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Takajiro Jackmaoni



non dobbiamo preoccuparci di essere eleganti o cosa. dobbiamo spaccare.



Last Build Date: Mon, 18 Sep 2017 12:20:01 +0000

 



Una musica può fare.

Thu, 18 May 2017 20:36:00 +0000

Non ho idea di quando sia ufficialmente finita la mia gioventù. Non riesco a scovare un giorno, un momento, un evento od al più un periodo in cui ho ammainato le vele ed accettato di fermarmi.Immagino lo sia, per carità. Sicuramente molto spesso mi illudo di no. Chiudo gli occhi e sento ancora la musica altissima, distorta dall'eccessivo volume che le casse di una qualche festa - ai tempi del liceo - non sopportano. Poche menate: chitarra, basso e batteria. Rock, grunge...il punk! La vodka di pessima qualità, la giacca sgualcita aperta, perché non faceva mai troppo freddo. I jeans strappati e le magliette.Perché per me, la vera giovinezza son quegli anni lì. Quando aspetti i diciotto. Quando li hai superati da un niente. E niente è veramente cambiato. Quando ti incazzi con un brufolo, quando ti senti adulto. Quando senti che dentro di te sta cambiando tanto e lo senti perché avverti un bollore che ti scotta e non ti fa stare fermo. Ed un giorno sei intrattabile, inespresso ed incompreso ed il giorno dopo...pure.Nel pieno della mia giovinezza, il grunge era sul suo viale del tramonto, il meglio lo aveva già dato probabilmente; aveva gridato la sua rabbia, il suo malessere. Il disagio di tutti noi, più o meno ragazzetti.A dirla tutta, poi, in quegli anni, la mia concentrazione era quasi interamente assorbita dall'esplorazione del cantautorato italiano; mi sfogavo contorcendomi su di un testo malinconico di De Gregori o studiando De André. Al più, affidavo il mio dissenso al Finardi di Musica ribelle piuttosto che prendere a pugni l’armadio in camera, confondendo i tonfi con la voce di Kurt Cobain, o Eddie Vedder. Ciò non toglie, però, che il contorno in cui cresci, si inerpica su per il tuo sistema nervoso. Entra dai piedi delle sneakers sudicie e ti si infila in testa. E lì rimane. Lì resta, latente. Perché ciò che sei oggi è soprattutto gli occhi che hai incrociato in quel tempo. Le bocche che hai osservato, bramato. I pugni che hai preso, quei pochi che hai dato. Gli amici che pensavi avresti avuto per sempre al tuo fianco, le lotte che ti sembravano sacrosante. Le canne, la dissimulazione, l'amore che ti scoppia nel petto, le delusioni che ti sembrano insormontabili. La fine del mondo, su cui oggi ridi. Il prendere sotto gamba, su cui oggi cristoni. La carne che iniziavi ad annusare, a leccare a fare tua. Le corse, le fughe i libri, i pleid in montagna e la filosofia. Tutto questo - ed un'infinità di altro - ha una colonna sonora precisa e la mia sa di sporco e di sudore e di amplificatori. Di casse tirate al massimo e di amore assoluto per la musica, senza aver mai saputo suonare neanche un cazzo di triangolo. I Nirvana ed i Pearl Jam. Ma anche gli Smashing, Stone Temple Pilots e Soundgarden. Oppure The President of the USA, i Green Day, NOFX, Pennywise, Offspring.La festa di natale a scuola, con quelli di quinta che suonano. Le prime sbronze da vomitare l'anima e l'ansia per la versione di latino. Od il compito di fisica.E' questo che ti porti dentro, è questo che ti ha cresciuto e coccolato. E plasmato. Anche per tutto questo, la morte di Chris Cornell ti stordisce più del razionale. Perché non c'è un fottuto niente di razionale nel sognare ad occhi aperti un pomeriggio di ottobre di (su per giù) venti (!) anni fa, al solo sentire dieci note di una canzone. Avvertendone l'angoscia alla bocca dello stomaco per le menate o pensando ancora adesso "seriamente, cosa farò da grande?!"Non è assennato ricordare quell'inquietudine, o percepire l'attesa per quella festa del sabato sera che viene, eppure è tremendamente bello e romantico. Ed è un peccato che la forza con cui capita sia direttamente proporzionale alla delusione con cui ti investono alcune notizie. Perché in fin dei conti tornare ad essere quel ragazzetto che voleva opporsi alla merda che gli arrivava in faccia è un esercizio che dovremmo fare più spesso.Quello con la camicia di flanella e la t-shirt slabbrata che se cerco b[...]



Ci vuol farina del proprio sacco.

Thu, 05 Jan 2017 18:45:00 +0000

Posare il bicchiere qualche centimetro più in là, chiamare la sedia a sé, accomodarsi e prendere la tastiera come se non avessi mai fatto altro in vita tua. Come se da quello dipendesse ogni tuo singolo respiro. La tua soddisfazione. Nella perenne speranza ed agitata attesa di rendere il pensiero un qualcosa di definitivo, immortale. Imperituro. C'è stato un tempo in cui scrivevo perché era l'unico modo che conoscessi per liberare i miei mostri senza il bisogno che qualcuno stesse lì ad ascoltare, ad annuire o a rispondere con qualche frase fatta del cazzo. Non ce n'era alcun bisogno. 
Poi le cose cambiano, vanno via veloce che neanche te ne rendi conto e quando ti volti indietro, lo fai per guardare gli occhi celesti come il cielo di una biondina di novanta centimetri o poco più.
Quel tempo non è né lontano, né vicino, ma si è truccato e messo un qualcosa di presentabile addosso ed arpeggia le corde di una chitarra acustica, nell'attesa che realizzi il tuo intorno; ammesso che ce ne sia veramente bisogno.
Siamo fatti di occhi di diversi colori, siamo fatti di pensieri - diversi dai nostri - siamo fatti di strette di mano e di cazzotti, di conati di vomito e di lacrime; siamo tutto questo e molto altro, cercare di discernere, di cancellare o di filtrare a piacimento i fattori sarebbe esercizio tanto stupido, quanto banale. Non ci resta che accettarlo e, al più, correre al negozietto all'angolo e riempire il cestino con qualche ingrediente esotico, piccante, gustoso.
Così cresciamo, così ci modelliamo sulla base delle nostre relazioni ed esplodiamo nella razionalizzazione degli eventi, prendendo di petto l'alba di ogni merdoso eppur fantastico giorno: che sia mantra od imposizione, l'apertura degli occhi su un nuovo giro di orologio è l'ultima scintilla irrazionale che le tenebre notturne ci lasciano in dono, dopodiché è galoppo stretti alle briglia. Dove c'è bivio, c'è scelta, dove c'è ostacolo, c'è prova. C'è sforzo, esercizio, coordinazione ed infine soddisfazione. Ad andar male, tumefazione, convalescenza, guarigione ed evoluzione. Crescita.
Ti specchierai nello stagno dell'eterna giovinezza, potrai chiedere a quel visino bambinesco cosa pensi di te; potrai chiedere di rinfrescarti la memoria rispetto ai sogni che facevate insieme, con gli occhi incantati, fissi sull'orizzonte. Che sia ispirazione ed adrenalina.
Questo approccio è come un libro abbandonato sopra al
comodino: sai che è bello e che ti prenderà e che ti piacerà, ma non riesci a prenderlo, a soffiarci via la polvere e gettarti nella lettura. 
Troverai la forza, troverai il coraggio e se non lo troverai - per i motivi che saranno i più legittimi, perché sono i tuoi - lascialo lì dov'è per sempre, tanto di disordine ce n'è sempre un po'.




Polaroid nel cassetto.

Wed, 30 Nov 2016 18:28:00 +0000

Rido, non sorrido, rido. Forte ed a bocca aperta, con gli occhi chiusi e le lacrime che schizzano. Ruoto su me stesso correndo qui e là, perché è troppo difficile restare in un punto fisso. Intorno a me un prato di erba alta, fiori di montagna ed un pendio. E poi ancora vento e sole e acqua che scorre rumorosa.Rido perché pensavo di aver trovato la strada ed invece mi sono accorto che non la sto più cercando, per cui mai la troverò, ma ora non mi importa più. Mi importa solo di suonare il pianoforte che qualcuno ha sistemato sotto quelle rocce, l'eco delle mie note arriverà in cielo, così la forza con cui spingerò i tasti deciderà i venti e le tempeste e mi troverò a suonare sotto un diluvio di acqua gelida. E riderò tremolante. Alzo la testa con gli occhi chiusi, apro di nuovo la bocca e mi nutro di quella pioggia.L'acqua gelida mi entrerà nel sangue e lo tempererà, scatenando la terribile veemenza con cui il mio cervello sceglierà note più grevi, con cadenza ritmica e folgorante. Gli acuti, interrotti da suoni bassi e sospetti mi mettono la pelle d'oca, rallento la velocità dei miei colpi e la pioggia si fa meno fitta, mi colpisce meno vigorosa, quasi ad assecondare una scenografia non voluta. Non ho ancora abbassato la testa, ma torno a respirare senza fatica, riprendo ossigeno e vigore. Ricomincio a seguire gli impulsi della mia mente con crescente rapidità. Un lupo mi osserva da poco distante, ruota il capo verso sinistra a manifestare il proprio sgomento. Solo pesantezza e spossatezza sui tasti ed inizio a ciondolare. Investito dalle solite paure resto aggrappato alle corde del pianoforte, sfogo l'inquietudine sulla musica, non vorrei mai smettere di schiacciare quei tasti, spaventato da ciò che ho intorno scappo.Ritorno dietro casa senza mai voltarmi perché avverto il fiato caldo ed umido del lupo dietro me. Scappo, ma non ho più modo di entrare in casa, il destino si è compiuto, forse le mie colonne di ercole sono infine arrivate, più in là non posso andare e lui dietro aumenta il passo ed ormai mi è a pochi metri. Mi siedo sulla stessa panca in cui ho pianto e sorriso, in cui mi sono riposato ed in cui ho aspettato. Carne al legno. Il lupo rallenta, ma non smette di avvicinarsi poi si arresta a pochi centimetri dalla mia gamba e lì appoggia la sua testa, mi osserva ruotando solamente gli occhi. Poi si stacca e si accovaccia sui miei piedi e lì si addormenta.[...]



Ma sei sempre in giro.

Tue, 03 Mar 2015 12:10:00 +0000

Ci sono poi quelle volte lì. Quelle in cui vorresti dire talmente tante cose, che forse la roba migliore che puoi fare, è startene zitto. Che poi, nel mio caso, è una delle cose che mi riesce meglio in generale.Stare zitto, intendo.Allora? Devi darti da fare, eh.Il silenzio a me toglie imbarazzo. Riempie. Quanto meno il paradosso, se vuoi. Però almeno non rischio di dimenticare nulla. Annuso l'aria e guardo i volti. Seguo i gesti. Incrocio gli sguardi. Tendo le orecchie ai rumori, ai bisbigli oppure al vociare di più persone, che compone un sottofondo, dal quale di tanto in tanto emerge una parola, una frase. Prive di ambito, balzano fuori e subito diventano parte di quell'altro contesto lì.Quelle volte, quelle, non c'è mica tanto da aggiungere a parole.Vuoi che ti prepari qualcosa? Vuoi bere? Mangiare?Una cosa perfida, ingannevole e dolorosa è il ricordo. Il ricordo dei ricordi. Quelle carezze lontane, quella pazienza infinita. Quella protezione che trascende la fatica ed il comune sforzo. Ironia, risate e raccomandazioni. La dicotomica perversione è che tutto questo è anche la cosa più bella, profonda ed esplosiva che ti rimane dentro la testa, dentro agli occhi.Che ti rende così difficile aprire lentamente le dita, per lasciare partire la mano che stai stringendo, perché la sua natura qui è terminata ed è giusto che si incammini.Ho pensato a lungo nelle ultime ore ed è mica una cosa che faccio spesso, questo è fuor di dubbio. Mi sono chiesto se esista un modo per restituire il bene ricevuto. Parlo in generale. Una riflessione. Mi sono chiesto come fa uno a saldare questo debito. Forse il conto è aperto, destinato a chiudersi con il tempo, quando ciò che hai in tasca verrà destinato, briciola dopo briciola, a chi camminerà al tuo fianco. In fin dei conti è bello pensarlo. Romantico.E' delicato invece impegnarsi a non scordarselo.Questa bisaccia zeppa di emotività.Sono vecchia, mi da pensiero.Sto gettando queste parole sulla tastiera senza un criterio, perché vengono fuori disordinate, così come riaffiorano i ricordi. Le promesse. E le volte in cui ho pensato ad un momento come questo. Sto cercando di fare pulizia. Consolato dalle note di questo pianoforte.Ho scattato alcune istantanee, di quelle che ti porti volentieri in viaggio, quelle che ogni tanto sbirci per non scordare o per scaldarti il cuore. Per farti venir fuori un sorriso, per non far svanire le figure che il tempo sbiadisce e assottiglia nei contorni. Le ho infilate nella tasca della tua valigia, così le troverai ogni volta che lo vorrai.Come sta la bambina?Ho pensato di farlo perché mi sono accorto di quanto potente sia una piccola vita e di quanto l'incoscienza, la genuinità siano bellezza. Allo stato puro. Di quanto potere ci sia nel sorriso di mia figlia e di come quella smorfia potrebbe spostare il mondo intero per quel che sprigiona. Credo celi una formula segreta. Che ha funzionato fin da subito, fin da quando...dammela un po' qui. Finanche a quel giorno lì, che ho sperato così tanto potesse ancora esserci che ero emozionato. E ringrazio il cielo - o chi per lui - che ci sia stato, quel giorno.Quando vi siete guardate negli occhi ancora una volta.Il vortice piano, piano rallenta. Quando si fermerà, parrà per un attimo che tutto si sia sistemato, nausea passata, capelli di nuovo a posto, sensazione di sollievo. Normalità. Poi credo verrà quell'istante in cui mi accorgerò che tutto intorno è un pasticcio. Qualcosa in cocci, qualcos'altro al posto sbagliato. Altro ancora zeppo di polvere. Rimettere insieme, ogni cosa al suo angolo, costerà altrettanta fatica, ma è pur vero che i ricordi di una vita, ne alimentano un'altra. Forse un'altra ancora ed il turbamento lascerà spazio ad una smorfia ed infine ad un sorriso. Ed il baule conterrà un tesoro degno dei racconti più belli.Mi sembri tanto magro.Il mio, ormai celebre, amico conte mi ha detto giusto qualche ora fa: ormai ti rendi conto di quanto facciamo schifo, perché siamo b[...]



Ti racconto una roba.

Tue, 27 Jan 2015 18:35:00 +0000


Ne discorrevo svogliatamente l’altra sera con il mio amico conte, quando di punto in bianco me ne esco con una sorta di ebbra confessione, argomentando come ci siano alcuni non rari momenti in cui mi pare che l’ultimo baluardo scoglio cui abbiamo la possibilità di appigliarci sia, romanticamente, la nostalgia.
Pur formandoci con un accezione negativa, triste, quasi da rigettare della stessa e quasi come fosse foriera di un blue che ti si appiccica addosso; e con il passare del tempo non farà altro che soffocarti, intasando ed ingozzando ogni singolo poro della tua pelle. Quasi fosse una gelatina viscosa. Che ti trascina in fondo, senza che tu possa riemergere, quand’anche tu magari ti stia inzuppando i piedi in una pozza. Torbida per lo più.
Esiste un sottile confine tra la nostalgia di un inverno lontano ed il sogno di una nevicata copiosa, se capisci cosa intendo. Si può avere nostalgia per una spiaggia mai vista, invero. Qui sta il balocco, qui ti giochi le tue carte con quanto di più profondo tu possa avere.
Vivi giorni concitati, fatti di colonne sonore ed immagini che forse non ti rappresentano o che addirittura nulla hanno a che fare con te e ti freghi le mani con un nervosismo non sano, poco utile foss’anche solo per scaldarti le mani gelide.
Come le immagini che vedi scorrere dal finestrino di un treno che procede a velocità costante.
Quello che intendo dire, o meglio descrivere, condividere è quella sensazione di nostalgia che puoi nutrire nei confronti di un non vissuto che mai ti è appartenuto e forse proprio per questo è quanto di più vicino alla tua vera essenza. Una dimensione priva di uno spazio e di un tempo meglio definiti, poiché è frutto della tua fervida immaginazione. E’ lì che un passato mai vissuto ed un futuro da dipingere si fondono insieme, creando una bobina del tutto nuova, viziata da una libertà vera, genuina ed istintiva. 
E’ lì che viene il difficile. Quando devi fare i conti senza gli imbrogli dei compromessi quotidiani, quando l’evasione è a portata di mano, o meglio, di immaginazione; quando farsi tirare giù, nel vortice della negatività di ciò che ti hanno detto essere pericoloso, è facile.
Quella soglia labile e dai contorni imperfetti che separa un sognatore da un nostalgico, frutto di interpretazione forse, o di modi opposti di vedere le cose. Al solito, il messaggio non ha né capo, né tanto meno ha la pretesa di avere una coda. Sono una manciata di considerazioni fugaci, gettate senza un accenno di criterio.
Sono un canto di speranza che proviene dalla cuffie in questa serata che si scurisce, accarezzata dal vento.




Come quando fuori piove.

Sat, 15 Nov 2014 19:36:00 +0000

Non sono mai stato uno che realizza le cose al volo. Mi ci è sempre andato un po'. Il punto più che altro è che non sono mai stato uno che perde troppo tempo a pensare a quelle cose. A contorcersi su un problema, su di una situazione. Semplicemente per me le cose vanno come devono andare. Quindi bene. Qualunque cosa succeda.Questo, come dicevo, fa in modo che io realizzi le cose con i miei tempi. È valso per la morte di mio nonno, per il quale fino ad un certo punto ho creduto fosse solo una questione di trovare la cura giusta. La pillola azzeccata. È valso anche per l'arrivo di mia figlia e di come questo evento abbia profondamente segnato la mia vita, per sempre.È del tutto naturale, dicevo. Un processo "leggero". Fino a quando l'amica che mi incide la pelle di quando in quando mi ha aperto gli occhi con una domanda semplicissima. E immensa. "Non moriresti per lei?""Beh certo." Leggero un corno. Palla al centro.Sta succedendo di nuovo. Ora. Potrebbe semplicemente essere il mio modo di negare una realtà che non mi piace.Potrebbe essere una deriva fanciullesca, quando ti bastava chiudere gli occhi per non avere più paura. Quando era sufficiente un abbraccio forte ed un bacio in fronte. Potrei provare in fin dei conti. Sono pur in debito di qualche stretta.Ciò che voglio dire, chiuso in macchina sotto la pioggia, non è chiaro neanche a me in effetti. Credo sia il bisogno di esorcizzare questa angoscia e chiudere il magone nel cruscotto.Credo sia un po' come quella cosa che ti prende alla fine dello sterno. Che ti sembra l'assolo di sultan of swing, che non puoi non chiudere gli occhi e scuotere la testa, rivolta all'insù.E quando li riapri, il pezzo è finito. E tutti applaudono. E sorridono.[...]



E' tutto apparecchiato.

Tue, 21 Oct 2014 17:17:00 +0000

                                 

Prendi una manciata di ominidi e mettili insieme. Falli volare verso una terra, non promessa, ma piacevolmente attesa.
Sparpaglia le loro virtù, evidenziale e distribuiscile senza senno.
Prendi un pezzo ritmato, un folk indie, per fare un esempio, con cui creare una colonna sonora.
Dai a questi ragazzacci qualche bici, una buona dose di speranza, una missione da compiere ed una birra gelata sempre a disposizione.
Immagina che ci siano un bel sole, un'aria non troppo calda e qualche bellezza da applaudire. O cui fischiare.
Immagina leggerezza, hamburger da 250 grammi ed una botta che non sale.
Un fratello che torna in visita ed un'accoglienza calda, ma anche interdetta. Anche stupita. Tutta da ridere e mai silenziosa.
Mettici un pettorale, una corsa e superman. I ristori e le banane.
Cucina greca, influenza spagnola e sapori italiani.
"Una birra al chilometro!"
Una grande abbuffata. Un dolce turco.
Ci getti un pizzico di sale, erba dal profumo buono ed i pancakes.
Immortali tutto con un fisheye, ti lustri gli occhi e applaudi ancora. Batti un cinque al tuo compagno di avventura ed ordini delle patatine fritte.
Scendi scale a chiocciola, vertiginose, ridi fino ad aver male e salti sulle griglie elastiche. Senti della musica diversa che arriva dalle scale e vai in cesso.
Insegui il tuo personalissimo sogno, lo respiri e ne annusi il puzzo di sudore. Batti il cinque a quei bambini e pollice su al percussionista. Ti guardi intorno e avverti i desideri di molti.
Mescola tutto con dopobarba da vecchio, un pigiama sporco di dentifricio, un hot dog ed una space cake.
Lascia macerare tre giorni al sole e poi assaggia.
Verrà buonissimo.




The pursuit of happyness.

Thu, 20 Mar 2014 15:37:00 +0000

Delle volte la cosa più difficile da fare è anche quella più giusta. Ci sono altri momenti, invece, in cui la cosa più difficile, così come la cosa più giusta vanno a farsi benedire. E tutto perde di significato.Ho passato intere settimane, mesi anzi, a cercare la catarsi dentro le pieghe di questo blog, su di un equilibrio precario fatto di necessità e di virtù. Costruito su bisogni nervosi, allentati nei loro freni inibitori da sostanze più o meno lecite, che in un dissennato sempre più spinto cercavano una via di fuga. Il raggiungimento di quella lontana e soffuse luce di un lampione solitario. Il tutto rincagnato ed arginato da una qual riservatezza o gelosia. O semplicemente dalla ferma intenzione di ottenere il massimo, sputando fuori il minimo. Nel disegno più ampio, mi dicevo, cosa diavolo potrà mai essere.Quel che voglio dire probabilmente non si capirà. E per coerenza mi piace che sia così. Perché adesso, oggi, ora, c'è una ragione in più. Queste riflessioni accarezzano generazioni diverse, rughe di vecchiezza e segni degli occhiali da sole. Sono un soffio sui capelli, vero, ma sono del mio profondo, quanto di ognuno calpesti quel marciapiede. E sibilano in aria, come fuochi d'artificio.Questi pensieri non hanno un capo e non pretendo abbiano una coda, quindi, di nuovo, sono un esperimento meramente egoistico, che tenta di trasudare lo scioccante quotidiano. La cosa che atterrisce di più, in genere, è il non trovare spiegazioni; non potersele dare. L'ironia della sorte sta proprio nel colore delle cose. Qualora esse siano così scure, non c'è una ragione che ci porti a poter razionalmente realizzare una sequenza di causa-effetto. Ad accettare un vissuto con un briciolo di serenità.Cio nondimeno, la vita vince su tutto. Da questa massima lanciatami da un amico, ho realizzato. E la cosa più bella di tutto ciò, è la genuinità con cui crede egli che sia così. Ed il contagio al mio paradosso più grande. L'antitesi vivente di cui mi faccio portatore: un romantico ottimista sotto il pellame di un orso bruno. Vedete, la cosa più importante è anche la più complicata, ma il saper soppesare le dinamiche ha una caratura faraonica di questi tempi e l'ironia della sorte è che tutto ciò si palesa in un venti marzo non qualunque. Ma. Ma. Ma in un venti marzo giornata internazionale della felicità. Che son sicuro non essere un caso, sebbene non abbia avuto poi così tante occasioni per assaggiarti. Poche, anzi. Ma contagiose. Certo, spiegarlo ora par complicato e stupido e non credo mi ci cimenterò, ma perdio, questa è in assoluto la cosa migliore che potessi fare. La cosa più divertente che potessi immaginare. Non lo sarà oggi e neanche l'anno prossimo forse. Tuttavia prenderà corpo piano piano ed esploderà come il palloncino rosa di una gomma da masticare. E quando quell'ammasso chimico ti si appiccicherà sulle guance, allora tutti capiranno quel che è capitato. Quel che hai escogitato. Ed un sorriso solcherà i visi tanto dell'uomo della strada, quanto di chi ora non ne può intuire la caratura.Forse ho tradito il mio riserbo iniziale, ma tant'è. Del resto, una risata ci seppellirà.Ciao.[...]



Acquerello su tela.

Fri, 07 Feb 2014 17:04:00 +0000

La cosa figa della musica è che per quanta tu ne conosca, ne ascolti, ne cerchi, beh ce ne sarà sempre altrettanta e molto probabilmente anche di più che ti farà sobbalzare o sgranare gli occhi, in un impeto di piacevole sorpresa. Improvvisamente ti troverai a pensare tra te e te che "lo sapevo, lo sapevo che prima o poi avrei trovato questo pezzo."Quindi in sostanza è una sorpresa-non sorpresa. Una sorpresa che si avvera.Ma non è questo il punto. Troppo spesso penso una cosa, poi parto per la tangente.Il punto è che quella musica lì, ti ha trovato. Perché tu la cercavi.La cosa figa del mondo è che per quanti posti fighi tu abbia visto, vissuto, attraversato e, perché no, immaginato, ce ne saranno altrettanti e tanti altri ancora che non fanno altro che attendere che tu li calpesti, li respiri, li miri incantato. Li vivi.E non importa un fico secco di dove stai, di quanto è grande il tuo intorno. Perché la grandezza e la bellezza di quell'intorno lì, sono dentro di te. Sono delicatamente appoggiate lì dentro. A fianco della tua voglia di goderne. Di cercarle. Di esplorarle.La cosa figa della gente è che per quanta gente figa tu abbia conosciuto, abbia interpellato, ti sia fatto o ti ci sia sbronzato, ce ne sarà un fottio di altra che è lì che ti aspetta. E' lì che ti osserva, curiosa, interessata, forse spaventata. Ed ognuno di loro sarà in grado di aprire un po' la tua mente, ognuno di loro ti metterà un attimo con le spalle al muro per aiutarti a superare quel tuo limite fisico. Mentale. O immaginario.Quella gente lì cercherà di leccarti e di portare con sé un po' di te, ovunque, in futuro, si possa trovare.Ed è di quella gente lì che tu hai bisogno. Ed è di quella gente lì che ti accorgerai esser figo godere.La cosa figa delle cose è che per quante cose tu abbia accarezzato, toccato, annusato, vissuto, beh, ce ne saranno altrettante e, oh quante altre che ancora potrai sfiorare, prendere, vivere. Non dovrai fare altro che respirare a fondo, chiudere gli occhi ed abbandonarti. Quel vuoto lì sotto si riempirà ed il tuo tuffo sarà bellissimo, indolore e quell'acqua lì, sarà frizzante e gelida ed il sangue nelle tue vene scorrerà a duecento all'ora e sarà bellissimo sentirlo. Sarà bellissimo sentirti inebriato da cotale frenesia chimica.In tutto questo c'è una morale molto genuina. Decisamente comune in fin dei conti, ma che voglio fare mia e spruzzarla sul mondo, come fosse acqua benedetta, o benedetta acqua. Quell'acqua lì.Quel che dico è che sta tutto nelle tue mani. Che tutto è lì che ti aspetta, quanto tutto è lì che sfugge, che gira in un vortice così rapido da parer fermo. Immobile. L'ingannevole è visibilissimo agli occhi, perdio. Quel che dico è che devi darti da fare, fratello mio, perché la scoperta è sacrificio, è lotta, è fatica. Ma è bellissima.E ti fa sentire vivo, forte. E ti fa venir voglia di altra scoperta. Sempre[...]



to my lovely grandma.

Wed, 25 Sep 2013 18:22:00 +0000

ci sono giorni in cui mi viene da sputare fuori qualche pensiero agitato, confuso. poi un po' i ritmi, molto gli interessi assopiscono questo rantolo in gola e mi stancano al punto da restare in pace, stravaccato in un qualche anfratto della mia mente. questo, inequivocabilmente toglie ispirazione e sfogo al mio intelletto, prediligendo l'azione al concetto. con buona pace di entrambi.forse sarebbe sufficiente rallentare, ritagliarsi un buon tempo per riflettere. a random. come la riproduzione casuale della musica sul tuo lettore. parti da un pensiero qualunque, che ti stimolerà verso un altro. e poi un altro. e poi un altro. e così via. una serie di impulsi nervosi capaci di risvegliare riflessioni assopite nei meandri della tua everyday life.e fino a qui non ho raccontato sostanzialmente nulla. continuerò sulla falsa riga, ben intesi.un giorno, al contrario, mi piacerebbe raccontare di come un viaggio a madrid, in macchina, abbia cambiato per sempre la mia vita. mi piacerebbe narrare la storia di quel viaggio. i retroscena, le emozioni. potrei iniziare spiegando cosa mi ha spinto a partire, descrivendo la fuga in ogni suo dettaglio. fu pura liberazione. fu una splendida avventura diritto verso l'inizio di una piccola, grande liberazione.ma non è oggi quel giorno.oggi, è il giorno dei dadi. da lanciare senza continuità verso il caso.oggi è il giorno del concetto slegato.come il tono della sveglia che ti accende gli ingranaggi tutto d'un colpo, come una scena, un odore, una musica che in solo respiro ti lanciano a quando da ragazzino, stavi chiuso nella tua stanza preferita, al solo chiarore della piccola abat-jour. quello era tutto il tuo mondo. lì facevi grandi sogni, ti vedevi da grande ed immaginavi cosa avresti voluto fare. il tuo mondo finiva lì, quelle sere. imparavi ad ascoltare quella che iniziava ad essere la Tua musica. leggevi. sospiravi. pensavi a quella ragazzina. quella speciale.queste sensazioni sono frutto dei sensi. tutto il resto è contorno, meno romantico, meno irrazionale.quando ho iniziato a sputare fuori questa roba, come dicevo, avevo una serie di fastidi che spingevano. ho pensato che in fin dei conti, esistono due modi per affrontare la maggior parte delle situazioni. il denominatore comune è la smorfia; il resto è la differenza tra sopracciglia corrucciate e guance segnate da un sorriso. ho sempre pensato che le cose vanno a posto. sempre. si sistemano in un modo o nell'altro, generando un nuovo, differente ed uguale equilibrio. sopra ogni cosa.quel che mi chiedo sempre più spesso è quanto si possa sopportare. quanto lo si voglia fare. per quanto tempo e con quali sacrifici si stia appesi ad un filo.guardo gli occhi di vecchi amici e le risposte, alle volte, vengono da sole.altre volte, i riscontri son celati nelle pieghe del volto di mia nonna. un patrimonio inestimabile. [...]



il mio Perù.

Wed, 26 Jun 2013 11:00:00 +0000

Quello che avrei voluto fare è trasformare le immagini in parole ed offrirvi il mio Perù. Mi sarebbe piaciuto soffiarvi in viso una parte di quel che abbiamo vissuto nelle due settimane trascorse (finalmente) in quel che fu il cuore dell'impero Inca. Quello che sognavo di fare...era di scrivere una cosa talmente bella e fedele al nostro vissuto, da avervi virtualmente al nostro fianco, passo dopo passo.Con il passare del tempo, mi sono reso conto che ambivo ad un'impresa ciclopica; questo fondamentalmente per via di una non celabile difficoltà a trovare una sintassi che fosse all'altezza del magnetismo dei territori che abbiamo calcato. Ed il romanticismo con cui sognavo di vedervi gli occhi pieni dei colori peruviani, veniva poco a poco scansato dalla razionale fobia di cadere in terra, soppresso dal peso del tentativo fallito.Avrei voluto parlarvi di un traffico impazzito ad accoglierci. E di quanto fosse rilassante mirare le luci di Lima attraverso i vetri scuri di un taxi, quasi come se non fossimo in mezzo a centinaia di auto o pulmini.Mi sarebbe piaciuto descrivervi il minuscolo aeoporto di Arequipa. Lo stupore e la meraviglia provati nel voltarmi, ancora sulla scaletta dell'aereo, ed imbattermi nel maestoso El Misti innevato. Un vulcano di una bellezza rara, esaltata dalle nuvole a "pecorelle" e dall'assenza di monti antagonisti al suo fianco. Avrei scherzato sulla sala "ritiro bagagli", quattro pareti di compensato con il tetto ancora in costruzione che lasciava entrare una luce dal contrasto marcato: solletico delle nuvolette al sole. Ed una brezza piacevolissima. Vi avrei narrato dei primi rapporti con i peruviani locali, persone di una gentilezza squisita, con un sorriso perenne, nei numerosi tentativi di capirsi tra lo spagnolo e l'inglese. La vecchina dell'ostello e la dolce ragazza della reception, la mummia di Juanita e lo "sdentato" ammaestratore di Lama ed Alpaca.Avrei tentato di "dipingervi" il Colca Canyon; di mettermi dietro di voi ad indicarvi con il dito le traiettorie dei condor che si facevano dondolare dalle correnti ascensionali, mostrandosi in uno splendore regale a chi, dalla Cruz del condor (appunto!) li aspettava con il naso all'insù.Lo avrei fatto con il fiato corto, tipico di quelle altitudini, quando per camminare lungo un sentiero fatichi il doppio, quando per sgranchirti le gambe corri per quattro o cinque metri, poi ti fermi e pensi 'camiseria che roba!Ci siamo riempiti gli occhi dell'altopiano della regione di Puno. Dei viaggi in bus non potrei non soffermarmi sugli animali liberi e selvaggi che abbiamo incontrato, sugli spazi immensi, sconfinati quasi, se non fosse stato per le Ande innevate, e sul misticismo delle rotaie di un treno che mai si è mostrato.Abbiamo navigato sulle acque del Lago Titicaca, conosciuto gli Uros e pranzato in cima alla Isla de Taquile. Quanto vorrei trasmettervi la serenità dei sorrisi incontrati lungo il cammino, la bellezza dei lineamenti di bimbi che scalzi ci correvano incontro o, se più timidi, ci guardavano con circospezione, con profondi occhi neri e capelli color corvino che a mala pena spuntavano dai cappelli di lana. Coloratissimi. Cinquecento e più scalini e poi giù dall'altra parte: nuovo porticciolo, dove el Capitan ci aspettava. La pelle del viso scura, lo sguardo all'orizzonte segnato da rughe di sole e freddo. Sotto coperta verso nuovi lidi.Avrei anche cercato di introdurvi al colonialismo becero che ha distrutto una civiltà, popoli interi, imponendo usi, costumi. Una religione. Vi avrei descritto gli aspetti che più ci hanno colpito delle civiltà pré Inca. E degli Inca poi. I sacrifici umani, il rispetto per la Pachamama e gli animali sacri. La cucina, il vestiario e le deformazioni craniali.Vi [...]



Guadagnarsi il (Gran) Paradiso.

Thu, 14 Feb 2013 18:50:00 +0000

Sono leggermente sudato ed un po' infreddolito. Il sole, che si è presentato da poco, mi fa strizzare gli occhi ed infatti me li frego. Di tanto in tanto. Con i guanti.  Comincio a realizzare. Sono su di un prato innevato. Una dozzina di gradi sotto lo zero. Forse qualcosa in più. Ed in mezzo ad una folla in trepidante attesa.Sono in griglia di partenza, ancora poco consapevole: oggi festeggio la quindicina di volte sugli sci da fondo. Con la Marcia Gran Paradiso.Mi sono scaldato abbondantemente e con una certosina cura dei dettagli per circa 4 minuti, ho indossato il mio pettorale e mi sto guardando intorno, alla ricerca del 1001. Del 1002. Chessò, del 1014. Niente. Nada. Intuisco di essere l'ultimo. Cazzo, ho l'ultimo pettorale della Marcia. Fantastico!Lo speaker si scalda! Alza la voce. Manca poco, pochissimo. Seguo quelli davanti a me che rosicchiano metri in partenza, importanti centimetri sui gruppi che ci precedono. Vorranno pur dire qualcosa visti i chilometri che ci aspettano, no!? Sorrido e avanzo. Quando avverto distintamente lo sparo. Si parte.Testa bassa, concentrazione altissima. Cerco fin dalle prime battute un ritmo costante, equilibrato. Ma diciamoci la verità, l'effetto credo sia quello del sensazionale slow motion di sky! Non ragiono di ciò, ma guardo (la neve) e passo. Cerco la leggerezza per fluttuare sui binari ghiacciati, nonostante mi senta un bufalo in un negozio di swarovski.Supero qualcuno, vengo superato da altri, ma inizio a divertirmi. Il percorso è ancora piuttosto pianeggiante, pur con qualche sali-scendi non troppo tecnico che tuttavia regala ai più grintosi appetitosi alibi per mandarsi serenamente a fare in tubo. Raschiando il barile della dignità dell'insulto. Ma tant'è, il bello del gioco è anche questo e ne godo beato.Dopo una lunga discesa indenne nonostante la poca dimestichezza con i ferri del mestiere e, soprattutto, senza aver mietuto vittime, partono due salite impegnative. Mi piazzo dietro la simpatica concorrente che mi precede, che per comodità qui chiamerò 745, e salgo al mio ritmo. Che è uguale al suo. Che quindi mi permette di distrarmi dalle fatiche patite. Va da sé, mi precede. In salita. Al mio ritmo.Cioè, non è che possa guardarla in faccia, per intenderci.Due salite dicevo, che scivolano via distese. Io e 745 siamo appaiati quando arriva il primo giro di boa: la temutissima (da me almeno) curva a gomito.La temutissima (da me almeno) curva a gomito è il punto in cui sono sempre (e dico sempre) caduto. Quelle 3 volte che hanno preceduto la Marcia, si capisce. So che devo andare piano, so che non devo partire per la tangente, so che....anzi, no. Non so come devo distribuire il peso. Ed infatti....cado.Mi rialzo tutto trafelato, 745 mi ha schivato ed è ora una manciata di metri davanti a me, ma non mi perdo d'animo: la prossima salita sarò ancora lì, pronto a guardare in alto!La lunga e lenta risalita verso la Valnontey è un cumulo di emozioni che meriterebbero accurate quanto noiose descrizioni, faccio mente locale e applico un filtro a quei pochi ricordi lucidi che non sono stati storpiati dalla fatica.745 è sempre nei paraggi, un po' davanti, un po' dietro. Al pari di 956, amico di vecchia data incontrato in pista. Un cartello mi avverte della presenza dei primi fotografi, distanti un centinaio di metri scarsi, come a dire "datti una sistemata, faccia riposata, via la bava per cortesia, ecco, sorridi leggermente, no così è troppo"; cerco di mantenere concentrazione e ritmo e proseguo: click. Click. Click.Mi lancio, va beh, si fa per dire, verso l'ultima parte in salita del percorso, nuovamente all'ombra. Il freddo si fa pungente e dopo una decina di minuti è come se mi accorgessi che qualcosa non va. Come se mancasse q[...]



Viverone 2012 (Maya permettendo).

Wed, 19 Dec 2012 19:00:00 +0000

allora. viverone.ci tengo a scrivere due parole su questa faccenda, perché se dovessero aver ragione quelle simpatiche canaglie dei Maya, quest'anno viverone me lo sogno.viverone è un po’ il centro di un fantomatico triangolo aosta-torino-milano, che sono le città natali di noi protagonisti di questa storia. quindi ci è subito parso un luogo diabolicamente equo dove incontrarci.da anni dicevo, il 23 dicembre, cascasse il mondo (e qui voglio proprio vedere!) qualunque impegno si possa mai avere, qualunque cosa ci sia di tanto importante da non poter proprio, proprio rimandare…..noi tra  le 11.30 e le 12 arriviamo in riva al lago. alla spicciolata.ognuno proviene dalle proprie storie.solitamente ci si abbraccia, ci si scambia qualche pacca sulle spalle e qualche presa in giro per capelli, scarpe, occhiali, “linea”. si stappano un paio di bottiglie portate da casa e si brinda.verso le 13 ci guardiamo e lo vediamo che non stiamo più nella pelle. che la voglia di goderci quel nostro momento è intensa.allora chi in macchina, chi a piedi, prende la via che dal lago porta alla strada. la strada regionale suppongo. e ad un centinaio di metri da dove abbiamo brindato c’è la trattoria. la nostra bettola: la Piroga.e lì ad attenderci come sempre c’è la proprietaria: la Sciura.ci abbraccia, ci bacia. ci accarezza.ci sorride e ci guarda sempre tutti dalla testa ai piedi. uno per uno. come a dire "va' come siete cresciuti", "va' che belli che siete diventati". almeno, mi piace pensarla così.ci domanda come stiamo e chi si è sposato (“chi ha fatto la scìocchezza 'sta volta??” ci chiede sempre). e vuol poi sapere se qualcuno ha avuto figli.e finisce sempre con un “bene, bene. dai accomodatevi che vi mando la ragazza”.la Ragazza. la Ragazza è sempre la stessa: la nipote. ci bacia, ci abbraccia.prende le ordinazioni, ci porta il vino. sempre una caraffa di quello della casa, per cominciare. poi una bottiglia, per carità! almeno due per la verità."vi porto in tavola gli antipasti, ditemi che cosa volete di primo, poi per i secondi vediamo dopo".e quindi iniziamo ogni volta con i soliti antipasti del carrello. insalata russa. trota in carpione. uova con la salsa e vitello tonnato. robe così.poi un primo che possono essere i ravioli in burro e salvia, le lasagne alle volte. tagliatelle ai funghi, anche se raramente.poi, ma dipende dallo stomaco, dallo "stato di forma" si ordina un secondo. della carne. o al limite solo un contorno: della verdura.mangiamo, ce la raccontiamo. ridiamo.ma anche la Ragazza, come la Sciura e come noi del resto….aspettiamo solo un momento!noi per la verità aspettiamo sì quel momento, ma come ci arriviamo a quel momento è ogni volta incantevole. meraviglioso.parliamo delle nostre cose, delle varie menate, come dicevo, e delle nostre storie. dei momenti sereni, da ricordare e di quelli difficili che non possiamo fare a meno di condividere.generalmente poi, dopo il dolce, quando aspettiamo il caffè ed i svariati digestivi che seguiranno….iniziamo.“dai, parto io”ognuno prende il suo sacchetto ed inizia a ridere da solo. poi consegna il primo regalo, poi il secondo ed il terzo.fino ad arrivare a sei.ma ogni regalo gode del tempo che merita. la Ragazza chiama la Sciura e si mettono dietro di noi.“dai, dai vediamo cosa si regalano quest’anno, 'sti qui!”e giù a ridere. e noi con loro.sì, perché la magia di quei momenti è appesa in quei gesti. è tutto camuffato in quello scartare un pacco fatto di carta di giornale, piegata alla bell'e meglio, senza criterio alcuno. sono tutti impazienti di capire quale fantastica cagata ci sia nascosta.l'arcano è tutto nella spensieratezza con cui le [...]



Linee guida per aspiranti interpreti di sogni.

Mon, 01 Oct 2012 18:49:00 +0000

Castelli in aria. Ne ho. Le sfumature del mio irrazionale si manifestano di tanto in tanto. Vivo di istinto e di convincimento della parte più raziocinante del mio cervello.Vivo di un romanticismo fatto di sogni, di speranze, della ricerca perpetua di un qualcosa da inseguire, di un qualcosa su cui puntare. Di un qualcosa a cui offrire tanto. E su cui puntare. Penso, ad ogni buon conto, che si debba combattere la quotidianità. Nulla di utopico, nessuna lotta contro mulini a vento di scadenze e 27 del mese. Alle pale del mulino, a loro bisogna dar il giusto peso. Ed una volta dato, bisogna esaltare il resto. Tutto il resto. Bisogna disegnare cornicette colorate intorno ai propri sogni. Bisogna stimolarsi a cercare sempre qualcosa da inseguire. E serve lucidità per non abbandonarsi totalmente ad essi. Serve brillantezza per non far sì che essi diventino fissazione, paranoia, ansia. Ci va talento e fantasia per dipingerli come devono essere. Devono frizzare. Devono farti sentire bene. Vivo. Invincibile. C’è stato un tempo in cui i miei sogni nascevano dal bisogno di fuggire. Credo davvero solo da me stesso. Lo dico con sincerità. Una fuga dalla paura di non saper che fare e dove voler andare. Un po’ come cercare. Senza saper cosa. Con la speranza di trovar poi ciò che sarebbe calzato a puntino. Ecco, quando scappi in quel modo allora non sai dove andare. E giri. E cerchi. E giri nel tentativo di trovare un posto che, a ben guardare, ti si addica. Allora i sogni erano vie di fuga alle quali appendersi. Liane da prendere al volo per vedere altri alberi. E con loro nuovo posti. Orizzonti diversi dai quali godere di nuove prospettive. Difficile se il tuo cordone ombelicale è ancora tutto intero. Il moto perpetuo a quel punto diventa pendolo. E prima o poi la testa ti gira. E stai male. Oggi no. Oggi è diverso. Oggi ci sono i ricordi del passato. Ciò che è stato. Ciò che non è stato. Ciò che avrei voluto fosse. Questo perché giocoforza quel che sono oggi lo devo alle impronte impresse ieri sul terreno lasciato alle spalle. E credo anche a quelle non impresse, in fin dei conti. Alle strade solo guardate da lontano, con sospetto. Ho fatto tanto. Ho evitato molto altro. Non ho rimpianti per definizione. Per carattere e caratteristiche. Non ho rimorso alcuno. Vedi sopra. Inutile star qui a recriminare su ciò che si è fatto o grattarsi a sangue via la pelle per ciò che non è stato. O è stato male. Sbagliato. E' sicuramente andata come doveva andare. E sono sicuro di aver sempre fatto le cose che dovevo fare. Oggi i sogni che ho, le immagini oniriche che mi si parano davanti sono tutti lì a ricordarmi che sono vivo. E che voglio combattere le timbrature quotidiane. Non è una lotta di classe, non è disprezzo al sistema. Nulla di concetto. E' istinto di sopravvivenza, credo. Puro. Viscerale. Genuino. E' un periodico risveglio dal letargo ed un modo come un altro per assaggiare quanto di buono puoi trovare intorno a te. Un riempirti gli occhi ed i polmoni di immagini, di aria fresca. Di nuovi lidi. E' un porsi confini per il semplice gusto di arrivare così vicino da fargli il solletico. Costringendoli a scansarsi un po’ più in là. A fare quel saltello, quello scatto di nervi. Con il sorriso stampato in volto. E' l’abitudine al non abituarsi mai.[...]



Pragmatismo primaverile

Sat, 29 Sep 2012 00:34:00 +0000

pragmatica e razionale. romanticismo, ma poca illusione. quello si.quando una mia amica mi ha confidato queste parole all'improvviso tutto è stato chiaro. immediatamente. come un lampo. ma con qualche anno di ritardo.tempo, coscienza, evoluzione, pensieri. emozioni ed affetto, carnalità, statica ed inierzia.tutto scritto su un foglio di carta riciclata. in blu e verde. e tutto in una frazione di secondo accartocciato in una mano.il più grande malinteso: protagonista. antagonista. comparsa. una profonda incomprensione di base, camuffata. ben occultata dietro a chissà quale formula chimica. quale elettricità nervosa. non si butta via niente, di questi tempi ancor meno. non le relazioni, né le esperienze. tanto meno le sacche a tracolla, in cui nascondo i jolly che in futuro potrò esibire con furbizia o malcelata ironia.certo però che pragmatismo e razionalità son cose. e son cose di cui accorgersi senza troppa fatica o difficoltà. tutto sta a guardar con lucidità e maturità. un enorme "e grazie al ca**o" verrebbe da dire.È forse stato un fedro con cui combattere, con cui confrontarmi e litigare. non me ne faccio una colpa troppo grossa poiché le cose credo vadano come devono andare, in virtù di coincidenze, incontri fortuiti, razionalizzazioni di esperienze.Una sorta di sindrome bipolare, un gap generazionale di sostanza, sebbene la forma fosse simile. Vicina. Unica. Ora è tutto maledettamente chiaro nella sua perversione, nella sua ingiustizia. Nel suo tendere ad estremi lontani, diversi. È un testamento letterario, che serve a seppellire le ultime domande che ancora si ergono sulla linea d'orizzonte di quel tramonto primaverile.[...]



Una manciata di cose che non ho mai detto a nessuno.

Wed, 01 Aug 2012 16:56:00 +0000

I film sullo sport mi fanno piangere. I documentari, gli speciali che raccontano le storie dello sport, ecco sì, mi commuovono. Molto spesso.E pensare che non ho mai visto i Goonies. Mai. E non c'è bisogno di urlare "non hai mai visto i Goonies"? Perché la risposta è no, non li ho mai visti. Ed ormai vorrei riuscire nell'impresa di non vederlo mai. Quel film.Gli Otto Ohm, invece, quando li sento mi ricordano proprio quell'estate lì, la prima da studente universitario. Un'estate post adolescenziale. Ad inseguire una biondina meravigliosa.Ballare in fin dei conti credo mi piacerebbe, mi piacerebbe saperlo fare. Saperlo fare bene. Lo faccio solo da sbronzo, sbronzo pesante. L'idea quindi di farlo bene è una chimera utopica. Non mi sento a mio agio. Tutto qui, credo.Ho un ricordo forte, preciso e lucido del momento in cui il giocattolo si è rotto in maniera inesorabile, ricordo l'ebbrezza, ricordo il letto su cui ero sdraiato. Ricordo una strana, stranissima sensazione che difficilmente saprei descrivere. Una percezione di chiusura emotiva, una confessione profonda, inequivocabile. Era il suo compleanno ed io mi sono aperto dal profondo. Uscivano parole di cui prendevo consapevolezza solo in quel momento. Verso una deriva passionale e sensibile, ma di abbandono, credo. Lì per lì non ci badai, non me ne resi conto.Il naufragio arrivò da lì a poco.Quando penso a mio nonno, lo vedo quasi sempre seduto sulla panca, lì sul retro di casa, mentre osseva il suo giardino. Quel profumo di erba tagliata di fresco. Braccia conserte. Sereno.Oppure sul balcone di casa. Quel pomeriggio è stato meraviglioso. Sul tavolo gli avanzi di una merenda sinoira con amici. Io infiltrato. Sempre braccia conserte ed un sorriso cotto e felice. Ecco. Quando ero ragazzino, giocavo a tennis. Il maestro mi diceva sempre: "concentrati" ed io intanto dentro cantavo. Probabilmente gli 883.Ascoltare Devendra Banhart mi fa pensare a tutto ciò che avrei voluto essere e non sono mai stato. Enfatizza quella sfumatura alternativa, quella voglia di libertà, di collane e piedi scalzi. Quel che è piuttosto lontano ora. Per poco coraggio, per un intorno differente. O semplicemente perchè poi in fin dei conti uno ci nasce in quel modo lì, non è che ci diventi o che ti devi violentare per diventarci. La propria natura è giusto assecondarla. Capirla ed affrontarla, ma assecondarla.Mi è venuta un (in)sana passione per gli sport di resistenza. Sono entrato in un perverso vortice che sottolinea l'angoscia per aver buttato via gli anni di maggior brillantezza fisica.Prego Dio tutte le sere. Ma leggo il Dalai Lama ed inseguo l'illuminazione buddhista. E credo di essere una persona migliore.Di tutti i miei tatuaggi soltanto uno è privo di logica, di senno. Tutti gli altri hanno significati per me profondi. E ne parlo mal volentieri.Non ho molti rimpianti. Anzi, tutto sommato credo di averne uno soltanto.Vorrei tornare indietro nel tempo e prendere a calci nel culo il tale che quel giorno ha insultato mio nonno con tale foga. Davanti al suo nipotino. Vorrei tornare indierto a quel giorno e spaccarti il muso. Ci sono giorni in cui vorrei un figlio.Capita che mi chieda con quanta forza e per quanto tempo mia nonna avrà voglia di lottare. Non so darmi una risposta.Mi sono sentito chiuso ed intrappolato in una storia, senza avere la forza per uscirne. Per decidere di uscirne. Ed è stata una sensazione pessima.Vorrei parlare ad un amico per esprimergli preoccupazione e disagio per il modo in cui sta gettando via il miglior periodo della nostra vita, ma non so come fare. Se sia giusto farlo.Odio gli scarafaggi. Mi fanno davvero senso, schifo.Odio l'arrogan[...]



i conti con le pene del contrabbasso. e me le ha suonate

Thu, 12 Apr 2012 19:15:00 +0000

sono stati giorni di arasce. vivo quel posto in modo viscerale, lo sento nel sangue che anche quella è casa mia. sono cresciuto tra i piccoli carrugi, su e giù per il budello. avanti ed indietro sul molo. a scrutare l’isola gallinara. a guardare le colline che proteggono la riviera. verdi ed in fiore oppure brulle di sole, a seconda della stagione in cui ti volti indietro a contemplarle. talvolta capita anche che siano bruciate dal fuoco. quel fuoco che brinda a siccità e temperature elevate. o che brinda con qualche farabutto.sento sulla pelle e vivo nei ricordi che quello è il posto dove trascorrevo estati da bimbo prima e da adolescente poi, al fianco dei miei. è il posto dove svernavo con i nonni. intere settimane coccolato dai vizi che mi accordavano. poi i primi baci, la prima cotta.avevo un bisogno fisico di mare. e, cosa che mi succede raramente, ce l’ho più forte ora che son tornato. fortissimo. da sbalzi di umore. roba brutale. sono state giornate bruttarelle. freddo, pioggia e vento. ma ieri.oh, ieri dovevate vederlo…il mare. quel mare. era l’ora di pranzo. e aveva smesso di piovere. le nuvole sull’orizzonte lontano erano nere. nerissime. e pesavano su quella linea retta che ti chiedi sempre dove cavolo sia. quella linea. che solo da una spiaggia ti puoi chiedere se avrà mai una fine. da qualche parte. e chi ci sarà. da quella parte.sopra la testa grigio. chiaro e scuro. ma poi, di tanto in tanto, quelle masse grevi e lugubri si arrendevano e lasciavano spazio ai fieri raggi del sole. come d’incanto, in quel preciso momento, il grigio diventava argento. poteri magici del riverbero, poteri del mare. una luce accecante, brillava sulle onde che si arruffavano una sull'altra. tutte del color dei ghiacciai. la natura sa essere meravigliosa. i gabbiani parevano usciti dalla candeggina tanto era deciso il contrasto tra le loro piume e tutto ciò che intorno veniva esaltato dai pochi raggi del sole.è stata una visione splendida. mi sono riempito gli occhi ed i polmoni. sì, ho respirato quell’immagine, come fai quando tiri su tutto quel che riesci, fino a stare male. tiri su l’aria, ma per tirarti dentro quel che vedi e portartelo via. da nascondertelo per riviverlo quando vuoi. tiri su che non riesci più a respirare.trattieni il fiato, con gli occhi spalancati. e ce l’hai lì. [...]



e dopo maiale, Majakowsky, malfatto, continuarono gli altri fino a leggermi matto

Wed, 29 Feb 2012 23:15:00 +0000

Piazza. Menabrea in mano. Tre amici con cui far chiacchiera.Una voce urlata, stonata che parla di rovine. Di rovina.Amico 1 butta distrattamente uno sguardo in direzione della voce.Poi mi sorride.No, ti prego. Dimmi che non ce l'ha con me.A mezzo metro o poco meno dal mio orecchio.Matto: "Ci rovinano. Loro ci rovinano. Hai capito"Io: "Dici a me?!"Matto: " Sìsì certo. A te. Ci vogliono rovinare, lo sai? Lo devi capire."Io: "Ahh. Ok. Ma loro chi, scusa?"Matto: "Le donneee! Le donne vogliono rovinarci, capisci cosa intendo?"Io: "Mmh, suppongo di sì."Matto: "Bene."E si allontana.Amico 1: "Tutti tu li becchi. Li attrai. Ahah."Amico 2: "Ma non rispondergli, non dirgli niente."Io: "Ma figurati! e come faccio. Viene qui, attaccato e mi parla. Mi fa ridere."Di ritorno quel vocione stonato e sbronzo.Matto: "Quelle ci rovinano."Io: "Ecco, per dire. Me l'aspettavo."Amico 2: sussurrato "Epperò lo vedi?! Te l'ho detto che non devi rispondergli!"Matto: "Cioè, ma tu immagina. Sganci cinquanta euro per un pompino e quella che fa? Te lo rompe!"Io: "Prego?"Matto: "Sì, cinquanta euro. Un pompino. Ahn, ahm, ahn. E quella alla fine te lo rompe. Cioè ti rompe il cazzo."Io: "Ah, in senso metaforico?!"Matto: "Macchè, te lo rompono. Spezzano. In due."E si allontana.Amico 3: "Beh però....cinquanta euro per un pompino. Mi sembra caro."Amico 1: "Idiota!"Amico 2: "Sì idiota. Però son comunque tanti cinquanta."Di ritorno quel vocione stonato e sbronzo.Matto: "Loro ci rovinano."Io: "Sempre le donne immagino..."Matto: "Certo, ma è chiaro. Ascolta, guarda il peccato originale. Di chi è colpa lì?"Io: "Di una donna??"Matto: "Che poi, dai, bisogna essere onesti. Non è neanche colpa solo loro. Voglio dire. Tutta la faccenda del peccato originale, non è mica solo colpa loro."Io: "No, infatti...te lo stavo per dire!"Matto: "Cazzo Eva stava lì tranquilla, con Adamo. Neanche se la cagavano quella cazzo di mela! Che gliene fregava a loro? Nulla. Poi che succede? Arriva il serpente! Ed il serpente chi è??"Io: "La tentaz...cioè il pecc........"Matto: "Il biscioneeee! L'inter! Ed il diavolo è il milan! Ed il genoa è il grifone. E tra milan e genoa c'è scappato il morto!"Risata incontrollabile.Matto: " Ma fa tutto parte di un disegno più ampio. Io l'ho capito."Io: "Ecco, sì mi pareva."Matto: "Ma sì perché una volta tutto era in ordine. Poi ad un certo punto..il disordine."Io: "Ah."Matto: "Sì, facci caso. Chessò, se guardi, ogni città ha tutte le regioni, no? Ha viale umbria, viale molise, via basilicata. Cioè, zio, il disordine."Io: "Sì in effetti così un po' di disordine lo avverto anche io."Matto: "Lo vedi!? Bellooo, dobbiamo rimettere le cose in ordine!"Io: "Ma chi? Io e te?"Matto: "Sì, io e te rimettiamo le cose in ordine."Io: "Ah. Hai scelto me?"Matto: "Sì bello, tu sei uno sveglio. Io l'ho capito."Io: "Grazie."Matto: "Prego."Io: "Raggiungo gli altri." (nel frattempo evaporati)Matto: "Ciao, bello."Amico 1: "Ahahahahhahah"Amico 3: "Siete una bella coppia."Amico 2: "Ahahahahahah"Amico 1: "Dai, ultimo giro, offro io."Entrata del locale. (Gestito da cinesi. Due, forse tre. Perfettamente integrati. Ma pur sempre cinesi.Amico 2: (rivolto ad Amico 1) "Mi ordini una birra?"Matto: (rivolto evidentemente ai cinesi di cui sopra) "Cinesi di merda!"Amico 2: "Sshh, daiii. Non dire così."Amico 1: "Ma sìì, tanto questi sono eschimesi!"Amico 2: "Dici? Ah beh allora fa niente. (!!)"Matto: "Ooh bellooo (non io, uno dei due cinesi (???!)) mi fai un coca e havanaaa? Ma tanta havanaaa."Cino-eschimese: "Sì come al solito. Certo, se puoi evitare di urlare come un matto (!!) lì fuori sulla po[...]



Quella volta.

Wed, 28 Dec 2011 11:49:00 +0000

Quella volta che ho detto "massì, vaffanculo". Quella volta che col nastro adesivo ho legato una mia compagna di classe alla sedia, per poi prenderla di peso e portarla in mezzo al corridoio. Quella volta che tutti mi stavano sul culo. Quelle volte. Quella volta che non ci ho capito un cazzo. Quella volta che pensavo che allenandomi bene fin da bambino, avrei davvero potuto "fare il calciatore, da grande". E quella volta che mio padre mi ha spiegato che non ce n'era. Quella volta, la prima, che mi sono innamorato. E quell'altra, l'ultima, che è successo. Quella volta che ho realizzato che se vuoi salvarti la pelle, devi violentarti. Devi lottare per essere felice. E devi essere leggero. Quella volta, quella stessa volta, ho capito che la serenità è una conquista. Quella volta che l'ho fatta grossa, innescando una reazione a catena che non ero in grado di controllare. Quella volta che col motorino non ho rispettato lo stop. E l'ho fatto di proposito. Quella volta, la prima, che ho fatto l'amore in macchina. Quella volta che mi son beccato un "belin, ma allora sei scemo" da mio padre e non avrei potuto eccepire una sola virgola. Quella volta che avevo "un blocco" ed era talmente assurda la cosa, che era verissima. Quella volta che non ho avuto il caroaggio di dirlo. C'è anche una volta che non sono stato forte abbastanza da abbracciarla. Quella volta che avevo così paura che i cani si sarebbero persi, che ho iniziato a rincorrerli, in montagna. E per poco non ci lascio il cuore, in montagna. Quella volta che ho okkupato la scuola. Oggi non ne ricordo il motivo. Quella volta probabilmente neanche lo sapevo. Quella volta che sono tornato indietro a dare l'ultimo bacio sulla fronte di mio nonno. Quella volta che mi sono laureato. Sì, è successo. Quella che credevo che non avrei più respirato, che l'ansia mi avrebbe divorato, che quel tarlo mi avrebbe corroso. E quella volta che mi sono svegliato e stavo bene. Di nuovo. Quella volta che avrei dovuto prenderla per mano, farla sedere e spiegarle che andava tutto bene, che era caduta. Che si era sbucciata il ginocchio, d'accordo anche le mani ed i gomiti. Ed era vero, aveva preso una brutta botta anche sul mento, ma tutto sarebbe passato col tempo, tutto sarebbe stato un lontano ricordo. Quella volta che ho fatto bene a mordermi la lingua. Quella volta, la prima, che ho visto il Boss dal vivo. Quella volta che mia madre in lacrime mi ha stretto forte. E non riusciva più a mollarmi. E quella volta, quel preciso momento di quella volta, in cui ho realizzato che niente mi avrebbe fermato. Quella volta della perquisa. E quella volta che avevo fumato così tanto che le dita delle mani mi sembravano del pongo che si allungava. Ed avevo le percezioni. E per fortuna era una volta diversa da quella della perquisa. Quella volta che il cane stava morendo. Quella volta che mi sono sentito sollevare, quasi da uno strano capogiro. Quella volta che in pochi capivano cosa stessi cercando di spiegar loro. E quella volta che ho detto di nuovo "massì, vaffanculo". Quella volta che ho suonato il banjo. Quella volta che sono diventato Mr. Washing Machine e Simon rideva a crepapelle e dalla spiaggia mi guardavano con gli occhi sgranati, come se fossi un fantasma ed io avevo finito l'aria mei polmoni e barcollavo. Quella stessa volta, o forse era la volta prima, quelle lumachine facevano proprio schifo. Quella volta che messico e nuvole era tutto ciò che volevo. Quella volta che ho sognato di diventare uno che scrive. Quella volta lì ci avevo creduto. Dopo quella volta lì avevo iniziato a scrivere un libro[...]



Il mio credo.

Thu, 08 Dec 2011 01:26:00 +0000

Credo che la grandezza di un uomo sia soprattutto celata nelle parole che non dirà  mai. Nei suoi silenzi. Nelle sue pause. Negli intermezzi riflessivi in cui guarda il soggetto che gli sta innanzi senza proferire verbo. Credo che la grandezza di un uomo si nasconda in interminabili momenti passati ad immaginarsi una determinata dinamica. Per poi viverne una globalmente differente. Fatta di impulsi nervosi, fatta di costrizioni. Fatta di imbarazzo mal celato. Fatta di oblio. Credo che l'affetto sia un dono imprescindibile, lo è quello di un attimo. Lo è in maniera catarticamente inspiegabile quello di un nonno. Credo negli incontri fugaci. Credo nel vino e nell'alchimia ch'esso è in grado di scatenare, a braccetto con le note di una musica nota. Credo in un Dio onnipotente. Credo nell'ingiustizia quale corollario a teoremi talmente radicati da risultare inspiegabili. Credo nell'amicizia. Credo nei ricorsi. Credo in ciò che affiora nel sentire un profumo conosciuto. In quel sentirsi catapultati in una dimensione priva di spazio o di tempo, in cui immagini di ieri si ripresentano vivide e perfettamente a fuoco. Quando ti sembra che le sue mani sfiorino ancora la tua pelle, quando senti le sue labbra ancora delicatamente sulle tue. Credo nella forza del verbo. Credo nel telefono senza fili. Credo ancora che una cena con pochi amici, condita di memorie e confidenze, adombri quanto di più genuino l'essere umano possa concepire. Credo che la leggerezza sia l'unica cura rivoluzionaria. Credo nei miei tatuaggi, in ciò che rappresentano, in ciò che nascondono, in ciò che non possono rivelare. Credo in ciò che ho fatto. Non condivido, non lo apprezzo talvolta, ma credo. Credo che ciò che è stato, è stato sincero, autentico, inevitabile per certi versi. Credo che mio nonno sarebbe fiero. Credo che sarebbe contrariato per la stagione dell'inter. E credo che ne discuterebbe dal barbiere, infervorandosi ancora. Credo che darebbe a tutto ciò il peso che tutto ciò merita. Un'ora dal barbiere. Zona franca dove politica, calcio e donne riproducono il lasciapassare verso il tuo turno. Credo nel genepy che sto bevendo e nel pianoforte che sto ascoltando. Credo che malgrado tutto, io abbia lasciato qualche ricordo piacevole in tutti coloro che mi hanno vissuto, anche solo per un minuto. Una notte. Una storia. Un insulto. Credo nella forza d'animo come unico motore capace di non fermarsi al rifornimento. Credo in questa notte, così come in molte altre, nate da una lacrima, una commozione e impacchettata davanti alle luce di un monitor. Credo che questo tabacco mi faccia male. Credo che l'orgoglio, il rancore facciano male. Ti corrodano. Si insinuino nei meandri della tua testa. E l'abbiano sempre vinta. Credo in un Buddha rivelatore. Credo che una buona azione prima o poi ritorni. Non credo necessariamente che ogni situazione abbia una spiegazione razionale, ma sono convinto che le cose seguano un loro itinerario. Fatto di inerzia, di forze, di reazioni. Credo di aver sbagliato tanto, ma credo che tornassi indietro sarebbe la medesima cosa. Perché indietro non si torna e ciò vuole dire che quel che ho fatto, l'ho vissuto con la testa di quel momento, con quelle precise certezze, con le chiare paure che una qualunque età porta in dote. Credo nella mia lealtà. Nel mio saper amare. E nel mio modo di dimostrarlo. Credo nella fedeltà di un istante o di una vita intera. Credo altresì che nulla accada per caso, ma sia tutto frutto di un microcosmo chimico e fisiologico. Credo che la sofferenza insegni. Credo che i[...]



Incredibile.

Fri, 14 Oct 2011 10:28:00 +0000

se chiudo gli occhi e lascio andare la memoria..tutti gli altri sensi mi ricordano le sei di quei pomeriggi.
mi ricordo la giacca di mio nonno che indossavo con orgoglio. velluto a coste laghe, beige chiaro.
ricordo un tram davanti a sant'agnese. il 14 forse, ma anche l'1 in realtà.
però ricordo anche il ciottolato sotto i piedi di quelle viuzzole che tanto mi piacevano. quelle che ci portavano in via torino. e da lì, transitando sotto gli occhi vigili della madonnina, in piazza della scala. un'eleganza dolcissima. andirivinei obbligato per via brera. per il pub che era diventato un po' nostro. quando la voglia di seguire le lezioni era svanita da un pezzo e quando tutto ciò di cui avevi bisogno erano una manciata di pinte. e quattro cazzate. ricordo che era meraviglioso prendere il telefono dalla tasca e chiamare i due o tre amici fidati. quelli che sapevi che sarebbero arrivati.
se tengo gli occhi chiusi, percepisco ugualmente il buio invernale. ne sento l'aspra umidità. vengo abbagliato pallidamente dalle luci delle auto, perfino dalle intermittenze delle illuminazioni natalizie talvolta. mi strofino le mani, come facevo allora per richiamare un po' di tepore.
occhi chiusi. sento i bicchieri che si scontrano nel brindisi. sento i polpastrelli che bagnati, ma saldi stringono la pinta. sento il gusto talora ambrato, quasi sempre paglierino di quelle birre. sento ancora il profumo dei piatti caldi che quel tizio un po' burbero portava su dal piano di sotto.
avverto ancora bene il peso del piatto, zeppo oltre misura.
di tutti i pezzi ascoltati in quel posto, uno più di ogni altro mi resterà sempre impresso. la voce di bon jovi che gorgheggia queen of new orleans mi mette ancora in uno stato di quiete e mi stampa un sorriso ebete in volto. ero nel centro di milano, chiudevo anche lì un attimo gli occhi, alzavo il mento verso l'altro e come colto da uno strano capogiro mi sembrava d'essere dall'altra parte dell'oceano, con musicisti di colore, blues per le strade e perfetti sconosciuti intorno a me.
poi, rinsavito, l'accento francese del barista ed io che ordinavo un'altra pinta. una marlboro usciva dal pacchetto mordido e mi ritrovavo sul marciapiede. ancora nebbiolina, ancora freddo umido. ancora luci. ancora due boccate e poi dentro.
"oh, raga, ma sapete che mi è venuto in mente...."



Per dire

Thu, 06 Oct 2011 15:27:00 +0000

Io ho pensato una cosa. Nella vita di un tale qualunque che lavora in un'azienda qualunque e lo fa in questo giovedì qualunque. Ma che ancora si sente un po' speciale. Un po' come quando era un ragazzino. Chessò, un adolescente brufoloso e con la testa per aria. Uno delle superiori, per capirci. Uno che se chiude gli occhi, ancora oggi è capace di sognare, di vedersi nel bel mezzo di una fantasia. Uno che nasconde e custodisce ancora quella benefica irrazionalità che ti fa vivere alla giornata, pensando di essere in grado di fare tutto ciò che desideri per te e per chi ti sta più vicino. Che ti fa essere capace di qualche sana follia, di un pensiero impuro, di una atto sanguigno. Beh nella vita di uno così c'è un dannato bisogno di imprese. C'è bisogno di sfide e poco importa come queste verranno preparate. Poco importa cosa potrà o non potrà fare. Poco importa persino se cascherà il mondo. Perchè uno così ce l'ha dentro la forza per portare a casa la sua impresa. Ce l'ha dentro la tenacia per vincere la sua sfida. Ce l'ha dentro quel mistico romanticismo che ti schizza adrenalina nelle vene e che ti bagna gli occhi di commozione. Ha ben poca importanza in fin dei conti di che cosa io stia parlando o se vi state chiedendo a cosa io mi riferisca. Perchè dentro tutti noi c'è un'idea che pulsa, che stuzzica, che fa male. La faccenda non è più la necessità di emergere tra gli altri, ma di emergere da se stesso. Perchè la sfida più dura che ogni giorno quel tale affronta è quella con lo specchio, di fronte al quale i conti tornano sempre. E allora non importa che il tizio voglia scrivere, voglia leggere, voglia correre o recitare. Non importa neanche dove voglia andare. In effetti importa solo quanto lo voglia. Questo è. E questo deve essere.



Arpeggio.

Wed, 14 Sep 2011 17:25:00 +0000

Mi immagino un sole cotto. Bruciato. Di un tardo pomeriggio di fine estate. La sabbia sotto i piedi è bianca, bianchissima e le palme piegate dal peso di anni di vento e mareggiate. Mi immagino Hemingway, nascosto dalla penombra di quel dehor. Ha un sorriso compiaciuto disegnato sulla guancia sinistra, così sembra almeno. La fitta barba  bianca mi impedisce di decifrare con facilità i gesti, le sue smorfie. Ha un viso tremendamente vissuto. Quando mi volto, mi immagino di non aver pensieri ad ingrigire quell’orizzonte. Lunghi sospiri. I polmoni che si riempiono di quell’aria che arriva dal mare, le mani secche di sodio ed i capelli paglia. Quello che mi immagino, è quello che vorrei sognare questa notte. Non lo vorrei vivere per non guastarne il sapore. Per non alterarne i sensi. Le note di questa musica, suonate da una manciata di vecchietti ricurvi, a stento collocabili altrove, se non in questo mio sogno. In quel che mi immagino. Non voglio star qui a spiegarne l'origine. Lo schizzo che l'ha creata. Voglio solo vedere il sole che di fronte al mio sguardo si accuccia sul mare, si piega. Si distende fino a nascondersi sotto il confine tra cielo e mare. Tra l’immaginario ed il reale. Non è semplice questione di fantasia, si tratta di cuore. Si tratta di speranza, di aspirazione. Di orgoglio. Mi immagino una natura selvatica, mi immagino una relazione verace. Ogni azione deve essere soppesata in virtù della reazione ch’essa genera in modo naturale, escludendo influenze meccaniche o chimiche. Mi immagino questo sole cotto e bruciato, immagino il mio sguardo socchiuso, una camicia aperta ed i piedi nudi affossati nella sabbia tiepida. La leggerezza di quel momento è ciò che voglio sognare questa notte. Quella serenità deve svegliarmi domani mattina, quando aprirò gli occhi sul cuscino madido del sudore di un sonno agitato dall’elettricità di mille e mille incanti. Figure, immagini e sapori. Uno stato in cui, spogliati degli impulsi arrivisti e razionali ascolteremo semplicemente il suono di un violino, generando una catarsi riflessiva nelle nostre fantasie. Non soggiogati da una quotidianità perversa. [...]



Era la nostra sera particolare e la facemmo durare il più a lungo possibile. (cit.)

Sun, 31 Jul 2011 20:36:00 +0000

E' l'ultima cena di Sleepers. E' un sorriso stampato in volto, un'impercettibile smorfia accompagnata da una fronte corrugata. Un quadro impressionista, zeppo di colori. Come un pianoforte. Avete presente chiudere gli occhi e sentire la pelle d'oca, un filo d'aria che smuove i capelli ed i vestiti. Rotolarsi dalle risate fino ad aver male allo stomaco, pensare velocemente ad un'altra storia, perchè l'incantesimo di quel momento non svanisca. Non si esaurisca. Né in quell'istante, né mai. E' una frase dall'accento bolognese, una missiva per l'amministratore delegato all'una di un sabato notte. E' l'insostenibile disarticolazione da un mondo che gira più veloce dei tuoi ritmi. E' godere del non fregartene un fico secco. E' anche un abbraccio. E' un abbraccio schietto ed acuto, ma fugace. Sai che se durasse troppo avrebbe un altro significato. Non un ciao. Non un a più tardi. Nemmanco un arrivederci. Dunque stringi forte, ma giusto il tempo di un batter d'occhi, giusto il tempo di chiuderli e riaprirli che sei già staccato a proclamar raccomandazioni. Tanto poi uno sguardo val più di tanto. Val più di tutto. E' soprattutto una perenne presa in giro. Di quelle genuine che fan bene. Di quelle che ti rendono leggero. Di quelle che si rendono, come una partita a scacchi. Di quelle che ti fan sentire a tuo agio, che ti assecondano a sputare fuori la bile, a sfogare le tossine dei malesseri o a tessere le trame delle tue sensazioni più intime e piacevoli, per cercare di trasmettere anche solo un decimo dell'ineffabile sensazione di dissennatezza che provi. Avverti di aver fatto breccia. Nei silenzi, nelle sfumature mute di verbo, ma espressive più di un pianto o una risata. Elettricità statica. E' la chimica. Quale astrusa, chimerica dinamica.



Jackmaoni contro tutti (cit.)

Tue, 26 Jul 2011 21:09:00 +0000

La notte è di quelle agitate. Le molle del letto non mio non mi perdonano alcun movimento e la parte centrale, sfondata, nella quale mi sono infilato, mio malgrado, mi fa sentire un orso in letargo. Tutte queste scuse banali celano per la verità un’ansia latente. Una tensione che ogni 50/60 minuti mi punzona i fianchi e mi impalla gli occhi sul muro. Alle 6:20 ormai è un dialogo fittofitto con me stesso: battute, scambi di opinione, nervosismo su argomenti spinosi. Il tutto in una ventina di minuti. Alle 6:40 la sveglia mi coglie in una sorta di fase rem ad occhi aperti. Sveglio, ma totalmente incapace di intendere e di volere.Le premesse sono ottime.Il mio compagno di avventura ancora se la ronfa, nonostante accordi chiari presi la notte precedente: sveglia alle sette meno un quarto, alle sette mangiamo, sistemiamo le bici, stretching, preparazione, via i peli dal naso e cose di questo tipo. Io, dal canto mio, inizio a pensare ad un suo cambio di strategia e faccio buon viso a cattivo gioco. Mi porto avanti con il rito preparatorio. Intorno alle 7:15 spunta, accompagnato dai Cristi che tira, il mio Capitano. La sveglia non ha suonato. Anche perché l’aveva impostata per lunedì. Non fa una grinza.Piatto di pasta, filo d’olio. Niente parmigiano. Metà banana. Sali minerali nella borraccia. Numero di gara sul manubrio, chip sulla ruota, gomme gonfie, cambi oliati. Peli del naso tagliati. Siamo indubitabilmente pronti.Mancano manciate di minuti alle 9 quando con pantaloncino, manicotti ed antivento osservo la neve che è venuta a trovarci nella notte, ad un tiro di schioppo dalla partenza della gara. Sarà pur vero che le mezze stagioni da un pezzo ci hanno lasciati, tuttavia passare dall’estate all’inverno il 24 di un fottuto luglio…quel non so chè di amaro te lo lascia. Tornando cionondimeno al serpentone di ciclisti che mi precedono, beh è un gran bel vedere. L’atmosfera è calda, nonostante la decina, decisamente scarsa, di gradi percepiti, ma i colori, la musica e lo speaker condizionano non poco il pathos che caratterizza questi interminabili minuti che separano le vite dei nostri eroi dall’impresa che tutti aspettano la sfida della vita quel momento insito in ogni atleta in cui la differenza tra sopravvivere e soccombere è una sottilissima linea di fragilità vestita. Da leggere tutto d’un fiato, che la mancanza d’aria aumenta l’enfasi dell’azione eroica.Si parte. Incastro le scarpette nelle pedaline con immediato successo, e faccio girare le gambe intirizzite. Ed il tutto senza cadere, ma, ancor più rilevante, senza urtare nessuno. E’ un momento di puro godimento celestiale, ho già fatto 50 metri, senza arrecare danno alcuno a persone od oggetti. Son cose, gente.L’inizio del tragitto corrisponde ad una decina di chilometri di una discesa gelida, in cui numerosissimi compagni perdono le loro camere d’aria, colpite e costrette ad abbandonare anzitempo i giochi. Non ragiono di loro, ma guardo e passo e finalmente inizia la salita, non lunga, ma già in parte selettiva. Poi è ancora una breve discesa, fino al primo bivio che di fatto sancisce l’inizio di gara vera.E’ un tragitto dannatamente divertente, ricco di salite e discese, strettoie tra villaggi disegnati da chalet di legno e pietra, sulle soglie delle cui porte i bimbi strillano al passaggio delle bici, mentre chi ha più primavere sulle spalle applaude e si concede u[...]