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Orizzonti del gusto





Last Build Date: Wed, 04 Oct 2017 11:17:34 +0000

 



Soutè di cozze "à la grecque"

Fri, 20 Nov 2009 13:46:00 +0000

In queste tiepide giornate romane ho approfittato del mio balcone per pranzare fuori e per godermi gli ultimi scampoli di sole prima dell’arrivo dell’inverno. Ho preparato così qualcosa che ricordasse le vacanze in Grecia ed i pranzi in riva al mare... in particolare la scelta è caduta su un soutè di cozze, che ho assaggiato in un posto vicino Methoni (località sul Golfo Thermaico a ovest di Salonicco) famoso appunto per l’allevamento di cozze!.Incredibile a dirsi ma sino ad una trentina di anni fa, se si voleva mangiare cozze in Grecia si doveva andare nei pressi di Salonicco, a Kavala o in Calcidica oppure in un ristorante ateniese gestito da greci dall'Asia Minore; questi mitili erano infatti pressoché ignoti nel resto del Paese, poiché non crescono "selvatici" nell'Egeo, ma preferiscono le spiagge del nord-est del Paese, specialmente nei pressi del delta di un fiume o in luoghi con forti correnti che sono ricche di phytoplankton, di cui si nutrono.In particolar modo le cozze “selvatiche” erano molto amate dagli abitanti delle coste turche dell’Egeo, che le mangiavano in vari modi... al vapore, fritte, con il riso o ripiene. Fu così che i greci, che nel 1922 dovettero abbandonare la Turchia, le introdussero in Grecia, in particolar modo in Macedonia e in Tracia, dove molti di loro si erano stabiliti.Da allora l’allevamento delle cozze si è molto sviluppato in Grecia, che oggi, insieme alla Spagna, è uno dei maggiori esportatori nel nostro Paese. Il loro successo è dovuto soprattutto al rapporto alto di carne (succulenta e dal bel colore arancione) per mitile e di liquido..Ingredienti: 1 Kg di cozze, 5 cucchiai di evo, un cucchiaio di farina, una grossa carota, una grossa costa di sedano, il succo di un limone, un peperoncino fresco, sale..Pulite e lavate le cozze, mettetele in una casseruola, coperchiatele e ponetele sul fuoco per 5-6 minuti. Una volta che saranno aperte, toglietele dal guscio e mettetele da parte. Filtrate il loro liquido e mettetelo da parte. Fate soffriggere sedano e carota, tagliati a brunoise, in un tegame per qualche minuto; aggiungete la farina e mescolate bene. Versate il liquido e lasciate che si ritiri e si addensi. Infine aggiungete le cozze ed il succo di limone. Cuocete per altri 2-3 minuti. Servite con fettine sottili di peperoncino fresco.[...]



Maternità

Thu, 04 Jun 2009 17:02:00 +0000

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“Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere;
Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell'arco.”
Kahlil Gibran
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Essere madri, dal momento del concepimento in poi, è un’esperienza difficile da descrivere. Significa entrare in un mondo di sensazioni sconosciute, in cui si alternano angoscia e serenità, paure, gioie, dubbi e certezze... in cui la memoria è sensoriale. Sono convinta che ogni donna divenuta madre ha subito un cambiamento irreversibile, in modo diverso, nel proprio spirito.
L’atto della nascita rappresenta il momento della separazione tra due esseri che si sono percepiti fin dal primo istante, che hanno scoperto durante nove mesi una certa reciprocità. Ma proprio grazie a questa reciprocità la rottura, rappresentata dalla nascita, non è mai definitiva; c’è una continuità nella vita di entrambi che non potrà mai spezzarsi... è una corda invisibile che li tiene uniti per sempre.
Solo quando la mia Polymnia è venuta al mondo ho potuto comprendere quanta gioia e quanta responsabilità si provasse nel dare le proprie cure la propria protezione ad un figlio. Grazie ad esse si crea un rapporto di complicità e di unità unico, che ti permette di imparare ad ascoltare e comprendere il suo linguaggio senza parole per poterlo così guidare nella sua vita di piccolo essere umano. Sophie Marinopoulos afferma che un bambino pensa a partire dai pensieri che riceve. Sono convinta anch’io di questo, è dallo spirito e dal pensiero della madre che un figlio è portato alla vita! E’ sul pensiero della madre che si appoggia quello del bambino. Essere madri significa interpretare e capire ciò che il bambino ci comunica per accompagnarlo nelle sue aspirazioni e non cercare di dargli ciò che noi vogliamo, cercando di farne un nostro surrogato.
La maternità è stata per me un avvenimento nuovo e sconvolgente, che mi ha assorbito completamente e mi ha allontanato per un po’ da ogni altro interesse... è stato un periodo di tempo necessario affinché il mio spirito e la mia vita ritrovassero un nuovo equilibrio!
Spero che tutto ciò possa farvi comprendere le ragioni della mia lunga assenza!



Il viaggio della speranza della sacra fiamma

Tue, 25 Mar 2008 18:41:00 +0000

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La cerimonia di accensione della fiamma segna l’inizio dei giochi olimpici. Tale rito risale all’Antica Grecia, ove veniva tenuto acceso durante tutto il periodo delle celebrazioni delle Olimpiadi. Il fuoco sacro è stato reintrodotto solo nelle Olimpiadi di Berlino del 1936, su idea del professore tedesco e membro del comitato olimpico Dr. Karl Diem.
Ieri ad accendere la fiamma olimpica, mettendo la torcia in uno specchio concavo che riflette i raggi solari, davanti al tempio di Era, è stata la sacerdotessa Maria Nafpliotou.
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Per gli antichi greci, il fuoco, rubato agli dei da Prometeo, aveva una connotazione divina e per tale motivo era presente in tutti i santuari. Tale fuoco, frutto del Dio del sole Apollo, che rappresenta lo spirito dei giochi, ieri ha acquisito, per la prima volta dopo secoli, significato e sostanza. Per la prima volta il significato dell’ideale olimpico ha preso corpo attraverso la contestazione di un gruppo di attivisti, che reclamavano la libertà per il Tibet. La fiamma spirituale dei giochi è anche azione. E’ movimento, è contestazione di fronte a qualsiasi cosa buia che acceca e distrugge la nostra etica. Un intero mondo spirituale cerca il nostro aiuto, cerca uno spazio di esistenza ed autonomia, al di fuori delle mosse politiche di uno Stato che vuole essere definito socialista.
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La fiamma ha brillato ieri ad Olimpia, non lasciate la speranza che si spegni.


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Horror cibi

Mon, 05 Nov 2007 16:19:00 +0000

Recentemente è tornato alla ribalta (vedi qui e qui) un annoso problema, quello dell’adulterazione dei cibi. In passato abbiamo avuto il vino al metanolo, poi il pollo alla diossina, oggi la mozzarella con il latte in polvere, il pane alla calce... Tutto questo ha dato vita ieri, come oggi, a campagne d’informazione che hanno giustamente messo in allarme i consumatori, i quali hanno preso coscienza dei pericoli che tutti i giorni rischia la loro tavola e di conseguenza la loro salute. Ma in loro si è fatta strada anche la falsa convinzione che tutto questo sia frutto di questo tempo, del crescente consumismo dell’Occidente, in cui domina un sistema produttivo cinico e spietato, volto solo ai guadagni che le grosse produzioni comportano a scapito della qualità. Di fronte a tale situazione si rimpiangono i tempi andati, irrimediabilmente perduti, in cui non esisteva alcuna diffidenza verso ciò che si mangiava, in cui il cibo era genuino e sano e non nascondeva alcuna insidia. La realtà dei fatti non è però così, tali comuni intendimenti sono del tutto falsi. Molte delle odierne paure alimentari, infatti, non sono altro che l’ultima espressione di un eterno rapporto conflittuale tra l’uomo ed il cibo, in cui hanno sempre trovato spazio truffe, timori di contagio e di intossicazioni...I consumatori del passato si trovarono non solo a far fronte al problema della fame e quindi della quantità, ma anche a quello della qualità del cibo. Tali paure alimentari, già a partire dal XIII secolo, sono espresse nella legislazione che regolava il commercio e nella manualistica alimentare. Gli statuti comunali e corporativi di questi secoli contengono, infatti, precise e ricche indicazioni sugli stratagemmi adottati dai commercianti per vendere la loro merce scadente, contraffatta o contaminata. Secondo tali fonti tre erano le principali categorie di alimenti su cui maggiormente si concentravano i timori dei consumatori, ossia carne, pesce e pane. Non che gli altri alimenti fossero al riparo dall’adulterazione, basti citare ad esempio i mille espedienti menzionati in alcuni manuali per “tagliare” il vino o il miele, ma l’attenzione maggiore dedicata dagli statuti a queste tre categorie di alimenti non lascia dubbio che fossero quelle più pericolose per la salute pubblica. Ovviamente in mancanza di una tecnologia del freddo la preoccupazione principale del legislatore era rivolta a carne e pesce, quelli cioè maggiormente deperibili. Per tale ragione si imponeva la loro vendita al giorno della macellazione o della pesca e a quello seguente, scaduto il quale si doveva passare alla salagione o alla cottura. La giusta freschezza degli alimenti era data da un accurato esame visivo ed olfattivo da parte del consumatore a cui il commerciante non poteva obiettare..Nonostante ciò esistevano vari stratagemmi a cui i venditori ricorrevano per depistare gli acquirenti. Il più diffuso era quello di tagliare l’animale nella zona del ventre ed insufflare aria al suo interno, per renderla artificialmente più distesa e tonica. Tale pratica era assolutamente vietata tanto più perchè ritenuta fonte pericolosissima di contagio, dall’alito umano alla carne dell’animale. La carne era controllata dal servizio municipale non solo per la freschezza, ma anche perchè ritenuta possibile vettore di malattia e fonte di contagio. Tra tutti gli animali quello più temuto e quindi controllato era senz’altro il maiale. Un primo controllo veniva effettuato sugli animali ancora in vita, con particolare attenzione alla lingua, ed un altro dopo l’abbattimento per verificare che non ci fossero larve incistate tra le sue fasce muscolari. A Parigi a seguito dell’ispezione sanitaria, l’orecchio veniva siglato se si riscontravano tracce leggere di contaminazione, mentre veniva tagliato se la malattia era diagnosticata con certezza. La testa del maiale fungeva quindi da vera e propria etichetta informativa per l’acquirente e quindi era obbligatorio [...]



Il giro della Grecia in punta di forchetta: Monte Athos

Mon, 29 Oct 2007 19:17:00 +0000

Comminando nel deserto del Monte Athos: solo per uomini.Chi cerca la pace interiore, non è necessario che vada lontano. Abbiamo accanto a noi un posto ove le misure umane non contano. Alcuni giorni nella spiritualità della penisola di Sithonia sono un’esperienza che ogni uomo dovrebbe vivere almeno una volta nella vita.Il pellegrinaggio nel giardino della Madonna ha inizio dal molo di Ouranoupoli, situato accanto alla torre bizantina, simbolo della città. Da lì la piccola barca issa l’ancora alla volta un altro mondo, un mondo con una filosofia diversa, abitudini diverse, ora e data diversa, un mondo che vive in un’altra epoca, da qualche parte negli anni dell’Impero Bizantino. Un gruppo di soli uomini, accompagnato dai gabbiani che volano sulle loro teste, inizia con la loro barca ad avvicinarsi ai moli dei diversi monasteri incontrati lungo la rotta. Per primo gli si è presentato innanzi il molo Giovanitsa, del monastero serbo di Hilandariou e dopo quello del monastero bulgaro di Moni Zografou, due dei monasteri che custodiscono alcuni dei cimeli più importanti ed originali del Monte Athos.La loro meta è il monastero russo, Moni Aghiou Panteleimona, che si adagia sulle rocce della costa occidentale dell’Athos. Si tratta di un’intera città con cupole bianche e verdi. Qua “suona” la seconda più grande campana del mondo, del peso di 14 tonnellate, che può essere ascoltata in tutta la penisola. E’ uno dei monasteri più luminosi e colorati della Montagna Santa. Dalle innumerevoli grandi finestre degli otto cupoloni penetra intensa la luce, facendo sì che tutto appaia surreale. Qui vivono pochi monaci anziani, che permettono ad un numero limitatissimo di persone di soggiornare. Il nostro amico è uno di essi.La natura che circonda il monastero profuma di fiori, una varietà illimitata, di pini, ulivi, allori... testimonianza che ogni fiore, ogni cespuglio ed ogni albero ivi collocato è frutto di Madre Natura, lasciata in pace! Il posto è veramente benedetto. Ogni tanto, attraverso la fitta vegetazione, si aprono finestre sull’azzurro del golfo Siggitikos.Appena si arriva al monastero si viene accolti con una processione di benvenuto. Vengono offerti tsipouro, loukoumi, caffé ed acqua e si assegnano le camere.La camera assegnata al nostro amico ha un balconcino sospeso ad un’altezza di 80 metri sul mare, che gli permette di godere una vista magica, di sotto l’orletto della spiaggia, davanti a lui l’arcipelago ed in fondo il tramonto. Una prospettiva diversa nell’assaporare l’attimo...E’ arrivata l’ora della cena, si sono fatte già le cinque di pomeriggio. Qui, nell’arca chiamata Athos gli orologi scorrono con l’ora bizantina, la giornata comincia con il tramonto del sole, cioè alle 12 in base all’ora locale. Sotto lo sguardo dei santi appesi sui muri si comincia a mangiare in modo silenzioso e l’unica voce che risuona è quella dell’anagnostis, il quale narra le vite severe degli asceti per prendere il sopravvento sulle sensazioni... il cibo è un pezzo inseparabile della teleturgia di ogni monastero ed è circondato dallo stesso raccoglimento che necessita anche la preghiera. Si servono del pesce con i carciofi, del pane e della feta. I cibi sono di una gustosità incomparabile, visto che per preparali si utilizzano ingredienti prodotti dagli stessi monaci, nei loro orti, nei loro vigneti e nei loro uliveti, che coronano ogni monastero.Durante la notte, passata sul letto di ferro battuto, la luce della lampada a petrolio ha fatto pure lei la sua parte nel creare l’atmosfera misteriosa, che ha accompagnato il nostro amico fino alle prime luci dell’alba, quando i primi raggi del sole hanno iniziato a giocare, attraversando la piccola finestra della sua camera.La prima mattina ha fatto una camminata di tre ore al confine tra il verde e l’azzurro, un vero godimento per i sensi. Si è fermato presso una sorgente di acqua cristallina e gelata, circondata da[...]



Il giro della Grecia in punta di forchetta: le Cicladi

Thu, 11 Oct 2007 17:38:00 +0000

Quest’estate, già prima dell’inizio delle vacanze, avevo una gran voglia di esplorazioni enogastronomiche. Ho preparato i bagagli ed ho dato il via alla mia tourné gourmet. Obiettivo? Scoprire le migliori specialità locali.Nella cucina cicladica l’influenza eneta è evidente. Durante gli anni le cuoche isolane hanno trovato le modalità più facili per sfruttare al meglio la pochissima materia prima delle loro terre quasi secche. Da nessuna parte ho sentito così intensamente lo spirito dell’austerità, quanto nelle aride isole dell’arcipelago delle Cicladi. Per percepire tali invenzioni semplicistiche, è necessario che qualcuno spalmi sul pane un’insalata di sedano aromatizzata con capperi, cipolla secca e aglio, specialità dell’isola di Siros. Sarebbe necessario, almeno una volta, assaggiare le frittelle di finocchio a Tinos o le polpette di ceci a Sifnos. Gli insaccati delle Cicladi, come pure i loro formaggi, hanno un sapore che viene inciso in maniera incancellabile nella memoria, come un tramonto sulle strade di Delos o di fronte alla caldera del vulcano di Santorino. Non è semplice parlare delle quasi venti isole ed isolette che formano l’arcipelago delle Cicladi e delle specialità locali, ma vorrei raccomandare ai futuri viaggiatori ed avventurieri di non andar mai via senza aver prima assaggiato la pita di cipolle a Mikonos, il coniglio con l’origano a Tinos, lo sgombro con i capperi a Siros e le omelette di fave a Santorino. In questi luoghi i dolci sono anch’essi, per la maggior parte, semplici. Sfruttano al meglio le risorse locali e sono a base di mandorle, di poca frutta e di miele. C’è l’abitudine, inoltre, di preparare dolci sciroppati come il cocomero di Ios ed il fico croccante di Tinos.In poche parole i sapori della cucina regionale di queste isole fanno sì che tutti coloro che li proveranno racconteranno di un’esperienza gastronomica indimenticabile..Sardine in foglie di vite con salsa alle olive verdi .Ingredienti per la salsa: 400 gr di olive verdi snocciolate, 2 spicchi di aglio ridotti in polpa, due ciuffi di coriandolo, 400 ml di olio extravergine di oliva, sale e pepe.Ingredienti per il pesce: 18 grandi e fresche sardine, 18 grandi foglie di vite, 4 cucchiai di olio, il succo di mezzo limone, sale affumicato e pepe.Mettiamo nel mixer tutti gli ingredienti per la salsa (facendo attenzione che non diventi troppo cremosa), tranne il coriandolo che triterete a parte con il coltello e che aggiungerete quando la salsa è pronta. Puliamo e laviamo le sardine, avvolgiamone ognuna con una foglia di vite. Ungiamole con l’olio ed insaporiamole con sale e pepe. Cuociamo le sardine in una padella antiaderente un paio di minuti per ogni lato. Serviamo le sardine con una spruzzata di limone e con un po’ di salsa di olive.[...]



Un Meme… di gusto

Mon, 01 Oct 2007 17:55:00 +0000

Sino ad oggi ho evitato con cura di essere contagiata dalla meme-mania, glissando ogni invito… e puntando sullo sfinimento di coloro che tentavano ogni volta di coinvolgermi. Non è che li snobbassi per superbia… semplicemente amo raccontarmi in modo diverso. Voglio che le mie ricette e i miei racconti siano tessere di un mosaico che si compone piano piano, rivelando alla fine ciò che sono. Questa volta, tuttavia, il meme passatomi da Mara un po’ mi ha intrigato. Si trattava di parlare di 8 cose di sé riguardanti il gusto... e così ho intrapreso questo viaggio nel cibo, nel gusto, negli odori della mia memoria, con la considerazione che, come diceva Brillat-Savarin, “il gusto è un atto del nostro giudizio, con il quale noi diamo la preferenza alle cose che sono piacevoli al gusto su quelle che possiedono questa qualità”.La pasta fresca... o meglio prepararla. Non arrivavo ancora all’altezza del tavolino, quando ho iniziato ad impastare acqua e farina. Il mio primo ricordo olfattivo è proprio quello della pasta all’uovo, che ogni fine settimana mia nonna Maria preparava. Per me era il momento più felice della giornata; salivo su una sedia e la osservavo con attenzione, seguendo i movimenti delle mani e delle braccia. Lei guardandomi compiaciuta mi metteva davanti un mucchietto di farina ed un bicchiere di acqua tiepida, mi diceva come fare e controllava infine se l’impasto fosse della durezza giusta; l’unica cosa che non mi era concessa era tagliare la pasta. Una Domenica, avrò avuto 6 o 7 anni, mio nonno mi regalò una piccola spianatoia, che aveva fatto fare appositamente per me... non me ne sono mai separata, ce l’ho ancora.Il caffé. Lo bevo ovunque, sempre e comunque. Da piccola avevo una moka da una tazza, con cui mia mamma mi preparava l’orzo, ma io, nonostante non fosse caffé, mi sentivo lo stesso molto cool... e comunque nei momenti di distrazione ne rubavo un sorso di quello vero. Ancora oggi preferisco quello della moka, ma non disdegno gli altri tipi... lo detesto solo sottoforma di gelato.Il vino. Un vizio che mia ha passato mio nonno Antonio... diceva che “fa sangue” e me ne dava un po’ allungandolo sempre con la “gazzosa”, quella di una volta però, nelle bottigliette di vetro, che oggi non esiste quasi più.Il parmigiano. Sulla pasta ne metto sempre in quantità esagerate... in particolare sulle fettuccine al sugo di carne. Anche questo è un vizio che mi a passato il nonno... a lui piaceva metterne molto sulla pasta e spingendo me a mangiarne tanto (mi diceva che così mi sarebbe cresciuto il seno), evitava i rimproveri della nonna, che glielo vietava per via della sua pressione alta.I mezè. Quando sono in Grecia, nella calura delle giornate estive non c’è cosa che ami di più che sedermi in una taverna in riva al mare e mangiare mezè, davanti ad un bicchiere di ouzo ghiacciato, godendomi la brezza profumata di salsedine che viene dal mare. I mezè o mezedes sono degli antipastini caldi o freddi, che variano a seconda del posto e della stagione. Possono essere delle salsine (tzatziki, melinzanosalata, taramà....), dei formaggi (quasi sempre feta), delle insalate, delle verdure, o piccoli pesci marinati, fritti o alla griglia... etc. etc.La rucola. Hanno tentato di farmela mangiare in tutti i modi... ma proprio non ne sopporto il sapore, che mi da la nausea.Il polipo alla griglia... per me sinonimo di vacanza. In estate, in tutti i posti di mare della Grecia, mi piace vederlo penzolare dalle cordicelle, in attesa che il sole lo prepari a danzare sulle braci ardenti.Gli erbaggi selvatici bolliti o crudi. Mi hanno aperto innumerevoli porte sul mondo dei sapori... sapori originali e schietti, che ti mettono in contatto, attraverso un linguaggio primordiale, con la madre terra. In tutte le stagioni faccio sì che accompagnino primi o secondi, o che siano la mia insalata.Chiudendo, visto che non è giust[...]



La mia cucina, il centro del mio mondo

Tue, 18 Sep 2007 15:04:00 +0000

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La vita comincia a ritornare pian piano ai normali ritmi; la lavatrice fa gli straordinari e la pila di libri sul comodino cresce in altezza: Kavafis, una valida costante nell’ultimo decennio, di cui mi è impossibile saziarmi, passerà un’altro inverno accanto a me. Allan Bay dopo un inverno darà il suo posto a Christos Zuraris per questioni “stilistiche”. Per il resto comfort food ed archeologia, forniranno il calore necessario, indispensabile per le fredde notti invernali e la vita continua, grazie a Dio...
Un’altra pila, però, che parte dal pavimento e supera in altezza il comodino, ha il monopolio del mio interesse negli ultimi giorni: libri di cucina e quaderni di mie ricette sono richiamati alle armi. Prendo appunti e creo gli abbinamenti di conoscenti ed amici per le tavolate che seguiranno, accompagnate dal menù che preparerò per ogni occasione. Idonè!
Cercherò di raccontarvi le cene delle mie vacanze, un giro della Grecia in punta di forchetta, poiché tali racconti e le discussioni che seguiranno mi aiuteranno a rivivere i momenti che hanno segnato la mia estate. Durante tutte le vacanze, la “distanza” dalla mia cucina e la “vicinanza” alle cucine altrui mi ha fatto sorgere una domanda: che cosa mi piace di più, mangiare o cucinare? Anche se il cibo è il secondo più grande piacere della vita (il primo è rappresentato da conversazioni veloci, profonde ed intelligenti...), cucinare sicuramente mi emoziona di più, perchè la cucina è attiva ed il cibo è qualcosa di più passivo, ma di tutte le cose passive al mondo certamente la migliore.
Per il momento, mi perdo nei miei libri ed appunti, penso a dei menù e a degli amici, e monologando ripeto: “la mia cucina, il centro del mio mondo”.



Vacanze...

Tue, 14 Aug 2007 17:14:00 +0000

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Buone vacanze e buon Ferragosto a tutti!



Una Regina a tavola

Mon, 16 Jul 2007 17:37:00 +0000

Il pesce affumicato è una delle pietanze che più adoro. Mi piace quel sentore di legno bruciato sul palato… che evoca antichi sapori.Nella Cornucopia di Esperya ho trovato la Regina friulana di S. Daniele, o meglio un eccezionale filetto di trota salmonata salato a secco e affumicato a freddo (la temperatura non supera i 27°C) con una speciale miscela di farine di legno, erbe e bacche aromatiche. Mi piace sapere che esistono ancora artigiani in grado di realizzare prodotti seguendo antiche pratiche e mantenendo vivi sapori e qualità di cibi, che altrimenti sarebbero scomparsi da tempo.La salatura e l’affumicatura a freddo sono metodiche che affondano le loro origini in tempi antichi… nel Medioevo, infatti, le genti erano solite consumare soprattutto pesce d’acqua dolce (quello di acqua salata era più difficile da reperire e quindi più costoso), in particolare d’allevamento e quindi facile da pescare, fresco o conservato sotto sale o affumicato. Il pesce si deteriora facilmente, soprattutto d’estate quando, a causa delle alte temperature, si decompone rapidamente. Inoltre, durante i lunghi periodi di digiuno e proibizione della carne, l’Avvento e la Quaresima, il pesce costituiva un valido sostituto e la pietanza principale di ogni tavola. La metodica migliore per conservare il pesce, senza che si danneggiasse, era quindi la salatura e l’affumicatura, che svolgevano funzione antisettica ed impedivano quindi l’aggressione dei batteri.Le trote d’allevamento, dopo essere state pescate e pulite, venivano sciacquate in grosse vasche colme di acqua dolce, poi sistemate per bene in barili a strati alterni di sale. La successiva affumicatura richiedeva lunghe manipolazioni: venivano dissalate in acqua dolce, fatte sgocciolare e sospese ad aste orizzontali, all’interno di locali chiusi dove ardeva dolcemente un fuoco di trucioli di legno (per lo più faggio) e bacche profumate, che sviluppavano un denso fumo. La temperatura non doveva oltrepassare i 24-28°C per non rischiare di cuocere il pesce, che doveva essere esposto al fumo per un tempo di almeno 36 ore.Il filetto di trota affumicata è molto versatile nei piatti estivi, io ad esempio ho realizzato queste bruschette molto fresche, ideali per una cena in terrazza o in giardino..Bruschette con crema di peperoni e fette di Regina di S. Daniele. Ingredienti: 6 fette di pane integrale, 5 peperoni rossi carnosi, 1 spicchio d’aglio, 1 cucchiaio e ½ di olio extravergine di oliva, 12 fette di filetto di Regina di S. Daniele, il succo di 1 limone, 1 cucchiaino di miele di arancio, 1 cucchiaio di pinoli, aneto fresco, la buccia grattugiata di un limone, sale e pepe nero macinato fresco.Mettete le fette di trota in un piatto e versateci sopra il succo di limone che avrete emulsionato con il miele di arancio, mette in frigorifero per un paio d’ore.Avvolgete i peperoni uno per uno nella carta stagnola e metteteli in forno a 200°C, girandoli di tanto in tanto, fin quando siano ben cotti. Spellateli, privateli dei semi e lasciateli raffreddare. Mettiamoli nel mixer, insieme con i pinoli e l’aglio, fin quando diventano una crema, che andremo a condire con l’olio, il sale ed il pepe.Facciamo bruschettare le fette di pane. Su ognuna mettiamo una bella cucchiaiata di crema di peperoni ed un paio di fette di trota. Cospargiamo di aneto fresco e buccia di limone grattugiato.[...]



Una moderna caverna di Alì Babà carica di provocanti tesori enogastronomici

Wed, 11 Jul 2007 19:42:00 +0000

“Dietro ogni piatto si trova il cuoco e il tempo...e dietro il tempo la conoscenza.Dietro tutto questo la materia prima, il sole, la pioggia e la volontà.”Orizzontidelgusto. Metopa con Eracle che riceve da Atlante i pomi delle Esperidi468-456 a.C. Olimpia, Museo Archeologico.Per l’Estetica, dei cinque sensi, solo la vista e l’udito servono la funzione sensoriale e di conseguenza l’arte, e questo perché sono gli unici che ricevono stimoli a distanza e possono funzionare non solo per conservare l’essere, ma anche per il suo godimento spirituale.Se allora accettassimo – ipotizzo io – che un altro senso, il gusto, senza dubbio si occupi della conservazione dell’essere, e sotto certe condizioni costituisca un godimento spirituale, che cosa resterebbe per elevare la cucina in arte? Trovare un metodo, attraverso cui potremo “incontrare” la nostra materia prima di qualità facilmente ed in qualsiasi momento. Impresa ardua! Ci vorrebbero delle persone con una grande passione, voglia e pazienza, per percorrere il territorio italiano cercando i diamanti della tradizione italiana, che sono il filo di continuità dell’autentica enogastronomia regionale e che sono in pericolo di estinzione. In questo modo viene arricchito il repertorio della guerriera enogastronomia italiana di oggi, mettendo in scena rare delizie. Esiste un sito, che si chiama Esperya, il cui nome deriva dal greco antico ed indicava la terra d’occidente, o meglio era l’antico nome che i greci davano all’Italia. Per la mitologia greca, inoltre, indicava una delle Esperidi, Esperya appunto, custodi del giardino dei frutti d’oro, di proprietà di Era, regina degli dei, e luogo ove gli dei si recavano al termine del giorno per ristorarsi e godere dei frutti della natura, cullati dal lieto rincorrersi delle onde e dal canto degli uccelli. Moderna custode, quindi, dei frutti d’oro della terra italiana.Esperya, infatti, nasconde delle sorprese enogastronomiche, che difficilmente si possono trovare concentrate in un unico posto... un Corno dell’Abbondanza, un Arca del gusto.Un tale sforzo si può giudicare solo quando giunge alla giusta maturazione, quando supera i passi incerti dei primi anni, mostrando ciò che veramente riesce a raggiungere. Offrirà ai produttori le giuste condizioni di presentazione delle loro delizie? Riuscirà ad avvicinarsi ed emozionare i suoi clienti? Riuscirà a indurre delle tendenze? Tutto mostra che Esperya è pronta a rispondere a queste difficili domande di maturità. Concludendo vorrei affermare che il consumatore italiano ha a sua disposizione un pacchetto di delizie della terra italiana, accompagnate dalle giuste informazioni, che permettono al prodotto stesso di esternare la sua vera identità. Questa provocante biblioteca enogastronomica riesce a scacciare la routine dei pasti veloci della quotidianità.La tradizione italiana può sperare nel binomio originalità e commercio on line... come ultima fortezza del gusto.[...]



07-07-07

Sat, 07 Jul 2007 11:54:00 +0000

Il prodigio dei numeri... un argomento che mi ha sempre affascinato. I numeri governano, senza neppure rendercene conto, ogni aspetto della nostra vita... “tutto è un numero” affermavano i Pitagorici! Galileo diceva, inoltre, che l’universo è “scritto con il linguaggio dei numeri”. Il linguaggio dei numeri, infatti, si fa leggere e capire da noi in modo più preciso e non controverso... le osservazioni quantitative della realtà sono più precise, meno soggettive, e quindi più oggettive di quelle qualitative! Uno dei numeri che più mi affascina è il 7... fin dall'antichità, considerato un numero magico e misterioso. Gran parte delle proprietà attribuitegli risalgono all'astrologia babilonese che per prima aveva riconosciuto 7 pianeti ed aveva diviso il mese lunare in cicli di 7 giorni. Il 7 venne quindi considerato sacro proprio perché allora rappresentava il cosmo e la sua perfezione. Tutte le civiltà antiche hanno sviluppato un sim­bolismo numerico e in molte di esse il 7 è considerato numero sacro, unico e immobile. Secondo la scuola pitagorica il 7 è “amitor” (senza madre) in quanto non è un prodotto fattoriale ed è generato solo dall'unità. E’ simbolo di perfezione in quanto risultato della somma del 3 (lo spirito, il maschile) e del 4 (la materia, il femminile), che esprimono due forme perfette: il triangolo equilatero ed i quadrato. Essi sono anche i numeri basilari della Piramide (la base quadrata, i quattro lati triangolari). Per tale ragione, in epoca antica, il sette veniva rappresentato come un quadrato sormontato da un triangolo.I Greci associavano il 7 all’adorazione di Apollo e di Selene. Sette erano le vacche sacre del dio cantati da Omero (“All'isola della Trinacria arriverai: là numerose pascolano le vacche e le pingue grecci del sole, sette armenti di vacche e sette belle greggi di pecore...” Odissea, XII, 127-133) e sette le corde della lira (strumento al dio tanto caro). Nella mitologia sette erano i fanciulli e sette le fanciulle inviate a Creta come pasto per il Minotauro. Il 7° giorno dalla nascita si dava il nome al neonato... ed ogni 7° giorno gli Spartani facevano sacrifici ad Apollo! Sempre nella tradizione greca, 7 erano i Sapienti e 7 le Meraviglie del Mondo, sintesi della perfetta armonia tra pensiero ed azione. Il sistema Tolemaico poneva al centro dell'Universo la terra, attorno a cui ruotavano, sette sfere concentriche dette Cieli (la Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno). Sette sono anche le stelle che compongono l’Orsa Maggiore ed altrettante quelle che formano l’Orsa Minore. Il numero 7 è anche un numero ricorrente nella storia di Roma. La città è stata costruita su 7 Colli (Capitolino, Esquilino, Palatino, Quirinale, Viminale, Celio e Aventino). Fondata da Romolo il 21 (multiplo di 7) Aprile, è stata governata da 7 re (Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tuillo e Tarquínio il Superbo). La leggenda vuole, poi, che la città divenne "eterna” per 7 oggetti ivi condotti perché di buon auspicio: l'ago di Cibele (una pietra nera adorata in Asia minore); la quadriga donata dalla città di Veio; le ceneri di Oreste, figlio di Agamennone; lo scettro di Priamo, re di Troia; il velo di Ilione; la statua di Atena Pallade; i dodici scudi Ancili. Roma è, inoltre, la città delle 7 Chiese (le 4 Basiliche maggiori - S. Pietro in Vaticano, S. Giovanni in Laterano, S. Maria Maggiore, S. Paolo fuori le mura - e le 3 Basiliche minori di S. Sebastiano sull'Appia, S. Croce in Gerusalemme e S. Lorenzo fuori le mura). Gli Egiziani contarono “sette bracci” del Nilo; 7 erano gli scorpioni che accompagnavano sempre la dea Iside; 7 erano le vacche grasse e 7 quelle magre ed altrettante le spighe sognate[...]



La “luna blu” di Giugno

Sat, 30 Jun 2007 14:27:00 +0000

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La definizione astronomica di “blue moon” si ha per la seconda luna piena che si presenta nello stesso mese. Il tempo intercorso tra due lune piene è di circa 29,5 giorni, mentre la durata di un mese è per arrotondamento 30,5 giorni. Questo rende improbabile il fatto che un mese abbia due lune piene anche se certe volte capita... e per questo nella lingua inglese pur di definire la rarità del fenomeno utilizzano la frase “once in a blue moon”, che si tradurrebbe liberamente in italiano “ogni morte di papa”.
In media ci sono 41 mesi in ogni secolo che ospitano due lune piene, cioè si può dire che abbiamo una luna blu una volta ogni due anni e mezzo. Questo fenomeno così eccezionale ha nutrito la fantasia popolare creando delle credenze. La più affascinante per me è quella secondo cui i tre giorni di questa luna piena (vigilia, il giorno stesso e quello dopo) le porte sono aperte... le porte che collegano i messaggeri di una vita parallela a noi...
Lunedì primo Giugno c’è stata la prima luna piena ed oggi Sabato 30 avremo l’occasione di osservare nel cielo la seconda luna piena di Giugno, dopo 200 anni, visto che l’ultima “luna blu” del mese di Giugno è stata quella del 30 Giugno 1806.
Che il bagliore blu di questa luna brilli nei vostri occhi!



Dal fico al fegato

Thu, 28 Jun 2007 17:27:00 +0000

La bellezza lussureggiante di un fico maturo e morbido, pronto a cadere dal ramo dell’albero, è un’immagine simbolo del paesaggio dell’estate mediterranea.Il fico è un frutto di altissimo valore nutrizionale e pieno di simbologia. Il lattificcio bianco che fuoriesce piano piano, dopo il distacco del frutto dall’albero, simboleggia lo sperma maschile ed anche il latte materno. I suoi semini simboleggiano la fertilità, la bontà, l’unità e la sapienza.Sotto un albero di fico la lupa nutrì Romolo e Remo e sui rami sempre del fico Giuda, dopo aver tradito Cristo, si impiccò.Il fegato, uno dei più importanti organi umani, veniva considerato fin dall’antichità la sede del coraggio, della collera e della paura. La parola “lefkipatias” (colui che ha il fegato bianco) significa codardo, colui cioè che non ha sangue nelle vene. L’associazione del fegato con il coraggio e con la collera si ha anche in altre lingue: in italiano ed in spagnolo si dice rispettivamente “avere fegato” e “tenere higado”. Similmente i francesi utilizzano la frase “avoir les foies blancs” (avere il fegato bianco) e gli inglesi “lily-livered” per definire il vigliacco. Inoltre, essendo sede della collera, ogni qual volta che qualcuno “bolle” nella sua collera in italiano si dice “si mangia il fegato”, mentre in spagnolo “moler los higados”.Le parole fegato, higado, foie derivano dal greco, attraverso il latino. La parola “sikoti” (fegato in greco), però, da dove origina? Da “siko” (fico) è la risposta, anche se il percorso è lungo e tortuoso. Il fico ha avuto un ruolo cardine nell’alimentazione dei greci antichi. Essi nutrivano certi animali (per lo più oche e maiali) quasi esclusivamente con i fichi, per far si che il loro fegato acquisisse un sapore eccellente. Questa vivanda, qualcosa di simile al foie gras, era chiamato “sikoton ipar” (fegato ficato). Con il tempo, la parola è decaduta ed è rimasto l’aggettivo, sikoton (ficato), che è rimasto a descrivere quel fegato specifico, ma anche il fegato in generale. I romani presero dai greci il “sikoton ipar” e tradussero alla lettera chiamandolo “iecur fegatum” e anche qui restò solo l’aggettivo, che designa sino ad oggi quest’organo.Ci sono tante espressioni metaforiche che hanno come protagonista il fico. Per ciò che non vale niente e che non interessa, in italiano si dice “non vale un fico secco”, mentre in spagnolo “no dar un higo”. Invece, per ciò che non è brutto, ne buono in francese si dice “mi-figue mi-raisin”.Potrei continuare a lungo descrivendo altri aneddoti glossologici di questi frutti ermafroditi (racchiudono in sé stessi sia la parte maschile, che quella femminile), ma mi fermo qui proponendovi la ricetta che segue, stimolata dalla proposta di FrancescaV..Gelato di ricotta di capra con fichi e mandorle caramellate.. Ingredienti per il gelato: 85 gr di ricotta di capra, 30 gr di zucchero, 2 tuorli d’uovo, 250 ml di latte, una presa di sale.Ingredienti per i fichi: 130 ml di vin santo, 240 ml di vino bianco moscato, 1 cucchiaio di miele, 12 fichi, ½ baccello di vaniglia.Ingredienti per le mandorle caramellate: 2 cucchiai di acqua, 4 cucchiai di zucchero, 60 gr di mandorle bianche pelate.Battete i tuorli con lo zucchero, fino ad ottenere una crema. Fate scaldare il latte e versatelo un poco per volta nella crema, mescolando continuamente con una frusta. Mettete il tutto in una casseruola, ponete su fornello a fiamma bassa e continuando sempre a mescolare, aggiungetevi la ricotta. Mescolate fin quando la crema si addensi. Passatela al setaccio, ponetela in un recipiente metallico che coprirete con della pellicola. Raffreddate la crema, pon[...]



Foto-food reportage da Santorini

Wed, 20 Jun 2007 19:15:00 +0000

Thera… come si può resistere alla malìa del mare blu… del cielo azzurro, che contrastano con il colore bianco ed abbagliante delle case, come si può resistere al tramonto… a quelle magnifiche e “sacre” fiamme che incendiano il cielo e si riflettono sul mare… e soprattutto come si può resistere, davanti a questa sinfonia di colori, suoni e sensazioni, ad un bicchiere di ouzo sorseggiato in una taverna dalle sedie azzurre ed accompagnato da deliziose mezèdes. Non ho potuto…
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Kouloures

(image) Accighe marinate

(image) Polipo all'aceto
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Gamberi saganaki

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Polipo marinato alle erbe

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Frutti di mare con salsa alla menta




Buon weekend da Santa Irene

Sat, 16 Jun 2007 05:10:00 +0000

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"Πέτρα πικρή, δοκιμασμένη, αγέρωχη... "
Οδυσσέας Ελύτης, Ωδή στη Σαντορίνη
"Pietra amara, provata, indistruttibile..."
Odisseas Elitis, Ovazione a Santorino
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Santorino ha un cuore che pulsa forte, muove le montagne, la terra, il mare... il cuore dei visitatori o si sincronizza con esso - e restano folgorizzati per sempre- o non si sincronizza e scappano!
Mi sono sempre chiesta cosa mi riporta a quest'isola... l'unica risposta vera e completa è IL SILENZIO! A Santorino chiudo gli occhi e palpo la tranquilla forza che si nasconde sotto l' acqua dipinta di blu scuro, come sè Santa Irene delle Lacrime ti volesse suggerire qualche cosa: Santorino è un'isola pericolosa, che deve il suo fascino ad una minaccia che esiste nell'aria. Quelli che la percepiscono non possono che ritornarci sempre... gli magnetizza il suo destino catastrofico, che non la abbandonerà mai, ma anche la convizione che in questo posto la vita è da sempre più forte dalla morte...!



InWeDay 2007

Wed, 13 Jun 2007 14:37:00 +0000

(image) Dalla copertina del libro Uses of blogs
(Axel Bruns & Joanne Jacobs editors)
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Umberto Eco aveva previsto bene: “il PC ci farà diventare tutti un po’ scrittori”.
Ogni rivoluzione determina delle nuove forme di comunicazione. La rete ha dato origine ai blogs, che sono la forma più rivoluzionaria di comunicare.
Il blogging è una specie di scrittura sperimentale. Da una parte c’è la comodità di un’autoedizione gratuita, che lo “scrittore” può curare quanto vuole fino alla sua pubblicazione, e dall’altra l’autenticità di un grido elettronico. Se calcolassimo l’interazione del mezzo, ossia il rapporto tra posts e commenti nell’arco del tempo – con la spontaneità che vige nella rete – vedremmo un risultato complesso ed eccezionalmente interessante, che incorpora un’insieme di metodiche di comunicazione pubblica, che sino ad oggi erano indipendenti tra loro.
Il blog ha le sue leggi: non è un giornale e neanche un libro. Contiene il suo racconto! Viene redatto attraverso dei posts, con dei passaggi a volte violenti, con improvvisi “voli” da un link all’altro, con un montaggio discontinuo. Infatti, non c’è solo la parola scritta, ma c’è la musica, c’è l’immagine ed anche il video. Direi che esiste un corpo, ma è continuamente in “progress”.
Da archeologa, con profonde radici nell’arte del “ricomporre”, trovo questa associazione a livelli multipli, di così tanti “pezzi” della comunicazione, eccezionalmente attraente.
Per questo ad un certo punto, spontaneamente, ho dato vita al mio blog, che non vuole essere una vetrina di presentazione dei miei “gusti”, né una specie di forum per i miei lettori, ma una breccia nel mio mondo e per lo più nella mia verità, che non è composta solo da parole, immagini o video. Il blog ha dato la possibilità alla mia individualità di esprimersi in modo “criptonimo” (cioè con un’identità nascosta), liberandomi e dandomi la possibilità di parlare senza il mantello della “mitoplasia”, senza l’architettura della narrazione ben curata e senza la teatralità dei ruoli discreti.
Sapendo che una pagina web non è un libro e né un giornale, e per tale ragione viene letta con lo “scanning” (semplice scorrere dell’occhio sulla pagina) o con lo “skimming” (lettura solo dell’inizio delle frasi o dei paragrafi), e che solo se esiste qualcosa di interessante il visitatore si sofferma ad una lettura completa, egoisticamente, cerco di soddisfare il mio bisogno di esprimermi, seguendo solo le 8 regole d’oro della scrittura di Kurt Vonnegut e le mie convinzioni, accompagnate dalle loro psicosi.
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Paximadi: il pane “popolare” dalle origini aristocratiche

Fri, 08 Jun 2007 06:41:00 +0000

Nonostante il “dipiros artos” o “dipiritis” fosse stato un prodotto di necessità, nel corso dei secoli, è stato anche un prodotto ricercato, ossia nei suoi confronti c’è stato un interesse gastronomico, come pure accade oggigiorno.Dipiritis artos, allora. Era conosciuto fin dall’antichità. Lo consigliava Ippocrate e lo cita pure Aristotele. Le informazioni, però, che ci arrivano dall’antichità non sono tante. Qualcuno avrà osservato che il pane disidratato può conservarsi per lunghi periodi e consumarsi secco, oppure bagnato con l’acqua. Comunque stiano le cose, il dipiritis artos ha rappresentato il cibo dei poveri, dell’esercito e di tutti coloro il cui lavoro li portava a vivere per lunghi periodi lontani da casa. I marinari ed i pecorai facevano sì che non mancasse mai dai loro “fagotti”. La contadina, che non poteva impastare il pane ogni giorno, doveva ricorrere all’umile dipiritos per la sua famiglia..Paximadi di Sfakià.All’inizio del XX secolo la prima immagine che si poteva incontrare entrando in una casa cretese di campagna erano i dipiritos a forma di ciambella, appesi su un bastone. Se si fosse andati dall’altra parte dell’Europa, invece, nelle case dei pescatori svedesi, avremmo visto i famosi “knekerbrad” (molto sottili, ma lunghi) pendere dai soffitti di legno. Era il pane che prendevano con se quando andavano a pesca.Il nome dipiros artos o dipiritis è dovuto al fatto che viene cotto due volte (una volta come pane e, tagliato a fette, rimesso in forno ad asciugarsi). Furono i Bizantini a dargli il nome di paximàdi in onore del loro inventore, Pàxamos, famoso scrittore del mondo antico che, come ci dice Athineos, si occupò di gastronomia. In epoca bizantina il nome Pàxamos era sinonimo di cibo di grande qualità. Pàxamos visse intorno agli anni di Cristo. Non si conosce esattamente quale sia stato il suo contributo all’evoluzione dell’arte di fare il pane. Forse inventò una metodica, o forse fece semplicemente divenire famosi i poveri paximàdia, dandogli così valore.Con il passare del tempo il paximàdi divenne sempre più amato. Si produceva sempre ogni qual volta le condizioni erano difficili, al punto da essere associato alla povertà, alla popolazione rurale, ai pecorai ed ai marinai.Durante il dominio veneziano, i forni di Creta producevano grandissime quantità di paximàdia, destinati alla flotta della Serenissima. Il paximàdi cretese può essere, infatti, a buon diritto definito come uno dei primi prodotti alimentari confezionati..Paximàdi di orzoIl paximàdi dell’esercitoIn tempo di guerra l’esercito si cibava quasi esclusivamente di questo alimento. Esisteva addirittura un gruppo speciale che si occupava del suo trasporto e distribuzione. Lo storico Procopio (V sec. d.C.) asserisce, infatti, che il pane destinato all’esercito doveva entrare in forno due volte. Uno dei futuri imperatori di Bisanzio, Giustino, riuscì a sopravvivere grazie ai modesti paximàdia, in una lunga marcia che dall’Illiria lo condusse a Costantinopoli.Il paximàdi destinato all’esercito bizantino era detto artos buccellatos, per questo i soldati erano chiamati buccellari.Il paximàdi dei monaciNei grandi monasteri i monaci avevano di solito il pane fresco, in quelli piccoli invece i paximàdia rappresentavano il cibo principale. Di solito era di orzo e molto duro. Ovunque si sviluppò l’eremitismo l’unico cibo “ammesso” erano i paximàdia, i frutti e le radici. Tutti monasteri che si trovavano vicino gli eremi, di conseguenza, si assunsero l’incarico del loro rifornimento. Così in questi [...]



Siamo ciò che mangiamo! Un fotoreportage dal TIME.

Tue, 05 Jun 2007 06:10:00 +0000

Giappone: Famiglia Ukita dalla città di KodairaSpesa settimanale: 37,699 Yen o $317.25Cibi favoriti: sashimi, frutta, cake, chips di patate.Italia: Famiglia Manzo dalla SiciliaSpesa settimanale: 214.36 Euro o $260.11Cibi favoriti: pesce, pasta con ragu, hot dogs, pesce surgelato..Ciad: Famiglia Aboubakar dal campo Breidjing Spesa settimanale: 685 CFA Francesi o $1.23Cibi favoriti: zuppa con carne fresca di pecora.Kuwait: Famiglia Al Haggan da Kuwait CitySpesa settimanale: 63.63 dinar o $221.45 Cibi favoriti: biryani di pollo con riso basmati.USA: Famiglia Revis dalla Carolina del Nord Spesa settimanale: $341.98Cibi favoriti: spaghetti, patate, pollo al sesamo..Messico: Famiglia Casales da CuernavacaSpesa settimanale: 1,862.78 Pesos Messicani o $189.09Cibi favoriti: pizza, pasta, pollo, crab..Cina: Famiglia Dong da BeijingSpesa settimanale: 1,233.76 Yuan or $155.06Cibi favoriti: maiale fritto con salsa di soia dolce. .Polonia: Famiglia Sobczynscy dalla Konstancin-JeziornaSpesa settimanale: 582.48 Zlotys o $151.27Cibi favoriti: zampe di maiale con carote...Egitto: Famiglia Ahmed dal CairoSpesa settimanale: 387.85 lire egiziane o $ 68.53Cibi favoriti: Okra e carne di montone. .Ecuador: Famiglia Ayme dal TingoSpesa settimanale: $31.55Cibi favoriti: zuppa di patate con cavolo..USA: Famiglia Caven dalla CaliforniaSpesa settimanale: $159.18Cibi favoriti: gelato, carne stufata, yogurt ,vongole.. Mongolia: Famiglia Batsuuri da UlaanbaatarSpesa settimanale: 41,985.85 togrogs o $40.02Cibi favoriti: montone. .Gran Bretagna: Famiglia Bainton da Cllingbourne DucisSpesa settimanale: 155.54 sterline inglesi o $253.15Cibi favoriti: avocado, sandwich con mayonnaise, cake di cioccolato fondente con crema. .Bhutan: Famiglia Namgay dal villaggio ShingkheySpesa settimanale: 224.93 ngultrum o $5.03Cibi favoriti: funghi, formaggio e carne di maiale. .Germania: Faqmiglia Melander da BargteheideSpesa settimanale: 375.39 Euro o $500.07Cibi favoriti: patate fritte con cipolla, bacon, aringa, noodles fritti con uova e formaggio, pizza, pudding di vaniglia[...]



1 Giugno 2007, la giornata di Amalia

Fri, 01 Jun 2007 06:29:00 +0000

(image) La bloggosfera greca è in lutto per la scomparsa di Amalia Kalyvinou, blogger affetta da cancro, che per 17 anni non le era stato diagnosticato. Amalia, nel suo blog "Fakelaki" (Bustarella), racconta tutte le peripezie che il sistema sanitario le ha regalato, tenendo incollati moltissimi lettori. Nel suo ultimo post conclude dicendo: "Che siano i medici ciarlatani l'eccezione, non la regola..."
E' un caso che deve far riflettere perché può capitare a chiunque di noi... I blogger greci sono riusciti ad attirare l'attenzione di tutto il mondo sulla malasanità greca e ad istituire il 1 Giugno la giornata di Amalia.




I sette vizi capitali: Accidia

Wed, 16 May 2007 17:14:00 +0000

E io ch'avea d'error la testa cinta,dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?e che gent' è che par nel duol sì vinta?».Ed elli a me: «Questo misero modotegnon l'anime triste di coloroche visser sanza 'nfamia e sanza lodo.Mischiate sono a quel cattivo corode li angeli che non furon ribelliné fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.Caccianli i ciel per non esser men belli,né lo profondo inferno li riceve,ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».E io: «Maestro, che è tanto grevea lor che lamentar li fa sì forte?».Rispuose: «Dicerolti molto breve.Questi non hanno speranza di morte,e la lor cieca vita è tanto bassa,che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte.Fama di loro il mondo esser non lassa;misericordia e giustizia li sdegna:non ragioniam di lor, ma guarda e passa».(Inf. III, 31-51).Il termine, che deriva dal greco ακηδία (akidia), designa la negligenza, l'indifferenza, la noncuranza, il torpore e l’indolenza... indica, inoltre, l'abbattimento, lo scoraggiamento, la prostrazione, la stanchezza, la noia e la depressione dell'uomo di fronte alla vita.Più che un peccato io lo considero una malattia… uno smarrimento totale, che ci fa perdere l’interesse per le cose importanti della vita. Tutto appare come un peso troppo grande da sopportare, come una fatica immane che proprio non si ha la forza. la volontà… il coraggio di superare. Si sprofonda così nell’ozio, si lasciano le proprie occupazioni, gli interessi, ci si lascia andare ad una vita amorfa, abulica e trascinata.Voglio, infine, concludere la carrellata dei vizi con un racconto proprio sull’accidia, cha ha origine nell’isola di Kastellorizo (quella in cui è stato girato il film Mediterraneo, di Salvatores) e che ha per protagonisti un pigro… ed i paximàdia (un tipo di pane biscottato, simile alle nostre friselle, e che si mangia bagnato con acqua o brodo)!C’era una volta un uomo che temeva il lavoro come il diavolo e che era così pigro che se gli si dava del cibo mangiava, altrimenti sarebbe potuto anche morire di fame. Una sera dopo che non era riuscito ancora a mettere niente in bocca, decisa di fingersi morto pur di non dover andar a lavorare… Pensò che era meglio farsi seppellire da vivo piuttosto che lavorare. I vicini, che lo videro steso sul letto, immobile, pensarono davvero che fosse morto e così gli organizzarono il funerale. Mentre lo portavano al cimitero, una donna che lo conosceva esclamò: “Poveretto! Dev’essere morto di fame. L’avessi saputo ieri, gli avrei portato un po’ di paximàdia che ho in casa”. Il pigro, che da dentro la cassa aveva sentito, gridò: “Buoni i paximàdia! Ma me li avresti dati secchi o li avresti bagnati?”… “Secchi” rispose la donna. “Allora tirate dritto al cimitero!” replicò il pigro, che preferì farsi seppellire vivo piuttosto che bagnarsi i paximàdia!.Paximadia d’orzo con insalata di mare.Ingredienti: 1 tazza di olio extravergine di oliva, 2 cipolline fresche tritate, 2 spicchi d’aglio sminuzzati, 1 kg di cozze, 2 ½ tazze di vino bianco, 12 gamberi sgusciati, 225 gr di cappesante divise in quattro, 450 gr di calamari piccoli tagliati a pezzetti, ½ tazza di succo di limone, ½ tazza di olive nere snocciolate e tagliate a fette, 1 tazza di cuore di sedano tagliato a fettine sottili, ½ tazza di cipollina fresca tagliata a fettine oblique, ⅓ tazza di brodo di pesce, ½ cucchiaino di zucchero, 2 cucchiai di prezzemolo, 2 cucchiai di menta, 2 cucchiai di aneto, 225 gr di polpa di granchio, 6 paximàdia d’orzo o in alternati[...]



Il ciliegio e l’altalena

Fri, 11 May 2007 05:44:00 +0000

Ci sono dei particolari momenti nella vita di ognuno di noi, in cui i sensi restano così profondamente colpiti, da restare incisi nella mente per sempre.A me capita ad esempio, in questo periodo dell’anno, di ripensare a quando da bambina, durante il fine settimana, andavo nel paese in cui vivevano i miei nonni. Andavamo spesso a mangiare fuori, in un posto circondato dai ciliegi. I proprietari del ristorante avevano appeso ai rami più robusti di alcuni ciliegi delle altalene, fatte di corde e tavole di legno. Non c’era cosa che amassi di più che dondolarmi su quelle altalene… reclinavo la testa all’indietro e guardavo divertita la luce del sole brillare tra rami e foglie. Quando poi era il periodo della fioritura adoravo vedere i petali scendere e cercavo di prenderli con la bocca, senza l’aiuto delle mani, cercando di battere ogni volta il record personale di petali ingoiati. Non riuscivo a smettere di dondolarmi, fin quando non arrivava la voce di mia nonna, che mi chiamava a tavola.E pensare che l’origine dell’altalena è legata, invece, ad una vicenda triste e terribile. La leggenda narra, infatti, che Clitennestra ed Egisto avessero una figlia, di nome Erigone. Quando i suoi genitori vennero uccisi da Oreste, Erigone decise di vendicarsi e a tale scopo seguì il fratellastro ad Atene. Ma quando vi giunse capì di non poter riuscire nel suo intento, fu presa da scoramento e decise di impiccarsi. Dopo la sua morte, tuttavia, ad Atene accadde un fatto strano e molto preoccupante: tutte le vergini, come fossero contagiate da un maleficio, avevano preso ad impiccarsi in massa. Gli ateniesi, sconvolti da una tale catastrofe, si rivolsero all’oracolo di Apollo, a Delfi. Questi rispose loro che bastava costruire delle altalene, in modo tale che le fanciulle potessero dondolarsi nell’aria, come faceva chi si impiccava, senza perdere la vita. Fu così, allora, che ad Atene ogni anno la morte di Erigone veniva ricordata il terzo giorno della festa di Anthesteria, quando veniva celebrato il rito delle “chytroi” (pentole), durante il quale veniva preparata la “panspermia” (un misto cioè di cereali immersi nel miele) e le giovani donne si divertivano a dondolarsi in altalena..Ciliege fritte..Ingredienti: 5 tuorli, 5 albumi, 150 gr di farina, 100 gr di latte, 300 gr di ciliege grandi, 100 gr di zucchero, ¼ cucchiaio di cannella in polvere, olio per friggere..Montiamo gli albumi a neve. Prepariamo una pastella battendo insieme i tuorli, la farina ed il latte. Quando sarà pronta vi aggiungiamo gli albumi montati. Lasciamo l’impasto riposare per 40 minuti circa. In un piatto mescoliamo insieme lo zucchero e la cannella. Laviamo le ciliege e le asciughiamo per bene. Tenendole dal picciolo le immergiamo una ad una nella pastella e le buttiamo nell’olio bollente, lasciandole friggere fin quando abbiano assunto un bel colore dorato. Le facciamo scolare bene su della carta assorbente e poi le tuffiamo nello zucchero con la cannella.[...]



L’affare… del sale

Mon, 07 May 2007 14:30:00 +0000

In questi giorni, in occasione del “saltexpò” di Napoli, si è tanto parlato del sale e dei suoi impieghi. Ma mai come nel Medioevo il sale ha rivestito tanta importanza… ha provocato guerre per il monopolio della sua commercializzazione ed ha determinato lucrosi introiti agli Stati.Il sale era, infatti, un prodotto indispensabile non solo per ragioni di carattere alimentare. Non serviva solo ad insaporire le pietanze, ma era l’agente quasi esclusivo per la conservazione di alimenti deperibili. Gli animali di allevamento come mucche, capre e maiali ne sono ghiotti e la loro dieta era regolarmente integrata dal sale. Aveva anche importanti impieghi nell’industria tessile, nei processi di produzione del cuoio e della pelle, della maiolica e delle vernici, nell’affinazione di metalli preziosi, come l’oro e l’argento.La fabbricazione del sale passava attraverso due fasi: si creava la salamoia, per dissoluzione o evaporazione, e da questa il sale, attraverso evaporazione e concentrazione. L’acqua marina contiene diversi sali, che precipitano nel corso del processo di concentrazione, per questo nelle saline è necessario creare una serie di bacini successivi, al termine dei quali si raccoglie il cloruro di sodio, isolato dagli altri sali. Una salina, fin dal Medioevo, era composta da tre serie di bacini protetti da una diga: il primo, il “morario”, accoglieva l’acqua marina in seguito all’apertura della diga e serviva da vasca di decantazione per trasformare l’acqua in salamoia, che passava in seguito nei “corbuli”, ove continuava a riscaldarsi ed evaporare, infine veniva immessa sui cristallizzatori alla “testa” della salina, su cui si eliminavano i sali nocivi.Il lavoro nelle saline era duro. Per tale ragione, soprattutto il trasporto a spalla dei panieri ricolmi si sale veniva ritmato da filastrocche, che servivano a fare la conta dei panieri che si erano trasportati…“O cu l’ai salarreraprimavera la venna dui sunnoe cu av’aisare tri chi nn’avecu l’ai salamattu cuntu quattrooi salatintoe me l’abbattiti e avemu cinco…”.Spigola marinata con sale affumicato.. Ingredienti: 1 spigola da 1 Kg circa, 600 ml di olio extravergine di oliva, 150 ml di succo di limone, pepe rosa, sale affumicato..Laviamo, puliamo e sfilettiamo la spigola. Battiamo l'olio, il limone, il sale ed il pepe. Versiamo la marinata sul pesce, in modo tale che ne sia ben coperto. Mettiamo in frigorifero per 6-8 ore. Possiamo servire i filetti su un'insalatina di finocchi e cipollina fresca, condita con un filo d'olio e qualche goccia di tabasco.[...]



I sette vizi capitali: Lussuria

Thu, 26 Apr 2007 20:09:00 +0000

Io venni in loco d'ogne luce muto,che mugghia come fa mar per tempesta,se da contrari venti è combattuto.La bufera infernal, che mai non resta,mena li spirti con la sua rapina;voltando e percotendo li molesta.Quando giungon davanti a la ruina,quivi le strida, il compianto, il lamento;bestemmian quivi la virtù divina.Intesi ch'a così fatto tormentoenno dannati i peccator carnali,che la ragion sommettono al talento.E come li stornei ne portan l'alinel freddo tempo, a schiera larga e piena,così quel fiato li spiriti malidi qua, di là, di giù, di sù li mena;nulla speranza li conforta mai,non che di posa, ma di minor pena.E come i gru van cantando lor lai,faccendo in aere di sé lunga riga,così vid' io venir, traendo guai,ombre portate da la detta briga;per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quellegenti che l'aura nera sì gastiga?».«La prima di color di cui novelletu vuo' saper», mi disse quelli allotta,«fu imperadrice di molte favelle.A vizio di lussuria fu sì rotta,che libito fé licito in sua legge,per tòrre il biasmo in che era condotta.(Inf. V, 28-57).La lussuria intesa come vizio è un parto del Cristianesimo, in quanto genera turbamento nella volontà individuale, acceca la ragione e rende l’uomo incapace di controllare le proprie passioni. Per molte altre religioni, invece, la lussuria non rappresenta un male. Nella religione pagana classica era al contrario considerata un mezzo di contatto con il divino: nei Baccanali ad esempio i riti orgiastici rappresentavano il momento centrale del culto in onore di Bacco/Dioniso. Esisteva, inoltre, la prostituzione sacra, praticata dalle sacerdotesse di alcuni templi orientali. Ce ne parla, ad esempio, Erodoto (Storie: 1,199), quando ci informa su come venisse praticata a Babilonia: “È obbligo che ogni donna del paese, una volta durante la vita, postasi nel recinto sacro ad Afrodite, si unisca con uno straniero. …Per lo più il rito si svolge così: se ne stanno le donne sedute nel sacro recinto di Afrodite con una corona di corda intorno al capo: sono in gran numero, perché mentre alcune sopraggiungono altre se ne vanno; tra le donne si aprono dei passaggi, delimitati da corde e rivolti in tutte le direzioni, per i quali si aggirano i forestieri e fanno la loro scelta. Quando una donna si asside in quel posto, non torna più a casa se prima un qualche straniero, dopo averle gettato del denaro sulle ginocchia, non si sia a lei congiunto all'interno del tempio. Nell'atto di gettare il denaro, egli deve pronunciare questa frase: Invoco per te la dea Militta”.Nell'induismo, poi, esiste una via iniziatica che si basa sulla lussuria, il Kama Sutra.Nel Medioevo la lussuria era posta in stretta correlazione con il peccato di gola. Gli eccessi del cibo e la smodatezza del bere rendevano, infatti, fragile la vigilanza dei sensi, scioglievano i freni inibitori e conducevano ad atti sessuali disordinati. Gregorio Magno asseriva addirittura che la lussuria fosse causata da un’eccitazione degli organi genitali, provocata dalla pressione del ventre, gonfio a causa del troppo cibo. La medicina antica riteneva, infatti, che l’eccitazione fosse causata da un’eccessiva umidità nel corpo.La lussuria non è a mio avviso propriamente un peccato, a meno che non ci si faccia travolgere dalle proprie pulsioni così tanto da perdere completamente il controllo di sé; quando cioè diviene follia, coinvolgendo persone non consenzienti. Direi, tuttavia, che ogg[...]



Tanti auguri Roma!

Sun, 22 Apr 2007 07:50:00 +0000


Secondo la tradizione Romolo voleva fondare la città sul Palatino, mentre Remo avrebbe voluto l’Aventino… sarebbe stato il Fato a decidere… “Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. E’ più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: "Cosi, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura". In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore.” (Livio, “Storia di Roma” I ,7)… Era il 21 aprile del 753 a.C. e da quel giorno sono passati 2760 anni!

Buon Compleanno, allora, mia adorata vecchia… ma sempre bellissima Signora!