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Comincio lunedì



(il blog di simona siri, quella di euston station)



Updated: 2018-03-06T06:05:34.461+01:00

 



We moved

2010-08-14T22:00:31.018+02:00

www.simonasiri.it



Quella volta in cui chiesi a Bob Sinclar se lui, dopo aver finito di suonare, va in albergo a fare sesso

2010-04-28T02:32:34.110+02:00

“E’ un peccato che tu non possa essere qui. Mi piace far vedere alla gente dove lavoro: ho uno studio nel Marais, molto colorato, pieno di oggetti. Ti avrei mostrato la mia collezione di Playboy”.  No, purtroppo nella settimana in cui tutto il mondo è rimasto a piedi, quello che doveva essere un incontro con Bob Sinclar diventa una telefonata. Per mia fortuna dal vivo lo avevo già visto qualche tempo fa ed avevo potuto constatare tutto quello che si dice di lui. Personaggio superstar, fascinoso, una forza della natura, un uomo in grado di far ballare e tenere in pugno migliaia di persone senza perdere mai il sorriso dalle labbra. Assieme a David Guetta, un altro francese, Bob Sinclar (nome d’arte: quello vero è Christophe Le Friant) è il dj più famoso e quotato del mondo. Quando si muove lo fa con l’aereo privato (“sì, ma in affitto”, specifica, “mica sono un capo di stato”) e per cifre che messe insieme in un anno fanno lo stipendio di un calciatore.  Non solo. Quando, invece di esibirsi, compone canzoni, lo fa con una facilità tale da sfornare hit clamorose in grado di restare ai vertici delle classifiche per mesi. Una su tutte: Love Generation, il tormentone dell’estate 2006, colonna sonora di una campagna di telefonini, conosciuta ai più come “la canzone del fischietto”.  Facile che quest’anno Sinclar faccia il bis con I Wanna, brano del suo nuovo album, Made in Jamaica, che contiene rivisitazione dei suoi successi in chiave reggae.  “Non avrei mai immaginato di arrivare fin qui”, dice raccontando degli inizi, di come aver visto per la prima volta un dj mixare dei vinili gli abbia cambiato la vita, di come abbia deciso, in quel momento, di voler fare lo stesso “ma siccome nessuno mi scritturava come dj, già da subito mi sono messo a fare musica mia, tanto che nel 1993 ho fondato la mia etichetta, la prima indipendente francese, e con quella ho cominciato a produrre altri artisti”. Il Bob Sinclar che conosciamo oggi nasce in realtà nel 1997 quando “ho deciso di nascondermi dietro questo nome d’arte per creare un personaggio e lavorare su quello, sulla sua immagine”.  Se c’è infatti un merito che gli viene riconosciuto - oltre a quelli strettamente musicali – è di aver spostato l’asticella della professione ancora un po’ più in alto, sia in termini di popolarità che di immaginario. Di dj bravi e superstar ce n’erano già, ma nessuno prima di lui aveva creato un mondo di riferimento fatto sì di musica, ma anche di belle donne, di glamour, di location esotiche e di sensualità. Se deve dire un anno, un momento, una serata, in cui Bob Sinclar è diventato quello che è ora, quale indicherebbe?“La mia carriera è stata molto graduale, non è stata improvvisa. Però a livello di popolarità direi il 2005, quando uscì Love Generation: lì c’è stata l’esplosione perché la canzone arrivò prima in classifica in diversi paesi. Molto lo devo anche all’Italia: all’epoca Radio Deejay e Albertino supportarono molto il mio disco, tanto che adesso credo di essere molto più famoso lì da voi che in Francia”.Sta scherzando? Guardi che li ho visti i giornali di gossip francesi e lei c’è. “Sì, però è vero che ho più richieste di interviste dalla stampa italiana che da quella locale. Grazia Francia, ad esempio, non mi ha chiamato!”.Questa immagine di Bob Sinclar sempre circondato dal lusso e dalle donne appartiene anche a lei o solo al suo personaggio?“Io sono una persona molto semplice, non ho nessuna abitudine da ricco né tantomeno vivo in un castello.  Non ho neanche una macchina grossa: guido una Mini. Però ho delle fantasie e tramite Bob Sinclar riesco a viverle. Ho una passione per Playboy, mi piace quel tipo di lusso e di ideale di bellezza, ma non a livello sessuale, semplicemente a livello estetico. Mi piace tutto quello che è legato alla disco di fine anni 70. Avrei voluto essere una superstar di quell’epoca: nei video e nella mia immagine cerco di ricreare quelle atmosfer[...]



... per tutto il resto ci sono gli amici froci/9

2010-04-23T21:38:12.095+02:00

Io: "Ti ho chiamato dieci volte. Dove cazzo eri?"
AF: "In palestra"
IO: "Sì, vabbè. E io ci credo. L'ultima volta sarà stato due anni fa"
AF: "Sì, ma adesso tutto è cambiato"
Io: "Vuoi dire che è cambiato l'istruttore: sarà un figo che ti vuoi fare".
AF: "No. E' morto Malcolm McLaren".
Io: "Scusa eh, ma mi sfugge il collegamento tra la sua morte e la tua forma fisica."
AF: "L'hai vista la bara?"
Io: "Sì. bellissima. Con quella scritta "Too fast to live too young to die"
AF: "Ecco. Sulla mia ci sarà scritto "Too fat to live too young to die"".



Questo blog è vivo e lotta insieme a voi

2010-04-20T16:53:21.562+02:00

A breve qualche cambiamento. Stay tuned.






Quella volta nel settembre del 2008 in cui Kathryn Bigelow mi disse che per fare la regista a Hollywood bisogna non accettare mai no come risposta

2010-03-09T13:00:46.557+01:00

La notizia di gossip mi arriva dopo, a intervista conclusa, e forse è meglio così. Pare che Kathryn Bigelow e Mark Boal, giornalista e sceneggiatore del film, siano fidanzati. Ripensando al loro atteggiamento durante l’intervista, in effetti, qualcosa si sarebbe potuto intuire. Mark e Kathryn affrontano la stampa insieme, seduti vicini su un divanetto di velluto: entrambi sorseggiano Coca Cola, si guardano spesso e lei fa di tutto per coinvolgerlo nelle risposte. Un elemento affettivo che rende ancora più speciale un film che speciale è già di suo. Intanto perché The Hurt Locker è il primo film della Bigelow dopo sei anni di assenza (l’ultimo, K-19: The Widowmaker, una storia politica e di azione ambientata all’interno di un sottomarino russo, risale al 2002). Poi perché è un film molto crudo e sincero sulla guerra ed è girato da un regista donna, specializzata in film d’azione, certo, ma pur sempre donna. La storia prende spunto dall’esperienza che Boal ha vissuto come giornalista al seguito delle truppe americane in Iraq nel 2004, all’interno della EOD, l’unità speciale destinata al disarmo sul campo di ordigni esplosivi: una squadra di artificieri altamente specializzati che svolgono un lavoro ad altissimo tasso di mortalità e per i quali il rischio - e, per estensione, la guerra tutta - diventano quasi una sorta di droga, una sensazione da voler prolungare il più a lungo possibile. Che cosa significa esattamente l’espressione “The hurt locker”? «Letteralmente significa “il contenitore del dolore”: “locker” è infatti l’armadietto all’interno del quale i soldati conservano i loro effetti personali. In senso non letterale “hurt locker” è il luogo del dolore definitivo ed è un termine che Mark ha sentito usare dai soldati quando era con loro a Bagdad. Era un modo di dire tra di loro, di scherzare, quasi. Quando trovavano una bomba da disinnescare dicevano: “se questa esplode, finiamo tutti nell’hurt locker”».Prima dell’inizio del film sullo schermo compare una frase: “war is a drug”, la guerra è una droga. «La frase intera è: “la furia della battaglia provoca una dipendenza fortissima e spesso letale, perché la guerra è una droga”. Oggigiorno andare a combattere in Iraq è una scelta volontaria. Diversamente dal Vietnam, l’attuale l’esercito americano è formato esclusivamente da volontari, ragazzi che hanno scelto deliberatamente di partire per il fronte. Entrare a far parte di un’unità speciale come quella che si occupa del disarmo degli ordigni è un passo ancora successivo: i soldati vengono sottoposti a test psicoattitudinali e di intelligenza e solo quelli con determinati requisiti posssono far parte della squadra anti bombe. Il loro è il lavoro più pericoloso in assoluto, e per alcuni l’attrattiva maggiore è proprio questa: avere a che fare costantemente con la paura e il fascino che questa esercita sull’essere umano».Nel film molte scene sono girate in esterno, nel deserto, e sembra quasi di toccare con mano la polvere e il caldo che soffrono i soldati, per non parlare della perfetta ricostruzione di Bagdad.«Abbiamo girato quasi tutto in Giordania, a 5 km dal confine iracheno. Avrei voluto attraversarlo, ma c’erano troppi cecchini e la produzione non me lo ha permesso. La sensazione di autenticità che lei descrive è esattamente quello che volevamo ottenere e per farlo ci siamo basati sulle fotografie che Mark aveva fatto quando era laggiù. Volevamo che la ricostruzione fosse realistica e accurata perché volevamo mettere letteralmente gli spettatori nei panni dei soldati. Come regista la mia responsabilità è di essere il più onesta possibile nel mostrare al pubblico in che modo vivono i soldati laggiù, giorno dopo giorno».Questi soldati sono degli eroi? Lei ne mostra gli aspetti contrastanti: decisi e senza paura quando sono sul campo di battaglia, ma incapaci di scegliere una sc[...]






Del perché questa notte faremo l'alba per vedere gli Oscar. Del perché facciamo questo mestiere. Del perché quando si spengono le luci in sala ancora ci commuoviamo. Del perché ci innamoriamo sempre di quelli sbagliati. Soprattutto, del perché continuiamo a volere la favola.

2010-03-07T21:19:41.283+01:00

Ali MacGraw did not want to do The Getaway, which would star Steve McQueen and be directed by Sam Peckinpah. Her husband Bob Evans urged her to do the film, because it would stretch her beyond preppy roles, but MacGraw didn’t want to be separated from their baby, Josh. Moreover, she was apprehensive. She remembered that “one winter day in 1968 it was raining and freezing and I had time to kill” before one of Sokolsky’s shoots, “so I darted into Radio City Music Hall to see Bullitt.” McQueen was at the height of his fame with that movie, with its genre-creating extended car chase, most of which he performed himself. MacGraw says, “That was the only time in my life I went, ‘Oh. My. God.’”On a spring day in 1971, McQueen was paying a visit to the Evanses to discuss The Getaway. “It sounds so corny,” MacGraw says, “but I remember sitting in the projection room and seeing Steve on the other side of the swimming pool, and you could see those eyes—the most extraordinary blue. I was just electrified. That’s scary. It’s very visceral. The brain isn’t involved in that moment.” After McQueen left, she telephoned her old boss:. ‘Mister Melvin, I’m in trouble", she said. MacGraw and McQueen began their affair soon after they arrived in Huntsville, Texas, for the three-month shoot. “It was very evident that they were falling in love,” says Katy Haber, who was then Peckinpah’s assistant. When The Getaway wrapped MacGraw went back to Evans to make a stab at reviving their marriage. “McQueen was desperately in love with Ali.”, says Katy. “He said, ‘Katy, you don’t understand. This is the first time in my life that I have no desire or even thought of sleeping around. This is the person I want to be with for the rest of my life.’". MacGraw, meanwhile, was struggling. “She was in extreme conflict; her loyalty to Bob was strong—she went through hell and back,” Haber remembers. Ultimately, there was no defense for her feelings for McQueen. MacGraw had a mutual friend call Candice Bergen, who she knew was vacating her house. After a short stay there, MacGraw rented a Coldwater guesthouse and McQueen rented one on Mulholland Drive. The cottages were separated by an empty field. When they fought, as they frequently did (from the start, “it was either great days or horrendous days, and nothing in between,” says MacGraw), they would separate, then immediately miss each other and set out across the field to be together again.MacGraw and Evans divorced, and she and McQueen—with young Josh and McQueen’s son, Chad—moved to a beachfront home in Trancas, north of Malibu. They lived the simple life that McQueen stubbornly cleaved to and that MacGraw felt was right for Josh. She put Steve’s meat and potatoes in front of him every night at six. He didn’t want her to work, so she didn’t.On July 11, 1973, McQueen and MacGraw took off with their children to Cheyenne, Wyoming, and checked into a room at a Holiday Inn. MacGraw recalls, “Steve and Chad slept in one bed, Terry [Steve’s daughter] and I in the other, Josh in a crib in the middle.” The next day—with Ali and Terry in identical plaid skirts, carrying matching bouquets—Steve and Ali were married in a public park.MacGraw says today that McQueen was “very damaged, and I don’t mean that at all in a nasty way—he was a combination of incredible darkness and anger and mystery and almost child-like vulnerability. His mood swings were incredible.” But she doesn’t let herself off the hook. “I am 1,000 percent not a victim.” They were equally at fault, in her view. “I did the sullen holdback. I was tight. Judgmental. Simmering. We both had work to do.” She went into therapy. Insecurity made her “trim and cover” who she really was “to[...]



It’s not exactly Avatar with spray cans

2010-03-02T14:42:40.560+01:00

Proudly fan di Banksy since 2003 questo blog è lieto di annunciare l'uscita del suo primo film, Exit through the Gift Shop.
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(il titolo del post viene da qui)



Quella volta in cui Charlotte Gainsbourg mi disse che quando la chiamano artista lei si vergogna

2010-03-02T14:43:48.005+01:00

La cosa più incredibile di Charlotte Gainsbourg è il modo in cui ti racconta anche le cose più intime. Soprattutto, il fatto che te le racconti. Ci sono intervistati che si mettono sulla difensiva dal momento in cui accendi il registratore, altri con cui hai la netta impressione che alla prima domanda un po’ più personale (e per alcuni anche “le piace la pastasciutta?” rientra nella categoria) chiameranno il publicist e ti faranno cacciare in malo modo. Con lei no, anzi. Con lei hai la non comune sensazione che potresti chiederle tutto, che risponderà a tutto con quella sua vocina e quei modi delicati, e forse proprio per questo, perché la vedi così disponibile e forse anche un po’ indifesa, sei la prima tu a trattenerti, a non affondare, perché ti viene quasi voglia di proteggerla. Ancora di più quando l’argomento di conversazione riporta a un episodio dell’estate del 2007: Gainsbourg batte la testa facendo sci d’acqua. Si rialza come se niente fosse. Mesi dopo e dopo settimane di feroci mal di testa, si sottopone a una risonanza magnetica (la sigla in francese è, appunto, IRM) il cui risultato è chiaro: emorragia cerebrale. «Sono stata per un mese a rischio di morte e non ho avuto nessun segnale del pericolo che stavo correndo», ricorda lei. «È stata questa la cosa più sconvolgente. I medici non potevano credere che non avessi avuto nessun sintomo. Continuavo a pensare: e se mi succede di nuovo? Come faccio ad accorgermene?». Adesso Gainsbourg sta bene, anzi «fisicamente stavo già bene il giorno dopo l’intervento. La parte più difficile è stata il recupero psicologico: ero terrorizzata, come se mi avessero tagliato le gambe. Non sapevo da che parte andare, ero molto instabile. Lavorare a questo disco è stato il modo migliore per uscire dal tunnel in cui ero finita». IRM è quindi diventato il titolo del suo terzo disco, un progetto realizzato insieme al musicista americano Beck e in cui in un brano si sente anche il suono dello scanner. Come mai ha deciso di rendere pubblica una cosa così privata come la sua salute?«Non avendo composto né la musica né le parole, volevo però trovare un modo di rendere IRM un lavoro mio, personale. In realtà all’inizio avevo pensato di mettere solo il suono della risonanza all’interno di un brano e a Beck l’idea era piaciuta molto. Poi, quasi senza dircelo, il disco si è sviluppato intorno ai temi del ricordo, della vita, della perdita. È stato un processo naturale, istintivo. Non ci siamo mai seduti a tavolino dicendo: ok, adesso scriviamo canzoni che parlino della mia malattia».Le malattie alle volte ci fanno scoprire più forti di quello che pensavamo di essere. Anche per lei è stato così?«L’opposto. Fino all’incidente ho sempre pensato a me come a una persona forte: dopo mi sono scoperta debole e in preda agli attacchi di panico, assolutamente vulnerabile».Dopo l’intervento ha cominciato a incidere questo disco con Beck e a girare “Antichrist” con Lars von Trier: due personaggi non esattamente facili con cui lavorare. Si è scelta una vera terapia d’urto per uscire dalla crisi...«Sono molto insicura e mi piace affidarmi gli altri, lasciare a loro il controllo delle situazioni: mi piace l’idea di potermi abbandonare completamente a qualcosa di più forte. Quando lavori a un film o a un disco non hai tempo per pensare ai tuoi problemi: è un modo per dimenticarti di te stessa, per uscire da quello che sei. Era proprio quello di cui avevo bisogno e infatti è stato molto terapeutico».Lei giustamente non si ricorda, ma noi ci eravamo già incontrate a Cannes, lo scorso maggio. Allora mi aveva detto di non considerarsi un’artista, anzi che la parola la mette quasi in soggezione. In questo disco però lei canta come una vera cantante. «Be’ sì, nel disco precedente (inti[...]



Non mi sentivo così da quando scoprii l'omosessualità di George Michael

2010-02-26T20:17:08.234+01:00

Carly Simon ha finalmente rivelato il nome del protagonista della canzone You're so vain. No, non è Mick Jagger, né Cat Stevens, né Kris Kristofferson e neppure Warren Betty. No, nessuno dei suoi ex. No, il protagonista di You're so vain è David Geffen, professione discografico. Gay.
(per ristabilire l'equilibrio ormonale qui sotto c'è la versione dei Foo Fighters. sing Dave, sing!)

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... per tutto il resto ci sono gli amici froci/8

2010-02-17T16:05:32.039+01:00

IO: «Pensa, propoio vicino a casa tua»
AF: «Adoro essere al centro della notizia»
IO: «Così al centro che tra un po' rischi di trovarti la Santanchè in casa. L'hai vista ieri sera a Matrix, seduta sul marciapiede?»
AF: «Ho cercato, ma le sue sopracciglia profondamente assimmetriche mi distraevano»
IO: «Ti capisco. Vabbè io speravo di vederti passare»
AF: «Avrei potuto rilasciare interviste»
IO: «Certo, dopo gli autografi sul Milano-New York...»
AF: «Scema. Guarda che sulla questione degli scontri tra egiziani e sudamericani io ho un'opinione ben precisa»
IO: «Maturata in anni di riflessioni sul'argomento?»
AF: «Una volta mi sono fatto un barista egiziano»
IO: «Inchiesta sul campo: mi piace. Quindi?»
AF: «Quindi gli africani ce l'hanno più grosso dei sudamericani. Dobbiamo ancora discutere su chi cacciare e chi tenere nel quartiere?»



Cattive maestre

2010-02-15T16:39:17.489+01:00

Venerdì sera Courtney Love ha tenuto una lezione davanti agli studenti della Oxford University. Qui il servizio di Sky Tg24.






... per tutto il resto ci sono gli amici froci/7

2010-02-07T20:10:54.181+01:00

Discoteca Plastic, ore 4.30 del mattino. Dopo aver cercato inutilmente di rimorchiare [omissis] spinta dalla disperazione e dall'ora tarda la povera single eterosessuale si mette a limonare con un biondino la cui unica qualità è quella di trovarsi nel posto giusto all'ora giusta. Finito di limonare la nostra SE tutta contenta prende per mano il biondino e decide di portarlo in consolle per esibire il trofeo all'amico frocio.
SE (con il tono di una undicenne che ha appena tirato giù dallo scaffale del negozio il suo giocattolo preferito): "Hey, guarda cosa ho trovato!"
AF con uno sguardo tra il disgusto e il raccapriccio e con il tono che solo la mamma dell'undicenne di cui sopra potrebbe avere: "Rimettilo subito dove l'hai preso".



Quella volta in cui Mario Luzzatto Fegiz mi raccontò di quando si faceva di coca con i musicisti

2010-02-05T14:29:40.875+01:00

C'è l'episodio di Londra: pur non essendo andato alla conferenza stampa di Madonna, scrisse di esserci stato e descrisse la cantante "con una acconciatura vagamente anni '70, biondissima, avvolta in una camicia di lamé". Peccato fosse tutto copiato dal lancio dell'Ansa. C'è l'aneddoto di Sanremo: Elton John era dato come superospite e cancellò all'ultimo minuto, ma il giorno dopo su alcune edizioni del Corriere della Sera (non Roma né Milano, ma Parma ad esempio sì) uscì ugualmente la recensione della sua esibizione mai avvenuta ("È evidente che c'è stato un problema tecnico. Se fosse stata colpa mia mi avrebbero licenziato"). C'è la gaffe del necrologio di Andrea Parodi dei Tazenda: peccato che i dettagli biografici si riferissero alla vita del jazzista Paolo Fresu (però poi si è scusato, con un messaggio postato sul sito di Fresu). C'è la frase "le cose per le quali vale la pena vivere sono le donne e la cocaina", che non smentisce, ma anzi rilancia: "Devo averla sicuramente detta. Anzi, credo di aver aggiunto anche la barca a vela". Mario Luzzatto Fegiz è da oltre 30 anni il giornalista italiano musicale più longevo e famoso, capace di trasformarsi lui stesso in personaggio (rockstar?), testimone e protagonista assoluto di una stagione che – un po' per culo, un po' per congiuntura storica favorevole – è al giorno d'oggi irripetibile. "Ho fatto una vita incredibile: viaggiavo pagato benissimo dal giornale per andare a dire se un concerto era bello o brutto. Sarà stato mica un lavoro, no?". Fegiz entra in Rai a 19 anni, grazie a un concorso per programmisti registi. Viene affidato alla redazione di un programma che si intitola Per voi giovani con a capo Renzo Arbore. Seduto sul divano della sua bella casa con terrazza vista Madonnina, con a fianco la giovane compagna, lui la racconta così: "Un anno decidemmo di fare un colpo di stato per far fuori Arbore. Andammo a parlare al direttore di rete cercando di convincerlo a fare la diretta, cosa di cui Arbore sapevamo essere terrorizzato. Il direttore di rete accettò e, invece, come previsto, Arbore rifiutò, così presi il suo posto.All'epoca non mi occupavo di musica, ma dei servizi parlati. Portavo giacca, cravatta e capelli a spazzola. Forse fu questo a convincere la direzione a darmi la gestione della parte musicale, argomento di cui non capivo un cazzo, cosa che ancora oggi molti sostengono". La fortuna di Fegiz bussa però alla porta sotto forma di due musicisti che all'epoca facevano il giro dei programmi per far sentire le loro canzoni, sperando che qualcuno si convincesse a passarle. "Un giorno nel mio ufficio arrivarono due persone: erano Mogol e Battisti. Mi fecero sentire una canzone che faceva: "Che ne sai tu di un campo di grano…". A me sembrò subito un capolavoro. Chiesi perché la facessero sentire a me che ero l'ultima ruota del carro, e Mogol rispose: "Perché Arbore sostiene che questa canzone non ha un futuro". Io la lanciai, finì prima in classifica. Era il gennaio del 1971". A 23 anni Fegiz entra al Corriere della Sera grazie alla raccomandazione di un'amica del padre, proprietario della Doxa. "Il Corriere mi fece un contratto da 200mila lire al mese ma senza esclusiva per cui continuai a fare la radio". All'epoca il direttore era Spadolini. Da allora ha visto passare più direttori lui di chiunque altro: Ottone, Di Bella, Cavallari, Ostellino, Stille, Mieli due volte, Folli, De Bortoli due volte. "Sono sopravissuto a 11-12 direttori: peggio dei papi. Pensi a quante ne ho viste. Il più fantastico è stato Ottone. Aveva capito l'importanza della musica leggera, del puntare sui giovani. Grazie a lui ebbi uno spazio stra[...]



Quella volta in cui chiesi a Jason Reitman: "Ti hanno mai detto che sembri il gemello di Dave Grohl?". E lui rispose: "Sì"

2010-02-02T12:23:17.612+01:00

 Se George Clooney, pur sconfitto ai Golden Globe, dovesse vincere l'Oscar come attore protagonista dovrà ringraziare questo ragazzo canadese dall’aria da rockstar (camicia a quadrettoni e cappello di lana: molto grunge), le idee chiare, l’abitudine ad esporle alla velocità della luce e il vizo di passarsi sempre le mani tra i capelli quando lo fa. A soli 31 anni Jason Reitman è visto come 20 anni fa si guardava a un altro amico di Clooney, Steven Sodenbergh ovvero come al più promettente regista di Hollywood, quello che appena arrivato ha prima incuriosito, poi stupito infine convinto. Per Reitman la sequenza è stata così: prima Thank you for smoking (nominato a due Golden Globe), poi Juno (vincitore dell’Oscar per la sceneggiatura originale, ma candidato anche come miglior regia), infine Tra le nuvole, il film adulto, quello che unisce con un tocco davvero originale e raro commedia sentimentale e analisi sociale. Soprattutto, quello che pur avendo come protagonista un maschio cinquantenne solitario e senza legami che per lavoro vola da una parte all’altra degli Usa licenziando persone con spietata freddezza, dimostra la capacità di Reitman di raccontare e far parlare le donne come pochi registi sanno fare (bellissima la scena in cui la matura Vera Farmiga e la giovane Anna Kendrick si confrontano su quello che donne di diversa età cercano in un uomo).Da “Juno” alle due protagoniste di “Tra le nuvole”. Si direbbe che lei è più interessato a raccontare le donne che gli uomini.«È che mi sembra che le storie maschili siano state già tutte raccontate, mentre sulle donne ci sono ancora così tante cose da dire. E poi sono convinto che le donne di adesso siano estremamente interessanti: questa generazione è la prima ad avere avuto un accesso totale e illimitato al mondo del lavoro ed è la prima a sperimentare sulla propria pelle quanto sia difficile conciliare carriera e il desiderio di una famiglia».Ne conosce tante di donne così?«Sono le donne figlie di quelle che hanno fatto il femminismo e quindi cresciute con l’illusione di poter avere tutto e che arrivate a  30 anni si rendono conto che forse tutto non potranno avere. Sono donne estremamente intelligenti. Mia moglie è tra queste».Il dialogo tra Alex e Natalie sulla lista di cose che si cercano in un uomo quando si hanno 20 anni e quando se ne hanno 35 è talmente veritiero che sembra incredibile l’abbia scritto un uomo. Come ha fatto?«Ho chiesto aiuto a mia moglie: le ho chiesto di immaginare che cosa la lei di adesso avrebbe detto alla lei di quindici anni prima. Praticamente ho solo dovuto trascrivere mentre lei parlava: il dialogo era già bello fatto».Lei è sposato, ha una figlia. Cosa c’è in lei di Ryan Bingham?«Le sue paure sono anche le mie. Anche se sono sposato, ho una bambina stupenda e la mia vita non potrebbe essere più soddisfacente, anche a me capita a volte di fantasticare su come sarebbe non avere nessun legame, ripartire da zero in un luogo nuovo. È un pensiero eccitante».Anche lei ha la passione di viaggiare e accumulare miglia?«Negli aereoporti mi incanto spesso davanti al tabellone con gli orari dei voli: sto lì davanti, scelgo la destinazione col nome più esotico e poi cerco di immaginare come sarebbe la mia nuova vita laggiù».Si dice che, in fondo, un regista fa sempre lo stesso film. Ammesso che sia vero, lei fa sempre film su che cosa? Forse la voglia delle persone di comunicare tra di loro?«Direi di sì. Mi piace la gente, mi incuriosisce. Sono affascinato dalle relazioni umane, dal modo in cui la gente comunica e molto spesso non si capisce. Cred[...]



Quella volta in cui Richard Gere cercò di convertirmi al buddismo (e non ci riuscì)

2010-01-11T23:34:58.060+01:00

Magari non lo fa di proposito, ma Richard Gere ha il vizio di far sentire frivola la povera giornalista arrivata a intervistarlo. La prima volta è stato a Venezia, due anni fa. Lui era protagonista di The hunting party, sulla guerra in Bosnia.  Io, siccome si era pieno delirio Brad e Angelina, volevo sapere che cosa si prova a essere la coppia più bella del mondo da uno che nel breve periodo del matrimonio con Cindy Crawford ha rappresentano il prototipo di tutti i Bangelini di qua a venire. Non ci fu verso di avere una risposta. In compenso si parlò molto di Olimpiadi in Cina, di buddismo, di tecniche di meditazione. Tutte cose interessantissime, per carità, ma siccome nulla è nostalgico e interessante come i nostri sedici anni e siccome io a sedici anni o giù di lì avevo i suoi poster in cameretta, è comprensibile che ritrovandomelo davanti la prima mia curiosità non siano i suoi incontri col Dalai Lama. Due anni dopo va un po’ meglio. Di diverso ci sono i film in uscita, ben due. Il primo si intitola Amelia, storia della pioniera dell’aviazione Amelia Earhart, la prima donna ad aver sorvolato l’oceano Atlantico (interpretata da Hilary Swank). L’altro è il film che non ti aspetteresti  da uno come lui, parlandone al passato. Si intitola Hachiko: il tuo migliore amico ed è tratto da una storia vera, quella di un cane che per dieci anni ha aspettato il padrone morto nel luogo dove era solito incontrarlo tutti i giorni dopo il lavoro. Una storia che ha commosso tutto il Giappone e che, portata sullo schermo, ha mantenuto tutta la tenerezza e la originaria capacità di far piangere (mai visti tanti nasi rossi in sala). Capelli bianchi, completo scuro, fisico asciutto, Richard Gere risponde ad ogni domanda con lunghi monologhi nei quali, prima o tardi, fanno capolino in ordine sparso il buddismo, la felicità, la capacità di aprirsi agli altri. Ad esempio, parlando del protagonista del film, il cane Hachiko, Gere lo paragona a uno yogi: «È lì che aspetta il suo padrone: non soffre, non spera, non chiede nulla, non rimugina sul passato. Aspetta e basta. È esattamente quello che si fa durante la meditazione».Il mondo degli uomini non ci fa una bella figura se paragonato a quello degli animali: sembra che solo questi ultimi siano capaci di sentimenti puri?«Anche il mondo animale può essere crudele e spietato, senza contare che ci sono specie animali che praticano il cannibalismo. Però capisco che ci sia la tentazione di guardare agli animali e di invidiare la loro semplicità, l’assenza di responsabilità. Alla fine però credo che appartenere al genere umano sia ancora preferibile e le spiego perché. Primo, perché noi, a differenza loro, possiamo farci domande sullo scopo della vita, sulla direzione che vogliamo prendere, su cosa vogliamo diventare. Secondo, perché noi soffriamo e sbagliamo,  e sono proprio le nostre sofferenze a darci l’energia per realizzare grandi cose».Ammetterà però che un tipo di amore così incondizionato come quello di Hachiko verso il suo padrone è sempre più difficile da trovare nella nostra società?«È vero. Compriamo e vendiamo amore come se fosse una merce di scambio. L’unica forma di amore ancora sincero è forse quella dei genitori nei confronti dei figli, soprattutto le madri».È l’egoismo che impedisce agli adulti di amarsi in modo sincero?«È difficile amare se non ci si lascia andare completamente. Noi adulti siamo tutti molto protetti dietro barriere che noi stessi abbiamo costruito. Siamo sempre sulla difensiva, incapaci di metterci a nudo, di farci vedere. Ci riusciamo [...]



L'immancabile statistica (lo so, serve un nuovo titolo per questa rubrica: si accettano suggerimenti)

2010-01-10T17:29:34.225+01:00

numero di voli presi: 6numero di voli mai presi ma di cui avevo già acquistato il biglietto (vedi anche ala voce soldi buttati): 1numero di treni mai presi ma di cui avevo già acquistato il biglietto (come sopra): 1numero di biglietti rimborsati tra quelli comprati e non usati: zero (tranne le tasse del volo aereo, circa 300 bath)numero di traghetti presi: 2volte in cui ho preso il taxi: 7volte in cui ho preso l'autobus (linea 15): 5volte in cui ho preso la metropolitana: 3numero di volte in cui ho preso lo sky train che è diverso dalla metropolitana, non chiedetemi perché ma è così, ci sono pure sistemi di biglietti diversi, uno a scheda, uno a gettone: 4numero di volte in cui ho preso l'elefante: 1numero di alberghi in cui ho dormito: 5di cui nella sola bangkok: 4lezioni di thai box: 7di cui a bangkok in quella che ho poi scoperto essere la seconda palestra più famosa di tutta la città: 6corsi di scuba diving frequentati: 1per un totale di immersioni fatte: 2date non pianificati con uomini mai visti prima nel senso che ci si ritrovava seduti vicini a cena e si cominciava a parlare: 4di cui seguiti da "e se andassimo a bere qualcosa"?: 5di cui seguiti da scambio di email: 5di cui ho effettivamente ricevuto una mail: zerocoppie viste in cui lui occidentale-lei thailandese: ho smesso di contarle dopo le prime tre orecoppie viste in cui lei occidentale-lei orientale: zerouomini incontrati effettivamente trombabili o comunque sui quali poter fare una qualche forma di pensiero  del tipo "eh però" detta anche mozione quattro minuti: 4così etnicamente rappresentati: un thailandese, un inglese, un greco, un americanodi cui effettivamente trombabili anche al di fuori del contesto vacanza: 2di cui così trombabili da prendere addirittura in considerazione l'ipotesi di quadruplicare i minuti, trasferirsi a londra, chiamare i nostri futuri bambini emma e james jr: 1con cui è effettivamente scattata l'opzione 4 minuti: 1numero di volte in cui ho pianto: 2di cui per tutta la notte senza praticamente mai chiudere occhio: 1numero di amici a cui ho telefonato piagnucolando: 2numero di email inviate: 22numero di aggiornamenti di friendfeed: 17numero di aggiornamenti su facebook: 20numero di massaggi fatti: 13numero di frullati alla banana bevuti: 9numero di chili persi: zeronumero di volte in cui sono stata scambiata per una francese: 2numero di borse tarocche comprate: 1numero di scarpe comprate: 2di cui rosa col tacco: 1numero di dvd tarocchi comprati: 26numero di magliette comprate: 4numero di volte in cui ho pensato che sarebbe stato bello avere un uomo accanto: 2numero di volte in cui pensando che sarebbe stato bello avere un uomo accanto e pensando a un certo uomo ho pensato di scrivergli e dirglielo: 1numero di volte in cui ho però pensato "sì, ma se gli scrivo poi riapriamo una cosa che non voglio riaprire e quindi meglio di no" e così per non scrivere a lui ho finito per scrivere a uno di cui non me ne frega un cazzo: 1numero di volte in cui ho rischiato la vita guidando dalla parte sbagliata della strada: 1numero di volte in cui sono rimasta senza soldi: 2numero di volte in cui non sapevo che cavolo fare e meno male che c'era la mia michetta che mi ha detto di chiamare il customer service dell'american express: 1numero di volte in cui ho effettivamente chiamato il customer service dell'american express si è dimostrato l'unico customer service degno di questo nome e mi ha tirato fuori dai guai: 2numero di volte in cui ho pensato "macchè principe azzurro, macchè fidanzato, l'importante è avere una amex in[...]



... per tutto il resto ci sono gli amici froci/6

2009-12-24T02:50:12.431+01:00

Io: "Non ci credo. Una settimana di telefonate, di picci, di tesoro, di amore e poi stasera mi dice che siccome si è fermato al bar con gli amici e ha fatto tardi allora non viene a casa mia"
AF: "Vuoi la guerra?  Che ne dici di: "mi si è scaricato il telefono"?"
Io: "Ok. Hai vinto tu".



It's their party and I cry if I want to

2009-12-22T16:54:38.253+01:00

In questo momento sta andando in onda l'ultima puntata di Condor, la trasmissione di Radio Rai2 condotta da Luca Sofri e Matteo Bordone. A parte che la trasmissione a me piaceva, a parte che loro due sono miei amici, a parte che in redazione ci lavorava Ilaria Mazzarotta che è anche lei amica mia, ecco, se queste non fossero motivazioni sufficienti, c'è anche che Condor è stata fino ad ora la prima ed unica trasmissione radiofonica ad avermi invitato come ospite parlante, non una ma ben tre volte. Ciao amici.



... per tutto il resto ci sono gli amici froci/5

2009-12-20T19:48:53.419+01:00

AF: "Dai, è carino"
Io: "Mah"
AF: "Guarda che ti ho visto trombare di molto peggio"
Io: "Senti chi parla"
AF: "Ma se non trombo da una vita. Ormai solo limonare come i sedicenni. Limonare è la vera tendenza del 2010. Come il ritorno alla sartorialità"
Io: "Ma infatti. Anche io non farei altro"
AF: "E allora limona. È pure carino"
Io: "Eh, ma non è uno tanto da limone, te l'ho detto. È un po' strano"
AF: "E che faceva? Ti leccava le scarpe?"
Io: "Fortunatamente si è limitato a guardarle"
AF: "Magari era un po' fatto"
Io: "Ma no. Tutto l'opposto: non fuma, non beve, un po' fissato con l'igiene"
AF: "Un serial killer!"
Io: "Molto bene. Ti ringrazio"
AF: "Magari ti fa a pezzetti e poi ti mette nel frigo"
Io: "Magari è uno di quelli fissati con la magrezza... "
AF: "E prima di ammazzarti ti riduce all'anoressia. Fossi in te correrei a chiamarlo"
Io: "Vado"






Best endorsement ever

2009-12-15T12:01:51.490+01:00




Mammina cara

2009-12-15T11:40:54.270+01:00

Pare che Courtney Love abbia perso l'affidamento della figlia Frances Bean. Adesso chi la sente quella. Transennatevi i vostri twitter.
(PS scopro adesso che ha cancellato twitter mesi fa. un'ottima scusa per riaprilo)