli studenti del collettivo “Gay Statale Milano”, che sono stati i primi a proporre l’idea alla Besussi. «Dopo l’attacco omofobo subito da un ragazzo in Statale lo scorso anno — spiega Fabio Galantucci, del collettivo — ci siamo riuniti convinti che in università fosse giunto il momento di fare qualcosa, anche dal punto di vista culturale. Ma la stessa cosa vale anche per il resto del paese: nelle università italiane non esistono corsi legati alle questioni di genere e l’argomento è sempre stato trattato in maniera sporadica». Una realtà, quella italiana, lontana dall’esperienza di altri atenei d’Europa. Uno su tutti l’University of Amsterdam, dove esiste addirittura un master, della durata di un anno, sotto la facoltà di Sociologia. Titolo: “Genere, sessualità e società”.articolo pubblica su Repubblica Milano [...]



Sacchetti della spesa: l'ecologia ha un prezzo

2011-01-04T15:37:52.854+01:00

Ecologici, sì, ma più cari. Il giorno del debutto, di fatto, dei sacchetti biodegradabili resi obbligatori dal 1 gennaio dal ministero dell'Ambiente. Ma è già in arrivo una "sorpresa" per i clienti: i negozi dove, prima, la classica e inquinante busta di plastica era gratis adesso sono pronti ad aggiungere fino a 10 o addirittura 20 centesimi allo scontrino. "Costano più del doppio di quelli vecchi - spiegano i gestori - e siamo costretti a far pagare la differenza al cliente".A far scattare i rincari saranno soprattutto i piccoli alimentari, dalle panetterie alle gastronomie passando per pizzerie d'asporto e fruttivendoli. In periferia come in centro, aspettando giusto il tempo di finire le scorte di plastica già acquistate. Ernesto Colleoni è proprietario della gastronomia "La scelta" di via Tolstoi, zona Lorenteggio. Ogni giorno distribuisce centinaia di sacchetti pieni di formaggi, salumi e piatti pronti di ogni tipo: "Non potrò fare a meno di farli pagare ai clienti - spiega mentre imbusta un etto di prosciutto crudo - mi dispiace, ma non so come potrei fare altrimenti".Una musica che non cambia in pieno centro, via Torino, dove per portarsi via un trancio di pizza o un panino ci sarà da frugare tra le tasche in cerca di qualche centesimo in più. Basta entrare in una delle tante "pizzeria-tavola calda" per sentirsi rispondere: "Il sacchetto non l'abbiamo mai fatto pagare: certo, se i costi della versione ecologica sono questi per noi si profilerebbe una spesa davvero eccessiva". E in Brera c'è addirittura chi sta pensando di rivedere anche i prezzi della merce. "Se prima la borsa era gratis, d'ora in poi costerà tra i 10 e i 20 centesimi - dice Alfonso Ponzin, titolare di una gastronomia in piazza del Carmine - ma stiamo anche valutando la possibilità di ritoccare leggermente i cartellini dei prodotti".Tra rincari più o meno legittimi, l'arrivo della nuova norma dovrebbe portare anche un'ondata di controlli, per verificare che la vecchia plastica sia stata messa davvero fuori mercato. Stando a quanto riferiscono dal Pirellone, le verifiche dovranno essere effettuate a livello locale, dalla polizia annonaria. Ci sono comuni, come Genova, che si stanno attrezzando con ordinanze che introducono sanzioni per i trasgressori. E Palazzo Marino non esclude di seguire le stesse orme. "Comunque, niente multe prima di tre mesi - assicura Daniele Belotti, assessore regionale al Territorio con delega ai rifiuti - È vero che si tratta di una novità già annunciata da tempo, ma non bisogna essere intransigenti fin da subito. Siamo nella fase in cui bisogna ancora comprendere a fondo la nuova legge". Un esempio: non si sa ancora che ne sarà dei sacchettini di plastica trasparente usati per imbustare e pesare frutta e verdura nella grande distribuzione.A proposito di supermercati. La maggior parte è giù regola: chi non è già partito con i sacchetti biodegradabili sta solo smaltendo le scorte regalandole. Ma anche qui, la novità ecologica costa 5 centesimi in aggiunta per ogni sacchetto. Se non di più. Al Lidl, ad esempio, si passa da 4 a 10 cent per busta. E al Gs Carrefour di via Farini, dove ieri erano già scomparsi i vecchi sacchetti ma non ancora arrivati i nuovi, se non si voleva portare via la spesa a mano bisognava comprare una busta di carta o una di stoffa.All'Esselunga di viale Cassala, invece, le scorte di plastica sono ancora tante e le cassiere battono lo scontrino con le buste a zero cent: "In alternativa - spiegano - potete acquistare la sporta Esselunga, a 99 centesimi". Al Billa in via Torino, invece, chi esce dalle porte automatiche sfoggia le sottili biodegradabili, non senza qualche piccolo inconveniente. "Alcuni miei clienti che hanno fatto la spesa lì - dice la titolare della vicina cartoleria in piazza Sant'Alessandro - sono corsi a chiedermi le vecchie buste di plastica. Le loro si erano sfondate dopo pochi passi".Oltre ai supermercati però, anche i commercianti si stanno adeguando in fretta. Secondo i [...]



Le opinioni di NNF - Scontri di Roma: una distinzione

2010-12-19T20:59:04.746+01:00

A qualche giorno di distanza dai fatti di Roma, in molti si interrogano sulla natura di quella manifestazione. Un moto di piazza spontaneo che ha catalizzato e concentrato tutto il malcontento del paese nella capitale in quelle ore? Un'azione di Black Bloc organizzata e preparata con cura?Consideriamo la manifestazione come un gruppo composto dalla somma di singoli individui ma anche da sottoinsiemi, le "anime" del corteo. Fare l'elenco delle sigle è facile, ma non aiuta. Più utile, forse, è fare una distinzione emotiva, ovvero legata al sostrato culturale di questi gruppi e alle ispirazioni dei singoli manifestanti. Avendo avuto modo di osservare altre manifestazioni (e avendo riscontrato spesso dinamiche simili) potrei azzardarmi a dire che, in ogni manifestazione, esiste una principale distinzione.Da una parte ci sono i professionisti del manifestare, gruppi che periodicamente organizzano presidi e cortei e che fanno base in sedi sparse, come centri sociali, aule universitarie, case private. Persone in grado di creare, coordinare e far muovere i cortei grazie ad un'esperienza che si affina nel tempo. Vengono chiamati antagonisti (semplificando) e aderiscono - con diversa intensità - a ideali anti Stato, contrari alla società e ai suoi riti. Tra questi, ci sono persone per cui lo scontro è solo un modo di affermare questi ideali e un contributo all'abbattimento delle convenzioni sociali.Dall'altra parte ci sono gli aderenti, ovvero persone che raramente partecipano alle manifestazioni e che quando lo fanno sono mossi dalla contingenza del momento storico, uniti ai membri di partiti, sindacati e associazioni "ufficiali", allenati alle manifestazioni ma comunque generalmente pacifici.Le dimensioni di questi gruppi varia in base alle circostanze. A Roma, probabilmente, sia un gruppo che l'altro avevano raggiunto una massa critica. Questo galvanizzava chi era disposto allo scontro, aumentandone la violenza. Il crescere di questa violenza, d'altro canto, metteva gli aderenti e i membri di partiti e sindacati di fronte a una scelta obbligata: lanciare sampietrini o starsene in disparte. Qualcuno è stato buono, altri meno.Quindi, è vero che il crescente malcontento popolare ha portato agli scontri, ed è vero che tra i manifestanti c'erano persone disposte allo scontro distinte dagli altri. Ma sono due verità, queste, che non possono andare separate. [...]



Nuovo orario, disagi e ritardi per i treni dei pendolari

2010-12-15T15:19:20.108+01:00

Appena partito il nuovo orario dei treni ha subito scatenato un mare di polemiche. A cominciare da quelle di Legambiente e dei comitati dei pendolari che denunciano ritardi e disservizi lungo molte tratte che collegano Milano alle altre province. L'indiziato numero uno è il nuovo Malpensa Express, il servizio che da tre giorni collega con 51 corse regionali la stazione Centrale con lo scalo varesino. Per fare spazio a questi treni altri convogli pieni di pendolari sarebbero stati "rallentati"."I più penalizzati sono quelli che arrivano da Lecco e da Como - ha spiegato Dario Balotta dell'associazione ambientalista - costretti a passare per la linea di cintura per lasciare spazio ai nuovi treni nel tunnel diretto tra Greco e Garibaldi". Il treno proveniente da Lecco - numero 10549 - in partenza alle 6.34 del mattino, fino all'11 dicembre arrivava a Porta Garibaldi alle 7.36. Adesso deve fare il giro "largo" della cintura ferroviaria e arriva alle 7.42. Sei minuti in più difficili da digerire per chi ogni giorno sale su quelle carrozze per entrare a Milano a lavorare o a studiare.Ancora più indigesti se si aggiunge - come è già accaduto - un ritardo di un quarto d'ora. Da le Nord assicurano che è l'unico treno costretto a passare nella cintura milanese e garantiscono che da subito riprenderà il percorso e il tempo di percorrenza precedenti. Ha avuto un percorso provvisorio, spiegano dall'azienda in una nota, e la cosa è già stata segnalata da Tln presso l'ente gestore dell'infrastruttura che rilascia le tracce orarie."Ma disagi e disservizi ci vengono segnalati anche da altre parti - spiega Giorgio Dahò del comitato pendolari Milano - ad esempio ci sono problemi anche su un regionale da Milano Centrale a Carnate che con il nuovo orario è stato rallentato, e sulla tratta Milano-Bellinzona dove un regionale è stato "trasformato" in Eurocity. Adesso costa di più, fa meno fermate e ha cambiato orario, dalle 20 alle 16, che non è certo una fascia da pendolari". E ritardi di mezz'ora anche sulla linea da e per Mantova.Le polemiche sul nuovo orario e sul Malpensa Express, comunque, non si placano. Legambiente aveva già criticato il nuovo servizio, definendolo eccessivo "sia perché non è prevista una consistente crescita del traffico di trasporto aereo, sia perché la ferrovia non collega il Terminal 2 da cui partono i sempre più numerosi low cost". Ora rincara la dose, sottolineando i disagi per i pendolari: "Con il nuovo servizio per la stazione Centrale - ha aggiunto Balotta - i pendolari vengono penalizzati due volte: perché vengono sottratte risorse al trasporto pubblico locale, causando un aumento delle tariffe regionali e tagli alle autolinee, e perché è stato allungato il percorso di alcuni treni".Dal canto suo l'assessore Cattaneo ha rispedito al mittente le accuse, negando l'esistenza di disagi creati dal nuovo servizio: "Vorrei capire quali sono le penalizzazioni di cui parla Legambiente - ha dichiarato l'assessore - i nuovi treni offrono agli utenti opportunità in più che altrimenti non ci sarebbero. Il servizio, casomai, ne esce potenziato".Oltre ai ritardi, la preoccupazione rimane alta sui tagli previsti dal governo che dal prossimo anno porteranno ad un 35 per cento in meno di risorse e a un aumento delle tariffe di circa il 25 per cento. Nel rapporto "Pendolaria", presentato da Legambiente, il 2011 è definito l'anno "nero" dei trasporti. "Gli aumenti sulle tariffe dei treni colpiranno alle gambe l'economia delle famiglie dei pendolari lombardi - ha commentato Matteo Mauri capogruppo Pd in consiglio provinciale - ma ancora più colpito sarà il trasporto su gomma, che avrà meno finanziamenti e attenzioni". Articolo pubblicato su Repubblica Milano [...]



Trovare lavoro? Un miraggio anche con la laurea

2010-12-11T19:36:24.263+01:00

Osservato dal punto di vista dei neolaureati, il mondo del lavoro in Lombardia ha un aspetto non esattamente rassicurante: tempi di assunzione che si allungano, forme contrattuali sempre più precarie, livelli retributivi ai minimi. Ma soprattutto una palude sempre più larga di insoddisfatti che non trovano, né cercano un lavoro. E se il principale imputato è la crisi economica degli ultimo anni, università e imprese non possono esimersi da un approfondito esame di coscienza. La radiografia della situazione occupazionale per i neolaureati arriva dal rapporto Stella del Cilea, il consorzio interuniversitario lombardo: i ragazzi che sono arrivati al traguardo della specialistica nel 2009 e che nell’arco di dodici mesi hanno trovato lavoro, sono diminuiti rispetto all’anno precedente (passando dal 66 per cento al 63,3). Stesso discorso per i laureati delle triennali che a causa delle difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro scelgono sempre più spesso di proseguire negli studi iscrivendosi ai due anni aggiuntivi. Preoccupante anche la percentuale di coloro che non trovano né cercano un’occupazione (la cosiddetta fascia di “non forza lavoro”): dopo i due anni di specialistica passano dal 9,8 al 12,8 per cento, mentre la percentuale di chi abbandona gli studi dopo la triennale e non sa che pesci pigliare passa dal 3,2 al 5,6 per cento.«La Lombardia è ancora una locomotiva — precisa il professor Nello Scarabottolo, del Cilea — ma si tratta di una locomotiva che inizia a sbuffare e a perdere colpi». Rispetto al trend nazionale nazionale infatti, la flessione dei dati lombardi (raccolti attraverso interviste ai neolaureati della Statale, della Bicocca, dell’Università degli Studi di Bergamo e di Brescia) è leggermente inferiore «Ciò non toglie che alcuni aspetti di questa indagine siano allarmanti anche per la Lombardia. Basta guardare gli stage ad esempio, una forma cui il mondo del lavoro ricorre troppo spesso». Se il lavoro stabile è infatti sempre più un miraggio, il lavoro gratis (o quasi) è molto più accessibile. Il dato di coloro che lasciano l’università e trovano un contratto a tempo indeterminato è in picchiata, mentre il sottobosco di forme di lavoro precarie rimane solido. E nel bel mezzo della crisi, c’è anche chi ci prova: cresce infatti la percentuale di coloro che ricorrono al lavoro autonomo (dal 7 al 10 per cento). Se i giovani hanno difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, la colpa non è però soltanto della situazione economica mondiale. «È necessario un confronto tra università e mondo del lavoro — ha spiegato ieri Marcello Fontanesi, rettore della Bicocca, a margine della presentazione del Cilea — per avere ben chiaro cosa i nostri giovani potranno fare dopo la laurea e quali sono gli strumenti di cui hanno bisogno. Dall’altra parte, il mondo del lavoro si deve rendere conto di quali sono le competenze necessarie per rendere il laureato duraturo nel tempo». Infine le riforme - dall’introduzione delle lauree brevi al ddl Gelmini - che secondo Fontanesi non sono da guardare solo come ostacoli, ma come strumenti utili: «Il 3+2 è stata una riforma opportuna che a mano a mano darà i suoi frutti, mentre quella che è adesso in parlamento deve essere approvata il prima possibile. Poi ci sarà il tempo di modificare quello che non funziona».articolo pubblica su Repubblica Milano [...]






Il flop del Frecciarossa per Malpensa

2010-12-05T15:32:39.224+01:00

All'inaugurazione del primo Frecciarossa a Malpensa, il 14 settembre, c' erano tutti: il sindaco Letizia Moratti, il governatore Roberto Formigoni, l' amministratore delegato di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti, l' assessore regionale ai trasporti Raffaele Cattaneo. C' era anche il presidente della Sea, Giuseppe Bonomi, ad attendere il convoglio alla stazione di Malpensa. E le dichiarazioni erano tutte dello stesso tenore: «Un ulteriore passo avanti per mettere in rete varie forme di trasporto» (Formigoni), «Il trasporto ferroviario è una pedina fondamentale per aumentare l' accessibilità del nostro aeroporto» (Cattaneo), «Vedere il Frecciarossa a Malpensa è una bella cosa» (Moretti), «Abbiamo sempre creduto in Malpensa che è un punto di riferimento importante» (Moratti). Oggi però, a due mesi da quel roboante annuncio, i treni col muso rosso che arrivano (e ripartono) due volte al giorno nello scalo sono praticamente deserti. Abbiamo fatto alcune prove salendo sui Frecciarossa alla stazione Centrale: dei 611 posti disponibili su ciascun treno (203 di prima classe e 408 di seconda) ce n' erano 37 occupati sul treno delle 15.57 (28 in seconda e 9 in prima) e soltanto 26 su quello della mattina (3 in prima e 23 in seconda). Di questi passeggeri, solo una manciata erano saliti in Centrale, mentre nella maggior parte dei casi si trattava di famiglie o piccoli gruppi di amici saliti a Firenze e a Bologna e diretti in aeroporto per le vacanze. In media, un posto occupato ogni venti sedili. Numeri troppo bassi per rendere il servizio competitivo, soprattutto se si pensa che i treni super veloci che coprono la tratta Napoli-Roma-FirenzeBologna-Milano, in genere, fanno registrare il tutto esaurito nonostantei prezzi dei biglietti non siano esattamente economici. Quali sono le ragioni di questo flop? Secondo Nino Cortorillo, della Filt Cgil Lombardia, i problemi sono legati soprattutto alle sovrapposizioni dei vari servizi che collegano Milano allo scalo varesino. «I collegamenti con Malpensa sembrano servire più a tagliare nastri che a portare passeggeri, far arrivare un Frecciarossa non basta se inserito in un sistema di accesso scoordinato e inutile». In effetti il sistema dei trasporti che unisce la città all' aeroporto non è dei più razionali. Oltre ai due Frecciarossa che partono dalla Centrale, c' è il Malpensa Express che parte da Cadorna ogni mezz' ora (costo del biglietto 11 euro), ci sono i pullman che partono sempre dalla Centrale, ci sono alcune corse della linea S10 del passante che partono da Rogoredo e ci sono i treni in partenza da Milano per Gallarate dove, con la coincidenza di un pullman, si arriva ai Terminal 1 e 2. Senza contare poi i treni regionali targati LeNord che dal 12 dicembre di quest' anno collegheranno la stazione Centrale a Malpensa. «Avere tutti questi collegamenti oltre alla meteora del Frecciarossa è uno spreco - conclude Cortorillo - si decida una volta per tutte di collegare l' aeroporto intercontinentale con la stazione Centrale in modo diretto».Articolo pubblicato su Repubblica Milano [...]



Switch off a Milano, il digitale terrestre tra nuove offerte e vecchi problemi

2010-11-26T13:02:41.039+01:00

La Tv cambia. Oltre la barriera dei primi venti canali - che eravamo già più o meno abituati a vedere anche nella vecchia tv analogica - si apre un mondo di nuove offerte che vanno dagli allnews, allo sport, passando per quelli al femminile e quelli completamente dedicati ai bambini. Se volete vedere Rai 4 dovete andare al numero 21. Per La5 il nuovo canale dedicato alle donne e firmato Mediaset il numero è il 30. Per Repubblica Tv andate al 50. Sono le novità legate al sistema di numerazione automatica dei canali. E che potrebbe far perdere la pazienza almeno per qualche giorno.Il passaggio definitivo dal segnale analogico a quello digitale terrestre segna una svolta storica che porta però con sé un lungo strascico di polemiche: dai pasticci nell'assegnazione delle frequenze per le emittenti locali (alcune delle quali in Lombardia hanno presentato ricorso al Tar) ai molti problemi di ricezione. Entrato nell'ultima fase di una transizione iniziata in Lombardia il 25 ottobre, lo switch off interessa, oltre Milano, anche le città di Monza, Varese, Bergamo, Brescia, Pavia, Lodi, Cremona e alcune province di Piemonte ed Emilia.Una conversione che nella nostra regione riguarda 1.120 comuni, 8,3 milioni di persone (pari a 3,6 milioni di famiglie) e che vedrà convertiti al digitale 861 impianti e 120 emittenti locali in tutta la zona. "Con lo switch off del Nord Italia - ha spiegato Andrea Ambrogetti presidente di Dgtvi (l'associazione per lo sviluppo del digitale terrestre) - si compie un passo decisivo verso la transizione televisiva al digitale del nostro Paese. La presenza di quasi 50 canali nazionali gratuiti, oltre a quelli locali e a pagamento, è la dimostrazione più evidente dell'arricchimento dell'offerta che la tv digitale porta nelle case di tutti gli italiani".Per ricevere il segnale del digitale terrestre chi non l'ha già fatto dovrà dotarsi di un decoder digitale da collegare al proprio televisore, oppure di un nuovo televisore (da aprile scorso sono tutti dotati di decoder integrato). Nella maggior parte dei casi non si dovranno fare modifiche all'impianto, tuttavia non è da escludere che si possano verificare problemi. A cominciare da quelli di risintonizzazione. Con il passaggio, per la prima volta verrà utilizzato l'ordinamento automatico dei canali (Lcn), accorgimento tecnico nato per semplificare l'uso del digitale e che assegna un numero a ogni canale. Per utilizzare questa funzione sarà però necessario fare la risintonizzazione dei canali, una procedura non semplicissima. Ci sono poi i problemi di ricezione vera e propria. Un garbuglio tecnico per i profani che rischia però di trasformarsi in un disagio reale per tutti. Nelle centraline delle antenne condominiali sono infatti "registrate" solo le frequenze principali, ovvero quelle dei canali più seguiti: al momento del passaggio molte di queste dovranno essere riprogrammate e per farlo servirà l'intervento di un tecnico. Per finire i problemi legati all'orografia del territorio. Il segnale digitale è più sensibile ai disturbi e, mentre un segnale analogico disturbato consente di vedere un'immagine poco nitida, un segnale digitale disturbato può provocare il blocco totale delle immagini e dell'audio rendendo di fatto impossibile vedere correttamente i canali. A consolazione di tutti i guai che incontreranno i cittadini c’è il numero verde messo a disposizione dal Ministero (800.022.000) e un incentivo per l’acquisto del decoder. Solo per chi i residenti over 65 però e che abbiano dichiarato nel 2009 un reddito pari o inferiore a 10mila euro. [...]



Aristide - 1 - Senza Titolo

2010-11-10T00:05:47.604+01:00

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No al nucleare in Lombardia. Parola di Formigoni

2010-10-21T18:36:30.356+02:00

La Lombardia non ha bisogno di centrali nucleari, «perché la regione ha quasi raggiunto l’autosufficienza energetica». Va letto tra le righe il mezzo «no» di Roberto Formigoni alla possibilità di costruire una centrale in Lombardia lanciata dal ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani. «Siamo alla vigilia dell’apertura di un dialogo, ma prima di aprirlo bisogna definire le regole — ha detto il governatore — dobbiamo ragionare in ottica nazionale». E poi ancora: «Se il governo individuerà un sito in Pianura padana si dovrà aprire un confronto con la Regione e noi faremo altrettanto con il territorio».La diplomatica presa di posizione arriva al termine di una giornata di fuoco per il presidente, chiamato a gran voce a schierarsi contro le parole di Romani. Il primo a chiamarlo in causa è stato Filippo Penati, vicepresidente del consiglio regionale, che ha chiesto la convocazione di un Consiglio straordinario: «Formigoni non si è mai pronunciato con chiarezza sull’argomento». Penati ha poi ribadito la sua «totale contrarietà alla creazione di una centrale in Lombardia» per diversi motivi: «È una tecnologia costosa, non conveniente e che non dà, ancora oggi, alcuna certezza sullo smaltimento delle scorie».E il segretario regionale del Pd, Maurizio Martina, aggiunge: «Notiamo una confusione preoccupante fra Pdl e Lega e non vorremmo che con il gioco delle parti si passasse ancora una volta sulla testa dei cittadini». A chiedere un dibattito in assemblea anche i consiglieri regionali dell’Italia dei valori e Chiara Cremonesi, del gruppo di Sinistra ecologia libertà al Pirellone: «Il nucleare — dice — usa una tecnologia sorpassata oltre che rischiosa per la salute e noi abbiamo il diritto di esprimerci in merito».Per Angelo Bonelli, presidente nazionale dei Verdi, «c’è il rischio che la Pianura padana diventi una pattumiera radioattiva». E se il capogruppo della Lega Stefano Galli ci va con i piedi di piombo («Non ne abbiamo ancora parlato in maggioranza, è una cosa su cui non si scherza»), gli unici apertamente favorevoli sono quelli dell’Udc: «Non abbiamo preclusioni al dibattito sul nucleare», dice il capogruppo Gianmarco Quadrini, ed Enrico Marcora aggiunge: «Abbassare il costo dell’energia aumenterebbe la competitività delle nostre aziende».Ma oltre al dibattito “centrale sì o no”, c’è quello del “dove”. E la corsa a tirarsi indietro è già cominciata: «La voce che il sito ideale sarebbe dalle nostre parti circola da un po’ — commenta Maurizio Fontanili, presidente della Provincia di Mantova — facendo un ragionamento normale non si può che essere contrari. Non stiamo parlando di Tav, una centrale nucleare è qualcosa di molto più impegnativo. Mi impegnerò affinché non si faccia da noi». E nel caso a qualcuno venga in mente di realizzarla a Milano, a mettere le mani avanti ci pensa Guido Podestà: «Non è possibile costruire un impianto del genere in un’area densamente urbanizzata come la nostra — afferma il presidente della Provincia — né nell’alto Milanese né in altre zone». articolo pubblicato su Repubblica Milano [...]



Le opinioni di NNF - La città del rimpiattino

2010-10-17T14:08:42.852+02:00

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Il 15 giugno la polizia sgombera il centro sociale "Laboratorio Zero" in Ripa di Porta Ticinese, a Milano. Nel giro di pochissimo tempo, gli occupanti del Laboratorio si trasferiscono in via Savona 18, alla Bottiglieria Okkupata. Un'occupazione che dura fino a giovedì quando trova un epilogo rocambolesco: le forze dell'ordine fanno irruzione nello stabile, sette ragazzi salgono sul tetto, la strada rimane chiusa per due giorni e mezzo. Comincia una battaglia di quartiere fatta di trattative, tensioni e attese tra digos e antagonisti arrivati in corteo per sostenere i 7 sopra al tetto. 59 mila euro spesi, dice il vice sindaco Riccardo De Corato, e 300 agenti impegnati. Alla fine i sette scendono, la Moratti si congratula col questore, ma nel frattempo loro diventano eroi epici della guerriglia urbana e un altro palazzo viene occupato, in via Giannone 8.

Il 19 novembre 2009, vigili, carabinieri e poliziotti sgomberano il campo Rom di via Rubattino. Uomini, donne, anziani, bambini: 200 persone allontanate per occupazione abusiva. Sono costati 5 milioni e 400 mila euro i 250 sgomberi di campi rom abusivi effettuati dal comune di Milano, dal primo gennaio 2007 al 30 aprile 2010. Sono passati dieci mesi e a settembre del 2010 i Rom erano di nuovo tutti là, in via Rubattino. Nuovo blitz e nuovo sgombero.

Vivo in una città dove si gioca a rimpiattino.

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Autobus addio

2010-10-15T20:47:43.111+02:00

Come un giocattolo inceppato che rischia di rompersi definitivamente sotto i colpi della finanziaria. Il trasporto pubblico su gomma in provincia di Milano è un po’ questo: un settore dove parte delle imprese vivono in uno stato di affanno permanente, tra buchi di bilancio e battaglie legali per gli appalti. E sul collo una minaccia che si fa sempre più insistente: i 200 milioni di euro in meno di trasferimenti dallo Stato che da gennaio rischiano di mettere in ginocchio buona parte delle società.L’ultimo caso è quello della Sila, pronta in questi giorni a portare i libri in tribunale e a dichiarare fallimento. La società di trasporto pubblico su gomma, che opera nelle province di Milano, Pavia, Monza, Lodi e Varese, è arrivata a un punto di non ritorno: il credito vantato nei confronti della Regione per otto milioni di euro è infatti un credito «inesistente», secondo i sindacati, e la mole dei debiti non consente più la continuità dell’attività di trasporto. Continuità che però, ha assicurato l’assessore regionale ai trasporti Cattaneo, verrà garantita nei prossimi giorni «dall’ingresso di nuovi operatori».Un buco nel bilancio che mette a repentaglio il posto di lavoro dei 258 dipendenti e la regolare erogazione del servizio per migliaia di pendolari. L’intervento di Regione e Provincia, che dovrebbe scongiurare tutto questo, è però vincolato alla dichiarazione di fallimento da parte di Sila. «Una condizione essenziale — spiega l’assessore provinciale ai trasporti Giovanni De Nicola — affinché si possa dare in gestione il servizio a un altro operatore». Il fallimento della Sila si inserisce in un panorama non facile per il settore che peggiora in vista dei tagli. 314 milioni di euro in meno di trasferimenti dallo Stato al trasporto pubblico locale, almeno 200 dei quali riguarderanno probabilmente il trasporto su gomma. «Tagli che rischiano di creare un effetto tsunami — spiega Gianni Scarfone presidente di Asstra Lombardia, l’associazione che raggruppa gli imprenditori del settore — e di aprire uno scenario preoccupante con prospettive di aumento delle tariffe e ridimensionamento delle imprese». Alcune delle quali mettono già le mani avanti: «Se i tagli ci saranno non saranno indolori — dice Alberto Cazzani amministratore delegato STAV, una delle società del consorzio CAL — abbiamo già avvisato che comporteràun taglio di personale, di autobus e di utenza trasportata». Già adesso gli operatori avvertono i primi scricchiolii: oltre alla gravissima situazione della Sila, la Movibus, azienda vincitrice del lotto sei e partecipata da Stie, Atm e Atinom, nel 2009 aveva un buco di 3,7 milioni di euro. «Il fatto è che i costi di esercizio, come il gasolio e il personale, sono alti e aumentano sempre — spiega Erasmo Taormina, responsabile ufficio rete di Movibus — mentre il livello tariffario è sempre troppo basso. Le perdite nelle società di trasporto pubblico ormai sono quasi la regola, nella nostra situazione ce ne sono anche altre».La forte tensione del settore, oltre a creare problemi ai pendolari, rischia di ripercuotersi negativamente anche sui dipendenti che in tutta la provincia sono novecento e che vedrebbero una parte dei loro posti a rischio. «O i tagli al trasporto pubblico lasceranno invariato il servizio, come dice il governo, oppure sarà il collasso del sistema dei trasporti — spiega Nino Cortorillo, segretario generale della FILT-CGIL Lombardia — Questo si dimostra il governo del finto federalismo, utile solo a riempire le urne. Fingono di destinare risorse alle regioni e tagliano i fondi agli enti locali mettendo in difficoltà imprese, lavoratori, famiglie». Le soluzioni per evitare i[...]



Considerazioni sui Rom

2010-09-27T15:02:02.082+02:00

Due giorni fa, sul Corriere della Sera, è uscita una lettera firmata Riccardo Lo Faro, in cui si racconta un'esperienza al campo Rom di via Triboniano. Un'esperienza "di terrore", secondo Lo Faro, farcita di minacce, insulti e spinte.
Considerato che la lettera in alcuni punti è molto fumosa, è difficile farsi un'idea precisa di come siano andate realmente le cose (cosa doveva dire alla famiglia della compagna di sua figlia? Perché ha ricevuto spinte e minacce? Cosa rispondeva agli insulti?). Certo, il campo Rom di via Triboniano non è un posto facile - soprattutto se ci entri in giacca e cravatta - ma viene spontaneo pensare a come sarebbe stata trattata la mamma della ragazzina se la situazione fosse stata al contrario. Ovvero se una Rom fosse dovuta entrare nel palazzo dove si svolgeva la convention di Lo Faro. Probabilmente non ci si sarebbe neanche potuta avvicinare.

Detto questo, al campo Rom di via Triboniano ci sono entrato anchio e con una telecamera. C'era una festa, nessuno mi ha rubato niente. Solo alcuni rispondevano male perché non volevano farsi riprendere: avevano paura di finire in Tv e di perdere il lavoro se il loro capo avesse scoperto che vivevano lì.

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Vittorie insperate - Reintegrati i magazzinieri del Carreofur di Pieve Emanuele

2010-09-18T12:59:13.607+02:00

«È fatta, abbiamo firmato». La notizia, arrivata dai sindacati al termine dell’estenuante trattativa, è di quelle liberatorie. Da oggi i 62 magazzinieri del Gs-Carrefour di Pieve Emanuele licenziati a giugno, torneranno progressivamente sul posto di lavoro e le cooperative chiederanno la cassa integrazione per garantire a tutti il mantenimento del posto di lavoro. Con l’accordo è stato reinserito il pagamento dei primi 3 giorni di malattia e gli obblighi di produzione sono saliti a 150 colli l’ora collettive. «Abbiamo siglato un accordo che ripristina la legalità, i diritti e la validità del Contratto Nazionale - ha dichiarato Nino Cortorillo, della Filt-Cgil Lombardia - ma il nostro impegno nei magazzini di Pieve Emanuele è riconfermato per continuare ad affermare diritti inalienabili».L’accordo, concluso ieri in prefettura, arriva dopo oltre tre mesi di braccio di ferro tra lavoratori e cooperative. Tutto inizia a giugno, quando dopo uno sciopero contro la modifica delle condizioni contrattuali, la cooperativa Rm lascia i lavoratori fuori dallo stabilimento. I sindacati decidono di fare causa alla cooperativa e al consorzio Gemal (che ha l’appalto dei lavori) e il 3 agosto il giudice dà ragione ai magazzinieri. Il giorno dopo tutti si presentano ai cancelli, ma agli operai viene detto che quella cooperativa non lavora più nel magazzino e non vengono fatti passare dai tornelli. A sostegno dei lavoratori, arriva poi una seconda sentenza che condanna la cooperativa per comportamento antisindacale. Inizia così una lunga serie di iniziative da parte dei lavoratori, come il blocco dei camion davanti al polo logistico di Pieve Emanuele, la “spesa proletaria” nel supermercato di Assago e l’incontro in Curia con monsignor Eros Monti per chiedere «ascolto, conforto e sostegno». La svolta vera e propria è arrivata però pochi giorni fa, quando è scesa in campo direttamente la Carrefour, preoccupata del ritorno di immagine negativo della vicenda. La multinazionale francese ha infatti minacciato di far causa a Gemal chiedendo una chiusura della vicenda. Nel giro di poco tempo si sono così riaperte le trattative, che ieri sono giunte a una conclusione.Articolo pubblicato su Repubblica Milano [...]



Storie dimenticate

2010-09-11T12:09:45.990+02:00

Parlava dei prigionieri russi, a cui dava la sua razione di formaggino in cambio di una sigaretta. Oppure di quella volta che divorò un salame contenuto nell’unico pacco arrivato da casa, con conseguente mal di pancia. «Poi, con il passare del tempo, i racconti di mio padre si sono fatti più rari, solo un certo disappunto quando decisi di studiare tedesco. Eppure non ricordo parole di odio, se non contro la guerra».Adriana Belletti è la figlia di Luigi Belletti uno dei 116 IMI - internati militari italiani - che ha trascorso due anni della sua vita nei lager nazisti e che ieri hanno ricevuto dalle mani del prefetto Gian Valerio Lombardi - ma per conto del presidente della Repubblica - la medaglia d’onore “a titolo di risarcimento soprattutto morale”. La sua storia, come quella di tutti gli IMI, è una storia fatta di lavori forzati, di sofferenze atroci, ma soprattutto di oblio. Per sessant’anni sono stati infatti dei prigionieri dimenticati, testimoni «imbarazzanti e risentiti» di quello che fu l’otto settembre. Poco spendibili politicamente nelle file dei reduci della resistenza e troppo compromessi con l’esercito monarchico per meritare gli onori della storia con la esse maiuscola. E per sessant’anni - a differenza di altri reduci che hanno sofferto e sanguinato allo stesso modo - non hanno ricevuto nessun tipo di riconoscimento. Per ricordare all’Italia che esistevano anche loro, c’è voluta una legge del 2007 con cui lo Stato ha disposto la consegna delle medaglie d’onore «ai militari che nell’ultimo conflitto mondiale furono deportati e internati nei lager nazisti». Adriana la storia di suo padre l’ha raccolta pezzo per pezzo, scavando negli archivi, collegando i suoi ricordi di bambina ai documenti ufficiali. Luigi Belletti faceva parte del 548esimo Battaglione Costiero fanteria e come centinaia di migliaia di soldati italiani, l’8 settembre del ’43, aveva detto di no alla repubblica di Salò. «Non perché fosse un eroe, non si trattava di quello - spiega Adriana - ma perché come tutti era stanco della guerra». Trasportato da Durazzo in quella Germania diventata improvvisamente ostile, finì ai lavori forzati. Il suo foglio matricolare menziona il campo di concentramento XB Wietzendorf, («probabilmente lo Stalag XB/Z»), ovvero un sotto-campo che raccoglieva prigionieri polacchi, francesi, serbi, russi e, dal 1943, anche italiani. Uno dei peggiori, secondo chi è tornato vivo. Il cibo era scarso e cattivo. Gli alloggi baracche di legno umide e decadenti, l’abbigliamento insufficiente a sopportare il rigido inverno tedesco. «Del lavoro in miniera papà aveva pochi ricordi e imputava questo fatto alle sue condizioni fisiche di allora, estremamente debilitate. Ricordo che diceva di essere addetto al recupero dei carrelli e al loro trasporto sui binari». Nelle foto, che Adriana custodisce con la cura di un monaco certosino, Luigi è un bell’uomo, sorridente, con un paio di baffetti leggeri. Ce ne sono anche alcune di lui in divisa, elmetto in testa e fucile in spalla scattate nella caserma di Milano o sulle spiaggie dell’Albania. «Purtroppo non ho ricordi sul suo viaggio di ritorno, solo l’immagine viva del racconto della morte di un suo commilitone per aver mangiato un intero catino di riso quando, con l’arrivo degli alleati, vi fu improvvisamente da mangiare». Oggi che suo padre non c’è più Adriana ha scritto un memoriale, la raccolta di tutti i documenti trovati, incrociati con i ricordi trattenuti, «che voglio dare a mio figlio e a mia nipote, affinché rimanga il ricordo di quanto accaduto». Un lavoro preciso, scientifico,[...]



Storia di una protesta (magazzinieri Gs di Pieve Emanuele)

2010-09-01T10:51:37.408+02:00

Pasta, acqua, pane. E poi ancora pannolini, latte in polvere e pastine. «Fateci passare, dobbiamo dare da mangiare ai nostri figli». Così, con i carrelli pieni di beni di prima necessità, i lavoratori del magazzino del Gs-Carrefour di Pieve Emanuele si sono presentati ieri mattina alle casse del supermarcato Carrefour di Assago per richiedere il pagamento degli arretrati. «Ci spettano tre mesi di stipendio che non abbiamo ancora ricevuto - hanno detto ai cassieri - siamo venuti qui per avere un anticipo, se non in denaro, almeno in spesa». Attimi di tensione, alcuni agenti della digos che cercano di mediare, l’arrivo del direttore del supermercato. «Non possiamo farvi uscire con i carrelli senza pagare, sarebbe un furto». Nella mente di qualcuno passa, per un attimo, l’idea di andare lo stesso. Poi i funzionari della Cgil-Filt riescono a far calmare tutti e i carrelli rimangono lì, abbandonati nel corridoio davanti alle casse e pieni di merce non espropriata.L’ultimo capitolo della storia della “Melfi del Nord”, come definita dagli stessi sindacati, è stata una provocazione, un messaggio rivolto alle famiglie in coda nei supermercati e che tocca le corde più umane: «come facciamo a mantenere le nostre famiglie?». Ma anche un gesto deciso per sbloccare lo stallo in cui è finita la trattativa tra il sindacato e il consorzio Gemal, cui Carrefour ha affidato l’appalto del polo logistico di Pieve e che a sua volta ha dato il lavoro a due cooperative: prima la RM e poi la cooperativa della gioventù. Dopo l’incontro di lunedì in prefettura infatti, le due parti erano rimaste ferme sulle proprie posizioni. Da una parte il consorzio che proponeva il reintegro di 26 lavoratori e la cassa integrazione per i restanti 46 in attesa di ridistribuirli in altre sedi della Lombardia, dall’altra la Filt che chiedeva il rispetto della sentenza del tribunale di Milano e il reintegro di tutti i lavoratori.Nella vicenda un ruolo chiave è quello ricoperto dalla Carrefour. Chiamato in causa anche da Susanna Camusso vice segretaria nazionale della CGIL («deve assumersi le proprie responsabilità»), il gruppo ha sempre mantenuto una posizione esterna, da osservatore, respingendo qualsiasi accusa: «Voglio chiarire che noi siamo parte terza in questa vicenda e che la vertenza riguarda la cooperativa e i lavoratori che non sono nostri dipendenti - ha dichiarato Francesco Quattrone, direttore del personale di Carrefour - D’altra parte non possiamo che biasimare le dichiarazioni dei sindacati che ci chiamano in causa: sono strumentali e inesatte. Tuttavia vogliamo aiutare le parti a trovare una soluzione condivisa».Oggi, alle 11, i sindacati sono stati convocati in prefettura per capire se ci sono ancora margini di trattativa. Nel frattempo, La Cgil annuncia di aver inviato una lettera al cardinale Dionigi Tettamanzi e alla curia milanese, chiedendo un incontro e un intervento: «Da sempre il cardinale è attento a queste situazioni davvero difficili», ha spiegato Nino Cortorillo, segretario generale della Filt Cgil.Articolo pubblicato su Repubblica Milano [...]



Se Milano cambia vestito

2010-08-18T17:40:48.077+02:00

Se Milano cambiasse vestito, passando dal grigio scuro al bianco, ci guadagnerebbero tutti, sia il Comune che i cittadini. E non sarebbe una questione di estetica, ma di miglioramento della qualità dell’aria, di minori costi sanitari, di risparmio energetico ed economico. La promessa è del Pd milanese ed è stata elaborata dal laboratorio d’innovazione “Change Milano”, del consigliere comunale Davide Corritore: «Il progetto “Milano più fresca” prevede il passaggio da colori scuri a colori chiari dell’asfalto e dei tetti della città, cosa che porterebbe ad un abbassamento di temperatura fino a 5 gradi centigradi». Il nome scientifico è irraggiamento ed è il fenomeno per cui i colori scuri assorbono più calore rispetto a quelli chiari. Se su una persona vestita di nero l’effetto è quello di far soffrire un po’ più il caldo, rapportato ad una città la cosa diventa seria e prende il nome di “Isola di Calore Urbano”. Questa, avvolgendo le strade in una morsa di calore accumulato durante il giorno, fa correre verso l’alto le colonnine di mercurio: a Milano ha fatto registrare una differenza in alcuni casi superiore ai 4 gradi rispetto alla periferia, rendendola una tra le metropoli più calde d’Europa e con temperature minime talvolta superiori a città africane come Tripoli e il Cairo. «La nostra soluzione - ha spiegato Corritore - prevede la posa di un asfalto chiaro, composto da materiale innovativo che limita il surriscaldamento da irraggiamento solare, che assorbe il 70 per cento degli inquinanti grazie alle sue proprietà foto catalitiche e che ha una durata tre volte superiore a quella dell’asfalto normale». Il materiale costa di più - circa il 40 per cento - ma diminuendo la frequenza di asfaltatura i costi verrebbero ammortizzati. Altra questione quella dei tetti. Se questi fossero bianchi ci sarebbe - per lo stesso principio fisico - un minor accumulo di calore nei mesi estivi e quindi un minor dispendio di energia elettrica per i condizionatori. «Vogliamo inserire nel nuovo regolamento edilizio la possibilità di cambiare colore dei tetti degli edifici esistenti e di tutti gli edifici di nuova costruzione, escluso il patrimonio storico e architettonico - prosegue Corritore - ed è possibile pensare anche a una politica di incentivazione, considerato che all’estero è stato fatto così». Il progetto di una Milano “bianca” arriva da lontano. In Giappone e negli Usa si sta già facendo uso dell’asfalto chiaro - chiamato “cool pavement” - mentre sempre negli Stati Uniti, in città come Philadelphia, New York e Chicago, sono arrivati i primi tetti anti-calore. E su questo versante si è mossa addirittura l’amministrazione Obama, che a luglio di quest’anno ha annunciato “tetti bianchi” per gli edifici pubblici federali. articolo pubblica su Repubblica Milano [...]



Inchiesta sull'amianto a Milano

2010-08-02T18:00:44.788+02:00

Ci sono 1.007 siti con amianto friabile e 2679 con amianto compatto. In totale 3710, un nugolo di puntini sparpagliati in ogni angolo della città. E guardando il censimento dell’Asl sugli edifici milanesi, vengono i brividi. La specifica è d’obbligo: l’amianto compatto non significa automaticamente presenza nell’aria di fibre volatili, quelle che finiscono per causare gravi malattie e tumori.Tuttavia secondo il Piano regionale amianto della Lombardia (Pral), questi 3.710 “puntini” andrebbero cancellati dalle mappe entro il 2015. Considerato che ad oggi è stato rimosso soltanto il 46,8 per cento dell’amianto presente in città, c’è da pensare che ci vorranno almeno altri dieci anni per bonificare il rimanente. E non è tutto. Il Comune infatti non ha ancora stilato una lista definitiva e il numero degli edifici — aggiornato al 27 luglio — è in continuo aumento.LE RILEVAZIONII primi passi per un censimento sono cominciati nel 2000, quando sono partite le rilevazioni aeree dall’Aeronautica militare per conto del Comune. Già da questa indagine — che si limita a rilevare la presenza di amianto nelle coperture — traspare la seconda anima di Milano, quella fatta di eternit, che si conserva nascosta e invisibile nei tetti di edifici e palazzine.Questa rilevazione tuttavia è incompleta. Le riprese fatte dall’aereo sono in grado infatti di individuare soltanto le superfici compatte e altri “covi” — come i rivestimenti delle tubazioni, le pareti verticali, le pavimentazioni interne — rimangono invisibili. Così, in seguito all’approvazione del Pral nel 2006, è cominciata una rilevazione più artigianale ma più efficace: migliaia di lettere sono state inviate a enti pubblici, scuole, ospedali, teatri, parrocchie e amministrazioni di stabili residenziali per ricevere riscontri sulla presenza di amianto.A SETTEMBREIl risultato è preoccupante: in città l’amianto è stato utilizzato quasi ovunque e oggi, sparso in diverse percentuali, resiste ancora. Altro amianto però — ad esempio quello presente nei pavimenti di linoleum — non è rilevabile ad occhio nudo e necessita di tecniche di controllo più specifiche. Dal settore attuazione politiche ambientali del Comune preannunciano che a settembre partirà una gara d’appalto per affidare a terzi un’indagine che andrà a completare quanto fatto finora. Il capitolo finale che dovrebbe garantire un censimento preciso. «A settembre partirà la gara d’appalto per un’indagine che comincerà dalle scuole e dalle costruzioni residenziali — spiegano i funzionari — in modo da prendere la maggior parte degli edifici comunali».L’Asl, che ha il compito di monitorare la situazione, è in attesa. «Sono anni che chiediamo al Comune un censimento completo — spiega Susanna Cantoni, direttore dello Psal (Prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro) — . Noi dobbiamo verificare la correttezza di tutte le notifiche e intervenire controllando le situazioni che devono essere approfondite. Laddove sia necessario, proponiamo al Comune ordinanze di bonifica per i proprietari dei manufatti». Per affrontare il problema è infatti fondamentale avere una classificazione dello stato in cui l’amianto si trova. Se è compatto non ci sono grandissimi rischi per la salute. Se invece è friabile può ridursi facilmente in polvere, e se è danneggiato o deteriorato, significa che le sue fibre sono debolmente legate e possono liberarsi nell’aria.L’ORTOMERCATOIl lavoro di bonifica effettuato dal 2000 ad oggi ha tolto circa la metà d[...]



Omicidio a Cenisio

2010-07-27T12:52:47.585+02:00

Ad avvertire la polizia e i vigili del fuoco sono stati i vicini, preoccupati dal cattivo odore proveniente dal monolocale di via Salvioni, al numero 6. Il corpo di Veronica Crosati, brasiliana incensurata di 45 anni, è stato trovato ieri pomeriggio così, supino tra il letto e una parete, addosso solo slip e reggiseno, in avanzato stato di decomposizione. A fianco un coltello da cucina con la lama da 30 centimetri, l'arma con cui la donna è stata colpita all'addome e alla gamba destra. Forse la Crosati era una prostituta: nell'abitazione - dicono le prime ricostruzioni - c'era un continuo via vai di persone.La porta di casa era chiusa, gli agenti non hanno trovato le chiavi. Forse l'omicida era un cliente occasionale: per ucciderla, dopo una lunga colluttazione, avrebbe usato un coltello trovato nella stessa abitazione, messa a soqquadro, da cui mancherebbero dei soldi. Sono stati anche trovati alcuni appunti su cui adesso si indaga. Bisognerà aspettare i risultati dell'autopsia per capire quando e come è morta: forse l'omicidio risale a una settimana fa, ma nessuno dei suoi vicini ha saputo dire quando l'ha vista l'ultima volta.Il ritrovamento del corpo ha sconvolto i residenti del quartiere in zona Cenisio. "Sono passato verso le quattro davanti all'abitazione - spiegava ieri il proprietario della pizzeria Monopoli, poco distante dal luogo del delitto - e ho visto i vigili che entravano dalla finestra del quarto piano. Questa è una zona tranquilla". Il palazzo dove è stato ritrovato il corpo un tempo era un residence, adesso è un condominio composto da una ventina di monolocali abitati soprattutto da single e modelle.Il quartiere, trasformato in zona di movida dal Rialto e dagli altri ristoranti sorti come funghi negli ultimi anni, a detta dei residenti è molto tranquillo. Racconta un gruppo di abitanti della zona, seduti sulla panchina all'angolo della via: "Qui c'è sempre movimento, ma non è mai successo nulla di particolare, al massimo qualche rissa". Tra gli abitanti della zona c'è però chi punta il dito contro il "circolo culturale privato" - una discoteca, in realtà - in via Salvioni: "Là c'è sempre un giro strano - racconta la signora Cristina che abita in via Piero della Francesca - e ci passo spesso davanti. Soprattutto al mattino presto, quando il locale chiude, si vedono uscire i transessuali con i loro clienti". Articolo pubblicato su repubblica Milano [...]



Berlusconi-Medvedev, strappo alla regola al Cenacolo

2010-07-25T12:08:47.425+02:00

Un piano americano, con i due presidenti sorridenti davanti e il Cenacolo di Leonardo da Vinci come sfondo. La fotografia del premier Silvio Berlusconi insieme al presidente russo Medvedev davanti al capolavoro Vinciano ha fatto il giro del mondo ma ha sollevato anche dubbi e proteste. Perché ai comuni mortali non è consentito fare fotografie al Cenacolo e ai presidenti in visita istituzionale invece sì? Sebbene il cartello che campeggia davanti all’entrata del museo in Santa Maria delle Grazie sia piuttosto eloquente in merito - una macchina fotografica sbarrata con il simbolo del divieto - per i fotografi che venerdì hanno seguito i due presidenti fare gli scatti non è stato certo un problema. «Il presidente russo ha espresso il desiderio di una foto ricordo - si è giustificato il soprintendente per i Beni Architettonici di Milano Alberto Artioli, presente alla visita - e considerato che io sono la persona in grado di dare l’autorizzazione, ho detto che non c’erano problemi». Lo stesso Artioli ha confermato la presenza del divieto di effettuare gli scatti, sia per motivi di diritto d’autore sia per questioni legate alla conservazione delle opere, fatte salve autorizzazioni straordinarie rilasciate dalla stessa soprintendenza. «Le luci delle macchine da presa o i troppi flash possono causare un’eccitazione termica e rovinare l’affresco, ma in questo caso si trattava di pochi scatti. Come si vede anche dalle foto i flash erano piuttosto lontani, non vedo dove sia la polemica».Dall’opposizione non sono però dello stesso avviso e dai banchi del Pd in consiglio comunale è salita la protesta: «Si tratta di un episodio increscioso - ha dichiarato Davide Corrittore, consigliere comunale - una foto non avrà rovinato il Cenacolo, ma in tutto il mondo abbiamo trasmesso l’idea che quello che non è consentito ai cittadini normali è consentito ai presidenti. Un qualunque altro sovrintendente avrebbe impedito che quelle foto venissero scattate. Quanto è avvenuto è un danno all’arte e alle istituzioni stesse». Lo strappo alla regola - avvenuto all’interno di una visita durata circa quindici minuti - non sembra invece scandalizzare nessuno della maggioranza. «Non è certo una fotografia a rovinare il Cenacolo di Leonardo - getta acqua sul fuoco Michele Mardegan, consigliere del Pdl e presidente della Commissione cultura in Consiglio comunale - mi sembra il minimo di ospitalità che si dovesse dare a fronte della visita del presidente di una nazione importante come la Russia. Impedire di fare quegli scatti, oltre che assurdo, sarebbe stato anche irrispettoso».Articolo pubblicato su Repubblica Milano [...]



Dogtrotter, le avventure di un cane giramondo

2010-07-16T16:08:38.486+02:00

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Nel caso non ve ne foste accorti, da un mesetto è nato Dogtrotter il blog delle avventure di Artù, il cane più simpatico del mondo. Non perdetevi le sue foto e i suoi racconti!

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A380, il gigante dei cieli per la prima volta in Italia

2010-07-15T16:19:11.201+02:00

Poco dopo l’atterraggio, in fase di manovra, dal finestrino della cabina di pilotaggio spunta fuori una bandiera tricolore. È fatta. L’Airbus A380, l’aereo più grande del mondo, è arrivato per la prima volta sulla pista di Malpensa e per la prima volta in Italia. Un atterraggio storico, targato Lufthansa. 73 metri di lunghezza, 24 di altezza e un’apertura alare di 80 metri. Quando arriva sulla pista, il rumore dei quattro giganteschi motori Rolls Royce annienta gli applausi della folla entusiasta. Il bestione si posiziona davanti ai fotografi in tutta la sua spaventosa maestosità: un aeroplano composto da quattro milioni di pezzi prodotti da 105 diverse compagnie, capace di sorreggere un peso a pieno carico di 562 tonnellate. Dalla scaletta, scende il capitano Jurgen Raps, uno tra i primi quattro piloti di linea al mondo riuscito ad ottenere una licenza di volo per l’Airbus. Accanto a lui due hostess sorridenti con la divisa di Lufthansa. La compagnia tedesca, che dal dehubbing di Alitalia è diventata il "partner strategico" di Malpensa, si è presa ieri il merito di essere entrata per prima nello scalo varesino a cavallo di un aereo di queste dimensioni. E poco importa se da qui - almeno per il momento - Lufthansa non farà volare nessuno dei suoi 15 nuovi Airbus acquistati e in via di acquisizione. "Quello che conta è l’emozione di questo momento storico - dichiara Giuseppe Bonomi, presidente della Sea Aeroporti di Milano - un segnale di come il nostro aeroporto sia in grado di accogliere la sfida dell’A380". Ma la vera potenza dell’Airbus sta tutta all’interno. Appena entrati sembra di trovarsi nella pancia di un’astronave alla Star Trek: sulla sinistra la grande cabina di pilotaggio con il suo cervellone elettronico, sulla destra una lunga fila di posti di cui non si riesce a scorgere la fine. Sopra, al ponte superiore, altro spazio. Su questo aereo, che è lo stesso che ha portato avanti e indietro dal Sudafrica la nazionale di calcio tedesca, i volumi sono talmente grandi da ospitare 526 posti passeggeri suddivisi in due piani e fra tre diverse tipologie di volo. Se nelle classi più economiche la vivibilità è simile a quella di altri aeroplani - 420 posti in Economy e 98 in business - , in First Class i lussi davvero non mancano: letti di due metri per ottanta centimetri, coperte termoregolabili, pigiami firmati. Addirittura per diminuire al massimo i rumori sono stati impiantati strati di rivestimento esterni, tende fonoassorbenti e pavimentazione insonorizzata lungo i corridoi. Lussi estremi che saranno a disposizione soltanto di otto passeggeri. La presentazione di ieri è stata un fuoriprogramma rispetto alla sua tratta quotidiana Francoforte - Tokyo attiva già dall’11 di giugno. "Sono lieto della scelta di Lufthansa di rendere omaggio a Malpensa con questo volo di prova - aggiunge Bonomi - questo dimostra come il nostro scalo sia pronto ad accogliere il più grande aeromobile del mondo: abbiamo strutture idonee, dimensioni adeguate di pista, taxiway e piazzali della capacità operativa necessaria per la gestione di flussi tanto ampi". Flussi come quelli previsti dagli Airbus targati Emirates Airlines, ad esempio, che dal 29 di luglio cominceranno a volare proprio dall’aeroporto di Malpensa. [...]



Co.co.co, co.co.pro., intermittenza: al peggio non c'è mai fine

2010-07-06T12:39:24.264+02:00

POVERI e disoccupati. Se c' è una categoria che a Milano ha subito più delle altre gli effetti della crisi economica è quella degli under 30, costretti a barcamenarsi fra contratti sempre più precarie un costo della vita diventato insostenibile. All' indomani della ricerca Ores - secondo cui sono più di 90mila i giovani al di sotto della soglia di povertà - il rapporto "Milano Produttiva" della Camera di Commercio, sottolinea come la causa della povertà tra i giovani sia proprio l' aumento della precarietà. I numeri parlano chiaro. Dei seicento mila contratti firmati nel 2009 tra imprese e nuovi dipendenti, soltanto il 18,4 per cento sono a tempo indeterminato - per altro crollati del 30,6 per cento rispetto al 2008 - mentre oltre la metà sono a tempo determinato. In crescita vertiginosa poi ci sono proprio loro, i famigerati contratti di collaborazione co.co.co e co.co.pro (+13,4%) e i contratti a intermittenza - o a chiamata - aumentati addirittura del 78,8 per cento, passando dai 6.586 del 2008 agli 11.777 del 2009. Al netto dei contratti precari, è da registrare anche l' aumento del tasso di disoccupazione che in generale a Milano è cresciuto del 1,6 per cento e tra gli under 30 è arrivato a un più 13,6 per cento. «Questi dati significano solo una cosa - commenta Onorio Rosati, segretario generale della Cgil Milano - ovvero che, per effetto della crisi, le imprese forniscono sempre meno opportunità di lavoro stabile e sempre di più tipologie contrattuali al di fuori della rete dei diritti. In quest' ottica la crisi colpisce due volte: sia i lavoratori assunti che finiscono in cassa integrazione, sia i giovani che sono sempre meno tutelati». Anche per i meno giovani e per i lavoratori già assunti, in effetti, il rapporto "Milano Produttiva" non dà proprio delle ottime notizie. A Milano le ore di cassa integrazione nel primo trimestre del 2010 sono state oltre 26 milioni - cresciute del 447,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno - di cui 10,3 ore di ordinaria e 15,9 di straordinaria. Dal versante delle imprese, tuttavia, qualche timido segnale di ripresa arriva. Il settore manifatturiero a Milano nei primi tre mesi di quest' anno è cresciuto dell' 1,7 per cento e il fatturato del 2,1. Fa ben sperare anche l' aumento delle imprese - 23mila le nuove registrazioni con una crescita dell' 1,7 per cento. «Il 2009 è stato un anno particolarmente difficile - ha dichiarato Carlo Sangalli, presidente della Camera di Commercio di Milano - ma questa città e le sue imprese non si sono lasciate scoraggiare. E questo fa ben sperare per il 2010».Pubblicato su Repubblica Milano [...]