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Ismael



Il superstite del Pequod



Updated: 2012-04-03T19:29:22Z

 



Mi scusi per l'invadenza, candidato

2010-12-31T15:17:00Z

Mi viene segnalata l’inacidita ed elusiva risposta che Andrea Ferrarese, candidato sindaco a Cerea, ha indirizzato non più di qualche ora fa a osservazioni mie e altrui. Materia del contendere è il tipo di “intimità” che il Nostro sarebbe in grado di ripristinare con la cittadina oggetto delle sue recenti mire politiche, qualora l’iniziativa di impegno civico da lui capeggiata dovesse avere successo. Visto e considerato che i centri di gravità su cui attualmente ruotano i bioritmi di Ferrarese sono tutt’altri (Legnago e Castelnuovo del Garda), lo spunto non è affatto peregrino. Spiace che l’interessato opti per il lancio della palla in tribuna – espediente di rimessa da terzino in affanno – invece di mantenere il dibattito nel suo alveo naturale, ovvero quello squisitamente sostanziale. A parte il fatto che le critiche e gli attacchi personali sono il pane quotidiano di chiunque ricopra una carica pubblica, con il bando alla suscettibilità che dovrebbe costituire prerequisito fondamentale per ambirvi consapevolmente, qui non stiamo spettegolando tra comari, ma parlando delle garanzie che il candidato è disposto a offrire ex ante alla cittadinanza in ordine alla qualità della sua eventuale, futura dedizione al mandato. Nulla che riguardi obblighi di legge vigenti o anche solo auspicati, s’intende. Il merito in discussione è quello dell’etica politica, che solleva la fatidica e annosa domanda: a cosa siamo disposti a rinunciare, pur di mettere la nostra persona al miglior servizio della comunità? Alla nota spese per rimborso chilometrico? Al presidio quotidiano della nostra attività professionale? Al tempo libero nei fine settimana? Ai “normali” affetti familiari? Il punto è che devi essere davvero un fenomeno, per rispondere “a nulla” nella certezza di far bene comunque. In realtà la prospettiva di ritrovarsi con vertici amministrativi a mezzo servizio non è delle più rosee, proprio perché il divario tra ceretani* a tempo parziale e a tempo perso è indeterminato a priori. E un banale ragguaglio statistico basta a persuadersi del fatto che è perlomeno improbabile riuscire a selezionare priorità senza rinunce, così come coniugare un approccio stizzosamente intellettualistico all’immersione in quel microcosmo di aspettative, elaborazioni e controversie che è Cerea – anche e soprattutto quella del 2012. Se non fosse chiaro a sufficienza: non si stanno sollecitando generiche rassicurazioni di circostanza, magari fornite tramite slogan di plastica, ma l’assunzione di obblighi a carattere contrattuale. Sperando di non dimenticarcene nessuno.   * io, invece, lo profferisco così, filologicamente e foneticamente mi garba parecchio di più. Una rapida scorsa alla disamina che il Bresciani (ingegnere anche quello, perbacco, qui si esagera davvero con l’expertise!) dedicava ad analoga schermaglia demotica mi conferma la bontà della scelta. [...]



Due narrazioni politiche a confronto

2010-04-14T11:04:00Z

I vellutati esercizi di wishful thinking che taluni notisti, zelanti ripetitori dei loro sottogruppi politici di riferimento o – meno prosaicamente – di un ego assai restio alla contrizione, riescono puntualmente a compitare all’indomani dei “momenti topici” del caso (elezioni, referendum, impulsi legislativi a vario titolo degni di rilievo) non possono non rimarcare la preminenza della dialettica in un “mondo narrativo” altrove autoproclamatosi determinista a oltranza. Prendi le ultime Regionali, per esempio. Il bilancio che ne trae la pubblicistica in senso lato finiana è, riassumendo, più o meno il seguente: Berlusconi è in declino, una Lega clerisocialista va progressivamente incorporandosi l’elettorato settentrionale mentre – anzi: poiché – il Pdl si limita a risultare un comitato elettorale verticistico, succube di linee programmatiche dettate al suo esterno e incapace di far concretamente valere la sua larga maggioranza parlamentare. Il tutto condito dall’immancabile strutturalismo di maniera, in forza del quale i temi etici non contano mai nulla e si vota sempre col portafoglio. Senza fare troppo mistero di un certo straniamento, mi permetto di individuare qualche toppa malmessa, qualche incrinatura logica nell’impianto argomentativo appena schematizzato. Anzitutto è opportuno tenere presente che l’idea di un persistente leaderismo in seno al partito di maggioranza relativa e quella di un’avviata parabola discendente del premier si negano l’una con l’altra, almeno nell’immediato. Considerato che l’astensionismo è stato trasversale a sufficienza da non colpire a senso unico, per di più nel pieno di una dirompente crisi economica e in concomitanza con un’ottima occasione per scaricarne le tossine contro la classe politica (un’elezione di medio termine), probabilmente va scartata la seconda ipotesi. E quindi va recuperata la consapevolezza che il modello di partito-carisma, nel quale dottrina e profeta si tengono in uno, ovvero mezzo e messaggio coincidono, tiene abbastanza da far sì che il consenso per un “uomo solo al comando” definisca in sé l’adesione sostanziale a un certo schieramento politico. Piaccia o meno (e a me piace molto poco, detto per inciso), questo personalismo provvidenzialista è la vera cifra della politica contemporanea, anche ben al di fuori dei confini italiani: si pensi a fenomeni della retorica “nuovista”, deliberatamente avara di contenuti progettuali precisi, come Barack Obama e David Cameron. Casomai è la peculiare combinazione della tendenza generale così enucleata con l’annosa propensione del ceto imprenditoriale e intellettuale italiano, nelle sue molteplici forme di collateralità al potere pubblico del momento, a sfruttarla come alibi per giustificare la mancata assunzione di responsabilità riguardo agli esiti dell’azione di governo, a fornire interessanti spunti di riflessione. Una chiave per comprendere il progressivo radicamento del leghismo si ottiene proprio a partire dal sussistere del gattopardismo di cui sopra. Si è detto e scritto di un Carroccio mercantilista e filoclericale, con l’aggravante di aver opportunisticamente rinnegato passate fidelizzazioni liberiste e neopagane; si è argomentato circa il ricatto padano cui l’intera maggioranza dovrebbe sottostare, con l’unica via d’uscita di differenziarsi agli occhi del “Nord produttivo” sposando la linea liberal dettata dal Presidente della Camera. Ho l’impressione che si tratti di letture parziali, incapaci di cogliere un dato politico-culturale d’insieme. A parte il fatto che non si capisce come mai, se ad avere peso sono solo i redditi e le misure politiche annunciate per difenderli, il voto “verde” sia così territorialmente segmentato, a non convincere è proprio l’idea che basti alzare una certa bandiera ideologica per apparire credibili quali suoi effettivi realizzatori politici. Una forza partitica in grado di raccogliere seguito interclassista e interconfessionale – giacché[...]



Principio, anarchia, catallassi

2010-03-29T10:50:00Z

di Francesco Lorenzetti tesi di laurea – 100 pp.   “L'opposto è amico soprattutto del suo opposto, poiché ogni cosa desidera il suo contrario, non il simile. Il secco desidera l'umido, il freddo il caldo, l'amaro il dolce, l'acuto l'ottuso, il vuoto il pieno, il pieno il vuoto e così via, secondo il medesimo rapporto. Il contrario infatti è nutrimento per il contrario, mentre il simile non trae vantaggio alcuno dal simile”   “Se ciò che è affine è differente in qualcosa da ciò che è simile, a quanto pare [...] potremmo dire dell'amicizia ciò che essa è; se invece simile e affine sono identici, non sarà facile respingere il precedente ragionamento in base al quale il simile è inutile al simile in virtù della somiglianza: ma è assurdo ammettere che l'inutile sia amico”   Platone, Liside   Quando ci conoscemmo, Francesco sposava convinzioni sostanzialmente in linea coi dettami del liberalismo classico, mentre il sottoscritto era giusnaturalista professo. Riunioni di partito, bisbocce tra amici, eventi mondani di vario ordine e grado: ogni occasione si prestava all’innesco di garbati – e, per i malcapitati gregari, orchiclastici – dibattiti sulla filosofia prima. I cascami delle nostre serrate discussioni, impertinenti versioni “senza sapiente” del dialogo platonico, si concentravano tutti nel retrogusto acre dell’inconcludenza, nella frustrante consapevolezza di scoprirsi vieppiù prigionieri di itinerari cognitivi circolari. Una reciproca insoddisfazione estremamente feconda, però, se questi suoi precipitati – grazie alle opportunità offerte dal percorso formativo di Francesco, neodottore in Giurisprudenza con la bella tesi di laurea in Filosofia del Diritto che mi accingo a commentare – hanno favorito per entrambi il radicarsi in profondità di idee e concetti prima afferrati solo superficialmente. Seguendo le orme del grande vecchio della giusfilosofia patavina, lo stesso professor Francesco Cavalla il cui pièce de résistance si provava a recensire qui, occorre allora recuperare gli albori del pensiero speculativo per interrogarsi sul Principio e salvarsi la mente dalla fallacia del discorso ordinato applicato alla controversia giuridica. La protofilosofia dei presocratici, che i libri di testo del Liceo passavano velocemente in rassegna come un campionario di misteriosofie fisicaliste, si addice al compito poiché – fatta la tara al doveroso apporto interpretativo del lettore contemporaneo a quei frammenti così antichi e oscuri – ben rappresenta l’insieme di strumenti teoretici affermatisi prima che la conoscenza fosse assalita dalla brama di possedere, sezionare, controllare il mondo immanente. Su tutti una corretta intelligenza dell’arché, ossia dell’ente assoluto, ciò di cui tutto si predica ma che non si predica di nulla – un cerchio infinito il cui centro è ovunque ma la cui circonferenza non è in nessun luogo, per dirla con Andrew Davidson. Nulla a che vedere con la certezza formale, cioè con l’esito puntuale dell’adozione di un sistema in grado di porre univocamente un oggetto da indagare tramite un dato metodo. Anzi, proprio l’imporsi di quest’altro paradigma gnoseologico – insostituibile complemento delle dottrine atomiste, nichiliste e neoplatoniche – ha condotto all’eclissi moderna e postmoderna della ricerca del vero e del giusto in ambito giuridico, a tutto vantaggio di visioni tecnocratiche e strutturaliste, ancillari nei confronti del potere e dei suoi arbitri. Invece la nozione di Verità che deve ritrovare spazio, soprattutto all’interno di una riflessione filosofica realmente intenzionata a emanciparsi dalle contrapposte erranze di posi[...]



La Bibbia di Satana/Diritto, natura e ragione

2009-12-18T10:07:00Z

di Anton Szandor LaVeyArcana – collana “Controculture”, 253 pp., € 14,00 e di Murray Newton RothbardRubbettino, 172 pp., € 9,00 a Laura Aprendo la Bibbia – quella tradizionale, per il momento – leggiamo che il Maligno si qualifica come tale nell’instillare a Eva la superbia di poter attingere su base squisitamente volontaristica la perfetta scienza delle cose. Il passo (Gn 3, 4-5) è inequivocabile: “Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male»”. Laddove il riferimento mangereccio, com’è risaputo, va al frutto dell’albero della Conoscenza. In pochissime battute emerge così il centro tematico dell’interrogativo che lacera l’umanità dacché si tiene registro di una qualche forma di dibattito filosofico: il pensiero strutturato risponde a un principio sovraindividuale o è una facoltà soggettiva? E a seguire: con le sue sole forze psicofisiche, l’uomo è in grado di autogestirsi l’immanenza nella direzione di un progressivo miglioramento individuale e collettivo?“Se non c’è Dio, io sono Dio” diceva Dostoevskij. Lo stesso asserto, ancorché privo dello struggimento teologico-morale affettato dal romanziere russo nel motteggiarlo, è raccolto e sviluppato nel cult-book del papa satanico Lavey. L’occultista naturalizzato californiano, deceduto nel 1997 non prima di aver investito del titolo di reverendo la nota shockstar Marilyn Manson, con questo suo libro del 1969 volle dare alle stampe uno zibaldone pop-filosofico in orbita su un’ellissi avente Nietzsche e Mill come fuochi, entro il cui perimetro Satana funge da archetipo intellettuale di un ben preciso pattern etico e gnoseologico. Esso si può sbozzare nel modo seguente: dotato del giusto viatico conoscitivo (per esempio attraverso idonei percorsi iniziatici), l’individuo si salva da sé. Appunto il paradigma gnosticheggiante assunto dalla Genesi nientemeno che a fomite del peccato originale e che, da solo, ben sintetizza l’essenza delle concezioni filosofiche atomiste e/o a vario titolo nichiliste.Il manifesto satanista include tutti i punti deboli della tradizione di pensiero cui si rifà più o meno apertamente, senza però mantenerne intatti gli elevati standard speculativi. Difetto, quest’ultimo, se vogliamo comprensibile, dato un taglio mediale dell’opera senz’altro divulgativo – nonostante l’ultimo terzo del volume si diffonda in un tonitruante quanto pittoresco esoterismo (quello delle Chiavi di Enoch). Ma gli aspetti problematici della trattazione, ripeto, sono soprattutto concettuali e ricalcano fedelmente il repertorio di contraddizioni in termini tipico dei relativismi, siano essi somministrati nella variante “forte”, in quella “debole” o in un eterogeneo cocktail delle due come nella fattispecie. Per averne contezza basta ritagliare qualche brano dal testo e ragionare sia sul senso dei singoli estratti che sul livello di coerenza logica ravvisabile dal loro confronto: “Tra queste pagine troverete la verità…e l’immaginazione. L’una è necessaria all’altra e viceversa; ma ognuna deve essere considerata per quello che è” (p. 23). E già qui mancherebbero le definizioni da stipulare per “verità” e “immaginazione” nonché l’illustrazione del rapporto di interdipendenza tra le due idee, ma almeno sembra venir fornita una premessa teorica, un’ipotesi di lavoro. Tuttavia, poco più avanti, si legge: “Tutto ciò che è dichiarato ‘verità’ si dimostra in realtà una vuota finzione; lasciate che sia gettata senza troppe cerimonie nello spazio oscuro tra gli dei morti, gli imperi morti, le filosofie morte e altri inutili detriti!” (p. 35). Gettare la verità nel linguaggio significa per forza di cose tradirla, d’accordo, ma la comparazione dei due fraseggi succitati non può non evidenziare una stridente [...]



Io sono mio?

2009-09-25T10:27:00Z

Qualche settimana fa Alberto Mingardi ha postato un articolo nel quale, in buona sostanza, si sosteneva la legalizzazione del commercio d’organi anche – è il tratto saliente della riflessione mingardiana – qualora prelevati da donatori volontari viventi. A conti fatti mi trovo d’accordo con molti dei punti di caduta individuati nel pezzo ma, come spesso mi capita confrontandomi con l’argomentare liberale “classico”, poco o niente con le premesse logiche del ragionamento svolto [continua su Chicago Blog]



Tre pillole politiche

2009-06-18T11:49:00Z

1. A margine dell’incresciosa vicenda Noemi-Papi è salito nuovamente alla ribalta il tema della morale politica, purtroppo ancora una volta secondo il frusto paradigma del bipolarismo etico invalso riguardo a qualunque “materia del contendere” di minima rilevanza pubblica. Su un fronte ha voce il moderno fariseismo per il quale i precetti comportamentali vanno sempre serviti in carta patinata, ovvero promossi da uomini coerenti con essi, per ambire a guadagnarsi l’agognata credibilità. Tralasciando la fallacia logica annessa al ritenere la coerenza un valore in sé, vale la pena di ricordare che il piano ideale e il piano concreto, benché convergenti sotto il profilo prasseologico, sono distinti sotto quello concettuale. Linea di fatto e linea di principio si giustappongono dialetticamente senza mai dissolversi l’una nell’altra, ovvero: se un ladro mi dice che rubare è sbagliato, al ladro devo dare ragione in linea di principio salvo domandargli conto del suo illecito in linea di fatto. Nel senso che appunto il concetto di illecito – o di peccato, per chi si rifà a una morale confessionale – va inteso al servizio del discernimento, non già della dannazione, per essere interpretato correttamente. Dal versante opposto si propende per una sorta di utilitarismo crociano applicato al culto della personalità che contraddistingue sempre più il rapporto tra i corpi elettorali e gli “uomini soli al comando” di turno. In sostanza si dice che il politico onesto è il politico capace: faccia quello che gli pare dalla cintola in giù, purché sappia trarmi in salvo dalla crisi, dal digital divide, dal logorio della vita moderna – purché sappia cioè far funzionare il marchingegno statale di modo da massimizzare l’utilità collettiva. Si tratta di due diverse varianti dello stesso relativismo per cui il bene e il male non esistono come essenze autonome a priori, ma emergono dalla concomitanza di fattori per lo più contingenti/strumentali/formali. Invece sarebbe il caso di tenere presente che vigilare sui vizi privati dei potenti non serve tanto a sconfessarne le virtù pubbliche, quanto a impedire che le posizioni di responsabilità siano ricoperte da persone a vario titolo ricattabili. Silvio Berlusconi è andato al compleanno di Noemi Letizia a favore di una serqua di telecamere, quindi nella fattispecie ha messo deliberatamente in piazza il rapporto che lo lega a questa ragazzina: se si trattasse davvero di una relazione amorosa, al premier andrebbe diagnosticato l’autolesionismo acuto. Ma se il Cav. coltivasse tresche occulte d’abitudine, in quale e quanta misura si troverebbe sotto minaccia di scandalo a mezzo stampa? E tale “minaccia” come si servirebbe del potere in mano al Presidente del Consiglio? Premendo magari per favori politici anche a scapito dell’equo trattamento della cittadinanza tutta?2. Per spezzare l’asse Fanfani-Almirante che orienta il gradiente politico-culturale del neonato Pdl, Gianfranco Fini ha scelto di fungere da cuneo repubblicano nell’intento di incrinare il monolite statalista da cui il soggetto unitario di centrodestra par muovere i primi passi. Come un Ugo La Malfa redivivo, tanto per rimanere in similitudine. È molto interessante – e molto urgente, a giudicare da spropositi come la legge Calabrò – porgere alla Destra italiana il tema della laicità. Corrivo e insignificante, invece, è pensare di riuscire nell’opera recitando a memoria slogan imparaticci e apodittici, anziché proponendo elaborazioni nuove e originali. Sarà che quelle richiedono tempo e fatica senza poi garantire qualche titolone brutalmente sintetico sulle prime pagine dei quotidiani? Per un conservatore, la laicità è un dovere dello Stato, non un obbligo del cittadino – ciò che diviene nell’azione politica impegnata a scorrelare disponibilità di risorse e stile di vita. Bene: ma come conciliare questo as[...]