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RockSaloon



The best is yet to come



Last Build Date: Thu, 09 Nov 2017 02:26:47 +0000

 




Mon, 14 Apr 2014 14:48:00 +0000

Il Salone si sposta. Non so se il link ci porta direttamente, in alternativa chi volesse "seguirmi" basta che cerchi "rocksaloon" su Facebook, è una pagina pubblica e mi troverà. Da non confondere con un delizioso "Red Rock Saloon" che anche lui ha una pagina facebook ma è un saloon vero e proprio con tanto di cactus ma insomma dai è lo stesso.
Questo il link da copiaincollare nel browser.

https://www.facebook.com/rocksaloon2

Cambia il network, non lo spirito. Do you understand?
See you later!



mea culpa mea culpa, non dovevo REMare contro.....

Fri, 24 Jan 2014 18:07:00 +0000

Mentre erano in vita non voglio dire che ne ho parlato male, ma insomma diciamo che non li ho mai considerati uno dei miei punti di riferimento.
Sto parlando degli ormai disciolti R.E.M., per chi non avesse.
Ho moltissimi loro dischi, li canticchio anche quasi senza rendermene conto, stima e respect insomma.
Ma mancava il "sacro fuoco" che invece mi pervade quando si parla di altri artisti.

Insomma com'è come non è stamani mentre andavo in macchina a laurà, mi è partita LEAVING NEW YORK, brano peraltro non particolarmente altissimo nelle top twenty dei fans accaniti, che spesso prediligono pezzi dei periodi migliori (io sbavo in particolare per Man on the moon e Nightswimming, per dire) .

Ma appena ho sentito la chitarra e il piano e poi la voce di Michael mi è preso un groppo alla gola mannaggia, io che non sono un fanatico. Il che mi ha spinto a un paio di riflessioni.

1) Hanno fatto benissimo a sciogliersi. Grandi. Battimano e standing ovation. Oggi staremmo qua a disquisire sul loro ennesimo disco mediocre un pò come sta succedendo a Springsteen.
2) Azz' come erano bravi. Anche se non andavi in deliquio per essi, ad ascoltarli oggi sembrano provenire dalla stratosfera. Da un altro mondo in cui la musica conta veramente qualcosa e chi la fa ci mette l'anima.

So long guys, alla prossima

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There was a time........DIAMOND HEAD

Tue, 14 Jan 2014 17:46:00 +0000

There was a time.......in cui suonare hard rock non era solo "batterie tonanti", "chitarre taglienti" e "cantanti urlatori". Un minimo di nerbo ovviamente è sempre stato alla base ma there was a time in cui il mondo del rock duro ancora preservava gelosamente i contatti "nobili" con gli ascendenti più diretti come il rock-blues e il progressive. Insomma prima dell'avvento del più dinamico Heavy Metal o del più traumatico Thrash Metal, there was a time in cui anche le orecchie più gentili potevano ascoltare una canzone di rock duro riuscendo a coglierne le armonie e le raffinatezze.
Uno dei gruppi che meglio incarna questa situazione senza essere mai stato considerato tra i grandissimi del genere sono senz'altro i DIAMOND HEADdi Brian Tatler e Sean Harris.
Discendenti diretti dal mood di band come UFO e Uriah Heep, fecero parte seppur di malavoglia di quel grandioso movimento che a fine anni 70 squarciò stadi e classifiche e noto ai più come NWOBHM, acronimo per New Wave of British Heavy Metal.
I Diamond Head, di quel movimento, rappresentavano l'ala "soft", la raffinatezza esecutiva e compositiva che si concretizzarono in almeno due album masterpiece quali LIGHTNING TO THE NATIONSe BORROWED TIME. Dischi che gli appassionati di Rock dovrebbero avere ad ogni costo.
Famosa la fissazione che avevano per loro i Metallica degli esordi (ma poi anche i Megadeth e tanti altri, i Diamond Head stanno al metal moderno come i Big Star al pop rock).
Mi piace pensare che, senza questo importante riferimento sonoro e stilistico, gli ammericani di Hetfield e Ulrich non sarebbero riusciti ad andare oltre un grezzo thrash di mezza tacca.  E invece seppero inglobare quel tantinello di classe che li portò ad ergersi sopra il magma thrash indicando veramente la via verso il rinnovamento del genere, ma questa è un'altra storia........
Per adesso ascoltatevi "Am I evil" e godetene tutti.
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I believe I'll dust my broom

Sat, 11 Jan 2014 23:50:00 +0000

Prendendo spunto dal titolo di un classicissimo blues di Robert Johnson (forse il primo musicista moderno ad aver venduto la propria anima al Diavolo), "rispolvero" il blog. Devo fare un po' di pulizia qua e là, rimettere a posto i mobili e l'arredamento ma insomma l'ho ritrovato abbastanza bene, dopo quasi un anno di assenza.
Che bisogno c'era di tornare.
C'era c'era. Perchè di là su Facebook ormai si cazzeggia, si litiga, si mettono un pò di canzoni alla cazzo ma non si entra mai nel vivo. E questo è overrated....e questo è troppo hype, e questo è cool e quell'altro spacca e miticoquello e magicoquellaltro. Due vaffanculo che minchiate dici, qualche mi piace e via.
Ammòbbasta eh. Come ho già scritto di là, "è tempo di riaprire i blog". Il mio, il vostro, quello di chi ancora non si conosce. Diamo fiato alle trombe e ritorniamo a raccontare e disquisire un po' più in profondità. Così, evitiamo di dire qualche cazzatina di troppo sui vari social network, diradiamo la nostra presenza evitando l'overexposition e torniamo ogni tanto a casina.
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E ora dopo il pistolotto che cacchio metto? Non lo so, però ieri alla radio ho risentito per caso una vecchia canzone dei QUEEN, un gruppo del quale mi guardo bene dal sollevare qualsiasi commento (tanto lo sapete che sono del partito di "quelli che riconoscono che tra tante fregnacce qualche grande canzone ce l'hanno piazzata"), una canzone che mi piaceva anche perchè è di Brian May e non ha troppe barockaggini addosso. I ricami arpeggiati di Brian, la batteria a mano pesante di Roger Taylor, la voce eterna di Mercury, il basso collante di Deacon e la coda straordinaria (poche ciance, i Queen erano maestri delle code, gli venivano quasi meglio della canzone portante) bastano per rendermi contento.
SAVE ME, dall'album "The Game" del 1980.
E scusate se è poco. Alla prossima.



Promesse mancate (e da marinai)

Fri, 24 May 2013 23:39:00 +0000


La carriera di William Broad in arte Billy Idol si divide in due tronconi solo apparentemente diversi tra loro: gli inizi con Tony James e i Generation X, uno dei gruppi più innovativi dei punksters e con maggiori potenzialità commerciali, e il prosieguo sotto l'ala dell'Aucoin management, quando con un tocco vagamente "hard rock" e con l'apporto del validissimo Steve Stevens al songwriting e alla chitarra solista il buon Billy diede alla luce almeno 3 album di buon livello dove giocava con il suo personaggio e irretiva i teen agers ma non solo con un bunch di ottime pop song travestite da altri generi.
Ma perchè "promessa mancata"? Perchè il buon Bill nonostante l'evidente anche se non durabilissimo successo commerciale aveva all'epoca una delle voci più interessanti del panorama rock.
Una specie di Elvis 2.0, consentitemi l'irriverente paragone, alle prese con l'iconografia della fine dei seventies che obbligava a schifiltare tutto e tutti. Un crooner prestato alla causa che oltretutto aveva doti da performer di primissimo livello, quel che si dice un grandissimo animale da palcoscenico.
Credo ancora che Bill abbia "mancato" l'appuntamento con la storia soprattutto a causa del mancato incontro con un produttore di grido, uno che lo sapesse valorizzare artisticamente e che lo rendesse consapevole del proprio valore di base.
Invece lui ci mise del suo e da brava testa di vitello gettò alle ortiche una carriera che sembrava molto promettente e che era solo in attesa di un guru che lo inquadrasse un pò meglio. Non dico Brian Eno, ma almeno un Lillywhite o un "Mutt" Lange li avrebbe meritati. E perchè no magari un Padgham a ripulirgli l'immagine e il sound. Insomma, promessa mancata gigantesca a mio avviso. Ma comunque molte cose che ha fatto restano ancora godibili, come questa storica White Wedding che rappresenta il perfetto anello di congiunzione tra l'epoca punk e i futuri approdi hard-pop.

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Una canzone da addetti ai lavori

Wed, 24 Apr 2013 00:29:00 +0000

Blocco dello scrittore o semplice Facebook dipendenza? Ardua la risposta.
Facciamo fifty/fifty?
Non sono ancora pronto per tornare a tempo pieno al blog, ma mi piace cullare l'idea di tenerlo in vita, ogni tanto.
Per il momento vi affido una ballata piena di nostalgia ma non enfatica come i pezzoni strappalacrime dell'hard rock. Difatti THE BALLAD OF EL GOODO è dei BIG STAR di Alex Chilton, un gruppo di quelli che i kritici delle riviste amavano definire 'seminale', tanti e tali sono gli artisti che vi si sono ispirati e che hanno beneficiato del successo che la band in questione mai conobbe. Questo pezzo è nel cuore di tanti  musicisti (adam duritz, evan dando per dirne un paio) forse più che nel cuore del generico fruitore di musica. Un pezzo da 'addetti ai lavori' praticamente.
Ma che io non mi stancherei mai di ascoltare.
Spero sia lo stesso per alcuni, anche pochi, di voi.

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PARADE, il Principe e Sometimes it snows in April (a proposito di neve.....)

Sat, 23 Feb 2013 23:49:00 +0000

PRINCE Roger Nelson per il sottoscritto è uno dei pochi veri geni della musica della fine del secolo scorso.
Chiaramente un musicista di matrice "black" ma con una conoscenza del pentagramma assoluta che gli ha permesso di divagare tra mille generi e stili, reincarnando a sprazzi Jimi Hendrix e James Brown (i suoi veri grandi modelli) ma andando oltre e guidando gli orientamenti sonori di almeno un paio di decenni.
Visto ex post (anche se è da poco tornato in pista) come una "retrospettiva" cinematografica, sono tanti i suoi album capolavoro. "Sign o' the times" forse è la summa della sua arte ma ognuno dei suoi fans ne conserva gelosamente uno preferito anche tra quelli non perfetti.
Il mio è senz'altro PARADE. Perchè?
Semplicemente perchè, oltre alla hit KISS (uno dei brani più copiati di sempre, andate a sentire Madness dei Muse e ditemi se non è Kiss rallentata) contiene due canzoni mostruose come MOUNTAINS, in bilico tra psichedelia e vintage, ma con degli inserti di fiati R'n'B a far da contraltare e soprattutto SOMETIMES IT SNOWS IN APRIL, un bozzetto elegiaco scritto assieme a Wendy&Lisa, triste sommesso intimista ma non pessimista (attenzione al testo!), che nessuno si aspettava a quei tempi dal re delle dance floor di tutto il mondo.

1. "Christopher Tracy's Parade" Prince, John L. Nelson 2:11
2. "New Position" Prince 2:20
3. "I Wonder U" Prince 1:39
4. "Under the Cherry Moon" Prince, John L. Nelson 2:57
5. "Girls & Boys" Prince 5:29
6. "Life Can Be So Nice" Prince 3:13
7. "Venus de Milo" Prince 1:55
8. "Mountains" Prince, Wendy & Lisa 3:57
9. "Do U Lie?" Prince 2:44
10. "Kiss" Prince, arranged by David Z. 3:37
11. "Anotherloverholenyohead" Prince 4:00
12. "Sometimes It Snows in April" Prince, Wendy & Lisa 6:48



SIMPLE MINDS; del nostro tempo migliore

Sun, 03 Feb 2013 00:58:00 +0000

Dei Simple Minds da Once Upon a Time in poi non so che farmene, sono un buon gruppo pop ma privo di attrattiva per il sottoscritto.
Dei Simple Minds dei primi due album, peraltro godibili ma ancora molto acerbi e dallo stile indeciso, idem.
Ma dei Simple Minds "di mezzo" credo sinceramente di non poter fare molto a meno.
Soprattutto del loro apice artistico (non commerciale) che è rappresentato dal doppio "Sons and fascination/Sister Feelings call".
Prodotto dal grande Steve Hillage, un doppio album anomalo che in Italia (ohibò) uscì diviso in due e che contiene la versione più originale della band, quella che poggia le radici nel post punk ma che guarda alla mitteleuropa gonfiando di romanticismo le gelide sventagliate di synth di Michael Mc Neill. Una band in cui la sezione ritmica era determinante, il basso sinuoso e avvolgente di Derek Forbes (uno dei migliori dell'epoca) che rendeva meno marziali i ritmi incessanti della batteria di McGee. Se poi a questi aggiungiamo la voce intensa di Jim Kerr e le architetture intelligenti e mai banali della chitarra di Charlie Burchill chiudiamo un cerchio che forse nemmeno U2 all'epoca erano in grado di contrastare.
Le canzoni? Come snocciolare perle....The American, Love Song, In Trance as mission, Theme for Great Cities (uno dei più grandi strumentali mai incisi da chicchessia), la cupissima e cadenzatissima League of Nations, Sweat in bullet......roba da mandare alla storia.

 



NERO COME LA PECE

Fri, 18 Jan 2013 23:17:00 +0000

  • allowFullScreen='true' webkitallowfullscreen='true' mozallowfullscreen='true' width='320' height='266' src='https://www.youtube.com/embed/bE96fz6BWqk?feature=player_embedded' FRAMEBORDER='0' />
    Da molti considerato un album “minore” nella sterminata produzione degli Stones, devo spezzare un'alabarda spaziale per sostenerlo.
    BLACK AND BLUE, tra i tanti che hanno fatto, è sicuramente uno dei più vari e fluidi.
    Intanto c’è un mondo di “negritudine” (mi si consenta l’uso assolutamente non razzista del termine) che va ben oltre il blues del delta. HOT STUFF è soul-funky (si dice “torrido”, usually, e se non dici torrido la gente non capisce) (ma il funky è sempre torrido per definizione cappero); HEY NEGRITA (da cui il nome della nostrana aretina band) un reggae-funky sinuoso e con vocals da brivido; l'interminabile MELODY è un soul-jazz felpato opera almeno al 50% di Billy Preston ma con duetto incredibile con tanto di miagolii di Jagger; CRAZY MAMA e HAND OF FATE sono i riffoni di Keith; ma è con MEMORY MOTEL e FOOL TO CRY che Mick piazza il colpo basso, due ballatone da infarto (e anche da lacrimuccia, soprattutto la seconda) che incantano da sempre e che anche se non le mettono nel greatest hits col gorilla meglio.
    Unico neo se vogliamo una presenza non irresistibile di Keith nel disco. Ma Black and blue resta album enorme e nero come la pece, ad imperitura testimonianza che negli anni d’oro (qua era il 1975) gli Stones erano i numeri uno e potevano fare dire suonare un po’ il cacchio che volevano tanto veniva bene tutto.


    PS Sto bazzicando un gruppo su FB, "101 dischi di rock" che mi sta portando via tempo ed energia ma ne vale la pena se qualcuno vuol venire a darci un occhio intanto io posto qua qualcosa che posto anche là.



The Cars, Let's Go e dove è finito il power pop?

Mon, 07 Jan 2013 00:38:00 +0000

allowfullscreen="" frameborder="0" height="270" src="http://www.youtube.com/embed/GtgmNudoHgg" width="480">L'album della definitiva consacrazione dei CARS da Boston. Quel CANDY-O che andrebbe mandato a memoria da chiunque si accinga a tentare di emettere singoli pop-rock.
Già, quando il pop incontrava il rock, paiono secoli. Eppure succedeva che una band fondamentalmente guitar-oriented si facesse tentare dalla magica possibilità di evadere dai soliti accordi rock e tra una levata di synth e una melodia ariosa (il genio di Ric Ocasek, vogliamo riconoscerlo prima o poi?) generasse almeno 3-album-3 di grandioso pop rock o power pop o come cavolo volete chiamare quel tipo di musica che ha una matrice rock sotto le chiappe e una penna da hit single un pochino ruffiana sopra.
Ric Ocasek era nel solco del mitico Alex Chilton di Big Star-iana memoria, e aveva dei pards di primaria importanza prima di tutti la voce e il basso di Benjamin Orr (il bello del gruppo,RIP) ma anche la velocissima chitarra di Elliott Smith, le tastiere pesanti di Greg Hawkes e la batteria pesante e "mutt-lange-oriented" (prima che il grande Mutt Lange diventasse quel che è diventato, vogliamo dire anche questa?) di David Robinson.
Insomma dal 1978 al 1984 la produzione fu di notevole spessore ed ancora poco rivalutata.
Con le tre gemme assolute di CANDY-O (quello con la copertina di Vargas), SHAKE IT UP e HEARTBEAT CITY.  Tre album guida che potrebbero davvero insegnare alle nuove leve come si impostano le cose se vuoi dominare le classifiche senza sputtanarti troppo.

Pure Pop. And nothing else.
E LET'S GO fra le tante, probabilmente resterà per sempre la mia preferita per l'equilibrio perfetto tra le tante anime della band.
Nice night friends, anche se non siete d'accordo con me!



Sympathy for the devil come le duracell

Tue, 01 Jan 2013 03:10:00 +0000


allowfullscreen="" frameborder="0" height="344" src="http://www.youtube.com/embed/iLddJ1WceHQ" width="459">Ci sono
Ci sono almeno due canzoni dei Rolling Stones tra le mie preferite di sempre e una delle due è senz'altro questa qua.
Sympathy for the devil è eterna come il Bene e il Male, è eterna come Mick e Keith, ci sarà sempre anche dopo la loro dipartita e la suoneranno in ogni dove come le canzoni di Robert Johnson.
Sarà (lo è già) uno "standard" di una musica che non c'è più, di un tempo che fu che non necessariamente è meglio dell'oggi. Ma che non necessarìamente è stato invano e non necessariamente deve considerarsi superato.
Si vabbè gli ALT-J sono il gruppo of the moment, suonano freschi e moderni e lontani anni luce da tutto questo ma citando il buon replicante di Blade Runner le lacrime nella pioggia le vediamo e le proviamo un pò tutti noi che abbiamo qualche primavera di troppo sulle spalle.
Siamo tutti morti forse ma se c'è qualcosa che dobbiamo salvare dal nostro passato è l'energia che lo ha contraddistinto.
Ne abbiamo e ne avremo sempre più bisogno, in un mondo che corre veloce e che ti disarciona al primo battito di ciglia. E per risalire in sella bisogna avere energia da spendere, altro che.
Per cui un sano bagno di Rolling Stones, senza la consueta querelle sul fatto che sono ormai la macchietta di sè stessi, è da augurare a tutti.
Non so in che altro modo inaugurare un 2013 che si preannuncia durissimo.
Ma che ha bisogno di gente tosta che lo sappia "governare".
Vorremo mica farci travolgere?
Hasta la victoria siempre.
E Buon Anno a tutti.




Due al prezzo di uno, ovvero come David Bowie riesce ad essere credibile anche riciclando lo stesso brano

Tue, 04 Dec 2012 07:58:00 +0000

LODGER è l’album del 1979 che chiude idealmente la famosa trilogia berlinese di David Bowie.
Ho sempre amato questo disco anche perché è il primo disco di Bowie che ho comprato, incuriosito da un articolo su Ciao 2001. E che mi lasciò freddino all’ascolto, per almeno 2 o 3 anni.
Il tempo di iniziare a capirci qualcosa.
Col tempo Lodger ha acquisito valore, andando a rappresentare la punta della trilogia più proiettata nel futuro e meno nel breve-medio termine della New Wave nascente.
Ci sono moltissime contaminazioni “etniche” disparse qua e là, ma anche concentrate nel pezzo-muezzin “Yassassin” o nel tocco afro di ashanti nabari nabari “African Night Flight”, influenze peraltro giù udibili nella splendida The Secret Life of Arabia presente su Heroes (un pezzo che avrebbe dovuto stare su Lodger, per coerenza).
Ci sono suoni futuribili ma non sperimentali. Niente più facciate strumentali o suoni glaciali, ma canzoni sbilenche e distorte impreziosite dalla chitarra lacerante e straniata di Adrian Belew, a mio avviso l’uomo il cui suono si è sposato meglio con l’universo bowiano, insieme a quello di Mick Ronson.
Bowie parlò in molte interviste del disco, che penso gli continui a garbare parecchio (contiene per dire “Dj” e “Look back in anger”, due perle assolute).
Una curiosità che forse alcuni non conoscono è la coppia di canzoni “gemelle” contenuta nell’album.
Tutti ricordate il singolo apripista “Boys Keep Swinging”, quello con il video di Bowie vestito da donna (strano eh) e l’assolo assordante e totalmente distorto di Belew (uno degli assolo più innovativi che mi sia mai capitato di ascoltare).
Forse pochi ricordano invece “Fantastic Voyage” pezzo che se non erro apriva l’album.
Che rispetto al singolo presenta andamento più rilassato ma. Ma cosa? Ma che è esattamente Boys Keep Swingin (o Boys è esattamente Fantastic Voyage, il rapporto di dipendenza non è mai stato svelato) un po’ rallentata, con meno distorsioni e, ovviamente con un testo diverso.
Birichino di un Bowie, fece tutto questo per allungare il brodino, per prenderci per i fondelli o semplicemente per dare un’angolazione diversa ad una sua creazione artistica?
Io sarà che sono un fanatico ma propendo per la terza.

Voi che ne dite?

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L'importanza dei Radiohead

Thu, 29 Nov 2012 22:53:00 +0000

La prima volta che esporto un post da Facebook a Rocksaloon, ormai il mondo va all'incontrario e dal piccolo commento si risale al ragionamento più ampio come i salmoni quando vanno a deporre le uova.....ad ogni modo parlavo con i miei amici come Thom Yorke e soci, qua al secondo album, parevano destinati a riscrivere le regole delle pop songs. 
Poi si sono rotti i coglioni quasi subito e hanno pensato con un filo di presunzione (ma neanche tanta eh) di riscrivere le regole della musica moderna definendo quello che sarebbe stato il sound del secondo millennio. High and Dry l'ascolterei in loop per ore, The Bends che lo contiene è bellissimo, magari non come Ok Computer, ma quasi. Però sono album quasi "normali" nella loro struttura. 
Col tempo, e con una certa fatica, ho imparato ad amare anche Kid A, che resta episodio incredibile e rivelatore. Dopo Kid A molta musica è cambiata. 
Io ci ho messo anni a metabolizzarlo, e con Amnesiac non ho ancora finito....ma sento che finirò per comprendere anche quello. 
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Alla prossima non so se qua o su FB ma tanto, in tutta onestà, che differenza fa?



Il gruppo del momento

Wed, 14 Nov 2012 00:12:00 +0000

Insomma la musica va avanti come dicono sempre quelli che non ci si può fermare a rosicare sempre sui pezzi della tua adolescenza.
E se la musica va avanti è anche grazie a gruppi che riescono a stare in buon equilibrio tra originalità e mainstream che di quelli troppo alternativi non se ne ricorda nessuno e quelli troppo mainstream è lo sputtanamento, come dicevano i grandi cochi e renato prima che renato iniziasse ad utilizzare anche il cognome (diventando meno alternativo e più mainstream, appunto).
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A PLACE TO BURY STRANGERS vengono dal crogiolo alternativo di New York, che da almeno 4 o 5 anni sforna "next big things" in quantità industriale. Suonano un rock un pò alternativo ma anche no, pieno di riferimento sonori agli '80 meno lustrinati e qualcosa di noise e qualcosa di shoegaze, niente a che vedere con l'elettronica eccessiva o con i ritmi etnici brooklyn style.
Suonano belli tosti e il loro terzo album WORSHIP pare destinato a consacrarli definitivamente.
Qua uno dei pezzi migliori, secondo me, And I'm Up.



L'omino di Tulsa

Wed, 07 Nov 2012 01:09:00 +0000

allowfullscreen="" frameborder="0" height="270" src="http://www.youtube.com/embed/hncnlbgr86Q?fs=1" width="480">Amo quest'uomo.
Sì, un "pochino" anche Eric Clapton, ma mai come JJ Cale.
L'omino di Tulsa senza il quale molte "derive" (Knopfler e co.) del rock and blues non sarebbero mai esistite.
Senza il quale forse nemmeno la carriera solista di Clapton sarebbe mai decollata a livello mainstream.
L'omino di Tulsa è sempre stato schivo, avaro di mosse e di virtuosismi eppure tocca la chitarra come pochi e canta strascicato e biascicato come nelle migliori tradizioni del blues.
Ma è un antidivo per eccellenza, forse il più grande antidivo, assieme a Van Morrison e Leonard Cohen.
E in questo filmato, girato ad uno dei vari Crossroads Festival, amo il momento in cui JJ si gira tutto storto spalle al pubblico e lancia il solo di Eric con uno sminchiatissimo "Hey Clapton...." (della serie facce vede che sai fare).
Solo. I. Più. Grandi.
Goodnight everybody.



Hellapeppa! HELLACOPTERS!

Sun, 28 Oct 2012 22:57:00 +0000

"Musicalmente il gruppo si propone come un incrocio tra Mc5, Motörhead e Kiss." (cit. Wikipedia).

Con un incipit così come potevano, ex-post, non piacermi?
Svedesi, nati dalle ceneri degli Entombed (death metal) e dei Backyard Babies (guns and roses style + o -), gli HELLACOPTERS sono durati dalla seconda metà dei novanta alla seconda metà dei 2000.
E sono stati a tutti gli effetti alfieri del cosidetto rock and roll scandinavo di fine millennio, un non-genere che ha mietuto parecchie vittime tra le quali il sottoscritto.
L'incipit di wikipedia non è completamente esaustivo, as usual. Mancano i riferimenti alla tradizione (Kinks) e al Punk (sempre wikipedia li definisce garage punk). Ma un certo non so che di "dirty rock and roll" traspare a ragion veduta un pò qua e un pò là. Ci sono gli assoli, nervosi e brevi, ma nel punk gli assoli erano praticamente banditi.
Certamente meno hard rockers dei Turbonegro, glorioso gruppo norvegese assieme ai quali rappresentano ai miei occhi due diamanti grezzi che la musica anglosassone non ha.
allowFullScreen='true' webkitallowfullscreen='true' mozallowfullscreen='true' width='320' height='266' src='https://www.youtube.com/embed/iJHEMlpcLo8?feature=player_embedded' FRAMEBORDER='0' />
Non mi sento molto da aggiungere, gli Hellacopters sono stati troppo diretti, un calcio in faccia e due pacche sul culo praticamente disco dopo disco. Vanno sentiti e visti. Per chi li conosce un piacevole refresh, per chi non li conosce un motivo in più per correre lassù al Nord. Dove osano le aquile del rock and roll.
Qua in un fumigante e grezzissimo live dei primi tempi, un audio da schifo abbinato ad un energia da paura, roba veramente da leccarsi i baffi.
See ya.



Ride On e un pò di dediche sparse

Wed, 24 Oct 2012 00:20:00 +0000


Dedicato a tutti quelli che.....continuano a pensare che gli AC/DC abbiano scritto una sola canzone nella loro ormai quasi quarantennale carriera.
Dedicato a Bon....uno dei grandi trapassati del Rock, uno scozzese catapultato in terra di canguri e geneticamente affezionato alla bottiglia, alle auto da corsa, alle belle donne, insomma un pieno di clichè che poi però lo senti cantare e capisci quanto sia stato unico e inimitabile, altro che clichè, che tu possa riposare in pace con la tua passione e con la tua gola riarsa.
Dedicato ad Angus.....che quando incideva questo mid tempo blues era ancora minorenne e aveva voglia di suonare dei veri e sentiti assoli di blues (non le due tre note che sparacchia da back in black in poi).
Dedicato a chi.....in quegli anni là, si perdeva tra trip cosmici e hard rock da stadio e sarebbe stato spazzato via in pochi mesi dall'esplosione punk senza sapere che laggiù in "the land down under" un paio di fratellini emigrati dalla Scozia ignari e assolutamente immuni a quanto succedeva in america e in britannia avevano già costruito uno stile che, volenti o nolenti, sarebbe andato contro le mode, contro i trend, contro tutte le previsioni. E sarebbe -ahivoi- durato più del prog, più dell'aor, più del punk.
Oh, i generi passano e loro invece sono ancora lì.
Buonanotte e RIDE ON, domani penseremo alle next big thing in arrivo da brooklyn o da sheffield.
 (object) (embed)




no l'amore non è nel cuore, ma è riconoscersi dall'odore

Sun, 14 Oct 2012 00:16:00 +0000

Nel 1977 non avevo idea che la vita mi avrebbe portato a Milano e guardavo da lontano a questa grande metropoli con un misto di paura e di ammirazione. Erano anni bui e io da ragazzino non capivo molte cose, mi limitavo a registrare gli eventi e a dipingere nella mia mente una realtà possibile ma non sicura.
Anche se molto giovane ero stato conquistato da SUGO, album epocale di Eugenio Finardi del 1976 con molti musicisti degli Area a dar man forte, e dal singolo generazionale "Musica Ribelle" del quale ho già scritto in passato e che forse mi spinse sulla via del rock.
Non voglio ripetermi sulla grandezza di questa canzone pertanto salto un anno e vado a DIESEL, l'album che per noi ragazzini quattordicenni sembrò un tonfo della madonna. Ma come? Dov'era finita la ribellione sotto la cenere dell'album precedente? In una serie di canzoni più soft e riflessive, molte delle quali d'amore?
Eppure con gli anni Diesel ha riacquistato smalto, almeno agli occhi degli adolescenti di allora, visto che crescendo le pulsioni rivoluzionarie si sgonfiano e sale la ricerca di qualche certezza legata anche alla vita quotidiana.
In quell'album, che molti a torto giudicarono fiacco, c'era questa splendida canzone che resta a tutti gli effetti una delle migliori nel descrivere il rapporto di coppia.
NON E' NEL CUORE, di Eugenio Finardi, quando ancora credevamo che sarebbe stato il più grande cantautore di tutti i tempi, resta una delle migliori canzoni italiane di quegli anni, E non invecchia neanche male, ad ascoltarla oggi è molto meno datata di Musica Ribelle.
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Augh!



una pazzia contagiosa!!!

Tue, 09 Oct 2012 22:40:00 +0000

in verità in verità vi dico. ma cosa vi dico?
vi dico che sono stufo di vedere gruppi hipster tutti tesi ad essere i più cool o ad essere i più in linea con la moda del momento.
dai discendenti degli arctic monkeys alla scena di brooklyn si vabbè c'è qualcuno che mi intriga ma siccome io sono un pò ondivago e non troppo normale mi mancano quei gruppi pazzi e sregolati da cui puoi aspettarti di tutto, dalle cazzate al capolavoro.
insomma non so se si è capito che mi mancano i MADNESS!
lo so che ancora sono in giro e fanno dischi ma non raccontiamocela.
gli anni 80 sono stati nobilitati da poca gente, tra questi la scena proveniente dallo ska revival e poi allargatasi a molti altri tipi di suoni sono tra i maggiori.
ci metto anche gli SPECIALS di Terry Hall (tra parentesi Ghost Town è uno dei miei pezzi preferiti di sempre) ma il "quid" di follia che avevano i Madness non ce l'aveva nessun altro.
d'altronde......mai la parola NOMEN OMEN fu meglio spesa.
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adsalut, people.




I see THE DARKNESS

Thu, 27 Sep 2012 23:18:00 +0000

.....ok ok non è Bonnie Prince Billy.....è solo che è tornato Justin Hawkins e non sapevo come dirlo.
Quel simpatico cazzone è tornato dopo 7 o 8 anni dal secondo (e non esaltante) lavoro dei Darkness, inglesi col vizietto del ritornello e del chitarrone.
Così a prima vista sembra che non sia mai andato via, non c'è niente di nuovo se non la buona vecchia e autoironica miscela di AC/DC, Queen e un pò tutto il glam e l'hard rock degli anni 70.
Sembra che per i Darkness gli anni 80 (per non parlare dei decenni successivi) non siano mai esistiti se non per qualche vaga reminiscenza AOR che comunque fa capolino qua e là.
Cialtrone? Molto.
Paraculo? Parecchio.
Ma credetemi, il buon Justin sa dove andare a parare, dove mettere le note giuste e dove mettere i polpastrelli quando suona la chitarra.
Stamani in autostrada con il nuovo singolo a palla cantavo che sembravo uno del coro degli alpini dopo aver vuotato le bocce delle grappa.
EVERYBODY HAVE A GOOD TIME è spassosa, appiccicosa, totalmente infondata e priva di reale motivazione ma talmente goduriosa che ci caschi dentro fino al midollo. E sopporti anche l'ennesimo videoclip non-sense privo di garbo e sobrio come uno sciacquone amplificato col marshall.
Ma loro, per me, sono irresistibili. E non mi fate le solite pippe, non cambio idea.
See ya.


http://video.virginradioitaly.it/tv/episode/view/id/1741




Blue Oyster Cult I LOVE THE NIGHT

Sun, 23 Sep 2012 00:26:00 +0000


Non potrò mai tralasciare di ascoltare questa fantastica band, ahimè.
Dentro ci sono 5 grandi songwriters, 4 ottimi cantanti solisti, strumentisti raffinati e mai banali provenienti dai circuiti underground newyorchesi degli anni 60.
Dentro c'è la musica rock a tutto tondo, dai Doors ai Led Zeppelin passando per i Blue Cheer e gli Steppenwolf e la psichedelia di fine anni 60.
Erroneamente etichettati come i Black Sabbath americani, in realtà sono un compendio rock di rara ampiezza e spessore, hanno spaziato tra i generi come pochi altri ed hanno anche (penso unici al mondo) tentato di "arricchire" i testi rivolgendosi a famosi autori di Science Fiction (Moorcock, Van Lustbader).
Il sodalizio con il produttore Sandy Pearlman (poi deflagrato in una marea di produzioni rock) costituisce ancor oggi uno degli esempi di come un bravo professionista poteva portare valore aggiunto alla "grezzitudine" di una band.
Vi posto questa che resta da sempre una delle mie favorite, un tune sospeso tra romanticismo e inquietudine (sentire l'arpeggio) che era un cavallo di battaglia della figura di maggior spicco della band, quel DONALD "Buck Dharma" ROESER che imbraccia la Gibson (spesso SG, talvolta Explorer) come pochi altri nel mondo dell'hard rock. E non mi riferisco alla postura. Pezzo contenuto nel controverso album "Spectres", uno dei più discreti e, al tempo stesso, oscuri della loro produzione, contenente grandi anthem da stadio (Godzilla, RU ready to rock), raffinate e sognanti ballad (questa qua e Death Valley Nights), hard rock song complesse e discontinue (Nosferatu, Golden Age of Leather).
Ad ogni modo "questa qua" si chiama I LOVE THE NIGHT.
Buonanotte, folks.
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I Colourfield e un album da riscoprire

Sat, 15 Sep 2012 21:57:00 +0000

Quando uscì "Virgins and Philistines" nel 1985 i Colourfield erano in giro da un anno e avevano già proposto parecchi pezzi. TERRY HALL, personaggio di primissimo piano del periodo (ex-Specials, ex-Fun Boy Three) si unì a due suoi bravi compari di Coventry e fondò la nuova band stanziandola in quel gran crogiuolo musicale che è sempre stata Manchester. 
L'album uscì come una sorta di greatest hits, contenendo gemme preziose ma già edite come appunto "Colourfield", "Take", "Thinking of you" e come la mia preferita "Castles in the air".
Un grande album dove (era il 1985) non ci sono praticamente sintetizzatori, dove domina un pop rarefatto di chiara matrice british (qualcuno ricorda i Prefab Sprout e gli Aztec Camera? siamo da quelle parti lì per capirsi) venato di malinconia.
I Colourfield non ebbero grande fortuna, il disco andò bene nei mercati anglosassoni ma non ci furono mai seguiti interessanti e il tutto si dissolse abbastanza velocemente.
Penso però valga la pena recuperare il lavoro credetemi, sia per chi non lo conosce affatto, sia per chi lo tiene gelosamente nascosto nello scaffale dei vinili come il sottoscritto.
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Chi l'ha visto? (secondo episodio): LA MUSICA

Mon, 03 Sep 2012 23:55:00 +0000

Pochi giorni fa leggevo che alcuni blog di cucina, causa traffico elevatissimo, "devono" diventare impresa ed assumere collaboratori. Ora con tutto il rispetto per la Cucina e per gli amici "food blogger", possibile che la Musica sia ormai relegata a passatempo di nicchia?
Non si vendono più dischi, ai concerti sempre di meno, si formano meno nuove band, non ci sono quasi più programmi televisivi (abbondano invece i talent show di cuochi!!!),  i temerari che ancora tengono in vita dei blog in tema sono costretti a confrontarsi tra di loro come carbonari, non parliamo delle riviste agonizzanti e delle tv specialistiche che spostano il proprio palinsesto sui reality e sui cartoon.
E non parlo neanche di me che scrivo avanzatempo e quando ho voglia, ma di vere e proprie (sulla carta) corazzate editoriali che non riescono più, nonostante la qualità, ad interessare nessuno.
Cosa sta succedendo alla musica?
Mancano sicuramente i contenuti a sfondo sociale che ne hanno sempre accompagnato lo sviluppo, ma non basta a giustificare il quasi totale disinteresse delle nuove generazioni. La Musica bene o male è cultura, non merita questa stagnazione.
Io per ora lancio solo un S.O.S, come facevano a suo tempo i Police, con una delle canzoni più grandiose della fine dei 70. Ammappela, sono già passati 33 anni......
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Rival Sons e il "nuovo" rock

Thu, 23 Aug 2012 22:02:00 +0000

Sì vabbè, le virgolette.
Avete capito più o meno dai.
Il "nuovo" rock NON esiste. Semmai esiste una ri-proposta di vecchi schemi e stilemi.
A volte fatta coi piedi. A volte fatta con stile, competenza, bravura.
RIVAL SONS da Los Angeles (ma hanno successo in Canada più che altrove) sono una band che suona rock piuttosto duro ma pieno di pathos e che sembra emanata direttamente dagli anni 70. Un binomio che ci suggerisce subito il primo riferimento: gli Zeppelin.
Riferimento che aumenta di peso se guardiamo anche il look dei californiani e ancora di più se sentiamo l'ugola (d'oro?) di Buchanan.
Ma è nelle progressioni armoniche che fa capolino qualcosa dei Beatles, più Lennon che Macca direi.
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Insomma niente di nuovo sotto il sole ma una bella canzone come non se ne sentivano da tempo: FACE OF LIGHT.
Buona fortuna ragazzi. 




"CHI L'HA VISTO?" (primo episodio)

Sun, 05 Aug 2012 22:45:00 +0000

Ora ditemi perchè e percome ci sono generi musicali che spariscono come ingoiati dai Langolieri (in un noto racconto di Stephen King, contenuto in 4 past midnight, erano delle entità metafisiche che divoravano il passato). Capisco le cosette più o meno di moda, che nascono e muoiono nel giro di due o tre anni.
Non capisco le correnti musicali che provengono dalla cultura e dalla tradizione di un paese e, pur fra mille difficoltà e solo in presenza di grandi personaggi che le veicolano, riescono comunque ad assurgere a dimensioni planetarie ed a influenzare gran parte della musica pop e rock susseguente.
Sto parlando del REGGAE, genere che non ho mai amato alla follia trovandomi lontano anni luce dalla sua filosofia, ma a cui ho sempre riconosciuto oggettivamente uno spessore straordinario.
Non era mica un opinione che in tutti gli anni 70 e anche un pò di 80 si trovassero artisti giamaicani in cima a tutte le classifiche e a riempire gli stadi. Certo non potevano essere tutti enormi come Bob Marley ma insomma ce n'era di ogni. E il classico battito in levare veniva largamente impiegato in tutti i possibili generi come una modalità ritmica nuova. Se penso che anche Hotel California degli Eagles nasce dall'idea di dare un taglio reggae al country rock dei californiani (poi in sala d'incisione si annacquò parecchio la cosa ma l'intento originale di Don Henley era quello).
Insomma il Reggae non è stata la moda di un mattino e anche se i suoi big per un motivo o per l'altro hanno levato le tende mi pare incredibile che oggi esista solo come sub genere di nicchia o in qualche furba campionatura di Sean Paul per non parlare di Shaggy.
Insomma dov'è finito il reggae, chi l'ha visto?

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