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Mi ricordo





Last Build Date: Thu, 17 Aug 2017 07:17:34 +0000

 



Mi ricordo le figurine Panini

Sat, 31 Mar 2007 13:13:00 +0000

(image) Quell'odore di colla che si sprigionava quando aprivamo il pacchetto di "figiu" o "figu" o come le si volevano chiamare, negli anni '70... quella è la cosa che per noi significherà sempre "Album di figurine". I miei genitori erano contrari alle figurine dei calciatori (come dargli torto, peraltro, col senno di poi ma anche di allora!) e quindi per me le prime raccolte furono "Tutta Italia" e subito dopo "Tutta Europa": una specie di raccolta fotografica dei posti italiani ed europei, con notizie storiografiche, geografiche, curiosità (a dire il vero, queste non erano della Panini). E poi quella sugli Animali Preistorici. E poi, una sui cani e i gatti. E, finalmente, il calcio fu per me "sdoganato" con Euro Football '76 (dovrei ancora avercela da qualche parte, ma credo di ricordare il nome correttamente): una raccolta degli scudetti/stemmi di tutte le squadre europee. Già, il Toro era in coppa dei campioni qull'anno, come potrei dimenticarmelo. E così l'anno dopo potei raccogliere anche le figurine dei calciatori italiani, la raccolta "Panini" per eccellenza. Le "figu" ti servivano anche per non essere isolato a scuola, perché durante l'intervallo si giocava a scambiarsele e si facevano anche delle vere e proprie sfide ai limiti dell'azzardo! Il pacchetto da 4 figurine costava 25 lire, quello da 8 50.... e poi, in teoria esisteva ache un pacchetto da 100 lire, che però io non trovai mai... Ma in realtà il calcio non mi aveva mai appassionato molto, e così, poco dopo i Mondiali di Argentina '78, io iniziai ad allontanarmi dalle figurine. Anche perché, in fondo, ero diventata grande. Chissà se qualcuno prenderà il posto del signor Panini, nell'era di internet. Mi Ricordo di Ioelasalle.



Mi ricordo La Nonna del Corsaro

Sat, 17 Feb 2007 11:07:00 +0000

Mi ricordo della *Nonna del Corsaro Nero*, agli inizi degli anni '60: un bellissimo musical per ragazzi. C'erano Anna Campori che faceva Giovanna, la Nonna; Giulio Marchetti che faceva il maggiordomo salace e Pietro De vico il Nicolino balbuziente. Il più bel programma per ragazzi che io abbia mai visto. Avventure divertenti, balli e parodie di canzoni. Adesso, di Giovanna la Nonna del Corsaro Nero mi è rimasto soltanto il libro di Vittorio Metz, il grande umorista (che aveva ispirato la storia e la sceneggiava). La RAI, per problemi di archivio (?), bruciò tutte le pizze del musical. Per fortuna che mi ricordo. Mi ricordo di Mariastrofa



Mi ricordo Bernacca e la Vaudetti

Sun, 07 Jan 2007 19:29:00 +0000

(image) E allora eccoli! La bellissima coppia. Lei dolce e sorridente mi accompagnava a letto tutte le sere. Eh si! All'epoca si andava a letto dopo Carosello, almeno io. Ma io aspettavo che leggesse i programmi prima e dopo Carosello. Qualche anno dopo, quando da bianco e nero divenne a colori, mise gli occhiali e li toglieva con estrema grazia. era una donna, non so perché uso il passato, arguta ed intelligente, con un grande senso dell'umorismo o almeno questo è ciò che mi è restato di lei. Lui era un colonnello, IL COLONNELLO. Il Colonnello Bernacca. E le sue previsioni del tempo erano bellissime. Aspettavo quelle previsioni del tempo come si aspetta qualcuno che ci racconterà una favola meravigliosa. Parlava con voce calda e tranquilla di anticicloni e millibar e li mostrava sulla sua cartina con una bacchetta o con la mano. Non disegnava nuvolette o tratti di pioggia, ma tu capivi che tempo avrebbe fatto l'indomani, se la temperatura sarebbe salita o se avresti dovuto prendere impermiabile, galoche e ombrello. Credo che quelle frecce bianche e nere, quegli anticicloni, quelle depressioni le disegnasse lui a mano sulla carta prima di andare in trasmissione. Io lo ricordo con estrema dolcezza. Mi ricordo di Spalluzza



Mi ricordo la linea

Mon, 18 Dec 2006 21:00:00 +0000

(image) Carosello non era la pubblicità. Era il mio appuntamento serale con Caballero e Carmencita, con Calimero, con Titti e Silvestro, coi bambini che saltavano sul materasso e cantavano bidibodibù; ma soprattutto, con quel personaggio fantastico che parlava un linguaggio incomprensibile e che prendeva forma dalla stessa linea sulla quale camminava senza sosta. Era lui, Linea. Io lo chiamavo l’omino magico. Era chiacchierone, capriccioso, se la prendeva con tutti. Aveva una una risata fragorosa e contagiosa, e una vocina stridula con cui comunicava anche col suo disegnatore del quale si vedeva la mano che interveniva per completare o solo per disturbare le avventure di Linea. Lungo il cammino (nell’incessante ricerca delle pentole Lagostina, aggiungo col senno di poi), gliene succedevano di tutti i colori: gli cadevano addosso degli oggetti, trovava strumenti musicali, pistole, aerei. E quella mano era sempre lì, pronta a ridisegnare ciò che un incidente aveva portato via (il naso o un piede) o a disegnare ciò che Linea richiedeva. Non capivo cosa cercasse, allora, ma ero affascinata dal suo linguaggio, dalle sue arrabbiature, dal suo modo di comunicare con quel signore che, beato lui, riusciva a capire le parole che l’omino magico gli bisbigliava nell’orecchio. Una volta, appena finito il Carosello, mia madre mi disse che se fossi andata subito a letto mi avrebbe fatto vedere una cosa “segreta”. Allora spense la televisione e mi fece guardare quel puntino luminoso rimasto al centro dello schermo scuro. Mi disse che era l’omino magico e che si stava addormentando anche lui. Piano piano, quel puntino diventava sempre più piccolo perché anche lui stava chiudendo gli occhi… e dovevamo fare piano… e andare a dormire… altrimenti lo avremmo svegliato… Io protestai agitando le braccia proprio come l’omino magico, dicendo che ero grande e che non le credevo. E andai a letto, borbottando. Durante la notte mi alzai. Andai in soggiorno in punta di piedi, attenta a non svegliare nessuno. E diedi la buonanotte alla televisone. Mi ricordo di Pannonica



Mi ricordo Alto Gradimento

Sun, 26 Nov 2006 09:55:00 +0000

(image) Mi ricordo di AltoGradimento, bellissima e povera trasmissione radiofonica.Caldissime giornate di agosto, fila irrimediabile per tornare dal mare a casa. Blocco definitivo all'altezza dell'Aereonautica Militare e lì l'esplosione Pa Pa Chiappala Chiappala di Scarpantibus e delle disavventure del prof. Aristogitone e le avventure galattiche di Raimundo Navarro spedito nello spazio e lì dimenticato. E poi la musica. Era l'unico posto dove passavano gruppi più o meno impossibili: Gli Squallor con Era il 38 luglio e un gruppo di cui mi piacerebbe sapere i Pandemonium...... Mi Ricordo di Spalluzza



Mi ricordo Sandokan

Fri, 17 Nov 2006 20:15:00 +0000

(image) Mi ricordo che quando in tv incominciarono a trasmettere il Sandokan di Sollima persi ogni controllo. Avevo letto e riletto i libri di Sandokan, avevo viaggiato su quelle pagine in modo così “virulento” che l’idea di vedere una trasposizione televisiva di quella storia mi sconvolgeva. E incominciai a seguire la serie puntata dopo puntata in uno stato di esaltazione che non avevo mai provato prima. Era una continua sollecitazione: la Tigre della Malesia, i sampan, Yanez, il cattivo Brook, i parang e i kriss malesi, le tigri, i praho pieni di soldati, Mompracem, la Perla di Labuan, la foresta, Giro Batol che prima di morire si porta via una squadra di soldati di Brook, il grasso e grosso Sambigliong. Era un’esperienza fortissima.



Mi ricordo i mangiadischi della Lesa

Sun, 05 Nov 2006 13:52:00 +0000

(image) Azzurro e bianco. Con la rotella nera per regolare il volume ed una levetta rossa che serviva per spostare la velocità da 45 a 33 giri. Forse si chiamava addirittura Lady o qualcosa di simile. Mangiava instancabilmente dischi. Prima quelli delle Fiabe Fabbri Editori, che si chiudevano immancabilmente con la canzone "....il disco fa click e vederete tra un po' si fermerà....fermerà...." e poi quelli di musica VERA! I 45 giri degli anni 70. Il disco veniva spinto leggermente e .... spariva al suo interno. Mangiato. E ti chiedevi ed ora? Ora partiva la storia affascinante. Prima su un lato e poi..... Spingi il tasto nero e gira per sapere come va finire. Spingi il tasto nero e puoi sentirne un'altra. La levetta rossa permetteva di creare magici effetti, le voci dolci che raccontavano le fiabe sui 45 giri, diventavano degli strani vocioni a 33. Potevo sentire dei vecchi dischi di mia madre e di mio padre che ancora conservo: Aurelio Fierro e tanti altri di cui non ricordo più il nome. Potevi portarlo ovunque, grazie alla sua maniglia che serviva anche da appoggio e grazie alle grandissime pile le "torce" enormi, rotonde, pesanti. Ma si useranno ancora? Il mio mangiadischi Lesa ancora funziona!!!! Mi ricordo di Spalluzza



Mi ricordo Papa Luciani

Mon, 30 Oct 2006 21:09:00 +0000

(image) Avevo... sì, undici anni e mezzo. Dei papi e del vaticano non mi era mai interessato molto. I miei mi mandavano in chiesa, perché "si faceva così": mia madre era ed è credente e praticante (anche se fatico a capire che cosa significhi per lei) mentre mio padre da buon comunista non ne capiva il senso e cacciava insulti sulla chiesa e la DC ogniqualvolta ce n'era occasione. Beh, insomma, Paolo VI era morto. Poco male: il grigiore, il piattume... la chiesa nella sua concezione più "antica" (ossia, vecchia). Niente di particolarmente interessante: un po' come le solite, frequenti, elezioni politiche. Ma ecco che... il conclave. Il mio primo conclave. Ero in vacanza, sulle montagne piemontesi, tra un compito per le vacanze e un pomeriggio nella mia prima sala giochi, tra tutti quei computer che già mi appassionavano. Ed ecco il nuovo Papa. Mamma, ma questo Papa sorride. Lo dicono tutti, è un Papa diverso. E' un nuovo Papa buono (anche perché l'altro, chi l'aveva conosciuto?). Che bello sentire parlare il Papa. E' una persona buona. Parla un linguaggio semplice, fa star bene anche i bambini. Dice tante cose belle, tante cose buone. Che lui volesse anche scardinare lo IOR e gli intrallazzi della chiesa (intesa in senso deteriore), oltre al latinorum, l'avrei capito solo molti anni dopo: ma quell'estate ero davvero contento. Per la prima volta la chiesa "aveva un senso, una ragione di esistere". Ma... come? E' morto? Ma come può essere morto? Dopo solo... un mese? No... Già sono tifoso del Toro, e di cose belle durate poco me ne intendo. L'hanno avvelenato, lo dissero tutti. L'hanno fatto fuori. Boh. La breve e sorridente parabola di Albino Luciani fu una cosa che mi entrò dritta nel cuore, in quell'inizio d'autunno 1978. Mi ricordo di JoinMe



Mi ricordo i Giochi senza Frontiere

Sat, 21 Oct 2006 20:52:00 +0000

(image) Piscine, giochi divertenti, competizione, città europee, estate. Così mi ricordo, in breve, i Giochi senza Frontiere. Quanto nacqui andavano già in onda, e sono andati avanti per molti anni. Le squadre di città e cittadine europee si sfidavano in ogni puntata coinvolte in prove immaginifiche, spesso con l’uso di acqua, e pupazzi, schiume, palloni, scenografie. Era una sfida internazionale, questa cosa faceva effetto. E poi c’erano i giudici, quelli storici: Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi. A distanza di tempo potrebbero ora sembrarmi due mentecatti, ma all’epoca erano due tipi ganzissimi armati di fischietto che quando annunciavano il File Rouge non c’era mica da ridere. Perché, in fondo, noi bambini quelle gare divertenti, scanzonate e fatte apposta per il caldo estivo, in fondo, le vivevamo come delle sfide serie. E, mi ricordo, la mia annunciatrice preferita era Rosanna Vaudetti.



Mi ricordo i Pc... picciò

Thu, 12 Oct 2006 22:07:00 +0000

PC… picciò Mi venga un colpo! 25 anni, un quarto di secolo.... Quest’anno ricorre il 25° anniversario della introduzione del Personal Computer. Oggi non ci si fa più caso, tutti lo chiamiamo PC, quella "scatola delle meraviglie" che abbiamo acceso davanti ai nostri occhi e che ci fa da finestra sul mondo. Ma fino a quando la IBM non lanciò sul mercato il modello XT (nel 1981 appunto) il computer era una specie di mostro. Le mie prime esperienze di computer risalgono al lontano (ahimé) 1976 o 77, quando ero ancora uno studente di Ingegneria. Allora per me il computer (anzi, il Calcolatore, notare la C maiuscola) era quella macchina immensa (fate conto che sarebbe entrata a stento nel salotto di casa vostra) e un po’ spaventosa nella quale si inserivano schede di cartoncino adeguatamente bucherellate e che in poche ore (sì, ho detto ore) era in grado di eseguire in Fortran il calcolo strutturale di edifici complessi. Una macchina che si potevano permettere di possedere solo strutture universitarie o grandi industrie. Ricordo che solo nei primi anni 80 mio padre, che aveva uno studio di ingegneria in cui si eseguivano calcoli strutturali (ovviamente solo con l’aiuto di macchinette calcolatrici) si poté permettere un “computer”. Era un Hewlett-Packard (oggi HP) senza schermo, con “ben” 64k di memoria interna (niente hard disk) e con un display grande meno di quello di un odierno cellulare, ma monocromatico e capace solo di caratteri alfanumerici. Costo di allora? Sedici milioni di lire (del 1980, eh?). Sarebbero bastati tranquillamente per comprare una Mercedes di fascia media (per questo noi avevamo solo una Giulia). Ricordo ancora le nottate passate a digitare i dati e ad aspettare (dopo alcune ore) il fatidico “beep” che indicava la fine del calcolo. All’uscita del PC ci fu l’apoteosi, una specie di rivoluzione copernicana. Inizialmente guardato con sospetto, il PC cominciò a prendere piede nella case grazie ai giochi, roba che adesso farebbe piangere di tristezza anche un lattante: Space Invaders, PacMan, tutti in monocromatico. Allora ero un maniaco della programmazione. Mi ci accostai grazie a due piccoli computer che sono entrati nel mito: lo ZX Sinclair e il Commodore 64 (poi 128 e Amiga). La programmazione era in un Basic primordiale, lo schermo rigorosamente monocromatico (“a fosfori verdi o ambra?” era la sola scelta possibile). In un paio d'anni i costi dei PC divennero meno proibitivi. Nel 1984 acquistai un Amstrad XT da 640k con disco rigido di 10 MB (dieci megabytes! ) al prezzo “stracciato” di 3 milioni e mezzo (all’incirca il prezzo di un’utilitaria). Il primo PC sul quale riuscii a lavorare davvero professionalmente era un IBM AT dell’ufficio. Era più o meno il 1985 e quel “mostro” con 640 kb di memoria interna "espandibile a ben 1 MB" con 20 MB di hard-disk era condiviso in ufficio da 6 *fortunati* ingegneri. Io ero tra coloro che ne capivano un po' di più e quindi ero destinato a programmarlo in rigoroso GW-Basic traendoci programmi per calcolo strutturale o di isolamento termico. Per il resto ci si scrivevano le lettere (Word non esisteva, il migliore era WordStar) e solo i più intraprendenti usavano il foglio di calcolo (no, niente Excel, allora andava per la maggiore Lotus 1.2.3) o il primo vero DataBase, che era DBase II e poi DBase III. La grafica? Ancora a puntini… L’interfaccia grafica dei primi schermi a colori non superava il formato VGA di 640x480 pixels (e sembrava già un miracolo). Nessuno aveva mai sentito parlare di mouse, di virus, né tantomeno di Windows, la cui prima versione, scopiazzata da quella geniale della Apple, comparve solo nei primi anni 90. Potrei raccontare ancora parecchio, di questi miei 25 anni e passa alle prese coi computer, divorando riviste specializzate, p[...]



Mi ricordo il primo terremoto violento della mia vita

Sat, 07 Oct 2006 21:40:00 +0000

(image) 23/11/1980 Avevo avuto un feroce mal di testa quel giorno là, strano chè non soffrivo di emicranie. Era una giornata molto calda per essere novembre. I suoceri erano stati a pranzo, i cognati erano arrivati nel pomeriggio, mamma era rientrata dalla messa verso le 18 ed era tornato anche mio figlio, che era stato in gita con i boys scout. La domenica volgeva al termine, come tutte le domeniche, con quel pò di malinconia e rottura di scatole per la nuova settimana da affrontare, lavoro, casa, figli, piscina, catechismo, nonni, marito, sorella, amiche, etc, etc. I bambini sul parquet giocavano a tombola, tra un mese sarebbe stato natale , i grandi sorbivano l'ultimo caffè della giornata, io stiravo, come tutte le domeniche pomeriggio. All'improvviso il mal di testa scomparve come se mi avessero tolto un peso dalla testa, ebbi un lieve capogiro, alzai gli occhi e vidi il lampadario della cucina che cominciava ad oscillare. Avvertiì che era il terremoto alla prima oscillazione. Corsi ad aprire la porta, per poter scappare quando fosse tutto finito. Ci mettemmo tutti al centro della cucina e, all'improvviso, il balcone si spalancò, pensai adesso si apre il pavimento e moriamo tutti. La scossa durò un'eternità ebbi il tempo di pensare, le altre volte, mentre me ne rendevo conto, era già passata. Mia madre gridò la sua invocazione al santo "San Gennà è nepute mie" implorava per i nipoti, quel grido mi restò impresso nella mente a lungo. Quando il palazzo finì di oscillare( e al settimo piano si avvertì e come), scendemmo giù e ci andammo a rifugiare davanti alla chiesa, proprio sotto il campanile, che in seguito fu dichiarato pericolante. Il traffico era impazzito scene di panico cercammo di accertarci sulla fine degli altri familiari, ci vedemmo comparire davanti i miei cognati in accappatoio, erano stati colti di sorpresa mentre facevano la doccia. Il posto più sicuro al Vomero era lo stadio collana, qui trascorremmo in macchina la notte. Notizie su notizie, crolli, morti, ruberie, l'Irpinia devastata. Accussì, accussì, accussì. Il 24 faceva un freddo cane. Mi ricordo di Didolasplendida



Mi ricordo l'antifascismo alle elementari

Thu, 28 Sep 2006 17:12:00 +0000

(image) L'antifascismo e' un valore che andrebbe insegnato a scuola ai bambini piccoli. Io mi ricordo quando lo insegnavano alle scuole elementari. Mi ricordo delle maestre che lo insegnavano. In particolare mi ricordo della mia maestra. Adesso direte che qualunque cosa si insegni ad un bambino piccolo, questo verra' assimilato come normale. La mia maestra delle elementari prima di cominciare la lezione ci faceva dire le preghiere (un sacco di preghiere!) tutti i giorni. Io oggi sono ateo. La mia maestra delle elementari, non tutti i giorni, ci faceva cantare delle canzoni. Tra le canzoni che ancora ricordo per intero c'e' "La leggenda del Piave", "Bella ciao" ed una canzone per Sandro Pertini che faceva: "caro nonno, presidente, ti vogliamo tanto bene veramente...". Sandro Pertini. Sandro Pertini partigiano. Sandro Pertini che nel 1983 (e non chiedetemi come me lo ricordo, ma me lo ricordo!) disse il 31 Dicembre a reti unificate davanti alla nazione (il testo lo ricopio da un appunto volante preso qualche anno fa non so dove) parlando di Ariel Sharon:
"Io sono stato nel Libano. Ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. E' una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell'orrendo massacro. Il responsabile dell'orrendo massacro e' ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. E' un responsabile che dovrebbe essere bandito dalla societa'"
Ed ogni lunedi' la mia maestra delle elementari ci faceva fare "il riassunto". Lei ci leggeva una storia e noi scrivevamo quello che ci ricordavamo. Io ancora oggi ricordo il "Tiremm innanz" di Amatore Sciesa, la rosa di Maroncelli e altre storie da "Le mie Prigioni" e poi chi erano Ciro Menotti, i fratelli Bandiera, Guglielmo Oberdan e tantissimi altri. La mia maestra delle elementari ci faceva mandare giu' a memoria anche tante poesie: "Sant'Ambrogio", "La spigolatrice di Sapri"... Ecco, quando alla vigilia del 25 Aprile ho guardato un sondaggio in cui chiedevano cosa significava quella festa agli italiani e troppi di questi farfugliavano cose ne' in cielo, ne' in terra io mi chiedevo, ma dove sono andati a scuola questi? Questo post e' un omaggio alla memoria della mia maestra delle elementari, signora Gemma Pierantoni. (Mi ricordo di Botulinux)



Mi ricordo gli anni '80

Fri, 22 Sep 2006 19:26:00 +0000

(image) Mi ricordo gli anni ' 80 da una prospettiva minore, ma li ricordo. La domenica sera il Drive in che seguiva ai puffi, mentre mangiavo pastina... La leggenda metropolitana delle figurine che contenevano droga e le figure contornate di viola. Il John Travolta. Della Febbre del Sabato Sera, no...Di Grease, sì. La sensazione che qualcosa di brutto potesse succedere all'improvviso, in ogni momento... Non una guerra... Non proprio... Simile. Mia sorella che canta Spagna e io che pattino su I love my chico... Quando ho capito che non era una sensazione. Per un pò niente giochi all'aperto nè latte... Il cielo grigio,credevo fosse quella la nube tossica. I tattuaggi adesivi con cuore, rose e spine. I capelli frizeè La pubblicità del Rotowash...Gira, gira, gira, scegli... E il mercatone dell'arredamento...con le majorette... E-man, Il tulipano nero, Wonderwoman... E quell'uomo con la giacca blu di glittering... Una nevicata eccessiva- niente scuola- non camminare sulla neve per non sciuparla... E poi farci la granita... Le cronache delle partite. Gli insulti a Vialli e la sigla Il goleador che a me sembrava dicesse Di-dona-do'...il giocatore... Che tanto mio padre era milanista. Mi ricordo un pò troppo. Chissà che logorrea quando raddoppio... Ah già niente Lascia o raddoppia, ma Il pranzo è servito... Che alla Clerici ci faceva un baffo.... (Ricordo di Baju)



Mi ricordo il telefono di bachelite

Sat, 16 Sep 2006 23:13:00 +0000

(image) Mi ricordo il telefono di bachelite, quello nero, raramente verde petrolio, a volte appeso alla parete. Aveva la cornetta pesante, così pesante che da piccola dovevo usare due mani per tenerlo, una all'altezza dell'orecchio e l'altra all'auricolare. Il disco combinatore scivolava senza alcuna difficoltà, ma anche i fori, sul fondo dei quali spiccavano i numeri bianchi, erano così grandi che per comporre il numero ci volevano almeno due dita. Il filo della cornetta era avvolto a serpentina e poteva diventare lunghiiiiiiissssimo! Ci potevi giocare che sembrava quasi una corda per saltare. Faceva driiiiin....driiiiin che lo capivi che stava suonando il telefono e lo sentivi in tutta la casa. E poi le linee telefoniche erano a coppie. Si chiamavano duplex. In genere la coppia era con il tuo vicino e se il figlio o la figlia si fidanzavano era la fine. Allora ti toccava andare a bussare alla porta dei vicini per chiedere se, per favore, potevano lasciare libero perché bisognava fare una telefonata urgente. E' ovvio che a bussare ci andavi tu, perché mai avrebbero detto una sgarberia ad una bimbetta! Io quel telefono nero, lucente, pesante e che fa driiiin ce l'ho ancora ed ancora lo uso! Mi Ricordo di Spalluzza



Mi ricordo del rapimento di Aldo Moro

Mon, 11 Sep 2006 20:49:00 +0000

(image) Mi ricordo il rapimento di Aldo Moro. Nel mese di marzo del 1978. Mi ricordo che ero a scuola, media, e quando uscimmo in strada trovammo una scena inconsueta. Fuori c’erano molti genitori ad aspettare i propri figli. C’erano soprattutto madri. Ricordo bene che rimanemmo stupiti di vederle davanti a noi. Erano preoccupate. I mie genitori non c’erano, ma la madre di un compagno di classe ci speigò che avevano rapito l’onorevole Aldo Moro. Io me ne tornai come di consueto a casa a piedi, ma ero preoccupato, m ain senso vago, fumoso. Era la prima volta che una preoccupazione “esterna”, distante, proveniente da un altro mondo richiedeva la propria attenzione. Veniva a bussare al portone della scuola. Mi ricordo che il rapimento di Moro mi impressionò a partire da questo evento inconsueto: l’allarme nel cerchio della vita quotidiana per qualcosa che accadeva lontano, a una distanza apparentemente enorme per noi ragazzini. Poi le immagini alla tv dell’auto in cui era stato portato via Moro, e le altre nei giorni successivi mi impressionarono, mi confermarono una volta per tutte che il “fuori” era più grande, molto più grande del mio quartiere e anche della mia città. Si poteva rapire le persone, le si poteva tenere chiuse in un buco e poi ammazzarle. Era davvero una cosa grossa. Lo avevo capito subito, osservando gli sguardi delle mamme fuori alla scuola.



Mi ricordo i sinalcoli

Tue, 05 Sep 2006 19:18:00 +0000

Mi sono accorta che purtroppo tanti di voi non sanno più giocare..ve lo ricordate cosa vuol dire giocare? Vuol dire aspettare che qualcuno passi a suonarvi per chiedere alla vostra mamma che si è affacciata”può venir giù a giocare la giarina?” Vuol dire sedersi in terra in cerchio a litigare per decidere se si deve giocare a quattro cantoni o a strega sollevata; vuol dire alzarsi sbuffando se si sceglierà il gioco che tu non volevi, ma è uno sbuffare da poco, perché basta scuoter via la polvere dalla gonna a pieghe, correre al tuo posto di combattimento per ritrovare un sorriso largo così. E magari corri piano e ti si sciolgono le stringhe delle superga blu, e allora non vale bisogna rifare, e se poi ti acchiappano subito e non vinci è lo stesso, tanto si cambierà gioco tra poco e a fare am-salam a campana non ti batte nessuno. E giocare vuol dire anche far quelle alleanze che durano lo spazio di una merenda..io ho la rosetta con una polliciata piena d’olio in mezzo, tu la quella col cremino di cioccolata, facciamo a metà? E se c’è la neve vuol dire anche andare a piangere dalla mamma perché ti hanno tirato una pallottata giù nel coppino o perché i guanti di lana si son tutti bagnati e non puoi più giocare, ché ti fan male le mani, ma poi tornare giù subito, con i guanti di tuo fratello e con un sacchettino di plastica sopra, legato con l'elastico, per non bagnarli. Non dovete perderla questa voglia di giocare e dove se non qui la potreste mai ritrovare? Nella vitavera? Quella che vi aspetta con mille problemi, fuori dalla porta? Ecchecaspita! È un peccato, e mi dispiace davvero per quelli che non riescono a capirlo, ma proprio a questi adesso voglio fare un regalo.. Attenzione, perché è un regalo prezioso e anche se ho poco tempo in questi giorni, mi sono resa conto che qui in giro tanti di voi, anche vib, eh?non sanno cosa sono e allora io adesso vi insegnerò a fare i sinalcoli, così magari vi torna la voglia di andar giù in cortile a giocare, finchè non sarà pronta la cena. Allora per fare i sinalcoli occorrono i tappi corona, quelli delle aranciate, dei chinotti o delle birre dei vostri fratelli..oppure andate nel bar all’angolo e chiedete se ve ne possono regalare un po’ Attenti quando li scegliete, perché servono solo quelli belli lisci, non piegati…certo la cosa migliore sarebbe avere la bottiglia e con un coltello alzare la corona piano piano, tutt’intorno, solo così avrete un tappo davvero perfetto, ma vedete voi..ché non voglio responsabilità, io, se poi vi fate male. Dovete procurarvi anche dello stucco da vetraio e qui non posso aiutarvi e se non avete un fratello più grande che lo porta a casa, non posso farci niente.. certo senza lo stucco, dovrete rinunciare e peggio per voi.. Occorre poi un pezzo di vetro, in cantina avrete sicuramente una cornice rotta o il vecchio vetro della finestra che, anche se rotto non è, non ci vuol niente, basta un sasso, tanto non serve più, ma, anche quando, avrete pur un fratello al quale dare la colpa, no? Adesso correte giù, ma non davanti, nel giardino.. dietro, dove ci sono i sassolini, e cercatene uno un po’ grande e piatto e se sarete così fortunati da trovare quello giusto, non buttatelo, una volta finito il lavoro, ché è più prezioso dell’oro.Allora se avete tutto davanti, possiamo iniziare: - pigliate il vetro e appoggiatelo sopra al tappo e con una matita copiativa disegnate un bel cerchio della misura esatta della corona - rompete col sasso il vetro in più e appoggiando il cerchietto trasparente sopra un mattone, lavorate il vetro tutto intorno, sbriciolandolo pian pianino sempre con quel sasso, fino [...]



Mi ricordo la televisione

Wed, 19 Jul 2006 22:32:00 +0000

(image) Ricordo quando la televisione cominciava all'ora di pranzo. La mattina niente. Monoscopio. O radio (Chiamate Roma 3131). Però c'era un'eccezione. Nel mese di aprile, o maggio, quando c'era la Fiera Campionaria, allora trasmettevano, come in modo laconico indicava il Radiocorriere uno "spettacolo cinematografico". Io a quei tempi (parliamo degli anni 1969-71) andavo spesso a scuola di pomeriggio, si facevano i "doppi turni" (tre giorni la mattina tre di pomeriggio) e aspettavo le 11 con trepidazione. Puntuale, alle 11 l'annunciatrice annunciava: "In occasione della 25esima Fiera Campionaria in Roma, va ora in onda il film..."Il più delle volte erano film di guerra. O, per meglio dire, erano film di sottomarini. Adoravo (e ancora oggi) i film di sottomarini. Avete presente i film di sottomarini, no? Sono tutti uguali. Il massimo della tipizzazione. Le bombe di profondità, i siluri (fuori uno!) il perisocopio tirato su e giù, l'allarme (a-hu, a-hu, a-hu), l'acqua che entra dal boccaporto, "immersione!", il comandante che prende la mira, il quadro elettrico che soffrigge quando sono colpiti da una mina, il sonar. Mitico. Se non erano film di sottomarini ero contento lo stesso. Ma quelli di sottomarini... (Mi ricordo di Blogsenzaqualità - http://blogsenzaqualita.splinder.com)



Mi ricordo il terremoto del Friuli

Mon, 10 Jul 2006 21:47:00 +0000

(image) Ricordo esattamente due anni fa, la terra aveva tremato per qualche secondo. Niente di straordinario da queste parti, in Friuli: si finisce per farci l'abitudine. E' la latitanza a farsi presenza, a preoccupare davvero. Il terremoto del 1976 invece fu una festa. Noi bambini avevamo una tenda enorme tutta per noi, non si andava a scuola, si restava svegli fino a tardi, i grandi a confabulare tra loro lasciandoci liberi di rotolare in mezzo all'erba e di picchiarci a sangue: come vivere in campeggio dentro la città. Io non mi spaventai neppure quando ci fu la prima scossa, quella che sembrava non finire mai. Ricordo che mia madre aveva l'abitudine di farmi addormentare dondolandomi il letto. Per un lungo momento ho continuato a dormire tranquilla, finché ho aperto gli occhi e mi sono accorta che nella stanza non c'era nessuno. Mio padre è piombato in camera un istante prima che lo stupore si trasformasse in terrore, è stato un attimo. Ricordo che due anni fa fu diverso, mi spaventai moltissimo. Eppure non ci furono danni, niente, un piccolo casché senza inciampi. Mi fece paura il rumore, il boato che arriva da un punto imprecisato sotto ai tuoi piedi. E' la terra che ruggisce in qualche modo, ti dice spostati ché mi dai fastidio, mi pesi, mi annoi. E questo ti fa riflettere. Sul fatto che siamo delle cosette piccole incapaci di restare infisse nella terra, che siam peggio delle carote. E che non c'è più nessun campo in cui rotolarsi e che non mi piacciono più i campeggi e che se dormo per terra una notte soltanto la mattina dopo devo torcermi il collo manualmente e che la prossima volta potrei finire tra i grandi a confabulare fuori delle tende mentre i bimbi dormono. E, scusate, non mi va. (Ricordo di Fainberg)



Mi ricordo l'Eskimo

Sun, 09 Jul 2006 08:36:00 +0000

(image) Mi ricordo l’eskimo di mio fratello. Era lungo e largo, mia madre glielo aveva comprato di una taglia in più, per farlo durare almeno un paio d’anni. Ho nella mente l’immagine di lui che esce nella nebbia del mattino, magro e allampanato, infagottato in quel giaccone pieno di tasche Era perennemente in ritardo, arrivava trafelato in stazione e saltava sempre sul treno al volo. Mio fratello me lo ricordo anche la sera dopo cena, in casa, seduto a un tavolo coi suoi amici. Mi ricordo gli scoppi di risate, le sigarette, i bicchieri, le carte. Dalla stanza arrivavano discorsi impegnati, che brillavano di ideali tirati a lucido, e poi battute e lazzi, di un linguaggio scurrile a livelli di guardia. Folate di vita e scrosci di allegria. L’eskimo era appeso all’attaccapanni, sopra stavano ammassati quelli degli altri. Mentre ci penso, mi pare di avere ancora nelle narici l’odore di quel tessuto verde, impregnato di fumo. Perché a vent' anni è tutto ancora intero, perché a vent' anni è tutto chi lo sa… (Eskimo - Francesco Guccini) (Ricordo di Yzma)



Mi ricordo Mastroianni e i Peanutz

Wed, 05 Jul 2006 22:59:00 +0000

(image) Mi ricordo, sì, io mi ricordo. La Tv, ma non Goldrake né Mazinga Z, bensì “La città delle donne”, e un quasi giovane Marcello Mastroianni che scende dal treno, abbandonando la moglie Elena, per seguire una misteriosa affascinante signora. Mi ricordo di Snaporaz, e poi risento le urla delle femministe che uguali a serpenti velenosi e sensuali danno il tormento a Snaporaz (Marcello). E ricordo un castello, quello di Katzone, santone del sesso dell’amore o forse solamente della sana scopata all’italiana: così prepotente il ricordo, o meglio il sogno di Fellini – uno dei tanti; e io che provavo per la prima volta il brivido del peccato e dell’estasi per giorni di malinconie e onanismo, sempre a domandarmi se più importante il cuore o la vagina. E ritrovo Snaporaz in un’aula di tribunale: femmine e ancora femmine, tutte pronte al pubblico linciaggio. Ma la vita è un sogno, giusto un incubo a occhi aperti, un inganno, la severità del risveglio e scoprire il mondo sempre uguale e tua moglie che ti è davanti severa e materna. E mi ricordo, sì: mia madre che tiene la mia mano nella sua. Ieri mi sembrava tanto grande quella mano, io volevo i Penautz e non Topolino. Era quasi impossibile trovarli quei fumetti sul finire degli anni Settanta: ma un bambino di otto anni certe cose non le capisce manco con gli schiaffi e i buffetti d’amore, solo vuole “le noccioline” da leggere sotto il letto. Io, Charles M. Schulz, quand’ero bambino, me lo immaginavo come Marcello Mastroianni, uguale uguale: me lo vedevo a disegnare le strisce, a dare una faccia all’imbranato Charlie Brown e al filosofico Linus e a quello che solo il pianoforte per Ludwig Van Beethoven, Schroeder. Snoopy, già!, più nevrotico lui di un Freud sceverato del suo lettino per i pazienti in psicanalisi. E Sally ingenua più che mai, e l’insopportabile maschiaccio Piperita Patty, ma anche Sally e la sua bella ingenuità che vorresti non avesse mai fine; e poi ancora Marcie riflessiva, un po’ saffica e platonica: la città delle donne delle “noccioline” era pure la mia. Pure la mia, sì. (Ricordo di Giuseppe Giannozzi)



Mi ricordo le fiabe

Mon, 03 Jul 2006 21:42:00 +0000

(image) Mi ricordo le fiabe sonore della Fabbri Editori. Mi ricordo del mangiadischi arancione che portavo a tracolla e di quella sigla iniziale che mi faceva cantare A mille ce n'è nel mio cuore di fiabe da narrar venite con me nel mio mondo incantato per sognar non serve l'ombrello, il cappottino rosso la cartella bella per venir con me basta un po' di fantasia e di bontà Draghi, principesse, orchi, boschi, fate. Il mio mondo stava in quei 45 giri e in quei libri che leggevo portando il segno per un po’, fino a quando le voci che uscivano da quei dischi non prendevano corpo e diventavano una specie di cartone animato che si svolgeva tutto nella mia testolina. Vivevo ogni fiaba che ascoltavo e, col senno di poi, devo ammettere che facevo fatica a distinguere la realtà dalla mia immaginazione. Ma tutto era così prepotentemente vero; le paure, le gioie e il mare di sensazioni che quelle storie mi suscitavano erano sensazioni autentiche. Come potevo pensare che fosse tutto frutto della mia fantasia? Direi che anche oggi mi faccio molti film di cui sono l’unica spettatrice, senza neanche l’input di una fiaba sonora… ma siamo tutti un po’ bambini, no? (Ricordo di Pannonica)



Mi ricordo lo "struscio"

Thu, 29 Jun 2006 21:40:00 +0000

(image) Molti si meraviglieranno, lo so, e mi considereranno un romantico di altri tempi, un ferrovecchio arrugginito che non ha saputo cogliere le belle novità dei giorni nostri. E forse è anche vero, giacché il mio ricordo più bello è l’immagine di mia moglie Raffaella, quando la vidi la prima volta. Successe nell’estate del 1965, ero sotto le armi e ero tornato a casa, a Lucca, per trascorrervi una licenza. Come in tutte le città, anche nella mia c’è una strada, la più bella e la più importante, dove la gente si reca, non appena si avvicina la sera, a passeggiare. Questo passeggio ha preso il nome, un po’ dovunque, di “struscio”, perché ci sono sempre due file che si toccano quasi, una che va in una direzione e l’altra in quella contraria. È una consuetudine che rende viva e sempre giovane la città. Forse non finirà mai. Ebbene, anch’io praticavo lo struscio, ed uno di quei giorni, all’inizio della bella via Fillungo, proprio davanti al negozio di fiori, che ora non c’è più, incorniciata dai suoi profumi e colori, vidi quella che sarebbe diventata mia moglie. Fui colpito dal suo volto delicato, dalla sua espressione sorridente, dai suoi capelli a treccia che le cadevano sulle spalle, dalla sua figura sottile e slanciata. Fu il colpo di fulmine. Mi domandai se una ragazza così bella potesse mai essere destinata a me, diventare la compagna della mia vita. Il cuore trepidava, colpito da quell’immagine, e la mente era in subbuglio per questa speranza che mi pareva così lontana. Invece il destino aveva già scelto per me, senza che lo sapessi. Infatti, stavo passeggiando in compagnia di una ragazza che viveva nello stesso paese della giovane sconosciuta. Si accorse dello sguardo che le avevo gettato e forse si avvide del sùbito innamoramento. “Si chiama Raffaella” – mi disse – La vorresti conoscere?” Fu abile e gentile e combinò un appuntamento, che avvenne in piazza San Michele, davanti alla vetrina di un negozio. Avevo messo un maglione giallo, che – mi disse poi Raffaella – l’aveva colpita, e l’avevano colpita le mie spalle e soprattutto il mio sorriso. Le piacqui subito – mi confessò poi -, ma io me ne ero già accorto quando, vedendomi per la prima volta, la vidi sorridermi. Ci scrivemmo spesso finché non tornai a casa al termine della leva. Ci fidanzammo il Sabato Santo del 1966 e principiò da quel giorno, con un amore mai interrotto, la nostra avventura. Ci sposammo il 5 settembre 1970. Raffaella è ancora – sebbene gli anni comincino a solcarle il viso – la ragazza spensierata, allegra e bella di quel primo incontro. Non potrei vivere senza di lei. Il 13 marzo e il 28 marzo del 1988 le dedicai due poesie: “Tu mi rimproveri” e “Mi giri attorno”, che potete trovare qui: http://xoomer.alice.it/badimona/poesie.htm. (Ricordo di Bartolomeo Di Monaco - www.vibrissebollettino.net/archives/2006/01/tutte_le_lettur.html)



Mi ricordo le merendine

Tue, 27 Jun 2006 22:28:00 +0000

(image) Mi ricordo che snasavo i marciapiedi alla ricerca dei centesimi. Cercavo l'odore delle monetine. Quelle da 5 mi piacevano più di tutte anche se ero più contenta quando trovavo quelle da 10 o da 50. A volte capitava che sotto alle auto ne trovavo anche 100 di lire e allora saltavo dalla gioia correndo via dal posto in cui le avevo trovate per paura che qualcuno s'accorgesse di averle perse e venisse a richiedermele. Correvo e correvo. Fino a raggiungere la latteria all'angolo del palazzo. Aveva il portoncino come una serranda di finestra. Legno bianco. Scritta rossa dipinta con cura: L a t t e r i a. Latteria. Mi fermavo davanti alla porta di legno bianco ansimante. Sbirciavo dentro per vedere se c'era mia madre o qualcuno che mi conosceva, qualche vicina impicciona a fare la spesa. Se non c'era nessuno, entravo cauta e ansiosa di immergermi in quello spazio così piccolo eppure così pieno di mondo. Giravo sulle ballerine lucide e cominciavo a perlustrare gli scaffali. Un abbraccio di 3 metri per 3 pieno zeppo di colori, di carte e scritte, di scatole, di odori. Rosso, verde, bianco, viola. Blu. Blu. Blu. Rosso. Girelle, Mu, latte, Aranciata, Sprite, Big Buble, croccanti e galatine. Allora cominciavo a sentirmi confusa. Un senso di disorientamento mi prendeva lì, ferma al centro di tutto quel mondo di sapori e odori e colori tra cui scegliere. Niente però, niente di tutto quello che mi circondava mi attraeva più del contrasto tra il vaso di vetro riempito di giallo e quello di vetro riempito di nero, poggiati simmetricamente sul bancone. La signora della latteria già apriva i coperchi e sorrideva. Io porgevo le 100 lire e aspettavo con il palmo aperto. Per un istante, chiudevo gli occhi per sentire come una scoperta il peso leggero di quel giallo e di quel nero poggiato sulla pelle. Riaprivo gli occhi. Chiudevo il palmo. Salutavo e correvo via. Di nuovo correvo. Giù per la discesa che portava ai giardini. I giardini del salice piangente e dei cani sempre pieni di cacca da buttare fuori e di passeggini e di mamme e di palloni colorati. Mi mettevo sotto al salice e aprivo il pugno. All'ombra del salice felice sfilavo la rotella di liquirizia e masticavo la cingomma salata che frizzava in bocca. E pensavo a mia madre, all'ultima inutile raccomandazione sulla porta di casa. Non ti rovinare la cena... (Ricordo di Noce)



Mi ricordo la bocca rossa di Marilyn

Mon, 26 Jun 2006 18:22:00 +0000

(image) La bocca rossa luccicò in primo piano sul grande schermo, non appena Marilyn si girò nel sonno, a favore della cinepresa. Una scintilla di sensualità mi trapassò la fronte. Il film era "Niagara". Lo davano in visione d'essai al Cinema Farnese. Nella sala ci fu un urlo collettivo sommesso: "Diviiiiina!". Gli spettatori erano tutti gay. Da quella sera il rossetto rosso divenne il mio accessorio primario. Potevo essere struccata, pallida, abbronzata. Ma non rinunciavo al rossetto rosso sulle labbra. Una volta ci ho anche dormito per vedere se funzionava l'effetto Marilyn. Il risultato fu effetto Barnum misto Shining. Nessuna, dopo Marilyn, è stata in grado di provocare un "Diviiiiina!" da parte del pubblico gay: l'unico in grado di stabilire se un'attrice è o non è una Star. (Ricordo di MarBel)



Mi ricordo il tema di italiano

Sat, 24 Jun 2006 08:05:00 +0000

(image) Verso la fine dell'era quaternaria frequentavo il liceo classico. In quei remoti tempi felici, dopo i tre anni di scuola media, al classico c'erano due anni di ginnasio e poi tre anni del liceo propriamente detto. In prima liceo si cambiava comunque professore di italiano e proprio quell'anno era arrivato un professore nuovo, sulla quarantina o giù di lì, dall'aria austera e dall'eloquio secco, essenziale, quasi tagliente. Aveva sangue blu, ma non se la tirava poi troppo. Prima settimana di scuola, prime due ore di italiano,.tema in classe, ovvio. Naturalmente non posso ricordare quale fossel'argomento da sviluppare, ma non ho mai più dimenticato come andò. Non so se usa ancora così, ma all'epoca i temi si scrivevano su fogli protocollo a righe. Li si piegava in due in verticale e si scriveva sulla metà sinistra del foglio, lasciando tutta la metà destra vuota per le correzioni. Un tema che si rispettasse *non poteva* essere lungo meno di tre facciate (noi le chiamavamo "colonne"), per prendere un *8* dovevi scriverne almeno quattro, se poi aspiravi a qualcosa di più prendevi un altro foglio e continuavi sulla quinta facciata, la sesta, ecc. Svolto il tema, lo consegno al professore. Ho riempito le mie brave 4 facciate e sono in pace col mondo. Così anche tutti gli altri miei compagni, ovvio. Ci aspettiamo che il prof ci riporti il compito corretto la settimana dopo, e naturalmente ciascuno muore dalla voglia di sapere come sarà valutato (è il primo impatto). Invece no. Il giorno dopo c'è una sola ora d'italiano e il prof ci riporta i temi e ce li riconsegna. Non ci sono correzioni, non c'è il voto. Dice: "Bene, ragazzi, ora avete un'ora di tempo per analizzare i concetti che volevate esprimere nel vostro tema, cerchiarli uno per uno e dirli tutti ugualmente usando solo 2 facciate". Silenzio tombale... facce sbigottite... "Ma come? Il tema è buono quando è lungo, no? Cosa gli salta in mente a questo qui?" Non fu facile, anzi era durissimo. E lui implacabile a stralciare con segnacci vigorosi i periodi troppo lunghi, gli aggettivi superflui, le frasi che contenessero più di una subordinata. E giù una pioggia di votacci a chi proprio non voleva rassegnarsi alla brevità. Così, per i tre anni successivi, fu una continua rincorsa a fare temi corti, chiari, dalla struttura logica rigorosa sviluppata con costruzioni linguistiche semplici (soggetto -predicato -complemento). E guai a chi parlava di "fare la brutta copia". No, no, solo "belle copie", tutto di getto: che importa se c'è qualche correzione? Ci dava al massimo un'ora, sia che si trattasse di raccontare le vacanze estive che di commentare un brano del Manzoni. Inutile aggiungere che nella mia scuola la nostra Terza C fu la migliore classe della Maturità 1970-71. (Ricordo di Il dito e la luna)