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pioggia blu



Io sono sempre stata come sono/ anche quando non ero come sono/ e non saprà nessuno come sono/ perchè non sono solo come sono. (Patrizia Valduga)



Last Build Date: Thu, 17 Sep 2015 04:55:00 +0000

 



Un filo d'ombra

Thu, 18 Aug 2011 08:26:00 +0000

Tulum, Yucatan, a photo by artemisia1 on Flickr.Sulla costa dello Yucatan il termometro segna oltre 40 gradi, e sono appena le nove di mattina. L'umidità è del 90%. Ma niente può farmi demordere dal mio proposito: armata di cappello, bottiglia d'acqua e scarpe ragionevoli oggi visiterò le rovine della città maya di Tulum. Gli altri hanno scelto di andare nuotare coi delfini, e forse, viste le temperature, qualcuno potrebbe considerarla un'idea migliore. Non io - io voglio vedere gli altari dei sacrifici umani, l'ossidiana, il grigio della pietra calcarea contro l'azzurro del cielo. Il gruppo consiste prevalentemente di americani, due tre olandesi, una coppia finlandese e io. La guida giustamente si preoccupa per noi. Offre ombrelli per ripararci dal sole, ma l'immagine mentale delle turiste giapponesi d'agosto in Piazza Signoria basta a farmi rifiutare sdegnosamente. Che diamine, non vengo mica dall'Alaska, che vuoi che sia un po' di caldo, lo reggerò benissimo.L'aria è di fuoco. Ascolto le spiegazioni della guida bevendo acqua già tiepida. C'è chi cerca il filo d'ombra di una palma, chi si stringe sotto l'ombrello. La temperatura sale insieme al sole, e penso che probabilmente ci stiamo avvicinando ai cinquanta. Dal mare proviene un venticello ingannatore. Un iguana mi guarda interessato tra le rovine. È quando la guida inizia a parlare dei rituali sacrificali dei nobili maya che mi esplode il sudore. "Sono state rinvenute delle lunghe catene con grani di pietra, simili a lunghi rosari, che le nobildonne si facevano passare attraverso la lingua, raccogliendo il sangue in recipienti che consegnavano agli altari..." una strana sensazione di vuoto allo stomaco "... mentre i nobiluomini usavano strumenti simili facendoli passare attraverso il pene..." il sudore mi scende a fiumi sul petto e nell'incavo della schiena, i capelli sotto il cappello sono ormai fradici. La mia testa è stranamente leggera. Curiosamente, ma una palma comincia a girare come il mio stomaco, mentre i fili dell'erba si fanno sempre più vicini.Istintivamente mi appoggio alla persona che mi ritrovo accanto, che prontamente mi trattiene. "Excuse me, it's very hot" - osservo, cercando di rimettermi in piedi. La guida si interrompe, chiede se va tutto bene. Il tipo a cui mi sono appoggiata per fortuna è solido, e soprattutto gentilissimo e dotato di una bottiglia termica con acqua fresca e di un ombroso cappello sopra il pizzetto bianco. È uno di quegli americani rassicuranti, well educated, democratici e impegnati nelle battaglie dei diritti civili che fortunatamente ancora popolano questo mondo inospitale. Mi riaccompagna all'autobus, sconfitta. "Non vedevo l'ora di trovare una scusa per venire via anch'io", replica alle mie proteste. "Fa semplicemente troppo caldo. " Quando poi poco dopo torna con una Corona gelata col lime, lo nomino ufficialmente mio eroe.Si chiama Ken, è di Seattle ed è appena andato in pensione. Con la facilità alla conversazione tipica dei suoi connazionali, in poco tempo mi racconta la sua vita e senza sforzo apparente riesce a forzare la mia proverbiale riservatezza. Finisce col chiedermi del mio lavoro. Improvvisamente la conversazione cambia tono: lo vedo attento, allertato. Di brutto, mi chiede se ci sono novità nel trattamento del glioblastoma multiforme grado IV. Silenzio. Mentre gli chiedo il motivo della sua domanda già indovino la sua risposta. "È Sue, mia moglie. " E anche lui la mia risposta la sa già.Finiamo la birra, tornano gli altri, l'autobus riparte. Ken mi parla e io lo ascolto - perchè non cerca risposte, ma qualcuno che lo ascolti senza fare domande inutili - un filo d'ombra, sotto cui riposare.[...]



Traslochiamo

Wed, 11 Feb 2009 11:33:00 +0000

Pioggia blu ha cambiato casa.

Da qualche giorno, abbiamo cominciato ad impacchettare tutto in grandi scatoloni virtuali: i post, i commenti, le foto, i link. Ieri è arrivata la ditta dei traslochi, la Mucca Gialla, che si è rivelata affidabile. Non credo che abbiamo perso un solo scatolone.

Sto ancora arredando le stanze nuove. Ho appeso qualche quadro, spolverato i divani, preparato un tè. Non è ancora tutto in ordine, ma spero che avrete pazienza.

Accomodatevi.
Vi aspetto.


Grazie a Mucca, Henry, Auro.



Nel paese delle ultime cose

Tue, 10 Feb 2009 10:03:00 +0000

(image)
(Isole Lofoten, Norvegia. Foto: Trude)
Ora la mia mente fa fatica a distinguere ciò che è o non è successo, i giorni, le notti, il cielo sopra di me, i sassi per terra. Mi sembra di ricordare di aver guardato a lungo verso l'alto, come per cercare in questo cielo qualche mancanza, qualche eccesso, qualcosa che lo rendesse diverso da altri cieli, come se il cielo potesse spiegare le cose che vedevo tutt'intorno a me.
Paul Auster, Nel paese delle ultime cose



Contro natura

Sat, 07 Feb 2009 15:58:00 +0000

«Farla sopravvivereè andare contro natura» Il filosofo cattolico: la Chiesa e il governo politicizzano una cosa metapolitica MILANO — «Ma ancora non c'è nulla di deciso, vero?», chiede Giovanni Reale. «Il decreto del governo è un errore, si oppone all'idea di libertà su cui è radicato il concetto occidentale dell'uomo. E lo dico da cattolico». «Napolitano ha fatto il suo dovere di Presidente, ha richiamato l'attenzione sulla sostanza della Costituzione. Un uomo saggio. Almeno uno». «Sopravvivenza a prezzo di vita». Quando entra nel merito della vicenda di Eluana Englaro, cita il francese Jean Baudrillard. Da 17 anni, per Reale, Eluana Englaro sopravvive a prezzo della vita. «La tesi portata avanti da molti uomini della Chiesa, e ora anche del governo, è sbagliata e va corretta — dice il filosofo —. Nel caso di Eluana vedo un abuso da parte di una civiltà tecnologica totalizzante, così gonfia di sé e dei suoi successi da volersi sostituire alla natura. Si è perduta la saggezza della giusta misura. La Chiesa, e il governo insieme a lei, sono vittime di questo paradigma culturale dominante». Racconta di sua madre. «Era all'ospedale con il cancro, i medici volevano riempirla di tubi. "Potremmo prolungarle la vita di qualche mese", dicevano. Io ero frastornato. È stata lei a decidere: lasciatemi morire a casa, nel mio letto. In quel periodo stavo traducendo il Fedone di Platone e anche lì, con parole diverse, ho ritrovato il senso di quel desiderio di mia madre. Quando Socrate deve bere la cicuta, qualcuno gli suggerisce: "C'è ancora qualche ora, attendi finché il sole non sia tramontato". Ma non ha senso aggrapparsi alla vita quando ormai non ce n'è più». Se mi trovassi nella condizione di non aver più speranze di guarigione, aggiunge Reale, «non avrei dubbi su cosa scegliere». Anche la Chiesa condanna l'accanimento terapeutico. Ma un sondino per l'alimentazione è accanimento terapeutico? Su questo ci si divide. «La Chiesa dice molte cose sagge. Per esempio: si può rinunciare all'utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo. Ed è proprio questo il caso di Eluana: qui non c'è stata proporzione e non c'è nessuna ragionevole speranza di esito positivo. E allora? Perché questo accanirsi contro di lei?». Reale, da credente, rivendica la libertà di coscienza dei cattolici sul caso di Eluana. Di più: dice che la libertà di coscienza «è un preciso dovere morale» e si affida a un'altra citazione, questa volta un aforisma di Gomez Davila: «Ciò che si pensa contro la Chiesa, se non lo si pensa da dentro la Chiesa, è privo di interesse». «Ecco — riprende — molte critiche che vengono dall'interno sono costruttive. Io critico il paradigma culturale che vorrebbe tenere in vita Eluana contro la natura, e la fede con questo non ha nulla a che fare, la fede è al di sopra della cultura, il suo compito è fecondare la cultura stessa». Se il diritto alla vita perde la precedenza su tutti gli altri valori, sa anche lei quale potrebbe essere il prossimo passo: parlare in termini meno ideologici di eutanasia. «Errore. Io non lascio aperto nessuno spiraglio all'eutanasia. Non dico: fammi morire. Ma: lasciami morire come ha stabilito la natura. Né io, né tu. La natura. Prendiamo il caso di Piergiorgio Welby, che ho seguito da vicino. Welby sostanzialmente non disse: staccate la spina. Ma: lasciate che la natura faccia il suo corso, non fatemi restare vittima di una tecnologia che costruisce qualcosa di sostitutivo e artificiale rispetto alla natura. È un'affermazione identica a quella che si dice abbia fatto Giovanni Paolo II: lasciatemi tornare alla casa del padre. Il secondo aveva fede, il primo no. Per Welby era andare nella notte assoluta, per il Papa nella vita. Ma dal punto di vista umano è la stessa condivisibile richiesta». A complicare il caso di Eluana c'è la questione della ricostruzione della sua volontà presunta. «Chi più del padre[...]



Annuncio

Fri, 06 Feb 2009 07:46:00 +0000

(image)



Dare to dream

Tue, 03 Feb 2009 20:12:00 +0000

(image) (foto: Fabio B, Prospettive Musicali)



The priest

Tue, 03 Feb 2009 11:41:00 +0000

He reached past the wine for my hand to hold
and he saw me young and he saw me old
and he saw me sitting there
then he took his contradictions out
and he splashed them on my brow
so which words was I then to doubt
when choosing what to vow
should I choose them all
should I make them mine
the sermons, the hymns and the valentines
and he asked for truth
and he asked for time
and he asked for only now

(Joni Mitchell, "The priest")



L'altra città

Fri, 30 Jan 2009 13:58:00 +0000

Ogni mattina, dalla stazione alla tua stanza, tagliavo in due la città come una ferita.
Le facce degli studenti che risalivano il corso erano gonfie di sonno e amori sudati nei letti d’affitto. Io, sveglia da ore, respiravo dai portici odore di caffè con troppo zucchero, e acquistavo speranza attraversando lo stesso pigro fiume che avevo lasciato più a monte, un’ora prima.

Ancora la città respirava tranquilla quell’inizio d’estate, ancora la torre era bianca sul verde del camice che indossavo, ogni mattina più sporco e inutile. Io tornavo ad accarezzarti, ad ascoltare i tuoi sogni , come una volta sulla coperta a piccole geometrie che percorrevo con le dita incontrando le tue, ma le tue dita ora erano diverse, morbide e molli sotto la mia spugna. A mezzogiorno la città entrava nella tua stanza col suono delle campane, e tu mi domandavi ogni giorno in quale città eravamo, perchè non la vedevi, e mi chiedevi come andava la Grande Guerra, e mi chiamavi crocerossina, immaginavi ritirate e brande di feriti, e io ti accompagnavo per corsie immaginarie, ospedali da campo e treni bianchi dai finestrini oscurati. A volte, quello che tu chiamavi il tenente medico veniva a parlarmi di te, e sembrava veramente un tenente medico, serio, timido e gentile.

La sera ti lasciavo. Scendevo la scala di marmo ed uscivo nel parco soffocante, e la ferita della città si riapriva sotto i miei passi. La tua ombra mi era accanto, ogni sera più vicina, e ogni sera la Piazza dei Cavalieri mi pareva più immensa e calda, ma erano i miei occhi ad essere annebbiati, e la mia gola chiusa. Io e la tua ombra percorrevamo per mano i portici ora illuminati, il ponte sul fiume ora scuro, e la tua ombra mi guidava fino al treno che mi riportava via, oltre la linea della notte.



Camera obscura

Wed, 28 Jan 2009 14:05:00 +0000

Dal buio dilaniato
si dilata il presente
interrotto spalanca
spuma d'avide nubi
al rovescio dell'oggi

vela parete
culla gli ormeggi
e scorre sui miei piedi
eradicati
gira
la lente
il mio vuoto la frena
la capovolge


e vortice di tempo mi trasluce



Beata gioventù

Mon, 26 Jan 2009 09:44:00 +0000

Devo consegnare dei documenti ad un collega. Busso alla porta del suo ufficio, non c'è. Invece, c'è uno studente, che non conosco. "M. è uscito un attimo", mi dice. "Ripasso dopo, non importa." Un'oretta più tardi, in corridoio, incontro M. "Eri tu che mi cercavi?" "Sì, era per quei documenti." "No, perchè lo studente che è lì da me mi ha detto che era passata una bella donna, una bruna sui trentacinque anni..."

La dieta sta cominciando a funzionare.

La luce diffusa del mattino ha i suoi vantaggi.

Mi SENTO dieci anni più giovane.

Prendetemi pure in giro, non me ne importa niente.




Implacabile

Thu, 22 Jan 2009 08:47:00 +0000

Bambina malaticcia, lunga giornata da passare a casa. Dopo due partite a scacchi (che ho perso), due ore di giocare all’ospedale degli animaletti Pet-Shop, e infiniti tentativi falliti di farle mangiare qualcosa, siamo stanche tutte e due. Con la stanchezza, aumenta il bombardamento delle domande: I “perchè?” e i “cos’è?” , a ripetizione. Con la stanchezza, cala proporzionalmente la mia pazienza (che già in partenza non è la mia virtù più ferrata).

A questo punto, mi accorgo con orrore che qualcuno ha spostato l’ordine sacro dei miei libri nella libreria. Rivolgo uno sguardo accusatorio alla piccola: “Perchè hai spostato i libri? Lo sai che non lo devi fare.” Tiro fuori il libro “fuori posto”, un vecchio esemplare dell’”Emilio” di Rousseau che era di mia madre, doppiamente sacro. “Che libro è, mamma?” “È un libro… che parla di un bambino.” “E che bambino è?” Sento che le parole mi escono senza che io le controlli, sono stufa di spiegare. “È… un bambino.” “Sì, ma che libro è?” (implacabile). “È un libro di pedagogia, Maria.” “E che cos’è la pedagolia?” “È la disciplina che studia come si educano i bambini, va bene?!” sbotto io, rimettendo con forza il libro sacro al proprio posto.
“Ecco. Ed è in quel libro lì che ti hanno insegnato ad alzare la voce?”

Rimango appoggiata alla libreria, ridicola, sconfitta. Senza parole.



Nostalgia

Tue, 20 Jan 2009 10:03:00 +0000

"I sentimenti inconfessati non si dimenticano."




Bellezza

Sun, 18 Jan 2009 17:20:00 +0000

(image)
Ella vedeva dal suo amore e dal silenzio nascere un gran sogno e dilatarsi nel tramonto. Ella tacque, sotto lo sguardo di Andrea; e un poco sorrise. Ella aveva detto: con te! Pronunziando quelle due sillabe, ella aveva chiuso gli occhi: e la bocca era parsa più luminosa, quasi che vi si fosse raccolto anche lo splendor celato dalle palpebre e dai cigli.

-Mi sembra che tutte queste cose non siano fuori di me, ma che tu le abbia create nell'anima mia, per la mia gioia. Ho questa illusione in me, profonda, ogni volta che io sono innanzi a uno spettacolo di bellezza e che tu mi sei vicino.


Gabriele D'Annunzio, "Il piacere"



La città

Tue, 13 Jan 2009 14:34:00 +0000

Vide la città per la prima volta in un giorno di aprile, a sedici anni, camicia da uomo lunga su jeans slavati. Le aveva portate lì un treno prebellico, lei e un’amica flautista con una camicia quasi uguale alla sua. Non avevano mai pranzato al ristorante da sole. Il cameriere parve loro vecchissimo, gli tremavano le mani. Parlava la cantilena della città, e le faceva ridere. Tornò nella città, ed erano passati solo tre anni, con un uomo dal profilo rapace. Nelle stanze dagli alti soffitti affrescati, sul corso, le insegnò tutto quello che lei aveva voglia di imparare, e molto di più. Lei dimenticò amici,famiglia, cibo, sonno e futuro e visse solo di lui, nelle lunghe ore del giorno della notte, e la città le era intorno, ma lei non la vedeva. Un altro uomo, incontrato lontano dall’Italia, le parlò della città. Era quella della sua infanzia e adolescenza. La città evocata divenne per lei il gioco della sua voce, la luce dei suoi ricordi felici a lei inaccessibili, ma ai quali lei si scaldava, come si scaldava a lui, quando tutto intorno era freddo. Un altro uomo ancora, non lo incontrò mai. Rimase per lei parole, e una voce che parlava con la cantilena della città. Percorsero insieme le vie e le scalinate, immaginarono percorsi comuni, si sedettero su panchine inventandosi scorci. Costruirono un passato comune per riempire un presente tenue come un filo. Lei gli fu sorella, lui fratello perduto. Lei tornò ancora nella città insieme ad un altro uomo, il padre di sua figlia. Lo vide affrontare le salite con la bambina a cavalcioni sulle spalle, le gambe lunghe e lo sguardo sempre un po’ stupito, e la bambina rideva felice passando sotto gli archi, e la città era estiva e gli abiti leggeri, e la cantilena della gente era un brusio che la stordiva. E la bambina cadde correndo e si sbucciò un ginocchio, e bagnò di una goccia di sangue e due di lacrime la pietra. Un altro uomo fu un fantasma, nella stanza sui tetti. Lei lo evocò, nella sua solitudine, dalla sua solitudine, e lui le apparve, e per qualche attimo non furono più soli. Mentre il vento notturno impazziva tra i camini lui si fermò a guardarla, tenendo delicatamente i suoi seni e la sua anima tra le mani, cercando disperatamente il coraggio per farle del male. Si lasciarono in un'inevitabile alba gelida, sotto i portici deserti, accanto alle scale mobili. Era novembre. Passò il tempo. E la città fu ancora luogo di amici e allegria, di notti di parole di vino e baci, di pasticcerie e cappelli, di libri e segreti e caffè, maglioni rossi e bambine, pigiama a righe, regali, multe per divieto di sosta, pioggia e penne di sciamano. E le linee del tempo si incrociano come vene di tufo e la riportano ancora lì, nella città sempre uguale e mutevole, appoggiata alla balaustra a guardare la luce del tramonto accesa sulla valle, da sola. [...]



M

Sun, 11 Jan 2009 20:04:00 +0000

Non potevo impedirmi di immaginarlo vivo, di immaginare la sua casa come un luogo dove mi sarebbe stata possibile la sua cara conversazione. Allora la coscienza della sua morte creava un deserto orribile. Freddo metallico. Che cosa poteva importarmi che vi fossero altre persone da amare? L'amore che dirigevo verso di lui, accompagnato da tentativi interni, da scambi che potevano aver luogo soltanto con lui, era senza oggetto. Ora non lo immagino più come vivo e la sua morte non mi è più intollerabile. Il suo ricordo mi è dolce. Ma ci sono altri, che allora non conoscevo e la cui morte mi farebbe ora il medesimo effetto.


Simone Weil, L'ombra e la grazia



Rosso

Thu, 08 Jan 2009 10:11:00 +0000

Sto spiegando una faccenda abbastanza complicata ad un collega. Voglio far capire di essere preparata, documentata, seria. Mi concentro per non perdere il filo, scelgo bene le parole, mi sforzo di essere chiara,logica e analitica.

Lui appare molto interessato. Annuisce, mi lascia parlare senza interrompere. Mi ascolta - pare - con molta attenzione.

Faccio una breve pausa.

Lui mi sorride e dice:
"Il rosso ti dona".



Al-Shifa Hospital, Gaza, oggi

Sun, 04 Jan 2009 18:51:00 +0000

(image)
"E vi chiedo: Com'è possibile che un popolo come il nostro, con una tali poteri di creatività, rinnovamento e vivacità come noi, un popolo che ha saputo rinascere dalle ceneri ogni volta, oggi si trovi, nonostante la sua grande potenza militare, in un tale stato di impotenza e indifferenza, in uno stato nel quale esso è ancora una volta vittima, ma stavolta di se stesso, delle proprie paure, della propria cecità?"

David Grossman, dal discorso al memoriale di Yitzak Rabin, Tel Aviv, 2006



L'Occitane

Fri, 02 Jan 2009 17:09:00 +0000

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Stiamo rientrando dalla montagna. Le strade sono lastroni di ghiaccio. Infuria la tormenta di neve, la visibilità è scarsa. La mia offerta di guidare viene declinata seccamente, a monosillabi. Desisto, contrariamente al mio solito, perchè in realtà non credo sinceramente che ci riuscirei.

Però insomma, seduta sul sedile posteriore tra sci, orsacchiotti e mezzi panini, mi sento inutile come una ruota di scorta bucata. Osservo le due nuche davanti a me, una tesa ad evitare il guard rail e l'altra piccola, fiduciosa e un po' emozionata, che si gira a guardare le enormi stalattiti di ghiaccio che pendono dalle pareti di roccia.

Allora mi viene un'idea, per "ammorbidire" un po' l'atmosfera e contribuire con un po' di benessere al lungo viaggio che ci aspetta. Tiro fuori la mia favolosa crema per le mani nel tubo argentato e la offro al guidatore. Il quale accetta di buon grado, e io spremo generosamente...

Secondo me, invece delle mani, deve avere delle zampe di coccodrillo. Fatto sta che, mentre la mia pelle assorbe subito la crema e mi lascia le mani morbidissime, sulle sue mani la crema forma una pellicola untuosa che ne sigilla i pori. Il volante scivola come un'anguilla tra le sue mani. Cerca di asciugarsi con un fazzoletto di carta, ma l'untuosità della crema persiste nonostante sforzi titanici di frizione. Ho un'altra idea geniale: le salviettine umide, sono nel cruscotto. Purtroppo però il pacco si rivela congelato: è diventato un mattone, dal quale è impossibile estrarre anche una sola salvietta.

Mi viene un attacco di riso incontrollabile. La situazione precipita. Il guidatore s'incazza, maledice l'Occitane, le creme per le mani e tutte le erbe di Provenza. La macchina scivola impercettibilmente, i freni non fanno presa, io non riesco a smettere di ridere. Lui si spruzza disinfettante sulle mani, sperando che l'alcol neutralizzi l'untuosità, e mi lancia sguardi assassini dallo specchietto retrovisore.

Vai a fare del bene alle persone.



Buon anno a tutti, orsacchiotti e altri animali

Mon, 29 Dec 2008 21:56:00 +0000

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Ovunque

Fri, 26 Dec 2008 22:30:00 +0000

(image) (foto: hjo)


Come sarebbe stata la mia vita, se non avessi lasciato il mio paese? Più dura, più povera, credo, ma anche meno sola, meno lacerata, forse felice.
Quello che so, è che io ho scritto ovunque, e in ogni lingua.


Agota Kristòf
"L'analfabeta"



Altri Natali

Tue, 23 Dec 2008 09:14:00 +0000

(image)
Non a Betlemme, non in una stalla.
Ma in una baracca di lamiere e legno marcio, in un campo nomadi.
E’ questo il Gesù bambino del 2008.
Al freddo e al gelo, attende che i magi gli portino
latte caldo, antibiotici e acqua potabile.
Ma soprattutto spera che un giorno
le popolazioni rom e sinte vengano liberate dalla persecuzione razzista
a cui tutti partecipiamo.


(presepe di Giacomo Sorressa)

per Altri Natali



Scene di vita quotidiana

Sun, 21 Dec 2008 10:36:00 +0000



(image)
Maria, vocina innocente: "Mamma, cosa regalo a babbo per Natale?"
"Perchè non gli regali una cosa buffa... un paio di boxer con le renne..."
Indignatissima: "Mamma, non si scherza sul Natale! Il Natale è una cosa seria!"


Ascoltiamo la radio in macchina. Il cantante ha una voce orribile e canta malissimo. Maria lo ascolta in silenzio. Poi dice: "E qui uno capisce perchè dicono: tutti possono cantare..."


Maria sta cercando di convincermi a comprarle la ricarica del cellulare. "Ho solo 5 corone sul telefonino!"
"Ma puoi chiamare me e il babbo gratis!"
"E se devo telefonare alla nonna? Lei è sorda, mi fa ripetere le cose e le cinque corone finiscono subito."


Riordinando in camera di Maria, trovo nascosto un pacco di caramelle.
"E questo? Perchè l'hai nascosto?"
"Per la crisi finanziaria..."






Tutto è lontano

Sun, 14 Dec 2008 21:20:00 +0000

La nebba umida ha preso d’assalto la piccola stazione. Loro due, soli, stanno aspettando l’ultimo treno della notte. Nella sala d’aspetto, una stanza spoglia che odora di vecchie sigarette, la luce al neon li illumina impietosa.

Lui le parla di politica e non la guarda negli occhi. Non si siedono, restano in piedi, stretti nei cappotti come armature, appoggiati al termosifone spento. Come tanti anni fa, lui parla con passione. Come se, in quel momento, non esistesse niente di più importante da dire, e nessun altro al mondo di più importante a cui dirlo.

Eppure è cambiato. Non c’è più nella sua voce quella vena di disprezzo che la riempiva di piacere e la feriva. Il sarcasmo di una volta è diventato ironia. Il rivoluzionario è morto, l’intellettuale è rimasto, ma preoccupato, e stanco. Non c’è più in lui quella bellezza dura che solo lei vedeva, non è più invulnerable. È fragile, e profondo. Lo sberleffo e il lazzo feroce di allora hanno lasciato il posto ad un’indignazione dignitosa, profonda, meditata. In fondo alla sua voce lei sente una misericordia, e una stanchezza, nuova.

Una volta, l’avrebbe guardata negli occhi, per ore. `

E tutto è lontano, il mondo di lei e quello di lui, il passato e il presente, i loro figli, la città e il mattino. Ma sono ancora lì, sospesi in quell’attesa, lui a parlare e lei ad ascoltare, come sempre, a qualche minuto da un giorno nuovo.

Ora, lei ha freddo. Il rumore del treno le dà quasi sollievo. Lui si riscuote, si gira a guardarla. E allora lei vede i suoi occhi, come allora neri e profondi più della notte che ritrovano, uscendo sulla pensilina. Le prende il viso tra le mani, baciandola in fronte, come un padre. Come non ha fatto mai. Come forse non farà più. E ora non parla.

Lei si siede nello scompartimento deserto, e lo guarda sparire, a grandi passi, nella nebba umida.



Livsglede

Thu, 11 Dec 2008 21:04:00 +0000

Ferma ad un semaforo, il cervello perso nelle volute della suite francese n.5, bourrèe, lo vedo. All'inizio penso ad uno scherzo dell'immaginazione, uno di quegli assurdi errori di lettura che si fanno a volte, tipo ogni volta che invece di "maniglione antipanico" leggo "maniglione antipatico"...

Mi strofino gli occhi stanchi, il mascara mi brucia le pupille. La scritta però è sempre quella. È vera. Sul display luminoso di un autobus, a grandi lettere gialle, l'autista ha digitato, al posto della destinazione, la parola "Livsglede": gioia di vivere. L'autobus è vuoto, evidentemente sta andando al deposito, e attraversa così la città sepolta dalla neve, sfidando il buio e la tristezza con quel grido silenzioso.

Gioia di vivere.