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UGUALE PER TUTTI



La legge! ... è ... dev'essere ... speriamo che sia ... dobbiamo fare in modo che sia ...



Last Build Date: Sat, 18 Nov 2017 05:55:18 +0000

 



Contro la proroga "ad personam" dei magistrati

Mon, 24 Oct 2016 13:41:00 +0000

Proprio nei giorni in cui tutti eravamo sgomenti per gravissimi accadimenti che hanno sconvolto e ancora sconvolgono il mondo e anche l’Italia, tra i quali il terremoto che ha distrutto Amatrice e Accumoli, il Governo ha disposto la proroga dell’incarico di pochi magistrati che occupano posti dirigenziali nella Corte di cassazione e nella Procura Generale presso la stessa.La proroga è intervenuta, ancora una volta, quasi di nascosto a fine agosto con un decreto d’urgenza che si presenta, sotto più profili, in contrasto con la Costituzione e alza ancora più in alto l’asticella della lesione all’indipendente esercizio della giurisdizione da parte dei magistrati.Il decreto viola diversi principi e norme costituzionali, a cominciare dal principio di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e alle norme sui limiti alla decretazione d’urgenza.Ma, in particolare, tra gli altri, viola anche l’art. 105 della Costituzione, che affida le “assegnazioni” dei magistrati esclusivamente al Consiglio Superiore della Magistratura, rientrando in tale concetto la proroga di un incarico oltre la sua originaria naturale scadenza.Purtroppo, non si può più dire, come avvenuto in passato, che sia la prima volta nella storia della Repubblica che magistrati vengano mantenuti nell’incarico mediante un provvedimento emesso dal potere esecutivo.Purtroppo, quella “serie” già tristemente profetizzata di fronte a fatti analoghi riceve, con il decreto legge 168 del 2016, la sua massima spinta in avanti.Infatti, anche se indubbiamente di minore portata, la vicenda in esame ha un precedente, quello relativo alla proroga dell’incarico dell’allora Procuratore Nazionale Antimafia Pierluigi Vigna, disposta con il decreto legge 314 del 2004.E di fronte a quel precedente si levò l’alta protesta di oltre 370 magistrati, che nell’appello a Vigna a dire no al provvedimento a lui diretto evidenziarono il rischio della ”cancellazione dell’indipendenza della magistratura (suscettibile di essere governata dall’esterno con una accorta politica di conservazione nell’incarico dei dirigenti graditi alle contingenti maggioranze politiche)”.Occorre evitare, dunque, che si producano gli effetti di questaulteriore e finale spinta verso la ”cancellazione dell’indipendenza della magistratura”.Giusto e opportuno, pertanto, è l’appello a non accettare la proroga rivolto al Primo Presidente della Corte di cassazioneGiovanni Canzio dal collega Dario Colasanti.Condividiamo in pieno tale appello e lo sottoscriviamo estendendolo a tutti gli altri magistrati interessati dalla proroga nel loro incarico, a cominciare dal Presidente Aggiunto della stessa Corte di cassazione Renato Rordorf e dal Procuratore Generale Pasquale Ciccolo, certi che detti colleghi, dimettendosi dalla magistratura alla data in cui avrebbero dovuto essere collocati a riposo, sapranno dire di no a un provvedimento che, anche perché li riguarda personalmente, lede le condizioni di indipendenza di tutti i magistrati e incrina gravemente l’equilibrio predisposto dalla Costituzione nell’esercizio delle funzioni sovrane.Ma, al di là delle possibili e volontarie attivazioni delle responsabilità e dei doveri individuali, l’ora grave esige che sia il Consiglio Superiore della Magistratura ad intraprendere le dovute iniziative a salvaguardia del principio supremo della separazione delle funzioni. Chiediamo al Consiglio Superiore della Magistratura, pertanto, di fare la sua parte.Riteniamo che la strada maestra sia quella di proporre, nella sede competente, conflitto di attribuzioni contro questa macroscopicaviolazione delle sue prerogative, funzionali all’esercizio indipendente della giurisdizione da parte di cias[...]



Che "Area" tira in A.N.M.?

Thu, 08 Nov 2012 21:46:00 +0000

di Giuliano Castiglia(Giudice del Tribunale di Palermo)Il prossimo 30 novembre si svolgerà la prima assemblea nazionale di Area, un nuovo soggetto che da un po’ di tempo fa capolino nel panorama dell’associazionismo giudiziario, prevalentemente sotto forma di aggregazione elettorale per competizioni svoltesi sia in ambito associativo (CDC dell’ANM e giunte distrettuali dell’ANM) che in ambito istituzionale (CSM e Consigli Giudiziari), e che ora sembra volersi strutturare in qualcosa di più definito e stabile. Se si è ben capito, questa assemblea nazionale dovrebbe rappresentare un momento importante se non fondante per Area. Area, che vede tra i suoi promotori anche due correnti della magistratura associata (Magistratura Democratica e Movimento per la Giustizia-Art. 3), vuole dichiaratamente operare nell’ambito dell’ANM. In tanti vorremmo sapere: per fare cosa? E, infatti, se Area vuole operare nell’ANM, coloro che sono interessati alla vita dell’ANM - come sembrano essere, versando il relativo contributo mensile di iscrizione, la quasi totalità dei magistrati - non può che essere interessato anche ad Area. L’impressione che alcuni magistrati, tra i quali il sottoscritto, si sono fatta guardando ai primi passi di Area e leggendo quanto sinora prodotto dai relativi animatori, è che questa nuova aggregazione, da un lato, non abbia maturato adeguata consapevolezza dei gravi problemi che affliggono l’ANM (a cominciare dall’enorme conflitto di interessi derivante dalla compartecipazione di fatto dell’Associazione al governo dei magistrati e alla conseguente inevitabile abdicazione rispetto al ruolo di controllo nei confronti degli organi di governo e della dirigenza degli uffici nonché a quello connesso di tutela dei singoli magistrati); dall’altro, rischi di sostanziarsi in una macrocorrente della magistratura di natura non diversa da quelle che hanno concorso al relativo progetto e, in definitiva, in una macchina per la selezione di personale vario (componenti degli organi di autogoverno, dirigenti degli uffici, addetti alla formazione, fuori ruolo in Consiglio, componenti del Massimario, ecc. ecc.) e per l’aggregazione del necessario consenso. Avere detto queste cose nella mailing list di Area ha generato alcune risposte molto piccate, altre addirittura scomposte. E così si è tornati a parlare di come limitare gli interventi degli “ospiti” che non rispetterebbero indefinite regole di bon ton e addirittura offenderebbero la storia di quelli che si ritengono, a questo punto mi permetto di dire, i “proprietari” della mailing list aperta che si è scelto di chiamare “areaperta”. Le critiche vengono sdegnosamente respinte e si ribatte dicendo che Area vuole essere ed è qualcos’altro e qualcosa in più rispetto alla sommatoria di MD e Mov.-Art.3; che vuole altresì essere ed è qualcosa di diverso da uno strumento destinato solo alla selezione e promozione dei propri uomini nei posti che contano (chiedo venia per il linguaggio un po’ crudo ma è dovuto solo a ragioni di sintesi). Ma di risposte argomentate nel merito se ne sono viste davvero poche. E in cosa consista questo qualcos’altro e questo qualcosa di diverso che Area intenderebbe essere non si è finora riusciti a capirlo. Soprattutto, nonostante la lettura del materiale che in varie forme è stato prodotto dagli animatori di Area su Area, non si riesce a capire quali sarebbero i programmi concreti di azione di questo movimento. Non si capisce, insomma, pressoché nulla di ciò che di caratterizzante Area intende fare. Qualcuno, legittimamente, può giudicare strumentali ed interessate le mie affermazioni. Ma, piuttosto che lamentare insulti che non esistono, invasioni di campo e gambe tese, cicche sul tappeto e chewing-gum sotto la sedia, addirittura virgolette (“”) allusive e altre gravi forme retoriche, quale migliore occasione offrono le critiche mie o di altri per essere sbugiardate nel merito e per mostrare a tutti l’identità nuova, reale e concreta di Area? E se poi vi [...]



Democratica, ma anche no

Thu, 20 Sep 2012 09:19:00 +0000

di Marco Travaglio(Giornalista)da Il Fatto Quotidiano del 20 settembre 2012Nel 1989, quando crollò il muro di Berlino, cadde anche il velo sulle vergogne che i moderati avevano accettato in nome dell’anticomunismo. Nel ‘92, quando si sbriciolò il muro di Bettino, quanti giustamente l’avevano combattuto persero la maschera e restarono nudi come il re della fiaba: la sinistra italiana, che già annusava il potere e si spartiva le future poltrone, fu spazzata via da B.: che era, sì, il peggior cascame del craxismo, ma fu anche il più lesto a capire che l’asse destra-sinistra era stato soppiantato dall’asse vecchio-nuovo. Si travestì da nuovo e vinse. Ora però è caduto anche il muro di Arcore. E quelli che stavano dall’altra parte s’illudono di raccattarne l’eredità. Senz’accorgersi che, senza più l’alibi e lo spauracchio dell’uomo nero che li ha tenuti in vita per vent’anni, hanno perso qualunque ragion d’essere. Un giorno, in un raro lampo di lucidità, D’Alema definì la sinistra “una malattia accettabile solo grazie all’esistenza di questa destra”. Infatti, ora che B. non c’è più, almeno sul proscenio, vengono a galla tutte le magagne del fronte opposto. E si comincia a capire che non tutti quelli che si opponevano a B. (o fingevano) lo facevano per motivi di principio: la questione morale anzi penale, la devastazione della Costituzione, il conflitto d’interessi, la posizione dominante sul mercato dei media, l’uso privato delle istituzioni. Ma solo perché B. stava “a destra” (peraltro a sua insaputa). Tant’è che, sulle questioni di principio, si sono sempre messi d’accordo con lui. E, anche se nessuno ci fa caso, da nove mesi il Pd è alleato del Pdl. Le questioni di principio hanno interessato ristrette élite di politici, intellettuali, magistrati, giuristi e artisti affezionati ai valori liberali della Costituzione, dunque guardati con ostilità o sospetto dalle rispettive corporazioni. Esempio: la sgangherata campagna di B. contro le “toghe rosse”, cioè contro chiunque gli desse torto, ha impedito una seria riflessione sul collateralismo di parte della magistratura col maggior partito di sinistra, speculare a quello di altre correnti togate col centrodestra. Ora che crolla il cerone del Caimano, viene allo scoperto la faccia peggiore della sinistra, politica e giudiziaria. L’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia investe politici di destra, centro e centrosinistra disturbando i compagni Napolitano e Violante? Subito il Pd e la stampa al seguito attaccano i pm di Palermo lasciati soli da B. E pazienza se quei pm appartengono a Magistratura democratica. Anzi ieri la corrente – nata nel 1964 per difendere il diritto-dovere dei magistrati di parlare – ha emanato un documento di rara viltà, che spara su di loro senza neppure nominarli e pare scritto dal Tartufo di Molière. Md premette che “da sempre rivendica l’opportunità della partecipazione dei magistrati al dibattito politico”. Ma, “con la stessa fermezza e vigore”, rivendica pure il contrario. Infatti accusa i pm di: “arrecare pregiudizio al lavoro giudiziario e all’immagine della giurisdizione”; “inaccettabile ricerca del consenso a indagini o processi”; “ricerca esasperata di esposizione mediatica con la sistematica partecipazione al dibattito”; “creare ‘verità’ preconfezionate che rischiano di influenzare le decisioni giudiziarie”. Cioè, a condizionare i giudici penali e costituzionali non è il fuoco concentrico di Quirinale, governo, partiti, Anm, Csm, tv e stampa: sono un paio di pm che si permettono di rivendicare la correttezza del proprio lavoro e 150 mila lettori del Fatto che solidarizzano con loro. Chissà che avrebbe scritto Md se gli attacchi fossero partiti da B. Finalmente si chiarisce il vero significato di “Md”: Magistratura Dipende. Si spera che da questo vecchio carrozzone sopravvissuto al muro di Berlino, alla prima e alla seconda Repubblica, scendano i magistrati davvero imparzial[...]



Sabato sera sono andato a casa di Luca

Fri, 18 Nov 2011 21:39:00 +0000

di Francesco Siciliano(Avvocato del Foro di Cosenza)C’è una datata “canzonetta” di Silvia Salemi che inizia un po’ così: anni questi anni passati così ... aridi, sterili, vuoti, è l’era delle immagini ... ci ha rubato il cuore, l’inventiva, le idee, le parole …… questa è un’era subdola che ti inchioda il cuore e la vita ad un televisore.Era il 1997 poco dopo la “discesa in campo” eravamo nella piena erezione del Berlusconismo edizione riveduta e corretta dell’insostenibile leggerezza dell’essere, dei nuovi yuppies.Prima mossa a favore della Libertà e del suo “Popolo” il decreto Biondi e la modifica dell’abuso d’ufficio divenuto un reato a cosiddetta prova diabolica. Insomma i primi anni della Seconda Repubblica dominata dai sondaggi dal Bolscevico atteggiamento di ripetere ossessivamente affermazioni false che d’incanto divenivano verità politiche quindi soggette a chi è a favore e chi è contrario.Ma la discesa in campo non ha mai visto una risalita dallo stesso.Tutta la vita pubblica è restata una partita e noi italiani sugli spalti abbiamo fatto la nostra parte.“Vedi che Berlusconi ha fatto questo” e “siccome Prodi”, i comunisti con il maglione di cashmere e i nuovi del celodurismo hanno fatto il resto.Tutto è sempre stato uno scontro di propaganda in cui il problema o la scelta politica sono rimaste sul fondo quasi impalpabili.E’ stato così che in una sorta di continuità Prodi ha abolito l’Ici e B. ha abolito l’ICI, il Popolo della Libertà ha negato l’autorizzazione d’arresto per Cosentino e il Partito Democratico ha negato l’autorizzazione d’arresto per Tedesco. B. ha modificato enne volte leggi relative a reati di cui era imputato – ovvero norme processuali utili a bloccare il processo – e D’Alema ha modificato la Forleo ovvero la Lega, tanto cara a Tallini, ha reso di fatto non punibili le camicie verdi organizzate.In questa era subdola che ti inchioda il cuore e la vita ad un televisore siamo passati da milioni di posti di lavoro al tricolore come carta igienica a Sara, Yara alla Guerra tra Procure senza soluzione di continuità, immersi in una mistificazione e in una propaganda che hanno unificato tutto allo stesso livello in modo che non vi fosse a monte (ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale) una distinzione etica o oggettuale dei fatti e delle cose.I fatti, quelli sì, sono del tutto spariti, obliterati dalle urla di chi riteneva che fossero colpa di Prodi o di Berlusconi.Questo ha aperto la strada ai neutrini della Gelmini splendido avvocato del Foro di Reggio Calabria anche se dimorata per l’occasione a Brescia così come ad un puntale inglese di La Russa che ha avuto modo di precisare che in inglese se si dice if.Già prima delle gaffes di B. in campo internazionale i quivis si accorgevano che era diminuita la liquidità e che era diminuita la possibilità di accesso al credito con il connesso avvitamento del mercato interno per cui se tutti spendiamo meno tutti lavoriamo meno e guadagniamo meno.Ma l’erezione del Berlusconismo non si è fermata qui alla quasi naturale distanza tra questa classe dirigente e la vita quotidiana delle persone silenziose (intese non VIPS) quest’ultime alle prese con le scadenze e i figli che premono per i consumi e quelli con i voli di stato per i Gran Premi (Mastella) o le partite di Calcio (La Russa), l’era del celodurismo è esplosa fortemente proprio in quest’ultima fase di fine impero.Chi non ricorda B. in campagna elettorale, l’ultima, abbracciare Dell’Utri e ripetere che anche per lui Mangano era un eroe, chi non fa caso a Letta (quello B) dire che i sondaggi sono tutti per la soluzione tecnica quasi a segnare una continuità con i sondaggi di B.Perché affermare chiaramente che Mangano per B. e Dell’Utri è stato un eroe è stato certamente un tipico esempio di celodurismo, lo affermo chiaramente senza ipocrisie e nascondimenti.Ma il celodurismo ha trovato la sua apoteosi con il p[...]



Convegno a Napoli su "Dissenso e conflitto sociale"

Wed, 02 Nov 2011 08:03:00 +0000

Organizzato dall'Università di Napoli, Federico II, e da Magistratura Democratica, convegno su "Dissenso e conflitto sociale: garanzia dei diritti e repressione penale". A Napoli l'11 e il 12 novembre, nell'Aula Pessina della Facoltà di Giurisprudenza.


(Clicca qui per ingrandire il manifesto)


(image)







Il re è nudo … ma anche la magistratura italiana, purtroppo, non è granché vestita!

Mon, 26 Sep 2011 20:28:00 +0000

di Grazia Fenza(Giudice del Tribunale di Crotone)PREMESSA: Scrivo da una delle tante “periferie dell’Impero” giudiziario italiano, Crotone; ove la distanza logistica con Catanzaro (75 km. circa, mal collegati, da fare necessariamente su una sgangherata e pericolosa statale 106) è ampiamente compensata dalla vicinanza per così dire ideale tra l’ufficio del circondario e l’ufficio del distretto: favorita, tale vicinanza, anche da alcune fortunate coincidenze, di cui forse parlerò un’altra volta. E’ quindi un osservatorio privilegiato, anche per chi come me, non calabrese, è per di più ancora troppo giovane di servizio, per comprendere appieno meccanismi e collegamenti.Proprio da questo osservatorio, a metà luglio (cioè in un clima già tutto sommato un po’ pre-vacanziero) ho appreso – devo dire, con un estrema sorpresa – che il C.S.M., sconfessando in pieno le opposte conclusioni cui era giunto il Consiglio Giudiziario di Catanzaro, aveva invece raggiunto la scontata determinazione (scontata, dati causa e pretesto, per dirla alla Guccini) di NON confermare nelle funzioni di procuratore aggiunto il dott. Salvatore Murone.Premesso che, com’è noto, il C.S.M. di norma tende ad avallare le posizioni dei consigli giudiziari e che in questo caso il C.G. di Catanzaro si era espresso addirittura all’unanimità, la notizia – allo stato, pare, totalmente ignorata dai media – non poteva non suscitare interesse ed al contempo sconcerto.Infatti il dott. Murone, già influente Procuratore Aggiunto di Catanzaro (attualmente trasferito cautelarmente ad altra sede), già braccio destro dell’allora procuratore capo dott. Lombardi, è certamente da annoverare tra le figure più significative delle inquietantissime vicende giudiziarie “Why not” e seguenti, che tanta trista fama hanno dato a quella Procura.La delibera è estremamente chiara e ne riporto perciò il testo integrale in calce.Preciso subito che, a caldo, la cosa che mi ha più sorpreso, di tutta la vicenda, è l’imprevedibile posizione assunta dal Consiglio Giudiziario di Catanzaro; il quale, come ben può evincersi dalla delibera C.S.M., pur avendo acquisito piena cognizione del bagaglio processuale e disciplinare portato dal candidato in valutazione, per fatti oggettivamente gravi, trattandosi di decidere della conferma nelle delicate funzioni semidirettive di Procura, riteneva tuttavia di poterlo ignorare, e di prendere per buono il solo rapporto del capo dell’ufficio: che, forse per imbarazzo, forse per altro – allo stato non è dato saperlo – non faceva alcun cenno in ordine ai procedimenti penali e disciplinari pendenti, e concludeva anzi per l’idoneità del Murone alla conferma nelle funzioni; pedissequamente, il nostro Consiglio Giudiziario procedeva pertanto, all’unanimità, concludendo in senso favorevole alla riconferma.In estrema sintesi, dagli atti in possesso del Consiglio Giudiziario di Catanzaro, apparivano però chiarissimamente:a) le indebite interferenze del magistrato in valutazione, di concerto col Procuratore Capo Lombardi in un caso e col Procuratore Generale Favi nell’altro, nelle attività d’indagine dell’ex p.m. Luigi de Magistris;b) la fattiva collaborazione fornita dallo stesso ai predetti, nelle due operazioni consistite nell’illegittima revoca e nell’illegittima avocazione dei noti procedimenti, denominati “Why not” e “Poseidone”: attività, quest’ultima, finalizzata a favorire indagati eccellenti, coi quali i tre, in un modo o nell’altro, avevano rapporti per così dire “privilegiati”;c) gli inquietanti, a dir poco, intrecci, tra il dott. Murone, il di lui fratello avvocato ed i predetti indagati eccellenti (due dei quali veri e propri big), ossia Saladino e Pittelli, quest’ultimo all’epoca nel trino ruolo di indagato, avvocato e senatore;d) la natura, piuttosto criticabile, di alcuni di tali rapporti, consistiti anche in sistemazione[...]



La lezione e l’esempio dell’avv. Oreste Flamminii Minuto

Mon, 12 Sep 2011 17:44:00 +0000

di Felice Lima(Giudice del Tribunale di Catania)Il 29 agosto è morto l’avv. Oreste Flamminii Minuto.A questo link un ricordo di Olivero Beha che ne era amico.Quando viene a mancare un grande uomo è molto imbarazzante scrivere qualcosa, perché si rischia di aggiungersi alla lista di quelli che approfittano dell’occasione per mettersi in mostra o all’altra di quelli che cadono nella retorica. E se di una cosa l’avv. Oreste è nemico è della retorica.Dunque, ho atteso un po’ a scrivere queste righe, ma ora sento di doverle mettere nero su bianco, per lasciare una traccia della gratitudine che porto a questo grande Avvocato e grandissimo Uomo per il suo esempio e la sua lezione di vita.Mille cose si possono dire dell’avv. Flamminii Minuto, delle sue eccelse qualità professionali, del suo coraggio, della sua schiettezza, della sua onesta, del suo valore.Fra le tante cose che – dal mio modestissimo punto di osservazione – credo abbiano contraddistinto la sua esistenza, ne vorrei sottolineare qui una: l’amore per le idee, i valori, la verità (quella con la “v” minuscola che noi uomini possiamo attingere, ma pur sempre la “verità”).Tanti citano spesso – a proposito e a volte a sproposito – il noto elenco di profili umani che Sciascia mette in bocca a don Mariano nel suo “Il giorno della civetta”.L’elenco era: “Uomini, mezzi uomini, ominicchi, ruffiani e quaquaraqua”.Tutti si concentrano sui quaquaraqua e dimenticano i ruffiani, dei quali don Mariano dice che “sono diventati un vero esercito”.I ruffiani: coloro che vivono cercando di compiacere questo o quello per averne un vantaggio.E’ questo il tempo nel quale l’art. 1 della nostra Costituzione dovrebbe essere riscritto dicendo “L’Italia è una Repubblica fondata sulle relazioni personali”. Sulle amicizie interessate.L’Avvocato Oreste è l’esatto contrario di questo. E’ l’uomo al quale sommamente si applica il detto di Aristotele: “Amicus Plato, sed magis amica veritas”.Un uomo che si è sempre battuto in prima persona per ciò che ritiene giusto, senza mai fare alcun conto di vantaggi e svantaggi che potessero venirgliene.Un uomo che ha un senso grandissimo dell’onore vero, dell’onore che consiste nel servire il giusto e il vero e non in una ridicola ipertrofia dell’io come tanti, invece, mostrano di intenderlo.L’avvocato Oreste è l'esatto contrario non solo dei mille ruffiani al potere, ma anche dei tanti ominicchi che ci ammorbano l’orizzonte; degli ominicchi, dei quali don Mariano dice che «sono come bambini che si credono grandi».L’avvocato Oreste è un grande con la semplicità, la sincerità, l’umiltà, l’entusiasmo di un bambino.Ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente perché un giorno, avendo lui letto un articolo di questo blog, è intervenuto con un commento, scritto come il più semplice dei lettori. Con una semplicità tale che un altro lettore ha ironizzato, dicendosi certo che non poteva essere davvero l’avv. Flamminii a scrivere qui così. E lui, ovviamente, gli ha risposto con la più serena e semplice sincerità.E io gli ho scritto la mia gratitudine. E lui mi ha risposto con un: “Sentiamoci”.E io gli ho telefonato. E lui mi ha trattato come un amico da sempre.Ho avuto anche il privilegio e l’onore di essere assistito da lui in un giudizio.Mi manca davvero moltissimo l’avv. Oreste.Mi mancano le telefonate nelle quali lo scoprivo - lui molto più avanti in età di me - più entusiasta, più battagliero, più determinato, meno stanco e pessimista di me.Un uomo nella cui mente l’ipotesi di una resa, di un abbandono, di un “chissenefrega” non si affacciava mai.Ha ragione Olivero Beha: è morto giovanissimo l'avv. Oreste.Mi mancano le telefonate nelle quali mi diceva cose bellissime e grandissime come se fossero cose comuni, delle quali non menare vanto e da non usare per salire in cattedra[...]



Il carcere, tra previsioni normative e realtà

Sun, 11 Sep 2011 16:37:00 +0000

di Vito Pirrone(Avvocato)È principio giuridico assodato che la sanzione è la risposta della società alla trasgressione dell’ordinamento giuridico, che ogni società civile si dà per assicurarsi la pacifica convivenza.È prioritario identificare quelle sanzioni che creino il giusto equilibrio sociale.Nella nostra analisi partiamo dal presupposto secondo cui il momento penitenziario e quello sanzionatorio non sono estranei al processo, ma ne fanno parte, presupposto che ci pone in un’ottica ben determinata.Infatti, se il momento sanzionatorio e quello penitenziario fanno parte del processo, ne consegue il coinvolgimento in prima persona degli avvocati e di tutti gli operatori del settore, e tutto ciò che accade va inquadrato in un clima di contraddittorio e di principio di legalità.Purtroppo, dobbiamo notare dei paradossi del nostro sistema: l’art. 27 della Costituzione stabilisce il principio della pena finalizzata alla rieducazione e risocializzazione.Nel nostro ordinamento la pena aspirerebbe al recupero del cittadino (con un percorso trattamentale).Il carcere si dovrebbe porre come una esperienza provvisoria, che preluda al rientro nella società.È noto che l’attuale condizione delle carceri italiane contraddice radicalmente l’intento della Carta fondamentale.Basti considerare lo stato di sovraffollamento delle carceri: ogni struttura carceraria attualmente ospita una popolazione penitenziaria che risulta essere più del doppio della capienza massima per la singola struttura.Una cella tipo (in un istituto, per esempio, come quello di Catania – Piazza Lanza) ospita dagli 8 ai 12 detenuti, il che contravviene assolutamente a quanto previsto dagli articoli 5 e 6 dell’ordinamento penitenziario in materia edilizia e sui luoghi di pernottamento e soggiorno.Il sovraffollamento verosimilmente è dovuto ad una legislazione che favorisce sempre più i percorsi che dal sociale portano al penale.Attualmente nelle nostre carceri è presente una popolazione in esubero (rispetto alla capienza massima) di ben 23.000 unità (!), dato ancora più allarmante se si considera la carenza di personale dell’amministrazione penitenziaria di circa 7.000 unità.Analogo discorso può essere effettuato a proposito dell’articolo 13 dell’ordinamento penitenziario e della individuazione della pena, principio anch’esso completamente disatteso, dal momento che la distribuzione dei detenuti all’interno degli istituti penitenziari dovrebbe tenere conto della “tipizzazione” dei reati da essi commessi, laddove si registra invece un accorpamento di detenuti in un unico ambito che comprende dai mafiosi, ai primari, ai ragazzi che hanno compiuto uno scippo.E, in assenza di qualsiasi altra forma di socializzazione, i detenuti trascorrono in cella più di 20 ore: il che evidentemente spiega l’abbrutimento che conseguentemente si produce.Da un simile livello di sovraffollamento discende anche l’impossibilità di garantire il rispetto dei diritti umani più elementari.Il detenuto vive in circa 2 mq..L’Italia è stata condannata più volte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, proprio per la “non vivibilità” dei nostri istituti penitenziari, a fronte di circa 7 mq. stabiliti a livello europeo come spazio minimo sostenibile.La Corte di Strasburgo ha evidenziato l’assenza di un piano di edilizia carceraria e ha stigmatizzato la politica penitenziaria italiana e l’assenza di opportune norme di depenalizzazione e misure alternative.In una tale situazione, va evidenziato che i detenuti non svolgono alcuna attività e si trovano a vivere quella condizione che i sociologi (Wacquant) definiscono di “neutralizzazione dei corpi”, nel senso che i detenuti sono posteggiati in carcere nel modo peggiore. Wacquant sintetizza con lo slogan “dallo stato sociale allo stato penale”.Altro dato allarmante, che caratterizza in modo d[...]



Flamminii Minuto spirito libero

Thu, 01 Sep 2011 18:14:00 +0000

di Oliviero Behada Il Fatto Quotidiano del 30 agosto 2011Se ne è andato Oreste Flamminii Minuto, evadendo dalla prigione dei suoi malanni e lasciando non un buco ma un cratere in tutti coloro che gli sono stati vicini, affettivamente, amichevolmente, professionalmente.È stato vivo, vivissimo nei sentimenti, nelle emozioni e naturalmente nelle idee, fino a un momento prima di andarsene: sembra un’ovvietà, ma forse non lo è o non lo è mai stata per lui e per i suoi simili.Per morire bisogna essere vivi.Figlio di un generale medaglia d’oro al valor militare aveva il coraggio nelle vene e nella testa.A 18 anni si guadagnò una medaglia al valor civile per aver salvato due che stavano annegando, per dire …Le sue radici erano a Colledara, sul versante adriatico del Gran Sasso dove la piana comincia a respirare orizzontalmente, radici di abruzzese scabro di fuori e gentile di dentro rimasto legatissimo a quelle zolle: uno che poteva disquisire di tutto o quasi e infiammarsi o meglio infumarsi di colpo mandandoti rudemente a quel paese senza preavviso.Dalle sue foto giovanili si affaccia un bel giovane biondo, minuto, attraente per le donne e insieme inquieto, un generoso “cuore granata” e un’aletta veloce nelle partite della squadra dell’Espresso in cui Scalfari sembrava quasi – per la gran barba quello di ora …È stato un grandissimo, inarrivabile avvocato, ma per questo suggerisco ai giovani lettori de Il Fatto una semplice cliccatina su un motore di ricerca … Troveranno tanto su di lui, specie per le sue battaglie a favore della libertà di parola.Considerarla però soltanto una pur decisiva e democratica questione di “stampa” è fare un torto a Oreste e alle sue intemerate.Certo, era il punto di arrivo, come quando nel dicembre scorso provocò sul tema Wikileaks, interrogandosi su cosa sarebbe accaduto nel Paese dei Berlusconi e dei Frattini, ma anche dei D’Alema e dei Bersani, se quell’Assange fosse stato italiano …Ma per Oreste, finissimo spirito dalla testa ai piedi e quindi uso a mischiare pandette e partite, aule di Tribunale e campagna con porchetta “ma delle mie parti”, alto e basso, istituzioni e strada senza lasciare mai il timone dell’onestà intellettuale, del rispetto di sé e degli altri, la libertà di espressione era la parte visibile di una libertà interiore che vedeva scarseggiare sempre di più.La libertà di pensiero non si compra né si vende, non si vede dall’esterno ma si dimostra nei comportamenti, nelle scelte, nei prezzi pagati: Oreste è stato tutto questo, sanguigno e coraggioso.Di raro, aveva anche un suo modo di “storicizzare la cronaca”: da sempre la sua idea era quella di pensare, parlare, esercitare la sua professione senza privarsi di un orizzonte che storicizzasse il suo lavoro, comunque ficcato ben dentro la quotidianità.Ho perso il conto delle cause per diffamazione da lui sostenute difendendo L’Espresso per mezzo secolo in tutti i contesti, dalle more democristiane alle asperità comuniste, nelle stagioni del terrorismo come in quelle del lassismo berlusconiano, venendo ripagato ultimamente con una moneta d’ottone che gli ha fatto male: di certo so che le ha vinte tutte.Un bel record, non vi pare?E provate a chiedere di lui nel luogo mitico del cinema italiano più importante, nel ristorante romano da “Otello alla Concordia”, dove da avvocato, da amico (spesso in veste “Amici miei”) ma soprattutto da persona ha diviso il tempo, gli umori e l’aspetto professionale che gli perteneva con Germi, o Monicelli, o Scola, e un elenco lunghissimo di “addetti”, nel senso anche di addetti a stimarlo sempre, e spesso a volergli bene.Per questo dico che lascia un cratere che non si colma se non in parte con la memoria del suo pensiero, dei suoi scritti, del resoconto delle sue “campagne”.Forse una raccolta complessiv[...]



P27: la situazione è grave, ma non seria.

Sun, 19 Jun 2011 08:29:00 +0000

P2, P3, P4, .... P27.La citazione di Ennio Flaiano non richiama alla memoria l'Italia degli anni settanta, ma la stretta attualità.Non è serio un Paese nel quale, in nome di un malinteso “garantismo”, si attendono i tempi epocali della formazione del giudicato penale prima di adottare rimedi su piani diversi da quello giudiziario.E' un po' l'auto-accusa che da sempre la politica si muove quando parla di questione morale. Si dice, in soldoni: ferme le massime garanzie sul piano giudiziario, la responsabilità politica dovrebbe prevenire quella penale ed è quindi impensabile procrastinare i rimedi all'esito del processo.Come si sarà notato, tale forma di responsabilità non ha mai attecchito nel nostro Paese.E la cosa non è prerogativa della sola politica.La magistratura non è esente dalla medesima sindrome, la stessa che spinge a proclamare sistematicamente il proprio senso di colpa per marcare, a chiacchiere, la distanza da modelli negativi, senza tuttavia porre in essere le reazioni adeguate alla gravità dei fatti che via via, uno dopo l'altro, confermano la triste deriva del sistema giudiziario.Oddio, non è sempre così.Può capitare, ad esempio, che un De Magistris venga privato dall'oggi all'indomani delle sue inchieste con un'inaspettata “avocazione” (il cui autore è oggi imputato per abuso d'ufficio ) e trasferito ad altra sede e funzioni dal CSM subito dopo che aveva fatto perquisire tal Luigi Bisignani.O che i PM salernitani - che stavano accertando proprio gli abusi commessi contro l'attuale Sindaco di Napoli - nel volgere di tre giorni siano fatti traslocare dai loro uffici per essersi dilungati in un decreto di sequestro mettendo a rischio la reputazione di personaggi come Alfonso Papa o Luigi Bisignani.O che, ancora, la testa di un magistrato come Clementina Forleo sia offerta su un piatto d'argento alla politica che ne invocava il trasferimento; anzi, per mezzo di Guido Calvi, già difensore di D'Alema ed oggi Consigliere Superiore, addirittura lo prevedeva. E' fresca la conferma dell'illegittimità di quel trasferimento ad opera del Consiglio di Stato.Sono vicende che, ai pochi lettori del nostro blog, appariranno “vecchie” in quanto qui sono state sviscerate nella loro raccapricciante illegittimità MENTRE accadevano.Ma non montiamoci la testa. Si tratta di eccezioni. Di isolate manifestazioni di “efficienza” del sistema burocratico che sovraintende al governo della magistratura, favorite da una fortunata astrale convergenza d'intenti tra Ministero della Giustizia (ad opera del suo ispettorato), il CSM (organo di tutela dell'indipendenza dei magistrati!) e la stessa Associazione Nazionale Magistrati (il sindacato delle toghe!).Tratteggiamo, ora, alcuni dei personaggi che in quelle vicende hanno svolto un qualche ruolo.Dalle notizie di stampa dei mesi successivi, fino all'attualità, abbiamo appreso:che Achille Toro, Procuratore Aggiunto da Roma con delega sui reati contro la pubblica amministrazione ed uomo di vertice della corrente dell'ANM Unicost, aveva rapporti “non ufficiali” con faccendieri di vario genere, in seguito ai quali è stato sottoposto a processo penale e si è dimesso dalla magistratura. All'epoca dei fatti di De Magistris e di Salerno-Catanzaro era enorme il peso di Achille Toro nell'Associazione Nazionale Magistrati. Tanto che l'ANM, quando la sua vicenda penale venne a galla, si limitò ad un ambiguo comunicato che stigmatizzava più gli inquirenti fiorentini che l'adepto infedele.Grande amico di Achille Toro è l'onorevole Alfonso Papa, magistrato in aspettativa che in passato ha operato da fuori ruolo al Ministero della Giustizia, intessendo ottimi rapporti con soggetti come Luigi Bisignani, utili a spianargli la via ad un seggio parlamentare.Al Ministero sedeva (e siede tuttora) a capo dell'Ispettorato Arcibaldo [...]



L'ANM sulla P4

Thu, 16 Jun 2011 15:34:00 +0000

Associazione Nazionale Magistrati

I fatti che emergono dall'inchiesta di Napoli, nei confronti del magistrato in aspettativa per mandato parlamentare Alfonso Papa, appaiono oggettivamente gravi e inquietanti. L'Anm chiederà al collegio dei probiviri di valutare con urgenza la compatibilità di alcuni comportamenti con l'appartenenza alla Anm. Pur nel pieno rispetto del principio costituzionale di non colpevolezza, riteniamo che la credibilità di una associazione come la nostra si misuri sulla capacita di dare risposte immediate e visibili sulla questione morale.

Roma, 15 giugno 2011

Luca Palamara – presidente

Giuseppe Cascini – segretario generale

Antonello Ardituro – vice presidente



La lezione di Luigi de Magistris

Fri, 03 Jun 2011 16:30:00 +0000

di Felice Lima(Giudice del Tribunale di Catania)da Il Fatto Quotidiano online del 3 giugno 2011Vorrei commentare la vittoria di Luigi de Magistris a Napoli sotto profili diversi da quello più propriamente “politico”.Quella vittoria, infatti, secondo me è una fatto estremamente importante sotto tanti profili, ma quelli che io considero più importanti non riguardano la “politica” in senso stretto, ma la politica come dovere civico, come valore morale, come senso dell’esistenza.Luigi ha vinto in un contesto caratterizzato dalle seguenti circostanze:1. Luigi non ha una lunga esperienza come politico attivo;2. Luigi non aveva capitali economici per la sua campagna elettorale;3. Luigi aveva contro tutti i partiti tranne un paio, di minoranza;4. La maggior parte degli osservatori scommetteva che avrebbe perso (un sito di scommesse dava la sua sconfitta 3 a 1).Poste queste condizioni, la vittoria di Luigi dimostra che in questo tempo chi ha delle idee e il coraggio di giocarcisi se stesso, può vincere. Azzarderei, vince.Le parole chiave sono, secondo me: 1. avere idee, 2. giocarsi se stessi.Il dramma di questo tempo è che è l’epoca della volontà bruta, della notte della ragione, del titanismo presuntuoso e velleitario, quando non (più spesso) falso e imbroglione.Ed è l’epoca del cinismo e della tirchieria.La maggioranza degli italiani vuole che le cose cambino, ma vuole che gliele cambino gli altri.La maggioranza degli italiani vuole che le cose cambino, ma nel frattempo vuole mantenere tutti i vantaggi dello status quo.La maggioranza degli italiani sogna un messia che gli cambi il mondo mentre loro continuano a fare le porcherie e la vita meschina di sempre.E’ questo che ci trascina in basso.Non ci può essere sviluppo, civiltà, società senza impegno. Vero. Faticoso. Di ognuno. In prima persona.La storia di Luigi de Magistris ci toglie gli alibi.La sua vittoria dimostra che si può. E’ la prova oggettiva, documentale, incontrovertibile che si può.E, come è già stato detto, se si può si deve.E questa questione è essenziale anche per il futuro più prossimo.La gente ha dimostrato di avere qualità votando per Luigi.Ma purtroppo questo non servirà a nulla se quella stessa gente non si impegnerà per fare ciò che serve.E’ indispensabile che gli italiani smettano di credere che basti votare per un messia che ci salvi.Neppure Luigi potrà salvare Napoli, se i napoletani da domani non si impegneranno a essere diversi.Una società non è (solo) ciò che votano i suoi cittadini, ma ciò che fanno. Ognuno di loro. Ogni giorno. In ogni cosa.Luigi de Magistris ci ha dato e – con il suo entusiasmo e la sua abnegazione nel portare avanti un sogno ad ogni costo – ancora ci dà una lezione molto grande.La parte più importante di questa lezione, secondo il mio modesto parere, non è quella politica (nonostante l’avventura di Luigi sia una enorme strepitosa lezione di politica a una classe dirigente di partitocrati che sono stati letteralmente umiliati da un ragazzo arrivato alla politica l’altroieri), ma quella morale.Fare tesoro di questa lezione è un imperativo etico e l’unica possibilità che abbiamo di salvarci.Questo Paese non ha (solo) un pessimo governo, ha anche pessimi cittadini. Pessimi sotto il profilo della mancanza di impegno personale, della viltà, dell’opportunismo, della disponibilità al compromesso morale, della disponibilità alla illegalità (ampiamente praticata in ogni dove).Questo deve (cominciare a) finire.Dobbiamo fare tesoro della lezione di Luigi, perché tutto non si riduca a una bella festa in piazza.Lunedì sera non “abbiamo vinto” un bel nulla. Lunedì sera la generosità e il coraggio morale di Luigi de Magistris hanno creato una possibilità per tutti noi.Luigi[...]



Il 12 giugno andiamo a votare ai referendum

Fri, 03 Jun 2011 08:36:00 +0000


Il referendum del 12 giugno riguarda temi di estrema importanza.

A questo link il sito del Comitato promotore.

E' essenziale che si raggiunga il quorum.

Andiamo a votare.


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La dittatura dei giudici

Tue, 31 May 2011 07:49:00 +0000


Ennesima delirante uscita del Presidente del Consiglio contro la Giustizia.

La notizia dappertutto.

Due articoli di stampa a questo link e a quest'altro.

Per non piangere la vignetta qui sotto.


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Le verità essenziali

Tue, 17 May 2011 11:18:00 +0000

di Felice Lima(Giudice del Tribunale di Catania)da Il Fatto Quotidiano online del 17 maggio 2011Io credo che le colpe più gravi degli italiani siano quelle intellettuali e morali.In particolare, su tutte, una: la violenza alla verità.Gli italiani più di tutti gli altri credono di potere “piegare” la verità a piacimento.Siamo il popolo che più di ogni altro è incline al “Cara non è come sembra”.E, con riferimento alle cose più serie, siamo il popolo della “finanza creativa”, dei trucchi di bilancio, della sostanziale depenalizzazione del falso in bilancio, delle sanatorie edilizie e di quelle fiscali.Da noi, insomma, le cose non sono mai ciò che sono, ma ciò che noi vogliamo, anzi pretendiamo che siano.Da noi mentire non è disonestà morale, vergogna, attentato al bene comune, oltraggio alle intelligenze altrui, ma astuzia, “coraggio”, “decisionismo”, “metterci la faccia”, “virilità”, “potere”.E la sincerità, l’onestà intellettuale e morale sono “moralismo” e “bacchettoneria”.Questo rende difficile, ai limiti dell’oggettiva impossibilità, una vita civile.Perché la vita di una società civile è fatti e idee.Se i fatti vengono negati spudoratamente e le idee costruite su menzogne palesemente tali, è praticamente impossibile parlare davvero e confrontarsi.Per questo – e me ne scuso con i miei pochi e generosi lettori – da un po’ scrivo poco. Perché è difficile parlare, quando le parole non sono più “pietre” sulle quali costruire, ma sassi tirati per demolire la verità.Il 99% del dibattito pubblico del nostro Paese si avvita ormai non più sui fatti, sui nostri problemi reali, sulle necessità di questo e di quel pezzo di un Paese che va in bancarotta, ma su un racconto totalmente falso che le televisioni di un regime elaborano a reti unificate ventiquattro ore su ventiquattro e che un popolo di sudditi e spettatori/consumatori si bevono passivamente.Io ho sempre ritenuto gli americani un popolo culturalmente un po’ rozzo e giuridicamente molto rozzo.Ma sono folgorato dalla quantità di vero e di buono che ogni tanto la loro cultura e soprattutto le loro prassi producono.Dalla enorme mole di articoli sulla vicenda di Dominique Strauss-Kahn mi hanno folgorato poche battute:- l’udienza per la convalida dell’arresto è durata OTTO minuti, OTTO; un solo giudice (non una Corte di cinque o sei, ma un solo giudice, del quale nessun giornale si sogna di raccontare per chi vota e di che colore ha le calze) ha consentito a due avvocati fra i più pagati del mondo di difendere uno degli indagati più potenti del mondo dicendo pochissime cose (quelle – le uniche pertinenti – che si possono dire in cinque minuti); il di più sarebbe stato ritenuto oltraggio alla Corte;- la decisione del giudice è stata pronunciata dopo che l’indagato ha «atteso il suo turno come un criminale comune, seduto su una panchina e guardato a vista da un poliziotto»; ha atteso il suo turno, non gli hanno fatto un turno apposta né un’udienza apposta;- nonostante abbia offerto una cauzione di unmilione di dollari, il giudice ha detto che deve restare in galera, non “ai domiciliari”, “in galera”, perché – semplicemente e banalmente – ci sono gravi indizi che abbia davvero commesso il reato per cui è accusato ed è plausibile che tenti di sottrarsi alla pena.Punto.E basta.Anche l’America ha tante malattie, ma evidentemente si è data dei limiti su quelle che è disposta a tollerare.[...]



Chiù pila pe tutti

Tue, 08 Mar 2011 08:02:00 +0000

di Francesco Siciliano(Avvocato del Foro di Cosenza)Assistiamo ormai da qualche tempo ad un dibattito politico incentrato esclusivamente sulla strategia difensiva del Presidente del Consiglio rispetto al rinvio a giudizio per i reati di concussione e prostituzione minorile e, nella logica della ormai nota provocatio ad populum praticata costantemente dal gruppo dirigente del Popolo della Libertà Responsabile, ogni giorno si attua la strategia difensiva del Presidente attraverso il richiamo al popolo.Il popolo è infatti costantemente avvertito della “persecuzione giudiziaria” ai danni di Berlusconi attuata dai magistrati che, privi di investitura popolare, perseguono il disegno di sovvertire il risultato delle urne.In definitiva il messaggio chiaro che non solo il Presidente (legittimato alla sua difesa rispetto alle imputazioni che gli vengono contestate) ma anche i dirigenti del suo partito denunciano al popolo è che quest’ultimo è l’unico vero giudice di Berlusconi poiché la sua elezione e la sua rielezione rendono unitiliter data ogni eventuale indagine o sentenza di colpevolezza penale.Bene ha fatto il Primo Presidente della Corte di Cassazione (nel discorso di apertura dell’anno giudiziario), prima, e il Presidente della Camera poi, a ricordare che anche la sovranità del popolo è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione quasi a ribadire, ammesso che ve ne fosse bisogno, che il popolo (inteso come maggioranza) non può considerarsi al di sopra della legge, in funzione della sua volontà maggioritaria, e, ad esempio, sovvertire un potere dello Stato.Così come, è bene ricordarlo, la giurisdizione è esercitata nelle forme prevista dalla Costituzione e l’esercizio dell’azione penale, quando ve ne siano i presupposti (notizia di reato e prove di colpevolezza da vagliare all’interno di un dibattimento), non persegue alcun fine politico, se così fosse bisognerebbe denunciare e perseguire chi esercita l’azione penale a fini di sovvertimento delle istituzioni democratiche per i reati previsti dalle leggi dello Stato quantunque si tratti di Magistrati.Ma di ciò non vi è traccia, c’è solo il messaggio ripetuto e ossessivo al popolo che l’esercizio dell’azione penale persegue in concreto tale ipotesi, ripetuto in ogni trasmissione televisiva.Ad esempio lo scalpitante Ministro La Russa ha espresso il concetto in più incontri televisivi così come l’On. Cicchitto che lo ha ribadito anche nell’incontro di Cosenza richiamato a Ballarò nel resoconto della settimana politica.Il popolo, tuttavia, nella sua organizzazione statuale non solo esprime la sua volontà politica ma si organizza ed elegge i suoi rappresentanti affinché nell’azione di governo siano attuati processi di sviluppo politico nella direzione più soddisfacente dei bisogni della maggioranza.In questa direzione viene da chiedersi se in questo momento di profonda crisi economica che colpisce in maggior misura la classe media ormai sempre più da intendere come working poor (inteso il concetto di povertà come povertà relativa), i voleri che la classe media ha inteso affidare alla maggioranza di governo siano quelli di stratificare sempre di più la società attraverso il discrimine del denaro.Cerco di spiegare meglio il concetto. La Prima Repubblica disegnata dalla Costituzione, da studi sociologici di riconosciuto livello scientifico (vedi Pasquino in Polis, sulla mobilità di classe in Italia dal fascismo alla Repubblica), riconosceva all’istruzione il ruolo di canale fondamentale nella mobilità sociale ciò nel senso che grazie a quel canale, in Italia, vi è stato il cambio di classe di molti figli del[...]



In nome di quale Popolo (Seconda parte)

Sat, 05 Feb 2011 21:20:00 +0000

di Felice Lima(Giudice del Tribunale di Catania)da Il Fatto Quotidiano online del 5 febbraio 2011In un Paese che voglia essere civile o anche solo decente chi venga sorpreso a compiere atti non commendevoli, se ne vergogna, chiede umilmente scusa e si dimette da qualunque carica e/o incarico e/o altro che possa in qualunque modo condizionare la vita politica e sociale del Paese. Dopo di che, se quei fatti costituiscono o no reato, lo accerteranno i giudici. Ma dopo che quello si è ritirato alla più nascosta vita privata.Tanto per dire, in un Paese che voglia essere civile, un senatore (Andreotti) del quale una sentenza definitiva dica che è stato per anni complice dei mafiosi, si dimette immediatamente anche se il reato risulta prescritto.E, se lui non si dimette, qualunque Senato che abbia il senso della propria dignità lo induce a dimettersi senza se e senza ma. Per mille ovvie ragioni, che in Italia ormai non sono più ovvie, ma che ritengo superfluo illustrare qui.In un Paese civile il processo penale assolve il suo compito naturale, che è un compito per certi versi abbastanza circoscritto: accertare se quella tal specifica condotta di quella tal persona integri o no una fattispecie di reato e, se si, comminare la pena prevista dalle leggi.In un Paese civile il processo non mette in crisi il Governo e il processo non è chiamato a fare da arbitro di alcuna rilevante questione politica, perché in un Paese civile il popolo non consente che alcuno che abbia cariche pubbliche le mantenga quando è raggiunto da sospetti gravi e qualificati non già di reati, ma anche solo di condotte gravemente deplorevoli.Dunque, in un Paese civile il processo è un fatto che riguarda fondamentalmente solo la singola persona dell’imputato, che, se aveva qualche carica pubblica, quando finisce davanti ai giudici (e nei paesi civili non c’è modo di sottrarsi a questo dovere), l’ha già lasciata per non costringere l’intero Paese a una roulette russa con i suoi valori più importanti.Invece, in un Paese nel quale l’illegalità, la spregiudicatezza, la menzogna spudorata sono disvalori diffusi, il processo e i giudici restano l’ultimo e l’unico presidio della decenza.Questo – che è in sé un fatto paradossale e indecente – carica il processo e i giudici di compiti e responsabilità superiori a ciò per cui sono costituiti.E’ assurdo e paradossale che pochi giorni fa la Corte di Cassazione, rigettando il ricorso del sen. Cuffaro, ne abbia causato la decadenza da senatore. Perché è assurdo che i senatori abbiano accettato di sedere per anni accanto a una persona della quale erano note le cose che sono note del sen. Cuffaro.E si badi, questo non c’entra nulla con il rispetto e l’umana pietà che si devono anche al sen. Cuffaro. Pietà e rispetto non negano, ma affermano e impongono l’obbligo della verità e della decenza.Così come in nessun Paese civile il Presidente della Camera (allora Casini), mentre un Tribunale entra in camera di consiglio per condannare un altro senatore (Dell’Utri) dichiara a stampa e televisioni che lui ha telefonato all’imputato per dargli la sua solidarietà.Ma in quale Paese il Presidente della Camera dà pubblica solidarietà al mafioso imputato invece che ai giudici?In un Paese normale esistono mille strumenti di controllo della legalità, della correttezza, della decenza collettiva. In Italia sono rimasti solo i processi penali.Questo è il sintomo certo di un degrado collettivo gravissimo. Estremo.Devono essere stati davvero bravi i nostri Padri costituenti se il sistema che hanno messo su ha fatto sì che ancora oggi, nonostante da anni govern[...]



In nome di quale Popolo (Prima parte)

Fri, 04 Feb 2011 07:33:00 +0000

di Felice Lima(Giudice del Tribunale di Catania)da Il Fatto Quotidiano online del 3 febbraio 2011Voglio trattare, in due post successivi, dei rapporti fra il processo penale e la civiltà di un popolo.In questi giorni, come accade sempre ormai da moltissimi anni quando il Presidente del Consiglio o qualcuno dei suoi amici risulta coinvolto in fatti gravemente deplorevoli, loro e tutto il nugolo di deputati, avvocati, giornalisti, intellettuali che hanno deciso di asservire se stessi al potere senza se e senza ma si affannano a ripetere che questa o quella condotta di questo o quel padrone del Paese “non è penalmente rilevante”. Non è reato, insomma.Questa propaganda – spudorata come tutte le propagande, da Stalin a Goebels – è deplorevole per un duplice ordine di considerazioni.Sotto un primo profilo, lo è perché fa violenza alla verità.E ciò perché in molti dei casi in questione i fatti SONO penalmente rilevanti (per lo meno fino a quando una legge ad personam non li depenalizza).Sotto un secondo profilo, lo è perché diffonde l’idea che il criterio di riferimento della accettabilità o no di una condotta debba essere il codice penale. Cosa paradossale, peraltro, se detta da chi sembra non avere del codice penale alcun rispetto e da chi ha via via modificato il codice penale per adattarlo alle sue personali esigenze (nei giorni scorsi dei deputati hanno parlato di una proposta di legge per abbassare il limite della maggiore età a sedici anni: se il Presidente del Consiglio la settimana prossima deciderà di farsi bello con una bambina di nove anni, invitandola a cena a casa sua e trattenendovela per la notte, avremo bimbi maggiorenni alle scuole elementari).Ma dovrebbe apparire ovvio a tutti che il codice penale costituisce una sorta di minimo etico assoluto e non uno standard di condotta accettabile e sufficiente a dar vita a una società decente.Un popolo che vivesse ai limiti del codice penale (e noi viviamo ampiamente al di sotto di quel limite), un popolo che ritenesse socialmente, moralmente e politicamente accettabile tutto ciò che non è reato sarebbe un popolo di bruti votati all’autodistruzione. E a una cosa del genere noi italiani siamo davvero molto ma molto vicini.Per fare un esempio fra i mille possibili, affidereste la vostra bimba di otto anni a una maestra che assume cocaina, ma solo per uso personale (dunque, senza commettere reati), che si prostituisce (la prostituzione in sé non è reato), che commette ripetuti abusi d’ufficio, ma non a fini patrimoniali (alcuni anni fa i nostri deputati, di tutti i colori politici, hanno concordemente depenalizzato l’abuso d’ufficio per fini non patrimoniali), che si fa comprare case da unmilione di euro a sua insaputa, che si assenta abitualmente dal posto di lavoro, che rende dichiarazioni alla stampa violentemente offensive della polizia e di altre istituzioni, che fa sesso con minorenni e si giustifica dicendo che non sapeva che lo erano?Non affidereste a lei la vostra bimba, perché per essere una brava maestra o anche solo una maestra decente non basta non commettere reati.E questo vale per tutto. Per essere un marito decente, un giudice decente, un avvocato decente, un calciatore decente, un Presidente del Consiglio decente, qualunque cosa decente non basta non commettere reati.Quando un popolo arriva a un punto in cui i titolari di cariche pubbliche importantissime possono mantenere condotte assolutamente vergognose, non solo senza vergognarsene, ma addirittura difendendole e vantandosene, sostenendo che tanto non costituiscono reato, nel mentre approfittano del loro poter[...]



L’inevitabile punizione della storia

Sat, 22 Jan 2011 12:05:00 +0000

di Felice Lima(Giudice del Tribunale di Catania)da Il Fatto Quotidiano online del 22 gennaio 2011Io e mia moglie siamo entrambi magistrati e prestiamo il nostro servizio da venticinque anni in Sicilia.In passato accadeva che solo negli ambienti più torbidi del malaffare e della criminalità più odiosa i magistrati (e dunque anche noi) venissimo apostrofati con espressioni ingiuriose – tipo “sbirro”, “curnutu”, e altre – da chi, essendo un criminale, ci teneva a marcare una differenza per così dire ontologica con chi, nel suo universo di riferimento, serviva il nemico: cioè, lo Stato.E tuttavia, anche questi criminali e anche i peggiori di loro pronunciavano le ingiurie solo quando parlavano fra loro o in ambienti in cui fosse condiviso il loro sistema diciamo così valoriale.Perché in qualunque altro posto diverso da una suburra anche i più squallidi ceffi si riferivano ai giudici con un rispetto formale magari insincero ma consapevole del fatto che il vivere in una società vagamente civile o almeno aspirante civile o, come direbbe Cetto, qualunquemente civile impone di fingere un certo almeno minimo rispetto per lo Stato.Da alcuni anni a questa parte, invece, il linguaggio tipico dei più squallidi ceffi delle peggiori suburre è in uso al Capo del Governo e va in onda su tutti i mezzi di comunicazione in tutti gli orari e a preferenza in quelli di punta sulle televisioni generaliste.Dunque, io e mia moglie ci troviamo costretti a vietare l’uso della televisione – e sommamente negli orari dei vari telegiornali – ai nostri figli adolescenti, per evitare che le loro anime semplici risultino disorientate su una delle idee che i genitori in qualche modo gli hanno inculcato: che i magistrati sono al servizio dello Stato e svolgono un lavoro onorato.Né sarebbe sensato smentire il Presidente del Consiglio dinanzi ai nostri figli, perché sembra evidente che, se il Presidente del Consiglio, al pari di qualunque incallito criminale, dice che i magistrati sono nemici dello Stato, ogni persona semplice sarà indotta a pensare che non si possa sfuggire all’alternativa consistente nel fatto che, se il Presidente del Consiglio avesse ragione, i magistrati sarebbero davvero l’antistato, ma, se avesse torto, allora senza dubbio l’antistato sarebbe lui. Ed è difficile dire quale delle due alternative sia la peggiore.Ciò detto, per manifestare una certa – credo legittima – indignazione per ciò che è accaduto e ancora accade, riflettevo ieri sul fatto che un uomo normale è soggetto, nel suo agire, a vari condizionamenti e a diversi freni inibitori, la cui varia efficacia dipende dalle qualità intellettuali e morali della persona.Dinanzi alla profferta di qualcosa di disonorevole, l’uomo di animo nobile rifiuterà perché ciò che gli si propone non è giusto.L’uomo moralmente depravato rifiuterà per timore della sanzione penale.Infine, l’uomo depravato e indifferente alle sanzioni giuridiche rifiuterà per istinto di conservazione quando l’interlocutore non dia garanzie di reggere la necessaria complicità.Dunque, nessun malavitoso psicologicamente equilibrato accetterebbe proposte criminali da chi si offrisse come complice senza dare le necessarie garanzie di tenuta.Tanto per dire, nessun lestofante compos sui farebbe accordi con una diciottenne, perché avrebbe la lucidità di rendersi conto che, anche se poi le dicesse “Ti copro d’oro purché tu taccia”, non sarebbe affatto certo che lei tacesse.Scoprire che il Presidente del Consiglio ha instaurato con una prostituta minorenne un tipo di relazion[...]



Why Not, chi ha sbagliato ora tace

Sun, 16 Jan 2011 18:54:00 +0000

di Luigi De Magistris(Deputato del Parlamento Europeo)da Il Fatto Quotidiano del 23 dicembre 2010.Venerdì 17 dicembre il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Salerno ha rinviato a giudizio, tra gli altri, per concorso in corruzione in atti giudiziari aggravata il Procuratore generale, il Procuratore della Repubblica e il Procuratore aggiunto, all’epoca tutti in servizio a Catanzaro, due influenti esponenti politici del Pdl e l’allora responsabile per il Sud della Compagnia delle Opere, per avermi, tra i vari fatti contestati, sottratto, quale sostituto procuratore titolare, le inchieste Poseidone e Why Not.Secondo la Procura di Salerno la revoca di Poseidone e l’avocazione di Why Not furono il prezzo di un accordo corruttivo.Tutto quello che da oggi diverrà pubblico e che ha fatto pagare prezzi altissimi a talune persone, oltre che un danno irreversibile alla Giustizia, era noto a chi lo doveva sapere per evitare che accadesse quello che è successo: in particolare, al Consiglio Superiore della Magistratura.Quei magistrati, oggi imputati per gravissimi reati, sono stati lasciati operare al loro posto da quel Csm che ha, invece, buttato fuori da quelle indagini chi aveva scoperto, in breve, la Nuova P2 (diversi nominativi coinvolti appartengono all’ordine giudiziario).Stesse persone che oggi rinveniamo in indagini tra cui quelle sulla P3 e sulla P4.Non leggo alcun commento di esponenti dell’Associazione nazionale magistrati, peccato.Del resto, stanno venendo fuori nelle inchieste sui poteri occulti i nomi di tutti quei magistrati – alcuni ancora in posti chiave strategici – che hanno avuto un ruolo determinante nei procedimenti che hanno portato alla sottrazione delle inchieste e al mio allontanamento da Catanzaro.Anche su questo non leggo nulla, peccato.Quanti magistrati, amici e non, ho incontrato in questi anni e mi hanno espresso solidarietà e sconcerto per quello che era accaduto; altri mi hanno guardato quasi fossi un pazzo oppure pensando a che cosa avessi potuto combinare a Catanzaro.Non voglio rivincite e rivendicazioni, non mi interessano.Il danno che ho subito è irrimediabile, ho deciso anche di dimettermi dalla magistratura, dalla passione della mia vita, da quel lavoro che il Procuratore generale della Cassazione, durante quel simulacro di processo disciplinare, mi rimproverò di esercitare come una missione.Non è nemmeno il momento della rabbia, ma quello di sentire qualche parola e non solo osservare l’oblio di un silenzio assordante, quello che ha accompagnato la decisione del giudice di Salerno.Le parole non servono a me, oggi faccio politica, ho portato la mia passione altrove e lotto anche per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, anche di quella pavida e conformista, sperando che abbia, un giorno, coraggio di guardarsi allo specchio.Le vostre parole, se credete, servono per quelle persone – testimoni, polizia giudiziaria, collaboratori – che hanno pagato, per tutti quei cittadini che in terra di Calabria hanno sperato in una giustizia uguale per tutti, per i magistrati dalla schiena dritta, per quelli che avevano osato indagare sul “caso De Magistris” e che sono stati o sospesi dalle funzioni – come il procuratore Apicella reo di non aver fermato i suoi Sostituti e quindi eseguito i desiderata del potere – oppure esiliati –come il dr Verasani (quello che nel passato aveva anche condannato un influente magistrato napoletano per collusioni con la camorra) o la dott.ssa Nuzzi, magistrati che hanno indagato a fondo su di me, verific[...]



Di cosa ha bisogno l'Associazione Nazionale Magistrati

Thu, 02 Dec 2010 22:02:00 +0000

Pubblichiamo l’intervento pronunciato da Andrea Reale, Giudice del Tribunale di Ragusa, al XXX Congresso dell'A.N.M..L’intervento di Andrea consta di due elenchi, come quelli di una trasmissione televisiva che ha avuto molto successo nei giorni scorsi.Elenco di alcuni motivi per cui va rinnovata l’A.N.M.Perché, per voltare davvero pagina, è necessario superare il clima di chiusura, di pregiudizio e di incomunicabilità ormai esistente all’interno dei vari gruppi che animano l’A.N.M., e che ha ucciso il dibattito interno, e perché non si può più assistere silenti a certe lotte intestine, che indeboliscono fatalmente l’A.N.M., e che manifestano nel modo più eloquente la degenerazione correntizia;perché non si capisce più quale sia la concreta differenza tra i singoli gruppi associativi all’interno dell’A.N.M. e pochi, anche tra coloro che si definiscono i padri fondatori dell’associazionismo giudiziario, te li sanno spiegare in modo chiaro e credibile;perché l’A.N.M. è troppo vicina al C.S.M. e troppo forte è il loro legame, pur dovendo essere due realtà ontologicamente diverse;perché è strano che i vertici di una associazione non sappiano indire in sette anni una assemblea ordinaria o pubblicizzare adeguatamente tutti i verbali delle riunioni degli organismi rappresentativi;perché non è credibile un’associazione che non sappia dare seguito ai suoi deliberati e che non sappia organizzare le primarie per la scelta dei propri rappresentanti all’autogoverno, pur dopo avere deliberato la loro indizione a maggioranza assoluta;perché è difficile accettare il fatto che si possa fare associazione soltanto all’interno di un gruppo e non si dia alcuna importanza e non si valorizzi l’impegno di chi non ha voglia di schierarsi;perché è intollerabile che oggi chi non aderisce ad un gruppo dell’A.N.M., ma intenda partecipare attivamente all’Associazione, venga isolato, deriso e screditato, professionalmente ed anche personalmente, persino cancellato da una mailinglist;perché bisogna interrogarsi su quel senso totale di disaffezione all’A.N.M. che si respira alla base, tra i colleghi, e derivante dalla sfiducia nei suoi rappresentanti, e dall’idea, molto diffusa, che l’A.N.M. sia cosa di pochi prescelti e serva per fare carriera;perché non si può permettere che l’A.N.M. ed i gruppi al suo interno si comportino come gli attuali partiti politici, scegliendo dall’alto i futuri rappresentanti in tutti gli organismi istituzionali di rappresentanza della magistratura e che diano talvolta vita ad indegne forme di lottizzazione;perché non si comprende come possa ritenersi “anticorpo” una giustizia disciplinare draconiana e precipitosa, che metta a repentaglio l’indipendenza interna della magistratura;perché non se ne può più di un sindacato che, spesso, invece che tutelare i suoi rappresentati, stia dalla parte di chi questi ultimi amministra.Elenco di alcuni motivi per cui è importante impegnarsi per il rinnovamento dell’A.N.M. ed all’interno dell’A.N.M.Perché non si può soltanto criticare l’A.N.M. e mai partecipare alla vita associativa;perché è enormemente gratificante sentirsi utile per un collega e risolvere un suo problema, senza aspettarsi niente e senza chiedere un voto in cambio;perché bisogna tornare allo spirito delle origini dell’A.N.M., perché è giusto impegnarsi gratuitamente e disinteressatamente per la nostra associazione;perché è vitale combattere e denunciare i vizi di un sistema giudiziario, anche[...]



Tu quoque Brute fili mi! A proposito del “compagno” Fini e dintorni.

Tue, 23 Nov 2010 21:49:00 +0000

di Francesco Siciliano(Avvocato del Foro di Cosenza)L’accusa, per il Presidente della Camera, di essere diventato il “compagno Fini” è cominciata quando vi furono i primi distinguo su molti temi.Consumato lo strappo il “compagno Fini” è divenuto più semplicemente un congiurato e, a detta del Ministro Bondi, il figlio ingrato che si accanisce anch’egli con il coltello (il riferimento è a Bruto presunto figlio di Cesare).L’ultima accusa si basa soprattutto su uno degli stracci che maggiormente vola su in questo periodo: l’On. Silvio Berlusconi ha sdoganato una parte di destra che mai, in assenza di Berlusconi, sarebbe potuta entrare nell’alveo dei partiti di stato e di governo, solo che lungo il cammino quella destra è divenuta comunista o forse peggio catto-comunista.Di tradimento avevano già parlato i colonnelli e di tradimento ha parlato anche Donna Assunta figura che, per quelli che appartengono all’area, ha grande significato.Insomma il Presidente Fini è divenuto per alcuni comunista, traditore, congiurato mentre per altri è rinsavito, fa tatticismi o peggio giochi da prima Repubblica.Sullo sfondo, ormai, Montecarlo o vicende intranee all’Egitto, la partita si è spostata sulle reciproche accuse e sull’ultimo colpo di scena: il possibile scioglimento della sola Camera dei Deputati.In questo groviglio che sarebbe molto più semplicemente definibile crisi politica della coalizione che ha vinto le elezioni, ognuno porta il suo contributo, il primo è di stampo elettoralistico: quanto peserà sull’elettorato di area il presunto atteggiamento di cortigiano di Fini, il suo tradimento della storia del MSI, il suo “comunismo” (anche sulle pagine del Quotidiano della Calabria nella rubrica di prima pagina si invitava Fini a dire qualcosa di destra) l’altra è la posizione di una questione costituzionale assolutamente inedita, forse, quasi, non immaginata, almeno in questa prospettiva dai Padri Costituenti.Sul tradimento mi sovviene una piccola pagina di storia che forse aiuta a capire che in realtà di tradimento, se il termine è consentito, si sarebbe dovuto parlare molto tempo fa.Spulciando negli archivi della rete può leggersi «Guai a lasciare ai sovversivi il monopolio della lotta al fascismo! Non solo si rischia che al momento dell’inevitabile crisi non vi siano di pronti che loro, ma si finisce col lasciar identificare nell’opinione pubblica antifascismo con comunismo, col risultato che chiunque ha interessi da difendere preferisce in ultima analisi rassegnarsi al fascismo».Questo è un testo rinvenibile in un bollettino quindicinale edito da un’associazione clandestina antifascista italiana, dal nome ALLEANZA NAZIONALE fondata dal poeta Lauro De Bosis nel 1930 (all’associazione aderirono tra gli altri Benedetto Croce e Umberto Zanotti Bianco; De Bosis, stesso fu poi protagonista di un episodio spettacolare in cui trovò la morte mentre altri furono incarcerati dal regime fascista) e tale richiamo evocativo della scelta di Fiuggi nonché i continui richiami a Benedetto Croce rappresentano forse un strappo e un “tradimento” maggiore di Fini rispetto alla sua area e alla storia di MSI.Insomma se di tradimento si tratta questo c’è stato nel momento in cui ci si è richiamati ad un’associazione clandestina di destra che voleva porsi a destra tra gli antifascisti.Fatte le dovute distinzioni storiche forse oggi i “Futuristi” si preoccupano di non lasciare agli antiberlusconiani della prima ora l’eq[...]



Giustizia: dietro le sbarre … “al sicuro”

Thu, 18 Nov 2010 21:27:00 +0000

di Sebastiano Ardita(Magistrato. Direttore Generale della Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Ministero della Giustizia)da Casablanca dell’11 novembre 2010La conoscenza dell’universo penitenziario, con le sue contraddizioni ed i suoi limiti strutturali, potrebbe essere oggi una buona opportunità per misurare lo stato di attuazione delle politiche penali della nostra Nazione, e non solo di esse.Avvolto nel mistero di fitte mura che poco o niente hanno lasciato intravedere dal di dentro, nell’immaginario della gente lo strumento del carcere è stato ritenuto per anni l’unica possibile risposta ai tanti crimini che abbiamo visto raccontati dalle cronache; ma, al tempo stesso, anche un luogo di rimozione del male e di chi lo ha compiuto.La sua storia, i problemi di chi vi opera, persino le sue regole appaiono tutt’oggi sconosciute ai più.E dunque anche la sua funzione è tuttora prigioniera di un mito: quello della sicurezza che è garantita ai cittadini dal fatto che i cattivi stiano al sicuro, separati dai cittadini onesti, e messi nell’impossibilità di compiere ancora del male.La fotografia del carcere di oggi è ben diversa da questa rappresentazione convenzionale.È vero che all’interno vi sono tante persone pericolose, e che una parte di queste stanno lì ad espiare pene lunghe.Ma è pur vero che tra i quasi 70.000 detenuti ve ne sono oltre un terzo di origine extracomunitaria.Una buona parte sono poveri veri. Nel senso che non solo non possono permettersi di avere un motorino o di andare al cinema, ma in certi casi hanno il problema di trovare qualcosa da mangiare o non sanno cosa sia un medico.Una quota di questi inoltre non sono esattamente dei criminali – anche se hanno violato la legge penale – ed anzi avrebbero avuto anche l’intenzione di lavorare, se fosse stata loro concessa una qualche opportunità.Aggiungiamo poi che tra i detenuti il 20% soffre a vario grado di disturbi mentali e che un quarto è rappresentato da tossicodipendenti.Ma vi è un’altra importante questione. Il carcere come luogo di detenzione stabile, come posto in cui si entra e si paga per le proprie colpe è poco meno che un’utopia.Da uno studio che ho commissionato nel 2007 è emerso che il 30% delle persone arrestate e condotte nei penitenziari ritrovano la libertà dopo appena 3 giorni. E addirittura il 60% vi rimane per meno di un mese.Rispetto a questi dunque la detenzione, per la sua brevità, non è in grado di offrire offre né sicurezza per i cittadini, né trattamento rieducativo ai reclusi.Unendo i due dati ne consegue che, insieme a criminali pericolosi, anche una massa di poveri e disadattati entra in carcere e vi transita per qualche giorno. Affolla le strutture e rischia di essere reclutato dalla criminalità organizzata. Tra questi sventurati alcuni, già sofferenti per gravi disagi, si tolgono la vita. Spesso nei primi giorni di detenzione.Cosa viene da pensare leggendo questi dati? Innanzitutto che il nostro sistema penale nel complesso non funziona. Ma è solo un eufemismo.Potremmo anche dire che è sull’orlo del collasso, perché determina il fallimento di una grande parte delle sue intraprese e dunque non offre un servizio utile.Per fare un paragone è come se nel sistema scolastico il 60% dei giovani abbandonassero la scuola. Se nel sistema sanitario il 60% dei ricoveri finissero col decesso del paziente.La seconda considerazione è che ciò che manca è una regia complessiva nel siste[...]



L'amore e la legge

Sun, 31 Oct 2010 15:06:00 +0000

di Felice Lima(Giudice del Tribunale di Catania)da Il Fatto Quotidiano online del 31 ottobre 2010Mi scuso se quella che segue apparirà una digressione – ma solo apparentemente tale – dai temi che tratto di solito (giustizia e legalità), ma spero di riuscire a convincervi della pertinenza di queste righe con le questioni che tratto abitualmente.La mia modesta opinione sulla crisi nella quale versa il nostro Paese è che essa non è una crisi di leadership o di strumenti formali di amministrazione e governo, ma una crisi profonda e diffusa di valori e contenuti della vita sociale.Immaginando il corpo sociale in maniera simile a un corpo umano, non siamo vittime di un virus che attacca un singolo organo, ma di un decadimento del benessere complessivo del corpo, con riferimento ai fondamentali parametri vitali.Se un uomo non si nutre, se assume pochi cibi e per di più inquinati, se sta sempre sdraiato su un divano e non fa alcun tipo di allenamento fisico, il ritorno alla salute non passa da formule salvifiche, da idee più o meno geniali, da pilloline azzurre o rosa, ma da una impegnativa e faticosa opera ricostituente.Non ci sono soluzioni formali a problemi sostanziali.Ciò di cui abbiamo bisogno non è (solo) un diverso governo politico, ma una ricostruzione culturale e morale collettiva.Il “resistere, resistere, resistere” di Francesco Saverio Borrelli, che tanto ci è caro, va inteso come una nuova guerra di liberazione. Dall’incultura, dalla rozzezza intellettuale e morale. Dalla barbarie.Uno dei più gravi problemi sostanziali che abbiamo è lo smarrimento delle idee e dei valori che produce (e passa attraverso) la consunzione e infine l’abuso delle parole.Ha scritto Carlo Levi che “le parole sono pietre”. Perché danno “corpo” alle idee e ai valori.Una società è i valori (e disvalori) che in concreto vive e di cui si nutre.Uno dei significati della parola “cultura” che si trova nel vocabolario è «il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o di un gruppo etnico …».Ieri il Presidente del Consiglio – “il nostro Presidente”, come giustamente lo chiamava in TV Peter Gomez, per sottolineare il suo dovere di renderci conto delle sue azioni –, il più alto rappresentante del nostro Paese, dopo il Presidente della Repubblica, ha commentato l’ennesimo scandalo di prostitute e minorenni che lo coinvolge e ci coinvolge dicendo: «Amo le donne».La parola “amore” è usata da noi in maniera non univoca. Diciamo “amo mia moglie”, ma anche “amo la mia motocicletta”, e ancora “la provola dolce”, “dormire”, “giocare a pallone”, “la mamma”, ecc..In questo Paese, nel quale decerebrati idolatri del “dio Po” evocano continuamente le “radici cristiane”, che non sanno neppure cosa sono, ritenendole probabilmente una questione botanica che seppelliscono sotto una montagna di letame immorale e illegale, mi permetto di evocare San Tommaso, che distingueva l’“amore di concupiscenza” dall’“amore di benevolenza”.E spiegava che l’“amore di concupiscenza” è il desiderio di qualcosa per il bene che ne traiamo, mentre l’“amore di benevolenza” è il trasporto per qualcuno che ci porta a desiderarne il bene.La natura delle cose impone di amare di concupiscenza le cose (perché non avrebbe alcun senso desiderare il bene della mia motocicletta per sé, anche se io la mia moto la amo molt[...]



Il diritto costituzionale alla verità

Sun, 24 Oct 2010 10:58:00 +0000

di Felice Lima(Giudice del Tribunale di Catania)da Il Fatto Quotidiano online del 24 ottobre 2010E’ difficile commentare l’ennesima proposta di “legge porcata ad personam”. L’ultima (nel senso di “la più recente”) di quel gruppo (ormai se ne contano molte decine) di leggi vergognose (molte delle quali dichiarate incostituzionali) fatte negli ultimi quindici anni per favorire una singola persona e/o i suoi sodali.Questa volta la “legge Alfano” (per favore, smettetela di chiamarla “lodo”: almeno un minimo di rispetto per la lingua italiana).Queste leggi vergognose si fondano tutte sulla menzogna e la violazione dei doveri che il Governo e il Parlamento hanno verso la Costituzione e la “giustizia” (intesa non come amministrazione, ma come valore morale).Elencare tutti gli aspetti della menzogna e dell’ingiustizia è impossibile qui, perché ci vorrebbe un libro di mille pagine. Ne affronto, quindi, solo uno: quello relativo al diritto del popolo alla verità.Si dice – mentendo spudoratamente – che la “legge Alfano costituzionale” servirebbe a difendere le alte cariche dello Stato da eventuali abusi della magistratura. La falsa storia del potere che si deve difendere da un altro potere.Se questo fosse il problema, ciò che si potrebbe fare sarebbe modificare la Costituzione nei seguenti termini:1. i Parlamentari, i Ministri, il Capo del Governo e il Capo dello Stato vengono trattati dall’amministrazione della giustizia come tutti i cittadini: si può indagare nei loro confronti, possono essere rinviati a giudizio, possono essere intercettati, perquisiti (questo – la perquisizione – è già possibile oggi), eccetera senza alcun limite, proprio come tutti gli altri cittadini (con soddisfazione dell’art. 3 della Costituzione che si sentirebbe meno depresso);2. se nei confronti di una di queste persone viene pronunciata una sentenza definitiva e al momento in cui deve essere eseguita la sentenza il condannato occupa una delle “Alte Cariche” di cui sopra, il Parlamento acquisisce copia di tutti gli atti del processo e decide se la sentenza deve essere eseguita o no.Se il problema fosse davvero impedire che la magistratura, abusando del suo potere, impedisca di legiferare, governare, comandare a chi in un certo momento legifera, governa o comanda, la soluzione che propongo sarebbe perfetta: senza il consenso finale del Parlamento nessuna sentenza potrebbe mandare in galera (ovviamente ci vorrebbe il consenso del Parlamento anche per eseguire una misura cautelare personale) o destituire chi ha una delle cariche pubbliche predette.Questa soluzione – che propongo a tutti quei politici che si dicono sinceramente preoccupati di regolare meglio l’equilibrio fra i poteri – avrebbe un grandissimo pregio: non impedirebbe l’accertamento della verità.Farebbe salvo il sacrosanto diritto del popolo alla verità.Le indagini e i processi si potrebbero fare e le sentenze sarebbero a disposizione di tutti, insieme agli atti del processo, per essere giudicate.Il Parlamento potrebbe leggere tutti gli atti e dire che la sentenza gli appare emessa all’esito di un giusto processo – e farla eseguire – oppure che la sentenza appare il frutto di una abietta congiura – e non farla eseguire.Il Popolo, che tutti dicono di volere sovrano, potrebbe leggere gli atti e dire se il Parlamento che lo rappresenta ha difeso la giustizia o l’ha negata.Con il[...]