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Web e conoscenza



reti sociali, ma soprattutto "conoscenza", apprendimento digitale e l' approccio alla condivisione.



 



Digital meet — L’innovazione diffusa

Tue, 17 Oct 2017 01:11:11 PDT

L’innovazione diffusaEccoci al quinto anno di DIGITALmeet. E sembra ieri quando scommettevamo su questo format centrato sull’idea degli eventi diffusi e in gran parte autogestiti.E dunque si ricomincia, come ogni Ottobre da quel lontano 2013. E si riparte ancora qui dal Veneto, ma non solo, perchè ormai DIGITALmeet ha già sfondato in altre regioni l’anno scorso e oggi, per la prima volta, copre quasi tutta l’Italia con centinaia di festosissimi eventi.DIGITALmeet nasce da un idea di Gianni Potti che su questo progetto continua a metterci l’anima e il cuore. DIGITALmeet è fondamentalmente un contenitore aperto e variabile di incontri, eventi, approfondimenti legati al mondo del digitale, dell’ICT e del web. Vabbè direte voi ‘… ne ho sentite tante di chiacchiere …’.Ma DIGITALmeet non è chiacchiera (ovvero, non solo, perchè mica vogliamo tappare la bocca a nessuno) è piuttosto un’invasione pacifica delle città con eventi festosi che puntano a promuovere la cultura del digitale e renderla finalmente alla portata di tutti. Un digitale capace di semplificare le nostre vite, di far crescere le aziende del territorio, di contribuire alla costruzione di una nuova economia.Lontano dai classici appuntamenti dove la teoria supera abbondantemente la pratica, DIGITALmeet prova a ribaltare il tavolo e mostrare in che modo il digitale possa cambiare per davvero la vita.Digitalmeet meets DigitalbeerQuesti pochi appunti sul blog mi servono per annotare gli eventi dei prossimi giorni dove sarò presente come membro del comitato scientifico per aprire i lavori e quelli dove parteciperò attivamente alla kermesse:19 Ottobre ore 9.00 — Università ca’ Foscari — VeneziaMarketing technology, digital tourism, sensoristica, fabbrica 4.0: la rivoluzione dell’IoT è appena incominciata!19 Ottobre ore 11.00 — Università ca’ Foscari — MestreMassive Digital Conversations: ‘La nuova comunicazione tra informazione verificata e sentiment nelle emergenze’Massive Digital Conversations - DIGITALmeet - Ca' Foscari - Venezia 2017 - Emergenza2419 Ottobre ore 14.00 — Auditorium Plip — MestreFOOD MEETS DIGITAL: Food Tourism: come il digitale connette i viaggiatori tra la valorizzazione del territorio e produzione agroalimentare #DMFoodFOOD TOURISM — Come il digitale connette i viaggiatori tra valorizzazione del territorio e produzione agroalimentareRISTORAZIONE DIGITAL — Come gli strumenti digitali stanno cambiando il modo di essere ristoratore e consumatoreARTISANS OF FOOD — Il digitale per nuove opportunità di impresa dalla produzione alla comunicazione e venditaOsteria Plip — #DMFood20 Ottobre ore 10.00 —Auditorium Santa Caterina — TrevisoAgenda Digitale del Veneto 2020: i nuovi finanziamenti per lo sviluppo del Veneto.Agenda Digitale del Veneto 2020: i nuovi finanziamenti per lo sviluppo del Veneto20 Ottobre ore 11:30 — Liceo Bruni — Ponte di Brenta (PD)Cybersecurity e Cyberbullismo per studenti e genitori src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fembed%2F5vS8vNON9zI%3Ffeature%3Doembed&url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3D5vS8vNON9zI&image=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2F5vS8vNON9zI%2Fhqdefault.jpg&key=a19fcc184b9711e1b4764040d3dc5c07&type=text%2Fhtml&schema=youtube" width="640" height="480" frameborder="0" scrolling="no">https://medium.com/media/de273c4317c1a58f844c69a5fcf0d20f/hrefVi aspetto … e non dimenticate l’hashtag #DM17Digital meet — L’innovazione diffusa was originally published in Webeconoscenza on Medium, where people are continuing the conversation by highlighting and responding to this story. [...]



Siamo sempre più nudi con le nostre debolezze in piazza

Wed, 04 Oct 2017 03:37:45 PDT

Ammetto che di primo acchito il video di cui tanto si discute, e ancor più si ironizza, mi ha lasciato perplesso. Una perplessità credo lecita ogni qual volta si assiste a una performance di self-made-marketing sul web.Ma ovviamente non è, e non sarà, l’unico momento o l’unico contenuto sul quale la rete farà ironia e io potrò manifestare le mie individuali perplessità.Chi sfotte Katia Ghirardi di Banca Intesa è un cretino. Ecco perchéPoi son scattate condivisioni, commenti ironici, trollate e in un attimo ci siam trovati tutti travolti dalla viralità.E fino a qui va tutto bene, ci sta. Anche perchè io stesso sono un sostenitore della leggerezza e del sano divertimento, soprattutto sui social. src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fembed%2FBx4pw5AtglI%3Ffeature%3Doembed&url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DBx4pw5AtglI&image=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2FBx4pw5AtglI%2Fhqdefault.jpg&key=a19fcc184b9711e1b4764040d3dc5c07&type=text%2Fhtml&schema=youtube" width="640" height="480" frameborder="0" scrolling="no">https://medium.com/media/db997a201d806df3876cf9fd3b32bd6f/hrefOggi però ne ho lette di cotte e di crude su questo video. E non tutte erano leggere, anzi, spesso erano di una violenza e di una boria che definirle trollate sarebbe davvero un modo semplicistico per minimizzarne la portata. Non sto parlando di cyber-bullismo, ma il limite è davvero esiguo.La parte più vile della rete si è arrogata il diritto di ‘sputtanare’ i protagonisti del video e di renderli ridicoli ai più. C’è persino chi ha ravanato a fondo sui profili sociali dei singoli protagonisti per individuare altri contenuti bizzarri. Teppismo, insomma. Tanto che alla fine anche le testate mainstream si son dovute interessare del caso, as usual.La domanda è perchè? Perchè tanta boria? Chi definisce ciò che è buono sul web? Chi può definirsi guru e dettare le regole?Sinceramente non so quante mie (ma anche vostre) comparsate in video, in audio o semplicemente sparse nei vari contenitori sociali di fotografia narcisistica, possano risultare compliant con il mood dei guru. Ravanate pure di situazioni ridicole ne troverete a iosa.Eh si, perchè per l’ennesima volta quelli che sul web ci stanno da un pezzo, grazie alla comprovata militanza vorrebbero arrogarsi il diritto di poter bollare come valido un contenuto rispetto a un altro. Un format rispetto a un altro. Un personaggio rispetto a un altro. Ma per piacere.Dove sta il punto di separazione fra ciò che è etico e ciò che etico non è? Dov’è il discrimine fra ciò che può essere immortalato, esposto, denudato e viralizzato e ciò che invece va censurato ancor prima di diventare puro esercizio creativo?Come giudici da tastiera quand’è che abbiamo assunto il diritto di scaricare le nostre frustazioni sul primo creativo in erba e accompagnarlo sul rogo? Mi son perso quel momento, ma ne vedo chiaramente gli effetti. Ahimè.Mi spiace constatare che lo spirito inclusivo che mi induceva ad adorare i guru della prima ora sia del tutto svanito. La capacità, e sotto certi aspetti il dovere, di educare digitalmente gli ultimi arrivati abbia ceduto il passo all’arroganza di gentaglia che basa la sua reputazione sul numero di follower. Spesso nascondendosi dietro una tastiera per fare i bulli e sparare sentenze sulla inevitabile nudità a cui il web ormai ci sottopone tutti, indistintamente.Permettetemi di andare contro corrente e di mandare un abbraccio agli impiegati della filiale di Banca Intesa e a tutti quelli che ci provano e che ci mettono la faccia. Nudi sul palco, senza veli di vergogna ci han provato. Bravi!p.s. ieri per rispondere ad alcuni commenti citavo anche il video imbarazzante che ho trovato facendo una ricerca sul tubo. Ve lo mostro perchè anche a lui va il mio affetto. E ce ne sono a migliaia. SELF-MADE-SOCIAL-MARKETING. src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fembed%2F8CiVJeZ-IIk%3Ffeature%3Doembed&am[...]



Vecchia … ma buona.

Wed, 13 Sep 2017 05:39:44 PDT

L’idea di utilizzare un dispositivo personale per la didattica non è una novità e se tale idea oggi si è conquistata è l’attenzione mediatica, definirla ‘rivoluzionaria’, è sicuramente una forzatura.Se però ci riferiamo al sistema scolastico italiano e all’arretratezza culturale del corpo docente, allora possiamo anche rispolverare una vecchia idea e farla diventare una ‘buona idea’.Partiamo da un concetto semplice, semplice: il ruolo della tecnologia è quello di porsi a supporto della didattica. Banale? Mica tanto direi, perchè è da questo concetto che dobbiamo partire.Se invece volessimo sconvolgere il ruolo della didattica, i suoi modelli concettuali, scientifici e tecnici legati allo scopo primario e dunque alla sua efficacia, potremmo anche incanalarci in un percorso arduo, irto di ostacoli e dal risultato incerto. Restiamo dunque con i piedi per terra, lasciamo ad altri elucubrare sul deschooling, l’homeschooling piuttosto che l’unschooling o altri paradigmi troppo arditi per questa discussione.Dunque la tecnologia può aiutare la didattica e il sistema scolastico tutto a migliorarsi? Secondo me si, ma con dei presupposti che sono imprescindibili per il successo di questa operazione … “not to learn from but to learn with“ (non impara da, ma impara con!).Innanzitutto cos’è il BYOD (bring your own device)?Rubo la definizione che mi piace di più dal web: ‘BYOD is part of the larger trend of IT consumerization, in which consumer software and hardware are being brought into the enterprise. BYOT (bring your own technology) refers to the use of consumer devices and applications in the workplace. More specific variations on the term include bring your own computer (BYOC), bring your own laptop (BYOL), bring your own apps (BYOA) and bring your own PC (BYOPC).Questa definizione ci fa capire che il paradigma BYOD sta pervadendo da tempo tutte le organizzazioni, non solo la scuola. Io stesso da anni uso il mio smartphone con la SIM aziendale e le app che acquisto per uso personale le utilizzo poi anche per gli usi professionali.Dunque, come per le organizzazioni in genere rappresenta un’opportunità, ed è abbastanza scontato che ciò possa riferirsi anche alla scuola.Nel Piano Nazionale Scuola Digitale (#Azione 6 a pagina 47) … src="https://drive.google.com/viewerng/viewer?url=http%3A//www.istruzione.it/scuola_digitale/allegati/Materiali/pnsd-layout-30.10-WEB.pdf&embedded=true" width="600" height="780" frameborder="0" scrolling="no">https://medium.com/media/b3e28036d11a412afbe2fec0b4bdab5c/hrefsi legge:La scuola digitale, in collaborazione con le famiglie e gli enti locali, deve aprirsi al cosiddetto BYOD (Bring Your Own Device), ossia a politiche per cui l’utilizzo di dispositivi elettronici personali durante le attività didattiche sia possibile ed efficientemente integrato.Punto.No, non punto. Leggiamo anche il seguito, perchè qui troviamo la complessità gestionale che dovremmo affrontare, ovvero che il Ministro dovrebbe affrontare prima di scatenare la ‘rivoluzione BYOD:Perchè ciò sia possibile, occorre che le politiche di BYOD affrontino con decisione diversi temi, che includano la coesistenza sugli stessi dispositivi personali di occasioni sia di didattica, sia per la socialità; la sicurezza delle interazioni e l’integrazione tecnica dei dispositivi personali con la dotazione degli spazi scolastici; l’inclusività e i modelli di finanziamento per quelli personali.Come già avviene in altri paesi, occorre bilanciare l’esigenza di assicurare un uso “fluido” degli ambienti d’apprendimento tramite dispositivi uniformi, che garantiscano un controllato livello di sicurezza, con la possibilità di aprirsi a soluzioni flessibili, che permettano a tutti gli studenti e docenti della scuola di utilizzare un dispositivo, anche proprio.Più o meno come succede per le organizzazioni, il tema dei rischi e delle criticità del BYOD va gestito, non solo tecnicamente (per questo basterebbe un semplice MDM e [...]



Collaborare secondo il credo di Redmond

Fri, 08 Sep 2017 02:18:20 PDT

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credits: Windows Insider

Un paio di mesi fa ebbi l’occasione di confrontarmi con manager e tecnici di Microsoft Italia presso il loro Technology Center di Milano durante una giornata di approfondimento sui sistemi di collaboration che il colosso di Redmond ha a disposizione nel proprio portafoglio di offerte.

Devo dire molto onestamente che rimasi perplesso e un po’ disorientato dalla complessità dell’offerta. Sharepoint, Office 365, One Drive home e business, Skype Home e Business, e dentro 365 il bellissimo Team che altro non è che la risposta di Microsoft a Slack.

Una delle perplessità maggiori era dovuta al fatto che non era ancora chiaro dove Microsoft avrebbe privilegiato lo sviluppo e il deploy dei chat bot o l’apertura di API per far interagire quelle piattaforme con applicazioni di A.I.

Su Skype avevo già fatto una piccola analisi tempo fa:

Conversation as a platform

su Team, come utente 365, avevo mosso i primi passi un po’ perplesso.

Oggi si diradano un po’ le nebbie, grazie a questa notizia di Windows Insider:

Microsoft begins moving Skype for Business users to Microsoft Teams [Updated]

e direi, anche: FINALMENTE!

Dunque non sempre two is megl che uan!

Credo che a questo punto Team possa diventare una piattaforma di collaboration molto più solida grazie al valore del real time video e conferencing che Skype si porta in dote, e soprattutto il punto di riferimento per gli sviluppatori di BOT.

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Quella cloaca maleodorante che chiamiamo ‘informazione’.

Wed, 06 Sep 2017 06:27:00 PDT

A seguito delle discussioni in rete sul bel pezzo di Michele Serra che riporto qui sotto per comoditàmi son riletto il pezzo che scrissi qualche mese fa sul tema della verità, del debunking e dell’informazione in genere:Torniamo ai datiRegistro che nonostante sia passata l’estate e la stessa abbia portato alla ribalta temi scottanti e interessanti sui quali magari riflettere e affrontare un dialogo costruttivo, al rientro dalle ferie gli animi e le tastiere degli haters risultano immutati. Anzi direi che son tornati più carichi che mai.Ciò che fa specie, però, è come i quotidiani nazionali continuino ad attingere dai social media e dalle fake news per raccontarci un paese che non c’è. Un paese che non può riferirsi a delle opinioni certamente minoritarie, ma altrettanto certamente rumorose e urlanti.Credo che il termine stesso ‘informazione’ andrebbe riscritto (o per lo meno aggiornato) su tutti i dizionari. Questa di cui siamo succubi non è più informazione, è un semplice passaparola fra furbacchioni e fannulloni che credono di poter fare giornalismo semplicemente leggendo tweet e speculandoci sopra.Non è pensabile affidarsi solo a degli algoritmi o alla passione e all’etica di pochi acculturati che spendono del loro tempo in estenuanti azioni di debunking.No, non basta. Credo sia ora di mettere mano al sistema dell’informazione e al suo finanziamento pubblico. Non so come, non ho una proposta vincente, non per immodestia, ma per vera incompetenza.Sono semplicemente un lettore, un osservatore, ma pretendo di essere tutelato quando mi informo.So anche che esiste un organismo pubblico che si chiama: OdG. So che fra i suoi compiti c’è il codice deontologico degli iscritti all’OdG. So anche che per legge può infliggere diversi tipi di sanzione.Ecco non so altro.Quella cloaca maleodorante che chiamiamo ‘informazione’. was originally published in Webeconoscenza on Medium, where people are continuing the conversation by highlighting and responding to this story. [...]



Casseforti e congelatori fra le nuvole

Sun, 03 Sep 2017 05:52:53 PDT

Il nostro rapporto con il cloud computing è diventato un abitudine quotidiana. In modo consapevole o meno, tutti i giorni ci troviamo ad interagire con qualche processo che è riferibile al paradigma del cloud computing.Lo facciamo guardando un film in streaming, lo facciamo quando usiamo i social network per condividere contenuti, lo facciamo quando interagiamo con un applicazione remota attraverso il browser, ecc.Spesso però questa consapevolezza sfuma, diventa impercettibile o semplicemente ci distraiamo, o giustamente ci concentriamo sull’attività primaria, sul processo o sul progetto che stiamo portando avanti.E forse è giusto così.Ma nel preciso istante in cui decidiamo di archiviare qualcosa di nostro (un’immagine, un video, un documento) sul cloud, le cose cambiano. La nostra percezione cambia. La nostra preoccupazione cambia.L’approccio al cloud storage è forse il momento più critico, quello che presuppone certezze assolute in diversi ambiti: sicurezza, disponibilità, velocità, dimensionamento, ecc.Cloud storage e smart working.E’ fuor di dubbio che il cloud, alla pari del mobile, rappresentino i presupposti tecnologici che di più hanno influito sull’adozione dello smart working.Il cloud inteso come remotizzazione delle applicazioni e accesso ai contenuti allocati su storage remoti influisce non poco sul lavoro agile e permette alle organizzazioni di ripensare ai propri modelli funzionali e organizzativi.L’arrivo poi delle cosiddette cloud suite aiuta e semplifica di molto l’adozione di questi nuovi modelli e li rende perfettamente aderenti e conseguenti alla consumerizzazione dell’IT, che consente all’utente di utilizzare gli stessi strumenti per la produttività personale o famigliare, in azienda.Citerei qui la G-suite di Google, piuttosto che Office 365 di Microsoft o l’accoppiata Dropbox/Paper, ma anche sistemi più prettamente collaborativi come Slack e ovviamente molti altri ancora che fanno della collaborazione e della disponibilità di archiviazione remota i punti fermi e imprescindibili per offrire un servizio cloud al lavoratore agile.Tutti quelli che ho citato sono servizi che basano gran parte della loro forza sulla disponibilità in real time di documenti archiviati, già sincronizzati su più device e facilmente modificabili anche in modalità collaborativa. Possiamo dire che sono sistemi ad altissime prestazioni (high-performance).Dunque le aziende che li offrono devono garantire una serie di livelli di servizio davvero elevati, primo fra tutti la disponibilità immediata. Stiamo dunque parlando di HOT STORAGE, ovvero:Business-critical information that needs to be accessed frequently and quickly is hot storage.Tutta questa premessa serve per differenziare questa offerta da un’altra meno conosciuta, ovvero l’offerta di COLD STORAGE.2. Cold storage e archiviazione definitiva.Quando dobbiamo archiviare quantità importanti di dati, dei quali abbiamo piena consapevolezza che non richiederanno un accesso frequente, dovremmo considerare le soluzioni di Cold Storage.Cold storage is a computer system or mode of operation designed for the retention of inactive data.Partirei dall’approccio consumer, ovvero da come possiamo soddisfare questa esigenza a beneficio dei nostri dati personali, in modo da sperimentarne la convenienza, la robustezza, la sicurezza e la disponibilità, per poi richiedere servizi simili anche in azienda.Per capire la differenza e sopratutto l’utilità, basterebbe aprire la cartella locale (o le cartelle) di Dropbox, One Drive, Drive di Google o qualsiasi altro sistema cloud-syncro che adottiamo e verificare l’ultimo accesso ai file ivi depositati.Per farlo è sufficiente riordinare la vista elenco del nostro Finder (MAC) o Esplora risorse (WIN) richiedendo di mostrarci (ordina vista per … ) i file per data, avendo l’accortezza di mettere in cima quelli con la data più lontana nel tempo.Nell’[...]



Le gabbie del pensiero e la società indifferente

Sat, 26 Aug 2017 04:24:38 PDT

La società terrorizzata, impazzita e impulsiva che in queste ore urla ‘No tinc por’ (non ci arrendiamo), probabilmente si sentirà sollevata dalle misure di contenimento civili basate su un dispiegamento di barriere jersey e dunque, molto probabilmente, approverà le iniziative che sembrano rassicurare nell’immediato e rendere il sonno dei cittadini meno agitato.Anche nella mia città, proprio questa notte, hanno deciso di installare analoghe strutture per evitare fatti simili a quelli di Nizza o Barcellona:Posa dei blocchi all'ingresso di piazzale Roma: prevista anche una pattuglia militareSu questo tema l’architetto Boeri nei giorni scorsi aveva lanciato una proposta che val la pena di leggere e sulla quale avviare un serio dibattito civile e possibilmente scevro da ideologie o impulsi dettati dalla comprensibile paura:Boeri: "Contro i terroristi mettiamo le querce al posto delle barriere di cemento"La bellezza contro il terrore, le querce al posto delle barriere, per rendere più sicure le città. La proposta viene da Stefano Boeri, che su Facebook invita a «contrapporre all’istinto di morte di queste belve umane la calma presenza delle piante». L’architetto invita gli amministratori a chiamare i creativi per progettare dei grandi vasi riposizionabili, ciascuno con un albero, da collocare agli ingressi di piazze o spazi pubblici.Purtroppo nella mia città è prevalsa la logica dell’impulso e della fretta, condita da una incapacità di ascolto e soprattutto dall’insensibilità nei confronti di un tesoro storico e artistico amato in tutto il mondo: Venezia appunto.Come è possibile che le gabbie del pensiero portino decisori e manager pubblici ad operare in tal senso?Semplice: l’assenza di dialogo, di confronto e di conoscenza. La totale boria dettata dal ruolo che continua a prevale e si fa beffe della sensibilità, della creatività e della conoscenza di chi poi deve convivere con queste decisioni calate dall’alto.Eppure bastava poco. Un concorso di idee, tre giorni sul web e un battage sui social e si poteva allargare la propria visione oltre i confini delle segrete stanze del Comune dove albergano in giacca e cravatta manager che hanno perso ogni contatto con il mondo reale.La solita vecchia storia che ci fa perdere occasioni su occasioni e allontana i creativi dalle nostre vecchie città.Eppure altrove qualcosa si muove, si è mosso:Manu Invisible paints the anti-terrorism barriers (new jersey) for Christmas. - Manu Invisible | Street Art | Muralism | Interior SpacesMile-Long Mural Painted on Temporary Barriers in Rockaway BeachE per fortuna anche l’appello di Stefano Boeri sembra fare proseliti laddove non ci si arrocchi in posizioni comode:Fioriere contro il terrore, i primi sì da Bari a FirenzeSi, perchè il problema che si evince dal comportamento del mio sindaco e dei suoi manager, è quello dettato dall’adattamento nella propria comfort zone: Faccio il minimo indispensabile sull’onda dettata dall’emozione. Non ho tempo per studiare, capire, confrontarmi e soprattutto ascoltare.Ennesima occasione persa per una città ormai agonizzante.My 2 cent.p.s. su Facebook c’è una discussione in corso.Le gabbie del pensiero e la società indifferente was originally published in Webeconoscenza on Medium, where people are continuing the conversation by highlighting and responding to this story. [...]



Il seme dell’odio e la visione corta

Wed, 23 Aug 2017 04:19:21 PDT

Letture strane e forse non del tutto collegate o collegabili, ma che mi han portano a riflettere sulle denunce all’apatia e all’indifferenza:Siamo in troppi per lasciarci odiareFatti strani, e comportamenti generati da pulsioni incontrollate che rischiano di diventare consuetudine e che portano a riflettere sulla statura e sulla sobrietà dei rappresentanti delle istituzioni:Aveva ragione JannacciE poi giustificazioni, nel senso più esatto del termine, ovvero: ‘te la sai chiamata!’ che poi altro non sono che benzina per i famosi hater:"Cara Laura Boldrini, sai perché ti insultano tutti?". Un Facci definitivo: Presidenta colpita e affondataInsomma, odio, sparatorie, insulti sessisti, minacce di morte conditi da teatrini scherzosi, provocazioni, giustificazioni e insomma. Spettacolo puro per il palcoscenico digitale del nuovo millennio!Una sorta di rappresentazione semiseria di uno spaccato di società che si riversa in massa sulla rete e si trasforma di volta in volta in giudice, assassino, difensore, tifoso, ma anche comico, cabarettista e quasi sempre benaltrista.Eravamo tutti convinti (per lo meno noi early adopters) che il connettivismo prima e la condivisione di tanta conoscenza poi, avrebbe fatto di questo pianeta un posto migliore dove vivere.Forse non è andata proprio così. O forse il problema unico e vero è che prima non entravamo mai in contatto con pensieri e opere di persone diverse da noi o che con le quali (quando qui dentro eravamo in pochi) non potevamo entravamo in contatto.Forse un altro problema è che chi fa informazione attinge troppo dal web e dai suoi mutevoli stati e paradigmi. E forse l’informazione stessa non è più in grado di offrire contenuti che non siano associabili a persone:body[data-twttr-rendered="true"] {background-color: transparent;}.twitter-tweet {margin: auto !important;}La Boldrini attesa sulla rambla. #barcelona #Barcellona #BarcellonaAttack #Boldrini #PrayingForBarcelona #PrayforBarcelona — @IlPaoloGiordanoSenza scomodare Saussure o le teorie sul triangolo semiotico, basterebbe ridefinire le metriche che assegnano i valori della comunicazione e dei suoi strumenti rispetto a quelle che definiscono il significato del messaggio e dunque la sua capacità di diventare idea o proposta.Quanto vale in termini assoluti un like? Quanto vale la condivisione? Quanto pesa in questa metrica il numero di follower?Forse nella bolla dei social pesano ancora parecchio, ma non in valore assoluto. Ovvero pesano in valore relativo perchè la conversione che i marketer ci vendono è viziata da milioni di finti like e fake profile e dunque sopravvalutata.Illuminante a tal proposito è un elemento critico introdotto nell’ultima stagione di Homeland: src="https://cdn.embedly.com/widgets/media.html?src=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fembed%2FEufH0T196bY%3Ffeature%3Doembed&url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DEufH0T196bY&image=https%3A%2F%2Fi.ytimg.com%2Fvi%2FEufH0T196bY%2Fhqdefault.jpg&key=a19fcc184b9711e1b4764040d3dc5c07&type=text%2Fhtml&schema=youtube" width="854" height="480" frameborder="0" scrolling="no">https://medium.com/media/6f3bdc006023314f2cf0d15b2a2ed79c/hrefche, prendendo spunto dalla recente campagna elettorale americana, cerca di analizzare gli effetti che sortirebbe un’operazione massiccia di influenza social sull’opinione pubblica.Dunque cosa resta sul tavolo delle idee? Semplicemente noi, con le nostre teste. Noi che elaboriamo concetti anche complessi. Noi che abbiamo ancora la capacità di separare il pensiero (significato) dal segno, suono, immagine (significante). Quel pensiero che dovrebbe rimanere ancorato al solo piano dell’espressione e non, purtroppo come accade sui social, trasportato e trasformato dal soggetto/profilo di turno (referente).Il concètto dal latino conceptus, derivato da concipere composto[...]



Piacentini e il grande #GAC

Thu, 17 Aug 2017 02:26:55 PDT

Fra gli addetti ai lavori (ah, quanto mi fa ridere questo termine che sostanzialmente significa: quei 4 sfigati che si occupano di digitale in Italia) si sta sviluppando una discussione attorno all’intervista che Diego Piacentini ha rilasciato al Foglio in piena estate:Sono Diego, risolvo problemiIl commissario al digitale in questa intervista si leva un bel po’ di sassolini dalle scarpe. Non so se lo faccia per prender tempo o perchè, dopo anni di assenza dal nostro paese, sta prendendo coscienza dello stato immutabile delle cose e, ahimè, di conseguenza si prepara a tirare i remi in barca.Una frase fra tutte lo denota:Altra complessità inizialmente non prevista sono i personalismi. “Molta gente non ha il coraggio di concordare su un’opinione anche quando è giusta. Molti vogliono far valere le proprie idee anche quando sanno che sono sbagliate pur di affermare la propria posizione. Sono poche le persone con cui lavoriamo che dicono: ok, questa è la strada giusta, seguiamola. Molti invece devono imporre la loro presenza perché altrimenti perdono il loro ruolo, perdono il loro valore. Questa cosa è molto forte in Italia. Lavorando per Amazon sono stato esposto a decine di paesi, sono stato in Cina cinquanta volte, trenta in India, e tra i paesi a cui sono stato esposto l’Italia è quello che ha il minor senso del bene comune, della cosa comune, di fare qualche cosa per il bene del paese o per il bene della comunità. Non è istintivo, non è nel nostro dna”.Bene, potrei dire (e ne sono convinto) che questa frase è un grande #GAC e chiuderei qui il discorso, ma non lo faccio, perchè credo che al netto della presa di coscienza questo concetto vada elaborato e ampliato nel senso dell’organizzazione. Prima fra tutte quella a cui Diego Piacentini ora appartiene: lo Stato.Ma attenzione, giustamente lui parla di DNA e io son convinto che il tema dell’organizzazione, della gestione dei processi, della definizione dei ruoli, della conoscenza del sistema sia un problema paese. Anzi, più che un problema una vera emergenza nazionale.Ora, per deviare un po’ il discorso e fare delle acrobazie da finto esperto del settore, vorrei raccontarvi il sequel di una telenovela che mi ha visto, ahimè, protagonista sui temi del digitale come utente finale.Vi ricordate le prime puntate? No, sicuramente no, allora le rimetto qui in fila per chi avesse voglia di leggerle. Per chi invece va di fretta, ricordo che il tema è quello della banda larga o, più recentemente, della banda ultra larga:Tu non sai niente Jon SnowJon Snow è morto a causa della banda ultra largaVabbè anche se non avete letto tutto, si trattava degli #EPICFAIL relativi alla gestione dell’offerta FTTS, nel 2015.Ma veniamo a fatti più recenti.I primi di Luglio trovo questo foglio appiccicato con lo scotch sul portone di entrata del mio condominio.Foto by Gianluigi CogoDi che si tratta? Semplice, è la nuova sfida commerciale che Enel ha lanciato nelle grandi città. Ovvero la stesura di fibra ottica per portare il digitale ad alta velocità direttamente nelle nostre case.Open Fiber porta la fibra ottica a banda ultra larga (BUL) su tutto il territorio nazionale italiano per dare una nuova velocità all’Italia, aprire alle persone l’accesso ai servizi digitali più evoluti e alle opportunità offerte da un mondo sempre più interconnesso.È una scelta strategica che risponde agli obiettivi previsti dall’ Agenda Digitale Europea e della Strategia Italiana per la banda ultra larga. Un piano ambizioso che intende rimediare rapidamente alla carenza infrastrutturale del nostro Paese, garantendo costi competitivi e tempi di esecuzione brevi.Come player infrastrutturale, ci occupiamo della realizzazione, gestione e manutenzione della rete in fibra ottica con la tecnologia Fiber to the Home (FTTH), l’unica in grado di garantir[...]



Fuga dalla A.I.

Thu, 06 Jul 2017 05:55:53 PDT

Se vi approcciate al mio branding on line, non vi sarà sfuggito il motto che uso come descrizione sui profili pubblici: ABITO IL WEB DAI TEMPI DELLA FRONTIERA.Gigi Cogo social presenceNei vari servizi in cui abito dagli anni ’90, ho scelto di inserire dati di profilazione piuttosto rilevanti che, a seconda del servizio offerto, riguardano ovviamente il sesso, l’età, la residenza e poi le foto (avatar), le esperienze (studi, lavoro, ecc.) ed altre informazioni relative all’identità associata al profilo con cui gioco la mia partita in questi particolari palinsesti.A volte son scelte obbligate (prendere o lasciare), a volte consapevoli, spesso non lo sono a causa della fretta o della curiosità.Rimanendo, per ora, in ambito strettamente collegato ai servizi ‘social’, vi racconto l’esercizio che faccio ogni anno con i miei studenti quando tratto questi temi. Senza tediarvi troppo con tutti i risvolti legati alla profilazione e poi alla concessione degli elementi di profilo a soggetti terzi che interagiscono con le piattaforme (limitiamo questa trattazione a Google e Facebook), vi segnalo che il primo elemento che porto a conoscenza è quello bellamente ignorato da tutti, ovvero la lista degli amici. Quasi tutte i servizi inseriscono per default questo elemento che davvero non mi garba concedere. Ovvio che sta alla base dell’essenza stessa di Facebook, ma i miei gradi di separazione li voglio gestire a modo mio. Tiè!Per farla breve, quando accettiamo di far interagire un app mobile o un servizio web con Facebook, nel momento in cui clicchiamo accetta, prosegui … insomma fai pure quel cavolo che vuoi dei miei dati, spesso regaliamo grandi pezzi della nostra vita alle macchine.Basterebbe ogni tanto dare un’occhiata a quanti sistemi/servizi/app/macchine si stanno prendendo i nostri dati, semplicemente analizzando queste impostazioni: https://www.facebook.com/settings?tab=applicationsPrendiamo ad esempio la famosissima app di YouTube e vediamo cosa vuole in cambio per giocare con l’amichetta Facebook:Tanta roba che si può anche spegnere. Ma chi mai lo fa?E poi, conviene davvero?Ognuno di noi dovrebbe avere la capacità di informarsi meglio sul rapporto costi benefici di ogni servizio che ci richiede precisi dati di profilazione.Spesso ci piace ricevere informazione molto targhetizzata e dunque basata su nostre precise indicazioni che possono essere ricavate dagli elementi di profilo che rendiamo pubblici e/o leggibili al gestore del servizio, sistema, macchina, app o sito che sia.Dunque quanto tempo risparmiamo se You Tube pre-configura una selezione di video basati sull’età, sulla residenza, sulle nostre relazioni con gli amici, ecc?Ma attenzione, queste macchine non leggono solo il profilo, leggono e interpretano (a modo loro) anche i nostri comportamenti:- viaggi che facciamo- libri che leggiamo- foto che pubblichiamo- ecc.Ultimamente va per la maggiore utilizzare tecniche di riconoscimento visivo per associare gusti, preferenze e dunque creare offerte molto targhetizzate. Io mi sto divertendo con Zoolz Intelligent cloud di cui avevo già accennato su questo blog:Foto fra le nuvole e un po’ di AI che non guastaLo faccio per puro divertimento, per capire come le macchine associano cose e persone semplicemente usando algoritmi di riconoscimento visivo, ovvero i loro occhi sui nostri contenuti. Così, per gioco appunto.Poi, se invece volessi capire un po’ di più come vengono create le associazioni comportamentali relative al mio modus operandi sul web, provo ogni tanto a frantumare gli zebedei all’amico Zuck proprio qui, sul pannello delle interazioni offerte agli inserzionisti: https://www.facebook.com/ads/preferencesE vi assicuro che c’è da divertirsi nell’accendere e spegnere. Provatelo!Proprio mentre scrivevo questo post, ho spento alcun[...]