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il blog dell'ANARCA



...il blog di Giampaolo Rossi...



Updated: 2018-01-15T16:26:33.570+00:00

 



Nuovo indirizzo

2011-08-11T08:05:42.296+00:00

Dopo molte peripezie, l'Anarca ha cambiato casa. Il trasloco è stato lungo e dfficile ma alla fine l'arredamento minimalista è preferito. Ora, per chi vuole venire a trovarmi, “questo è il nuovo indirizzo. Altrimenti, nemici come prima...



Spider Truman e la stupidità della Rete

2011-07-29T12:23:11.531+00:00

La storia è questa: giorni fa su Facebook viene aperta una pagina anonima, intitolata “i segreti della casta di Montecitorio”, in cui uno sconosciuto ex-precario, licenziato dopo 15 anni dal Palazzo, decide di svelare tutti i privilegi di cui godono i parlamentari e di cui lui è venuto a conoscenza negli anni trascorsi nelle segrete stanze del potere. In tempi di antipolitica, in cui colpire la casta è tornato sport nazionale, una cosa del genere non poteva non avere successo; in termini di marketing lo chiameremmo “giusto posizionamento”. In pochi giorni il sito raggiunge centinaia di migliaia di contatti, viene linkato e le informazioni che svela (la gran parte delle quali ovviamente già note), seguendo quella dinamica irrazionale che si chiama “diffusione virale in rete”, si propagano, vengono rilanciate da altri siti e raggiungono persino il mainstream di giornali e televisione; ed è qui che il moto di indignazione e di seriosa solidarietà verso il prode precario in lotta contro la casta infame, raggiunge vette impressionanti, con l’unica eccezione in Rai del Tg1 di Minzolini che prova a demitizzare il caso; insomma, il precario, che nel frattempo si è scelto come nome Spider Truman, diventa un caso mediatico e per molti un eroe nazionale. Col passare dei giorni, però, i dubbi iniziano ad affiorare sia sulla identità del personaggio, sia sulla sua presunta esistenza, tra teorie complottiste e video fasulli comparsi su YouTube; fino a quando un blogger non riesce a risalire al nome di Francesco Caruso, ex deputato di Rifondazione Comunista nella precedente legislatura e leaderino dei no-global italiani. Intervistato da un giornalista del Corriere, Caruso nega, balbetta, singhiozza, riattacca il telefono all’intervistatore, ma alla fine cede dichiarando che Spider Truman non è lui ma un suo amico “disgraziato, che non è bravo su internet e non è molto alfabetizzato”; e che lui gli avrebbe solo scritto i post e glieli avrebbe pubblicati. Passa un giorno e finalmente Spider Truman si fa vivo e dichiara di essere uno “in carne e ossa”, conferma la sua storia di ex-precario, accusando Caruso di essersi fatto scoprire come un pivello.Mentre forse i due amici se le stanno ancora dando di santa ragione per decidere chi tra loro è stato più pirla, proviamo a fare una serie di considerazioni su questa ridicola fiction-web all’italiana..La prima considerazione riguarda la cosiddetta casta dei politici. A verificare i loro privilegi viene da ridere: se si confrontano con quelli di cui godono magistrati o dirigenti di grandi aziende pubbliche, i parlamentari italiani sembrano degli sfigati. Tassi a mutui agevolati o viaggi gratis in treno sono cose da principianti. Solo che quelli dei parlamentari si chiamano privilegi mentre quelli degli altri si chiamano benefits.La seconda considerazione riguarda l’eroico precario. Il problema non è che lo hanno licenziato, ma il contrario: perché non lo hanno licenziato prima. Come è possibile che uno che “non è alfabetizzato”, “non sa usare internet” e deve ricorrere a Francesco Caruso (non so se mi spiego) per mettere insieme due frasi scritte, abbia potuto lavorare per 15 anni a Montecitorio? Magari togliendo il posto a persone ben più qualificate? E se il vero privilegiato fosse stato lui?La terza considerazione è la più importante e riguarda tutti noi. Molti miei amici su Facebook non hanno esitato a sposare la causa del precario-blogger. La cosa mi ha sorpreso perché molti di loro appartengono a culture liberali e moderate e comunque tutti sono persone intellettualmente evolute e capaci di pensiero critico e non conformista. Come è possibile allora che possano aver ritenuto credibile uno come Spider Truman? La riposta sta nella natura doppia dei cosiddetti media “democratizzati”. Le piattaforme “social” conservano un’ambiguità che affianca, alla possibilità di conoscenza, una quantità di informazione spesso superficiale, anonima (come nel caso di Spider Truman) quindi non verificabile, e s[...]



Ora paghino gli spioni italiani

2011-07-12T12:19:35.265+00:00

Italia e Inghilterra sono nazioni molto diverse tra loro: e grazie, direte voi, l'Inghilterra è un’isola abituata a starsene in mare aperto, mentre l’Italia è una penisola abituata a stare attaccata sempre a qualche cosa. Ma anche senza bisogno di guardare il mondo dalla luna, non ci vuole molto a capire che tra il paese di Pulcinella e quello della perfida Albione è difficile trovare cose che si accordino. Per esempio, in Inghilterra si guida a sinistra e si gioca a cricket, mentre in Italia si guida male e si gioca a tressette. L’Inghilterra ha una monarchia costituzionale, mentre l’Italia ha una Costituzione monarchizzata. In Inghilterra piove tanto ma poi si asciuga tutto, in Italia piove meno ma sempre sul bagnato.Da oggi, le differenze tra Italia ed Inghilterra sono ancora di più; e non attengono solo alla geografia o alle abitudini; ma anche a quei due piccoli, trascurabili, insignificanti elementi di una democrazia liberale che si chiamano "etica e informazione". Il fatto che Rupert Murdoch sia stato costretto a chiudere lo storico settimanale britannico "News of the World" dopo lo scandalo delle intercettazioni illegali e l'arresto dell’ex direttore del tabloid e di un altro giornalista, ha scavato un baratro di polemiche sull'etica dell’informazione britannica e ha svelato il vero volto del mondo dei media; un volto che i polverosi difensori dell’ottocentesco "diritto all’informazione" hanno provato a nascondere fino ad oggi e non solo in Inghilterra. Ora, già il fatto che lì, un giornalista vada in galera per aver commesso un reato legato alla sua professione, lascia la stampa italiana stranamente silenziosa e imbarazzata; non si sentono commenti, valutazioni, né strali particolari contro il chiaro attentato alla libera stampa e il rumoroso silenzio di tutti di fronte a quello che sta succedendo in Inghilterra è quantomeno sospetto. E quando qualcuno parla, sarebbe meglio che stesse zitto, come nel caso di Piero Ottone che, intervistato su l’Unità, ha paragonato lo scandalo inglese al caso Boffo, che, ovviamente, con l’abuso di intercettazioni illegali che si fa anche in Italia, non c’entra assolutamente nulla. Bisogna dire, però, che anche in Inghilterra i teorici del giornalismo militante qualche castroneria la dicono. Peter Wilby sul Guardian, il quotidiano che ha denunciato con maggiore forza lo scandalo, si è affrettato a spiegare che comunque “il giornalismo non può funzionare secondo codici giuridici rigidi” e “deve operare a volte ai margini della legge e della moralità”. Ai margini sì, ma del tutto fuori, no; tra un giornalismo d’inchiesta e uno dal buco della serratura c’è una bella differenza.E allora, in attesa di capire gli sviluppi delle vicenda, proviamo a riprendere il gioco delle differenze e sancire alcune cose: per esempio, che in Inghilterra i direttori di giornali che pubblicano intercettazioni illegalmente alla fine finiscono in galera, mentre in Italia vincono premi giornalistici e diventano campioni di moralismo.Oppure che in Inghilterra i giornali che pubblicano intercettazioni illegalmente vengono chiusi dai loro stessi editori, anche se hanno 168 anni di vita, mentre in Italia diventano il fiore all'occhiello dei potentati editoriali.O ancora, che in Inghilterra i giornali che pubblicano intercettazioni illegalmente perdono introiti pubblicitari, perché le grandi aziende si rifiutano di investire in un'informazione eticamente irresponsabile, mentre in Italia aumentano i ricavi pubblicitari perché vendono più copie.Ma la differenza più eclatante che emerge da questa vicenda è che perlomeno l'Inghilterra, anche nell'immoralità, rimane un paese in cui capitalismo e impresa privata sono cose serie. Perché lì, le intercettazioni illegali se le pagano di tasca loro quelli che le pubblicano, come hanno fatto i responsabili del tabloid inglese assoldando detective e spioni privati o comprandole direttamente da poliziotti corrotti. Mentre in Italia le intercettazioni pubblicate ille[...]



il piccolo giudice (una storia francese, molto italiana)

2011-07-05T19:32:27.879+00:00

Il giudice francese Henri Pascal si troverebbe a suo agio nell’Italia di oggi, quella del circo mediatico-giudiziario, dei processi a mezzo stampa, dei teoremi giornalistici e delle intercettazioni pubblicate senza pudore. Fu lui, già negli anni ’70, ad affermare che “tutto può essere pubblico nel nostro lavoro. Dobbiamo realizzare l’istruttoria e giudicare tutto sotto il controllo pubblico”. Cosa non diversa da quello che sosteneva vent’anni prima il comunista Yves Péron, figura storica della Resistenza francese e già vicepresidente dell’Alta Corte di Giustizia, quando disse che “la giustizia, essendo fatta in nome del popolo, deve funzionare sotto il suo controllo, cioè sotto il controllo dell’opinione pubblica”. Tutto chiaro, tranne una cosa: qual è l’opinione pubblica? E’ ovvio, quella costruita dai giornali e dalla televisione, cioè dalla libera stampa. Quindi, ricapitolando, la giustizia deve essere sotto il controllo dell’opinione pubblica che è sotto il controllo dei media.Dalla teoria alla pratica: il giudice Henri Pascal fu il protagonista di uno dei fatti di cronaca giudiziaria più controversi della storia di Francia. Nell’aprile del 1972, in un terreno alla periferia di Bruay-en-Artois, cittadina mineraria a nord della Francia, venne ritrovato il cadavere di una quindicenne del luogo, strangolata e mutilata. Sulla base di una testimonianza priva di riscontri oggettivi e contraddittoria, il giudice Pascal incriminò e arrestò il notaio del luogo, Pierre Leroy. In una città di minatori, il notaio rappresentava in qualche modo un potente da abbattere, l’intoccabile contro cui un giudice di provincia di 57 anni, forse un po’ frustrato e molto di sinistra, poteva pensare di costruire la sua immagine di paladino della giustizia pubblica. Il caso divenne immediatamente politico e il notaio Leroy il nemico di classe contro cui scatenare l’odio sociale. Aperta la gabbia mediatica, l’intera vita del notaio-mostro fu divorata dalle iene del giornalismo giustizialista che portarono nell’arena dell’opinione pubblica persino i suoi aspetti più intimi e personali. Il giudice Pascal iniziò ad invadere televisioni e giornali con interviste, dichiarazioni, foto che lo resero un eroe del suo tempo. E quando, dopo tre mesi, il notaio fu scarcerato per l’inconsistenza delle accuse, l’opinione pubblica, sempre quella, si costituì persino in un “Comitato per la verità e la giustizia” (ricorda qualcosa?), con a capo il minatore sindacalista Joseph Tournee, avversario politico di Leroy, che ebbe l’adesione persino di Jean Paul Sartre, il più insulso filosofo del ‘900 ma ottimo movimentatore di coscienze civili.L’affaire di Bruay-en-Artois inaugurò in Francia quel rapporto perverso tra media e giustizia che ha avuto poi in Italia sviluppi straordinari e aberranti. Se il giudice Pascal avesse dovuto affrontare non un caso di omicidio nella Francia degli anni ’70, ma una lunga e laboriosa indagine nell’Italia degli anni 2000, non si sarebbe fatto pregare nell’uso di intercettazioni e nella loro pubblicazione. Perché la logica perversa di questa cultura ereditata da un’idea di democrazia del controllo, è che la pubblicità di un’indagine sarebbe addirittura garanzia di tutela per l’inquisito. In altre parole, sbattere il mostro in prima pagina è un favore che si fa al mostro per potersi difendere meglio e alla democrazia per meglio essere informata. Se poi domani il mostro non risultasse più tale il problema è solo suo (del mostro ovviamente!). Le idee del giudice Pascal sono identiche a quelle oggi diffuse in Italia dai dispensatori di intercettazioni e dai creativi dei teoremi giudiziari.Il problema è che il mondo dei media si muove come un grande attrattore capace di manipolare la realtà e trasfigurarla. Una volta che il tuo nome è sparato sui media, dentro contesti precisi, la possibilità di modificare l’immagine è pressoché nulla, se i media stessi non lo vo[...]



un Pdl senza coraggio

2011-06-23T19:58:46.843+00:00

Gaetano Quagliariello, intervenendo nel dibattito sul centrodestra, ha affermato che dovremmo cominciare “col chiederci quale Pdl vogliamo”. E questa è già una discreta base di partenza per un partito che, da quando è nato, non si è chiesto mai nulla e soprattutto non ha permesso ad alcuno di chiedersi qualcosa. Nonostante la miriade di fondazioni ed improbabili think tank credo, a mia memoria, che nessun partito abbia mai goduto di un’assenza di dibattito politico e culturale interno e di una così spaventosa immobilità intellettuale come quella che ha caratterizzato, in questi anni, il Pdl. Il paradosso di questo partito, che ha voluto la parola libertà persino nel suo stesso nome, non è tanto l’assenza di libertà, quanto l’assenza del desiderio di libertà della sua classe dirigenteSe ne può attribuire la responsabilità al suo leader e al suo carisma totalizzante, ma sarebbe troppo semplice. La realtà è che in questi due anni, se una responsabilità Berlusconi ha avuto, è stata, al contrario, quella di essersi totalmente disinteressato allo strumento partito, delegandone ad altri la realizzazione, sottovalutandone la funzione politica in termini di costruzione di immaginario, aggregazione di segmenti sociali, selezione di classe dirigente e radicamento territoriale. Così facendo, ha consentito ad un’oligarchia famelica di prendere possesso del Pdl imponendo regole attraverso una costante assenza di regoleIn questi anni abbiamo spesso sentito parlare, dai fumosi teorici del Pdl, di “partito leggero e carismatico” come segno distintivo di questo processo. Ma i partiti leggeri sono in genere riflessi di democrazie pesanti, in grado di costruire un rapporto diretto tra società politica e civile, tra classe dirigente ed elettorato; democrazie in cui la logica delle primarie è naturale. Invece, né partito pesante, né partito leggero, il Pdl è rimasto sospeso a mezz’aria, in balia del minimo soffio di vento contrario. Ma in natura, così come in politica, sfidare la forza di gravità è cosa impegnativa. Ci vuole innanzitutto la spregiudicatezza e il coraggio che molti dei politici del Pdl non hanno avuto. Le primarie, che questo giornale chiede a gran voce, sono esattamente la forza motrice necessaria a riportare in alto un Pdl che, come la mela di Newton, è caduto in testa ai suoi incauti scienziati e a quel popolo che continua a credere in una democrazia matura e bipolare.La realtà è che questo partito oligarchico è anche il prodotto di un’assurda legge elettorale, che consegna nelle mani di burocrazie senza legittimazione il potere di costruire candidature e dirigere destini politici. Per questo, come ha ricordato Giorgia Meloni proprio sul Tempo, se la legge non cambia, le primarie sono ancor più necessarie.Il sen. Quagliariello sostiene che la discussione sul Pdl non sarà rimandata alle calende greche e lo dimostra “la determinazione con cui il partito si è dotato di un segretario politico”. Ottimo. Ma se per questo il Pdl si è dotato anche di un “coordinatore alla Filosofia e ai Valori”, che neppure la sottocaricatura di un Soviet avrebbe mai potuto immaginare.Uno dei maggiori filosofi contemporanei, Roger Scruton, scrive che “la società civile è duttile. Quanto lo sia dipende da come la si percepisce. E la si percepisce da come la si descrive. Per questo il linguaggio è uno strumento importante nella politica odierna”. Ecco: il linguaggio politico del centrodestra manifesta una totale assenza di percezione di come sta cambiando il paese e, forse, di come è già cambiato. Per questo, dopo la sconfitta elettorale, nel Pdl è rimasto tutto uguale. Eppure gli spazi della politica continuano a cambiare, cambiano le narrazioni che danno senso a nuove forme di partecipazione. La politica si incontra con una dimensione orizzontale offerta dai nuovi strumenti di comunicazione e dai nuovi linguaggi, che ne mette in discussione la verticalità.Questi so[...]



la politica si fa Rete

2011-06-19T08:43:32.616+00:00

Ed improvvisamente la politica italiana ha scoperto internet. Come d’incanto si è accorta che la Rete non è più una realtà virtuale, ma una realtà, punto e basta. Uno spazio fisico ed un luogo simbolico nel quale prendono forma identità, si alimentano dinamiche sociali, si generano conflitti. In altre parole, la Rete è uno spazio politico.Questo vale per la campagna elettorale di Obama costruita su Facebook e su You Tube, per le rivolte arabe in Tunisia ed Egitto alimentate dalla “generazione di twitter”, per le mobilitazioni sociali dei nuovi movimentismi come quello del Tea Party americano o quello degli “indignados” spagnoli, per il ruolo avuto dai social media durante l’ultimo referendum italiano. Vale, e varrà sempre di più. Clay Shirky, su Foreign Affairs, ha spiegato che già oggi i social media permettono di adottare nuove strategie politiche e che, sempre più, queste strategie si riveleranno cruciali. E questo perché le reti digitali nel loro complesso consentono una maggiore diffusione delle informazioni, una maggiore facilità di interazione pubblica da parte dei cittadini e una grandissima velocità di coordinamento dei gruppi. E questo non da ora: nel gennaio del 2001, nelle Filippine, la notizia dell’assoluzione dal processo per corruzione del Presidente Estrada portò in piazza migliaia di cittadini indignati, mobilitati tramite sms, che divennero milioni nei giorni successivi; la capacità di mobilitazione immediata spaventò così tanto la Corte che, qualche giorno dopo, essa dovette rivedere il giudizio votando l’impeachment e costringendo Estrada alle dimissioni. Anche in Italia, seppur timidamente, la Rete sta diventando uno spazio politico abitato soprattutto dai giovani che diventano i nuovi protagonisti di un ritorno alla partecipazione che la politica ufficiale, quella dei frequentatori di salotti televisivi o dei dispensatori di interviste cartacee, ancora non sa riconoscere. La Rete sfrutta il processo di disintermediazione attuato dalla rivoluzione digitale, che disarticola non solo i modelli di integrazione verticale del mercato, ma anche i modelli di organizzazione sociale. La disintermediazione comporta la crisi dei mediatori tradizionali che in politica vuol dire la crisi dei partiti, almeno per come li conosciamo noi dal ‘900.Se, come ha spiegato Hanna Arendt, la politica è relazione, ogni relazione ha bisogno di uno spazio fisico dove realizzarsi e di un luogo simbolico dove immaginarsi. La Rete, interattiva e globale, è l’estrema frontiera di un nuovo modello relazionale e quindi politico.Ogni rivoluzione sociale, ogni processo di trasformazione che genera cambiamenti radicali, prende forma all’interno di uno spazio fisico, che si trasforma anche poi luogo simbolico necessario a fissare l’immaginario condiviso. La politica stessa è nata all’interno della polis, spazio fisico e simbolico che metteva in relazione gli uomini e formava il corpo sociale.Anche le rivoluzioni moderne hanno avuto bisogno di uno spazio fisico e di un luogo simbolico. Quando noi pensiamo alla rivoluzione industriale ci viene in mente immediatamente la fabbrica alla base dei mutamenti del sistema produttivo e dove si sono generati i conflitti sociali. Ma la fabbrica divenne anche il luogo dove il movimento operaio e quello sindacale costruirono la propria identità. Le rivoluzioni idealiste del primo novecento, che prepararono i fermenti politici e culturali del secolo, ebbero come spazio fisico e simbolico i caffè delle città europee, luoghi dove si cospirava, si scrivevano opere letterarie o liriche, si stabilivano accordi politici, si fondavano avanguardie, si elaboravano filosofie: luoghi dove, come ha scritto il filosofo George Steiner, si è “dato contenuto all’idea di Europa”. E il ’68, l’ultima grande rivoluzione politica dell’Occidente, non può essere pensato senza collegarlo alle Università e ai luoghi di produzione[...]



Così l'Europa uscirà dalla Storia...

2011-06-13T20:32:59.376+00:00

Romano Prodi, qualche giorno fa, è stato categorico: chi mette in discussione l’Europa e alimenta l’euroscetticismo “non ha il senso della Storia”. Per i tecnocrati di Bruxelles e per i loro referenti politici (e Romano Prodi è uno di questi), il “senso della Storia” è l’estrema difesa dietro la quale riparare il progetto di integrazione europeo dallo tsunami che rischia di investirlo. Perché per ora, chi sta uscendo dalla storia è proprio l’Europa, arrivata al suo punto di non ritorno. La crisi finanziaria, quella economica, la debolezza della sua politica nello scacchiere globale, i processi di disgregazione sociale indotti dall’immigrazione e dalla perdita delle identità e l’espandersi incontrollato di un Moloch burocratico che svuota la democrazia di ogni funzione rappresentativa, danno la percezione che il progetto di integrazione sia un grande esperimento di laboratorio mal riuscito; un esperimento costruito sulla pelle dei cittadini e dei popoli europei che ne pagano ora le conseguenze in termini di impoverimento reale, di coesione sociale e di visione del futuro.Qualsiasi progetto storico si fonda su un principio di autorità riconosciuto e condiviso che è alla base del patto sociale. Esso fonda l’appartenenza, legittima la partecipazione e garantisce la rappresentatività di chi governa. In assenza di un’autorità riconosciuta, un progetto storico non genera libertà ma la nega. Chi ha costruito l’Europa in questa maniera, ha fatto in modo che le forme di governo reale fossero invisibili, l’autorità impalpabile e un’anonima elite tecno-finanziaria condizionasse le dinamiche politiche attraverso lo strumento della moneta unica e lo svuotamento di ruolo e funzione dei governi nazionali. L’antropologa Ida Magli, da sempre contraria a questo processo di unificazione europea, sottolinea come la perdita del “vincolo esterno” di un’autorità legittimata, svuoti il potere trasformandolo in qualcos’altro. In Europa, questo altro è la mastodontica Burocrazia che ingessa la vita degli europei e la sottopone ad un controllo continuo fatto di regole, costrizioni e pagelle.Hermann Van Rompuy, il Presidente dell’Unione Europea, in una recente intervista ha dichiarato che il Parlamento europeo, che ormai “decide su tutto”, è uno “dei più potenti parlamenti del mondo perché non deve sostenere alcun governo”. Ecco svelata la mostruosità di Bruxelles. Se non c’è un governo, non esiste un potere legittimo. L’Europa non è una democrazia sovrana ma una democrazia regolatoria, che schiaccia i suoi cittadini sotto un totalitarismo burocratico che s’insinua in ogni aspetto dell’esistenza arrivando a normare, per esempio, i “valori massimi di oscillazione della mano e del braccio nell’uso del martello pneumatico” o a costituire organismi surreali come l’Eu-Osha, per la sicurezza sul lavoro, controllato da 84 consigli di amministrazione.Per sostenere questa impalcatura spietata di burocrazia e di potere, a Bruxelles hanno persino coniato un nuovo tipo di lingua. Uno dei più brillanti filosofi contemporanei, Roger Scruton, ha esaminato con attenzione ciò che lui ha chiamato “Eurocratese”, la neolingua delle elite europee, funzionale, al pari di quella evocata da George Orwell, “non a descrivere la realtà ma ad affermare il potere sopra di essa”. L’eurocratese serve a conservare il sistema di privilegi su cui si fonda il dominio in Europa e per questo deve risultare incomprensibile e misterica ed in grado anche di modificare il senso delle cose. L’eurocratese è lo strumento privilegiato per impedire ai cittadini di partecipare e rendersi consapevoli dei processi decisionali.Persino un pensatore “europeista” come Jürgen Habermas, ha dovuto ammettere che “l’integrazione europea, da sempre portata avanti senza la partecipazione del popolo, si è infilata in un vicolo cieco”.La[...]



i "cinipidi" del Pdl

2011-06-01T09:33:18.007+00:00

Il cinipide è un piccolo insetto nero, che da anni fa strage di castagni in Piemonte, Toscana e in buona parte del resto d’Italia. Quando aggredisce, per la pianta non c’è scampo. All’inizio il castagno colpito non presenta alcun sintomo particolare, anzi l’albero, da fuori, appare rigoglioso e forte; eppure all’interno, le larve dell’insetto si sviluppano e crescono silenziose e invisibili. Solo quando arriva la primavera, sulle gemme e sulle foglie compaiono delle orribili escrescenze tonde e lisce che le deformano. E’ il segnale che il cinipide ha ormai invaso la pianta e per l’albero può iniziare una lenta agonia che lo porterà a divenire infruttifero, cosa che per un albero è leggermente umiliante.Qualcuno si chiederà: ma questo è un editoriale politico o un articolo di agricoltura? E’ un editoriale politico, ovviamente, ma in un paese in cui molti politici sono braccia rubate all’agricoltura, parlare di politica attraverso il cinipide del castagno ci sembrava un’idea folgorante. La realtà è che il povero editorialista politico che da due anni scrive sulla crisi del Pdl, sulla necessità di riformare quel progetto, e lo fa sull’unico giornale di centrodestra che ha saputo sposare posizioni critiche e lucide sul carosello farsesco di cui Berlusconi si è circondato, non sa più cosa inventarsi per farsi ascoltare. Ma dopo che ieri, il direttore Mario Sechi, ha chiesto a gran voce le dimissioni dei vertici del Pdl e condannato “l’oligarchia senza voti e spirito” che si è impossessata del partito, il bravo editorialista politico prende la palla al balzo e rincara la dose; perché, a ben vedere, un parallelismo tra il Pdl e il castagno agonizzante, c’è. Un albero che non da frutti è come un partito che non prende voti; alla fine a che serve? L’albero a fare ombra, ma un partito? La realtà è che, al pari dei castagni toscani e piemontesi, anche il Pdl si è riempito, in questi anni, di cinipidi. E ora se ne vedono le conseguenze. I pochi che avevano avvertito il pericolo sono stati mandati a coltivare cipolle, mentre la colonia di cinipidi si è ingrandita prendendosi sempre più potere, visibilità e spazio decisionale. Ha sfruttato la distrazione, la debolezza dell’organismo vivente aggredito, la sua giovane età (in fondo l’albero del Pdl ha appena due anni). E così, pezzo dopo pezzo, il Pdl è stato invaso da una colonia di insetti che lo hanno massacrato. Ora Berlusconi si ritrova con un albero infruttifero, debole e cadente.Il rischio, lo abbiamo già detto altre volte, è più grande di quanto Berlusconi immagini. Il suo ruolo, nella storia politica del paese, è legato indissolubilmente alla creazione del bipolarismo italiano, di cui, l’albero del Pdl, doveva essere l’asse centrale. Se il Pdl smette di fare frutti (cioè cessa di raccogliere consensi, intercettare segmenti sociali, interpretare mutazioni, selezionare classe dirigente vera e non cinipidi) l’intero sistema politico viene meno, non solo il centrodestra. Ma se il bipolarismo muore, Berlusconi non ha più ragione di esistere; nella palude di una nuova frammentazione politica, la sua traccia narrativa si decompone e scompare. Per questo Berlusconi non può permettersi che il Pdl marcisca. Gli esperti arboricoltori spiegano che ci sono solo due modi per combattere il cinipide: o tagliare l’albero e bruciarne il tronco per evitare che l’epidemia si propaghi, oppure coltivare una colonia di “antagonisti naturali”, come il torymus sinensis, insetti ectoparassiti che una volta liberati nell’aria, sono in grado di divorare il cinipide e salvare la pianta. Anche Berlusconi ha solo due possibilità per salvare il progetto del centrodestra, prima che le larve parassite lo riducano in polvere: o tagliare di netto l’albero del Pdl, bruciarne la carcassa e piantarne uno nuovo. Oppure, liberare nell’aria [...]



se il Pdl implode...

2011-05-23T19:03:07.279+00:00

Indipendentemente da come andranno i risultati dei prossimi ballottaggi, rimane un dato politico su cui bisognerà riflettere dal giorno dopo le battaglie di Milano e Napoli: e questo dato rappresenta la chiave interpretativa sul futuro del centrodestra italiano, molto di più della questione sulla tenuta del governo e della maggioranza. Il dato politico è il costante ed inesorabile liquefarsi del Pdl; un processo di disidratazione che non è certo imputabile all’arrivo del primo sole estivo. La sconfitta elettorale del centrodestra rischia di passare in secondo piano rispetto al peso storico che potrebbe avere l’implodere definitivo del partito dopo le elezioni. I segnali ci sono tutti e da molto tempo.L’esempio più tragicomico è avvenuto proprio nel Lazio, dove il sindaco di Roma Alemanno, uno degli uomini forti del Pdl, ha appoggiato i candidati della lista della governatrice Polverini (eletta con i voti del Pdl) contro i candidati del Pdl. Risultato: in importanti città dove il centrodestra poteva vincere al primo turno, andranno al ballottaggio due candidati di centrodestra. Alemanno ha spiegato che questo è il nuovo laboratorio politico del Lazio. Ma più che un laboratorio sembra un manicomio.La realtà è che da tempo il Pdl è fuori controllo, sottoposto a conflitti, defezioni, ricatti, fratture e inadeguatezze che, con ogni probabilità, aumenteranno nelle prossime settimane facendo emergere con forza l’errore strategico di chi ha sottovalutato l’importanza del partito come spazio necessario alla mediazione e alla ricerca del consenso.I teorici del “partito leggero”, coloro che l’hanno voluto privo di reale organizzazione, fragile nella capacità di radicamento e incoerente in quella decisionale, l’hanno costruito come una struttura cava, vuota, funzionale ad essere comitato elettorale nei periodi di guerra (elezioni) e comitato d’interessi nei periodi di pace.La realtà è che un partito non può essere leggero perché la sua funzione è troppo importante negli equilibri di una moderna democrazia: serve ad attrarre e selezionare classe dirigente, ad intercettare la frammentazione sociale riconducendola ad interessi coerenti di categorie o gruppi di cittadini, a radicare nel territorio aree di consenso, a orientare l’attività del governo accorciando la distanza tra politica e società civile. Per riuscire in questo, un partito moderno ha bisogno di democrazia interna, strutture, regole chiare, gerarchie non imposte, pluralismo, capacità di presenza territoriale. Esattamente tutto ciò che non ha il Pdl.In questi quindici anni il tratto identificativo della grande intuizione berlusconiana è stato la nascita del sistema bipolare, e con esso di una democrazia finalmente matura, capace di sintetizzare nella dimensione politica la complessità di un paese non più rappresentato dai vecchi partiti ideologici. Fu all’interno di questo bisogno di bipolarismo che nacquero le visioni liberali di uomini come Martino o Pera (oggi non a caso relegati ai margini del Pdl dai nuovi padroni del vapore berlusconiano), i percorsi identitari della nuova destra italiana o quelli riformisti che a tratti, a sinistra, hanno cercato di percorrere. Il Pdl intuito dal Cavaliere doveva essere lo strumento per trainare l’Italia dentro un bipolarismo completo, che sconfiggesse la logica perversa del pro o contro Berlusconi. Non essere riuscito in questo è stato il più grave errore suo e della sua classe dirigente. L’epopea berlusconiana non finirà per mano giudiziaria o per complotti mediatici. Ma può finire se questo sistema bipolare dovesse esplodere, riportando l’Italia dentro il pantano politico di una frammentazione di piccoli ed egoistici partiti. Questo sarebbe l’esito più grave della fine del Pdl.© Il Tempo, 23 Maggio 2011[...]



piccoli berluschini (non) crescono

2011-05-18T06:16:53.673+00:00

Vecchi e giovani berluschini crescono, implacabili imitatori del leader maximo ma senza averne il carisma, né la capacità di autoironia, né sopratutto l’empatia trascinante che è tuttora la chiave vincente del suo modello comunicativo. Li vedi scatenarsi soprattutto nei periodi di campagna elettorale, quando la qualità del dibattito cala ed il tono della comunicazione politica assume aspetti goliardici o addirittura trash. Nell’enfasi del conflitto e della guerra totale, con le categorie di amico e nemico che perdono la loro relatività e diventano assolute, si consumano allusioni pesanti, attacchi, prese di posizione e dichiarazioni al limite dell’horror. Ma se a Berlusconi si possono perdonare barzellette o battute in discesa (quelle a sfondo sessuale, quelle sulle donne di sinistra o quelle sui magistrati) se non altro perché nascono da una personalità unica, complessa e sicuramente non riducibile al “battutismo militante” su cui sembra schiacciata la politica del nostro tempo, la stessa cosa non si riesce proprio a fare ai miracolati del berlusconismo: quella generazione di politici che pensano che il miglior modo per sembrare degni del ruolo che solo al Cavaliere devono, sia prendere il peggio di lui piuttosto che il meglio. E così se Berlusconi dice che le donne del Pdl sono più belle di quelle del Pd, ecco giù una sfilza di dichiarazioni dei replicanti di turno su quanto sono racchie le elette di sinistra ed avvenenti quelle di destra. Se Berlusconi attacca con violenza i magistrati definendoli “cancro della democrazia”, subito arriva il replicante governativo, per il quale la magistratura diventa addirittura una “metastasi”.L'imitazione accompagna come un'ombra da sempre le leadership; gli antropologi hanno spiegato che la mimesis è la base di quel comportamento emulativo che genera innovazione e, in alcuni casi, conflitto (la “violenza mimetica” di cui parla René Girard). Non solo in politica, ma anche in economia l’imitazione è la via più rapida per innovare. Quello che è un comportamento biologico e naturale finalizzato all’evoluzione della specie, diventa anche comportamento sociale finalizzato all’evoluzione dell’insieme collettivo. Ma ogni imitazione deve introdurre elementi di novità e originalità. Si imita un modello e lo si supera garantendosi l’appropriazione del ruolo e l’adattamento migliorativo delle funzioni. Anche per la politica dovrebbe funzionare così. Il problema si pone quando, del tutto sottomessi ad una logica mediatica che riduce la profondità della politica all’apparenza e il contenuto all’apparire, i politici di centrodestra si affannano ad inseguire Berlusconi su un terreno che può essere solo il suo: quello della dissacrazione della ritualità politica e della rottura degli schemi comunicativi classici. Qui si pone un tema su cui, nel centrodestra, dovrebbero iniziare a riflettere; perché tra imitare e replicare c’è una differenza di specie: imitare è tipico degli uomini, replicare è tipico dei pappagalli. La questione scivola così dall’antropologia all’etologia (la scienza che studia i comportamenti animali), dal regno dell’agire umano al regno animale. I pappagalli usano la loro capacità di fonazione quando sono in cattività: chiusi in una gabbia, replicano la voce umana per attirare l’attenzione del loro padrone, avendo imparato che vocalizzare aumenta l’interesse nei propri confronti. Alcuni dei politici di centro-destra sembrano essere proprio questo: non imitatori di un modello politico di riferimento cui agganciare elementi innovativi, ma variopinti pappagalli impegnati ad attirare l’attenzione del loro ammaestratore, replicandone la voce.La questione non si pone a sinistra, perché da quelle parti non esiste alcun centro attrattivo dotato di potenza d’immagi[...]



L'America del capitano Achab

2011-05-05T09:33:50.282+00:00

L’America sorprende. Liberal o repubblicana che sia, bianca o nera, wasp o multicultural, progressista, conservatrice, governata da un cowboy texano o da un afro di Honolulu, rimane l’unico paese al mondo capace ancora di incarnare uno spirito che supera i confini della propria identità per diventare misura, legge, nomos del mondo dentro la storia. Per capire cosa ha mosso l’America in questi ultimi 10 anni, bisogna rileggere Moby Dick, e riconoscerla nel capitano Achab, il cacciatore della balena bianca narrato da Herman Melville. Come il capitano Achab, mutilato da Moby Dick, l’America ferita e mutilata a Ground Zero ha inseguito per 10 anni la sua Balena Bianca. Ha solcato i mari oscuri e sconosciuti delle montagne afgane, delle città pakistane, dei deserti iracheni, per poi trovarla. Ma a differenza di Achab, che nel romanzo di Melville muore trascinato nei gorghi dalla sua stessa preda, qui l’America ha vinto: ha arpionato la sua balena con un colpo alla nuca, forse con due, non si sa. Si sa solo che “giustizia è fatta”, ha detto il Presidente americano, forse anche per Achab. Moby Dick, che Melville scrisse nel lontano 1851, è il vero romanzo di fondazione dello spirito americano; quello che svela la natura profonda di questa nazione contraddittoria, titanica e universale, costruita non attorno ad una moneta, ad una burocrazia o ad una idea astratta (come l’Europa), ma dentro la realtà di una frontiera dura e spietata che da duecento anni è centro del mondo. Una nazione immersa nella modernità che essa stessa ha generato, ma che non ha timore di concepire la giustizia legata agli archetipi della vendetta e dell’onore. E’ questo l’inconscio collettivo che il paese non ha mai rimosso, la struttura mitica che l’America non ha mai rifiutato, neppure dentro l’orizzonte del tempo della tecnica. Anzi, vendetta, onore e giustizia ricorrono ancora oggi in molte grandi narrazioni con cui, ancora oggi, cinema e letteratura costruiscono l’immaginario della nazione. Ma l’eliminazione di Osama bin Laden è molto di più di un atto di giustizia rivestito di vendetta. Non può essere limitata solo ad un’importante operazione antiterroristica, ad un atto di guerra, ad una perfetta azione di intelligence. Travalica persino il complesso mondo dei segni e dei significati simbolici. Essa è la prova che il mondo sarà pure multipolare, come si ripete stancamente, ma il potere rimane unilaterale: ed è ancora quello americano. Il potere è il concetto più evasivo e indefinibile della dimensione politica. E’ difficile misurarlo ed è composto da troppe variabili: è potere economico, militare, ma è anche e soprattutto potere morale, forza, capacità determinata, visione della storia. Le nazioni che hanno lasciato segni sono quelle che hanno pensato se stesse in una dimensione universale e hanno costruito il proprio spazio sotto forma di “imperium”, che è principio di autorità e legittimità insieme. E oggi l’America rimane un impero, perché è l’unica nazione ancora in grado di pensarsi globale. L’unica nazione ad avere una dimensione morale così ampia da pretendere di far coincidere, in politica estera, gli interessi nazionali con quelli del “mondo libero”.Ora, con l’eliminazione di bin Laden, si moltiplicano i giudizi sul presunto nuovo corso del Presidente americano, sempre più in linea con la belligeranza senza sconti del suo predecessore George Bush. Gli scenari si fanno più complessi e indefiniti: i rapporti con il mondo islamico, la possibilità di una recrudescenza terroristica, la crisi economica globale. L’unica cosa certa è che il declino dell’impero americano sembra ancora lontano a venire. Il mondo multipolare arranca; sembra più un’idea che una realtà. L’Europa scompare nella[...]



travagliate

2011-04-20T19:51:37.557+00:00

Vanity Fair intervista Travaglio.
Notizia nr. 1: Travaglio è di destra. Anzi, sarebbe un conservatore se vivesse all’estero.
Notizia nr. 2: qualche sprazzo di destra come la intende lui, da noi c’è stata: per esempio Romano Prodi.
Notizia nr. 3: Travaglio scrive su giornali di sinistra perché i lettori "sono meglio della loro classe dirigente. Più aperti”.

Alla fine capisci che non c’è limite a quanto si possa prendere per il culo il prossimo...



Asor Rosa e le utopie

2011-04-21T15:21:58.556+00:00

Non ci provate, a liquidare la questione come un caso di demenza senile. Troppo facile, ora, farlo passare per il nonnetto rincoglionito della famiglia; quello seduto in poltrona con il plaid sulle ginocchia e il cornetto all’orecchio. Quello che quando gli chiedete: “Nonno, hai preso la pasticca?” lui risponde ad alta voce: “Garibaldi era una bella persona!”. Ecco, non ci provate a farci credere che il professor Asor Rosa, nume tutelare del comunismo italiano, sia uno così. Ma state scherzando? Solo perché ha detto che ci vuole uno “stato di emergenza” che, attraverso carabinieri e polizia, “sospenda tutte le immunità parlamentari, restituisca alla magistratura le sue capacità e possibilità di azione, stabilisca d’autorità nuove regole elettorali”, voi lo volete rinchiudere a Villa Arzilla? Non ci provate, perché il prof. Asor Rosa è lo stesso che qualche tempo fa, davanti a tutto il gotha dei vostri più giovani intellettuali (da Ettore Scola a Franco Ferrarotti, da Giorgio Valentini a Walter Veltroni), celebrava l’ultima fatica filosofica di Eugenio Scalfari, che ha dieci anni più di Asor Rosa e parla di sé per parlare di Dio.Anche perché basta leggere l’intervista che Asor Rosa ha rilasciato sul Manifesto dopo le sue dichiarazioni golpiste, per spiegare meglio quello che Ezio Mauro ha definito “da un punto di vista democratico, tecnicamente un’imbecillità” (ma solo tecnicamente). Un’intervista esilarante in cui ha citato De Gaulle (si, proprio De Gaulle!), passando dal golpismo al gollismo con la facilità con cui Fini è passato dai berretti verdi di John Wayne ai cappellini viola di Di Pietro. Ha detto che questa crisi della democrazia è accaduta perché i partiti comunisti italiani non sono più in Parlamento (sorvolando sul fatto che in Parlamento non ci sono perché la gente non li ha votati). Eppoi ha svelato che il suo era un paradosso, per porre il problema vero: “come si fa ad impedire che la democrazia distrugga se stessa con la forza della maggioranza?” Tecnicamente parlando, per dirla con Ezio Mauro, è semplice: cambiando maggioranza.Io che non sono un intellettuale, né parlo di me per insegnare a Dio, provo a leggere Asor Rosa dal mio punto di vista, da quello della mia storia personale. E allora mi viene da ricordare che quelli come me la democrazia l’hanno imparata dai bastoni democratici degli antifascisti di papà; quelli che, all’università di Roma, prima andavano a lezione da Asor Rosa e poi venivano ad insegnarci come funzionava la democrazia nata dalla Resistenza nascosti sotto caschi e passamontagna (come è accaduto ancora qualche giorno fa); e alla fine, ci davano pure dei golpisti (cosa che oggi suona molto ironica). E ricordo che noi, giovani studenti di destra, con santa pazienza, molte idee e tanta ironia, avevamo già capito che la democrazia di Asor Rosa e dei suoi nipotini, il loro antifascismo imbalsamato, erano cose troppo seriose per prenderle sul serio. Oggi che io sono solo un po’ più maturo e Asor Rosa è solo molto, molto più vecchio, mi sorge un sentimento di pietas che allargo a tutti questi grandi vecchi che alimentano l’odio in questo paese: Scalfari, Eco, Dario Fo, Flores D’Arcais, Barbara Spinelli, Furio Colombo e tutti gli altri che sbrodolano giudizi e verità dentro la cloaca mediatica che in-forma questo paese. Forse sono più da compiangere che altro, perché dev’essere veramente brutto invecchiare così male. Nel loro tramonto irrisolto, nel fallimento delle loro utopie dolorose, i grandi profeti di questa sinistra rimangono patetici e consumati testimoni della loro illusione esaurita. Non vanno presi tanto sul serio. Ci pensano da soli a farlo.© Il Tempo, 18 Aprile 2011[...]



L'incomprensibile "Dottrina Obama"

2011-04-11T19:01:01.564+00:00

Quando, all’inizio della crisi libica, il presidente Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti non avrebbero mai inviato truppe di terra per abbattere il regime di Gheddafi, furono non pochi coloro che al Pentagono si misero le mani nei capelli e scossero sconsolati la testa. Una delle regole fondamentali della strategia militare dice infatti che la minaccia di intensificazione del conflitto da parte di chi ha forza superiore, può condurre ad una stabilizzazione; questo perché la minaccia è un elemento di deterrenza capace di limitare l’espandersi del conflitto stesso. Per questo, le dichiarazioni di Obama hanno rafforzato psicologicamente Gheddafi più di quanto lo abbiano indebolito militarmente i bombardamenti della Nato.Obama non è riuscito a risolvere la contraddizione di fondo della sua dottrina. Il richiamo costante al ruolo delle Nazioni Unite e la retorica multipolare hanno generato un cortocircuito tra i mezzi consentiti dall’Onu e gli obiettivi politici dichiarati (in primis la rimozione del regime di Gheddafi); la ormai nota Risoluzione 1973, rivendicata come una propria vittoria diplomatica, ha creato fin dall’inizio forti problemi nella gestione della crisi libica, tanto che su Foreign Policy, analisti come John Yoo e Robert Delahunty l’hanno definita una vera e propria “camicia di forza alle scelte militari e politiche degli Stati Uniti”. La Risoluzione, ricordiamolo, non autorizza ad abbattere il regime di Gheddafi né ad addestrare ed armare i ribelli, tanto che, come scrive oggi il Guardian, i britannici stanno pensando di assoldare loro stessi truppe mercenarie o compagnie di sicurezza private da affiancare agli insorti; la Risoluzione, inoltre, non autorizza il sequestro delle aree petrolifere vitali per l’economia mondiale, che di fatto potrebbero essere danneggiate da Gheddafi come provò a fare Saddam in Kuwait, né la distruzione degli arsenali chimici del colonnello, tranne che nel caso di loro utilizzo. Addirittura la risoluzione sembra affermare l’obbligo della coalizione ad intervenire contro i ribelli stessi nel caso siano loro a colpire la popolazione civile. Come potesse una Risoluzione del genere consentire di realizzare gli obiettivi politici prefissati (cioè la caduta di Gheddafi), neanche Obama ha mai potuto spiegarlo. E infatti oggi, la decisione di defilarsi dalle operazioni libiche, limitandosi ad un’azione di appoggio e lasciando di fatto il comando operativo a Gran Bretagna e Francia appare come una frettolosa risposta a una paura che si stava diffondendo in America: e cioè che la “periferica” Libia creasse un’impasse militare e strategica di lunga durata, capace di distogliere risorse e impegno dalle crisi che stanno affacciandosi nei Paesi del Golfo Persico, quelli sì, centrali per gli interessi strategici americani.Sul Washginton Post, la giornalista Tara Bahrampour, in un reportage da Bengasi, ha descritto come le stesse forze degli insorti libici stiano ormai organizzandosi economicamente e socialmente all’idea della divisione in due stati, abbandonando l’ipotesi del regime change perseguita fin dall’inizio dal Presidente americano e da Hillary Clinton e tuttora ribadito a parole.Nel primo, vero banco di prova della sua politica estera, l’amministrazione americana non sembra essersela cavata molto bene. La sensazione è che la famosa “dottrina Obama” nessuno sappia veramente cosa sia, forse neppure Obama. Kathleen McFarland è stata l’assistente dell’ex Segretario della Difesa Weinberger; fu lei a scrivere, nel 1984, il famoso “Discorso sui Principi di guerra” che divenne la base della dottrina Reagan del contenimento. Ironizzando sulla concezione limitata di Obama (missioni lim[...]



Se l'America rischia di "chiudere"

2011-04-08T09:42:31.252+00:00

Immaginate un Paese, una grande nazione moderna, il cui Governo inizia una corsa contro il tempo per evitare che 800.000 dipendenti statali rimangano senza stipendio; o che i soldati impegnati nelle missioni di guerra non ricevano la paga; o che i prestiti pubblici per le piccole e medie imprese vengano improvvisamente sospesi; o che migliaia di documenti d’identità (passaporti, visti) non vengano più rilasciati; o che i concorsi pubblici o le assunzioni già definite vengano annullate. Quale Paese vi immaginate possa correre un rischio del genere? L’Egitto, la Tunisia o la Libia sconvolte da rivoluzioni e guerre civili? La Grecia già in bancarotta? Il Portogallo sotto tiro delle agenzie di rating internazionale? O magari la solita Italietta delle finanziarie capestro? Nessuno di questi. Il Paese che rischia questa paralisi è, niente di meno, che l’America di Barak Obama. E non è uno scherzo.Tecnicamente si chiama “shutdown”, letteralmente vuol dire “arresto”. Ciò che rischiano gli Stati Uniti nelle prossime ore è il blocco di molti servizi pubblici e delle attività governative nel caso in cui non venisse approvato il bilancio federale 2011 da parte del Parlamento. Ed è il primo risultato del conflitto inevitabile tra Obama e John Boehner, il Presidente della Camera a maggioranza repubblicana. In ballo ci sono circa 7 mila miliardi di dollari che la destra vorrebbe ulteriormente tagliare su un piano decennale di spesa che il Governo aveva fissato a circa 46 mila miliardi. La questione non è di poco conto, perché rischia di creare un problema drammatico alla vita del paese e di paralizzarlo.In realtà non sarebbe la prima volta che l’America conosce uno shutdown. Il più recente e clamoroso fu quello del 1995 con una situazione politica del tutto simile a quella attuale: un Presidente democratico, Bill Clinton, e un Congresso a maggioranza repubblicana, presieduto da Newt Gingrich, oggi uno dei maggiori oppositori di Obama. Lo shutdown avvenne quando, di fronte al rifiuto di Clinton di aumentare i tagli su sanità, servizi sociali e ambiente, i repubblicani di Gingrich votarono contro l’aumento del limite di debito del Tesoro, necessario per governare il paese in fase di deficit. Dopo un primo arresto di 6 giorni, lo shutdown si riverificò per 15 giorni tra fine Dicembre 1995 e inizi Gennaio 1996. I giudizi politici sugli effetti di questa decisione sono controversi e animano tuttora il dibattito americano. Per molti, fu proprio l’ostinazione repubblicana a consentire la rielezione dello stesso Bill Clinton pochi mesi dopo. Qualche giorno fa, però, sul Washington Post, lo stesso Gingrich ha rivendicato i meriti della sua battaglia politica, che avrebbe portato alla più grande diminuzione di spesa pubblica dal 1969, rafforzando il servizio sanitario nazionale e consentendo, da lì a breve, il primo taglio di tasse dopo 16 anni.Oggi la situazione sembra più fluida. Governo e opposizione hanno 24 ore per scongiurare questo evento, che, secondo un sondaggio trasmesso dalla Cnn, il 60% degli americani non vuole. Come sottolinea il New York Times, attorno al rischio di shutdown, il destino di Obama si intreccia con quello del suo rivale Boehner, che nel ’96 era il giovane assistente di Gingrich. Obama si gioca in patria la credibilità di presidente pragmatico che sta perdendo in politica estera; Boehner, si gioca la leadership dentro il Partito Repubblicano, come mediatore tra l’anima più tradizionale e il radicalismo movimentista del Tea Party. In attesa di capire se da qui a qualche ora l’America sarà costretta a fermarsi, chiudendo musei, parchi pubblici o bloccando i rimborsi fiscali, si prova a fare i co[...]



Interesse nazionale

2011-03-25T08:50:34.928+00:00

di Giampaolo RossiLa politica estera di uno Stato si basa sul principio dell’interesse nazionale. Esso traduce, in epoca moderna, il concetto di “utile” che fin dai tempi antichi Tucidide vedeva contrapposto all’idea astratta del “giusto”. A ben vedere, il complesso sistema delle relazioni internazionali si regge su una costante tensione tra l’affermazione di ciò che è utile per uno Stato e la legittimazione di ciò che è giusto. Quando i due principi (utilità e giustizia) non riescono a coincidere, uno Stato farà prevalere inevitabilmente ciò che per sé è utile e non ciò che è giusto. Di questo aspetto bisogna tenere conto quando si analizzano le situazioni di crisi e le ragioni dei conflitti, evitando di cadere nell’utopia irresponsabile e arcobaleno di pacifismi e umanitarismi vari.Nell’epoca moderna, con gli stati nazionali divenuti la base degli equilibri geopolitici, l’utile è stato identificato con l’interesse nazionale. Esso continua a valere anche nei contesti in cui uno Stato è integrato dentro un sistema di alleanze e coalizioni. Non esistono obblighi internazionali che possano contrastare con il principio fondamentale della propria sicurezza (cioè dell’interesse), pena la necessità di svincolarsi da quell’obbligo. E’ ciò che ha fatto qualche giorno fa la Germania decidendo di ritirare la propria Marina dalle operazioni Nato nel Mediterraneo contro la Libia, o quello che fece la Spagna di Zapatero in Iraq, nell’ambito della missione Onu.Per anni, nel nostro paese, il principio di “interesse nazionale” è stato relegato ad aspetto marginale di una politica estera inesistente e adagiata sulle scelte strategiche statunitensi. Il motivo era chiaro: usciti in maniera disastrosa dall’ultimo conflitto mondiale, incastrati nella logica di Yalta che ha fatto per quarant’anni dell’Europa una comparsa delle dinamiche bipolari tra Usa e Urss, condizionati da una dominante ideologia cattocomunista imbevuta di internazionalismo e pacifismo, abbiamo pensato che la nostra politica estera fosse elemento secondario perché non ritenevamo indispensabile una sovranità e una identità nazionale forte. Tanto avevamo chi ci difendeva e ci forniva energia, e questo bastava. Eppure dopo l’intervento militare in Kossovo, l’Italia ha recuperato un ruolo internazionale e la capacità, seppure ancora embrionale, di ripensare la propria posizione nel mondo, anche nell’ottica della tutela dei propri interessi vitali e strategici. La contrapposizione con un forte fronte interno pacifista ha rallentato il recupero del nostro senso storico, ma oggi è indubbio che l’Italia è un soggetto credibile grazie all’impegno militare nelle missioni di pace e nella lotta al terrorismo e grazie alla strategia di diplomazia economica imposta in questi anni da Berlusconi. La recente rivelazione dell’ex Segretario di Stato americano Donald Rumsfield, che fu Berlusconi a convincere Gheddafi ad abbandonare i progetti di sviluppo nucleare iniziati dalla Libia, conferma il ruolo di centralità e di mediazione che il nostro Paese ha avuto negli equilibri internazionali, e soprattutto il peso e l’influenza su quest’area geografica.La crisi libica ha però aperto una falla in questo percorso. Subita e non prevista nei suoi immediati sviluppi, ha trovato distratti un po’ tutti. Dopo una fase iniziale stentata e improvvisata in cui gli eventi sono stati colpevolmente ignorati, il governo italiano ha messo a segno un successo diplomatico importante: l’imposizione della Nato nelle operazioni militari. Ma ora, sembra confuso attorno alla questione centrale che si svilupperà nei prossimi gior[...]



Le rivoluzioni dei troppi figli

2011-03-25T10:17:40.751+00:00

Le hanno chiamate “rivoluzioni senza padri”, quelle che stanno sconvolgendo Tunisia, Egitto e Libia, mutando il volto del nord Africa e lo scenario internazionale. In realtà, più che senza padri, sono “rivoluzioni dei troppi figli”, e non solo per un richiamo evocativo all’imprevedibilità degli eventi, ma per la dinamica demografica che ha avviato i processi e sottoposto le analisi geopolitiche ad uno stress di valutazioni spesso sbagliate. Ciò che sta succedendo in quella parte del mondo, è spiegato da una teoria ormai alla base delle analisi dei servizi d’Intelligence di molti paesi e delle valutazioni macroeconomiche delle organizzazioni internazionali. Si chiama, "youth bulge" letteralmente “rigonfiamento della fascia giovanile” della piramide dell’età. Elaborata alla metà degli anni ’90 dal sociologo tedesco Gunnar Heinsohn, la teoria ha conquistato grande importanza da quando studiosi come Fuller l’hanno resa funzionale alla politica estera del governo americano. In sintesi, la teoria afferma che c’è sempre una stretta correlazione tra la rapida crescita di popolazione giovanile e lo scoppio di rivolte, guerre e terrorismo. Secondo Heinsohn, lo “youth bulge” si sviluppa quando, in una nazione, la fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni supera il 20 per cento della popolazione. A quel punto, l'eccedenza di figli maschi genera frustrazione sociale, dato che solo la metà di loro potrà aspirare a ruoli all'interno della collettività; gli altri saranno costretti a emigrare o a conquistarsi una posizione con la violenza. Il conflitto non si origina quindi per motivi economici o politici, perché “chi cerca da mangiare mendica, chi aspira a una posizione sociale spara”; ed è su questa frustrazione sociale di masse giovanili incontrollabili che si innestano ideologie, integralismi religiosi e nazionalismi a legittimare comportamenti violenti e aggressivi che trovano poi sbocco nel terrorismo, nelle rivolte interne o nelle guerre. In questo contesto, tanto più le istituzioni politiche sono deboli o corrotte, tanto più sono vulnerabili all'esplodere incontrollato dello “youth bulge”. In realtà esso è causa necessaria ma non sufficiente per spiegare l’esplodere di conflitti e rivolte in un Paese; a questo vanno aggiunte valutazioni economiche, politiche e culturali complesse, come il livello di istruzione medio, la trasformazione del mercato del lavoro, i processi di urbanizzazione e di modifica dei settori produttivi, la funzione dei media, l’evoluzione dei modelli familiari, il ruolo delle forme religiose. Ma è indubbio che lo “youth bulge” è il punto di partenza dal quale individuare una potenziale area di crisi.Il caso Tunisia è emblematico: in questo paese, nel decennio 1986-1995, si è avuto un boom demografico che ha portato oggi la fascia di età giovanile (15-29 anni) a superare il 33% della popolazione politicamente attiva. Fu questo a spingere la Cia, fin dai tempi dell’amministrazione Bush, a monitorare questo paese come potenzialmente critico. Eppure, come ha sottolineato Jack Goldstone, Direttore del Global Policy Center e massimo esperto di sicurezza e politica internazionale, gli analisti hanno continuato a ritenere che la forte crescita economica della Tunisia (+ 5% annuo) potesse essere un argine al rischio di esplosione di rivolte. Non è andata così, perché la natura corrotta e repressiva del regime di Ben Alì ha portato a consumare quasi la metà della ricchezza del paese all’interno di una strettissima oligarchia di potere che ha lasciato il resto della popolazione fuori dallo sviluppo economico, apr[...]



Morire per la Chiesa

2011-03-25T10:17:40.752+00:00

Shahbaz Bhatti era il Ministro per le Minoranze Religiose del Pakistan e aveva 42 anni. Il 2 marzo è stato ucciso a Islamabad con 35 colpi di arma da fuoco, mentre si recava al suo ministero in auto. Una grandinata di morte sopra un uomo disarmato e senza scorta, accompagnato solo dal suo autista. Bhatti era impegnato in difesa dei cristiani in un paese in cui la forza e la violenza dell’integralismo islamico assumono sempre più i connotati di una vera e propria caccia all’uomo. Shahbaz Bhatti era cattolico.Fin qui la cronaca di un episodio come tanti che i media ci inviano da quelle regioni con una continuità che ormai ha il sapore dell’indifferenza; come una sorta rumore di fondo di una realtà che facciamo fatica a comprendere perché incomprensibile secondo i nostri criteri, e che scorre con la velocità del nulla nel fiume di informazioni, immagini e notizie che attraversano il nostro quotidiano. Eppure la morte di Bhatti ci colpisce non solo per le solite considerazioni morali e politiche con cui spesso sono giudicati questi avvenimenti in Occidente. E nemmeno perché Benedetto XVI, nell’Angelus di domenica, ha pregato “affinché il suo commovente sacrificio” svegli le coscienze degli uomini, o perché il Ministro Frattini ha deciso onorarlo con una gigantografia che campeggia sulla facciata della Farnesina. No. C’è qualcosa di rimosso nel cuore dell’Occidente, che la morte di quest’uomo riporta alla luce; e questo qualcosa non coinvolge solo i cristiani sempre più inerti di fronte alla violenza che li sta investendo.Sul suo sito, la BBC ha pubblicato un video della durata di un minuto, registrato quattro mesi fa. Bhatti, seduto davanti ad una camera fissa, consegna al tempo e a questa implacabile memoria digitale la consapevolezza della sua morte; poche parole, quasi come una voce clandestina. Un video asciutto e scarno, nel quale dipinge il quadro di un paese dilaniato dall’odio. Dice che “le forze della violenza, i talebani e i terroristi di Al Qaeda, vogliono imporrre la loro filosofia radicale in Pakistan”. Spiega che sta conducendo “una battaglia contro le leggi della sharia per l’abolizione della blasfemia, parlando per i cristiani oppressi, perseguitati e uccisi”. Dice cose che in fondo sappiamo di sapere anche noi, chiusi dentro giustificanti sensi di colpa. Eppoi, come un pugno allo stomaco, afferma: “io credo in Gesù Cristo, che ha dato la sua vita per tutti noi. Conosco il significato della croce e sto seguendo la croce. Per essa sono pronto a morire”. Non c’è frase più fuori dal tempo di questa, e insieme più dentro la nostra memoria. Una sveglia alle coscienze sonnecchianti di un Occidente che non crede più in nulla. Le parole di Bhatti solcano due millenni di storia d’Europa e di uomini e donne che le hanno già esclamate con incoscienza, urlate con coraggio o piante disperatamente per la paura di fronte ai loro carnefici.Nella navata destra della Cattedrale di Otranto, gioiello romanico e simbolico del cristianesimo, sono conservati i teschi degli 800 martiri beatificati dalla Chiesa; furono decapitati dopo la conquista della città da parte dei turchi il 14 agosto 1480. Furono trascinati sul colle di Minerva e, ad uno alla volta, fu chiesto di abiurare la fede cristiana e convertirsi all’Islam; uno alla volta rifiutarono; uno alla volta furono decapitati. Gli uni davanti agli altri. E forse uno alla volta, con orgoglio, terrore, disperazione, pronunciarono la stessa frase di Bhatti: “io credo in Gesù Cristo”. La Chiesa di Roma continua a reggersi sulla solennità dei propri martiri. In q[...]



Errori della Cia e rivolte arabe

2011-03-03T10:40:09.370+00:00

All’indomani del colpo di stato che, nel 1964, eliminò Krusciov dalla guida dell’Unione Sovietica, un alto dirigente della Cia, per spiegare il perché l’Agenzia di intelligence americana non avesse previsto nulla di tutto ciò, disse che in realtà era stato consultato il maggiore “sovietologo” del mondo, tale Nikita Krusciov, e che anche lui era rimasto sorpreso dagli eventi. L’aneddoto, raccontato sul Weekly Standard da Gary J. Schmitt, esperto americano di questioni strategiche, spiega molto chiaramente i limiti operativi e funzionali dei servizi di intelligence e la loro incapacità nel prevedere eventi e accelerazioni come quelle a cui stiamo assistendo in questi giorni.Infatti, puntuale negli Stati Uniti, si è riaccesa la polemica nei confronti della Cia, accusata di non aver neanche scorto il sorgere delle rivolte arabe in Tunisia, Egitto e Libia. Il disappunto dello stesso Presidente Obama è stato confermato da James Clipper, direttore della National Intelligence Agency, che ha rivelato come la Casa Bianca si sia trovata spiazzata dalla velocità di sviluppo degli avvenimenti nordafricani. In realtà, se dovessimo giudicare la questione solo in termini politici, dovremmo concludere che, negli ultimi trent’anni, la Cia ha raccolto una lunga serie di errori di valutazione o giudizi superficiali su avvenimenti che poi hanno avuto influssi epocali nella storia: dalla rivoluzione iraniana del 1979, fino ai recenti esperimenti nucleari indiani, passando per l’11 settembre e per il famoso report sulle armi chimiche di Saddam che giustificò l’intervento militare americano in Iraq.John Diamond, studioso di strategia ed autore di “The Cia and the culture of failure”, afferma che le cosiddette “sorprese strategiche”, quelle che generano il più pesante effetto mediatico, non mostrano in realtà un record così fallimentare per la Cia; episodi come Pearl Harbour o l’invasione sovietica in Afghanistan o l’11 settembre possono essere immaginati all’interno di un contesto, ma non sono prevedibili nei tempi. Al contrario, i veri flop della Cia sono state le cosiddette “analisi strategiche a lungo raggio”, come il crollo dell’impero sovietico o il già citato rapporto sulle armi chimiche di Saddam, che hanno generato valutazioni completamente errate, tanto più gravi in quanto riguardanti paesi che erano fortemente controllati dai servizi segreti.La sensazione è che le attività di intelligence riescano sempre meno a cogliere i processi di trasformazione che attraversano le società e la velocità con cui questi avvengono. I media, internet e le reti interattive globali di comunicazione, se da una parte rendono il mondo uno spazio più ristretto, dall’altro diversificano e frammentano i tessuti sociali rendendo incomprensibili e a volte invisibili trasformazioni che si colgono solo quando esplodono in maniera dirompente; e controllare tutto questo è, per ora, impossibile. A chi ha rimproverato alla Cia di non aver monitorato a sufficienza il mondo della rete, dei blog e dei social network, per accorgersi di cosa stava accadendo in nord Africa, il Direttore Leon Panetta ha risposto che controllare una massa di dati composta da oltre 660 milioni di account su Facebook, 190 milioni su Twitter e 35 mila ore di video su You Tube, nelle più svariate lingue del mondo, è cosa ardua anche per il più grande servizio di intelligence del mondo.Ma ciò non toglie che il problema di approccio, da parte della Cia, rimanga. Nel 1979 gli Stati Uniti non furono colti del tutto di sorpresa dalla rivoluzione iraniana[...]



L'unico, vero Partito di plastica

2011-02-28T09:26:53.233+00:00

Su una cosa Gianfranco Fini c’aveva visto giusto: quando a Bastia Umbra, con grande realismo, disse che Fli non sarebbe stata “una zattera pronta a raccogliere i naufraghi del Pdl”. Infatti. Futuro e Libertà sta colando a picco senza neanche il tempo di mettere in mare le scialuppe di salvataggio; e gli unici naufraghi sono proprio quelli di Fli. Gli ultimi in ordine di zattera sono quello che a Bastia Umbra piangeva di più (Luca Barbareschi) e quello che chiese a Fini di essere “come Mosè” e portare Fli “fuori dalle acque” (Luca Bellotti). Ora, se Fini sta mandando tutto a fondo, la colpa sarà sicuramente dei “potenti mezzi economici e finanziari” del Presidente del Consiglio o dello stalking subito dal povero Bocchino e dalla di lui signora. Ma forse il fatto che, giorno dopo giorno, Fli stia riducendosi da partito politico a circolo di bridge, merita qualche osservazione più approfondita. Un aspetto su cui riflettere è la fallimentare strategia di relazione con i media che Fini e i suoi hanno messo in piedi.La politica è, innanzitutto, lo spazio dell’apparire (e solo di conseguenza della relazione e quindi del conflitto). Il sociologo Manuel Castells, uno dei più influenti pensatori contemporanei, ha affermato che “i media non sono semplicemente il Quarto Potere. Sono lo spazio dove si costruisce il potere”. Questo significa che, se da una parte la neutralità dei media nella competizione politica è una favola utile per la retorica sulla “libera informazione”, dall’altro qualsiasi soggetto politico deve saper costruire (stante la sua natura e il suo progetto) un rapporto con il mainstream mediatico che sia funzionale ai propri interessi e che non si limiti solo a subirne gli effetti.Nell’ultimo anno, abbiamo assistito ad una sovraesposizione mediatica della galassia finiana (Fare Futuro prima, Generazione Italia e Futuro e Libertà poi) eccessiva rispetto al peso specifico che questa aveva sia in termini politici, che d’incisività nel dibattito delle idee. Sovraesposizione alimentata dal circuito dei media antiberlusconiani. Se il Corriere della Sera e Repubblica riportavano in maniera sistematica idee e opinioni di un giornale come il Secolo d’Italia, ormai ridotto a foglio semiclandestino per copie vendute e abbonamenti, o Santoro decideva di avere come ospiti fissi Bocchino e Granata, non era certo per la profondità dei loro contenuti, quanto per la funzione strumentale che essi svolgevano.Lo stesso antiberlusconismo dei finiani, in origine interno alla dimensione della politica e della mediazione, è divenuto ossessivo e irrazionale, molto prima della cacciata di Fini dal Pdl. Come spesso succede all’interno di quel consumo di identità che i media producono, la classe dirigente di Futuro e Libertà ha optato per una dimensione superficiale, appaltando la propria linea politica ai media ostili al centrodestra in cambio di una visibilità che accorciasse i tempi di sviluppo del progetto. Ma politica e media hanno tempi diversi; e questo, gli uomini di Fini non l’hanno capito. Futuro e Libertà è divenuto quindi un movimento politico costruito interamente dai media. E infatti, nel momento in cui la spallata parlamentare a Berlusconi è fallita, i finiani sono stati sconfitti e la loro funzione si è esaurita, il grande circo mediatico ha spento i riflettori su di loro facendo calare un buio che ha relegato all’angolo il movimento nascente. Quello di Fini, dei suoi strateghi da Risiko è un esempio da manuale di come sbagliare l’intreccio tra politica e[...]



Il "partire da sé" dimenticato dalle donne

2011-02-15T10:46:28.732+00:00

di Giampaolo RossiIl Tempo non è Repubblica; ed io non sono Barbara Spinelli. Non vivo a Parigi, non frequento la gauche inorridita da questa Italia berlusconizzata e non appartengo a quel giornalismo raffinato e colto che vomita da 15 anni odio nascondendosi dietro il disagio morale di vedere il proprio Paese ridotto così da questa destra indegna. Non mi chiamo nemmeno Zagrebelsky, come il Presidente onorario di Libertà e Giustizia, il grande giurista che arringa l’elite contro le “notti di Arcore in versione postribolare”. Mi chiamo banalmente Rossi, il più comune dei cognomi italiani, quello che meglio può rappresentare il tipico lobotomizzato dal Cavaliere e dalle sue televisioni. E, a guardarmi bene, non ho nemmeno le occhiaie di Michele Serra, che fanno tanto “pensatore sofferente” e che consentono ad un rachitismo intellettuale di affermare che c’è “un potere che nomina le sue favorite nel Palazzo, usando le cariche pubbliche come moneta per ripagare prestazioni private” e che questa “giustapposizione tra stanze del piacere e stanze del potere” è un problema politico, mica morale; ovviamente senza fare alcun nome, com’è nello stile di questo intellettualismo inquisitorio.Io che non sono la Spinelli, Zagrebelsky o Serra, e per di più sono di destra, ho avuto la fortuna di incontrare la cultura del femminismo e quel “pensiero della differenza” che ha orientato per circa 30 anni il senso del cambiamento della donna nella società occidentale. E questo pensiero, al di là degli stereotipi, è riuscito a porre la questione del femminile all’interno di un essenziale: il “partire da sé”. Questa è la vera conquista delle donne, pur nell’inevitabile compromesso con la complessità del moderno. Le donne lo hanno fatto offrendo a noi uomini, incastrati nella storia, imprigionati nella morale, dominati dall’ossessione bellicosa del “ruolo sociale”, un punto di vista che avrebbe potuto aiutarci anche a dare senso all’unico linguaggio maschile rimasto in vita, quello del potere. Non è un caso che, in questi giorni di trionfanti mobilitazioni, sia stato proprio il femminismo storico (da Luisa Muraro a Ida Dominjanni), a manifestare un forte mal di pancia sull’uso strumentale della donna da parte di donne, per combattere un uomo. Perché quel “io sono indignata” sbandierato in piazza è stato solo il complice dei desiderata delle Spinelli, degli Zagrebelsky e dei Serra piuttosto che la narrazione comune di un desiderio di recupero del proprio corpo dentro il corpo sociale. Perché il “partire da sé” può essere negato in tanti modi. E forse la sinistra politica lo ha negato in questi ultimi anni più della destra.Facciamo un esempio: il Partito Democratico, in questa legislatura si è caratterizzato come il partito delle vedove e delle orfane (ovviamente di padre). La signora Calipari, la signora D’Antona, la signora Coscioni, la signora Fortugno, la signora Rossa. Per non parlare di quelle delle precedenti legislature come Haidi Giuliani, fatta entrare in Senato solo in qualità di madre di Carlo Giuliani (in quel caso nelle file di Rifondazione). La giovane Marianna Madia, candidata capolista nel Lazio da Veltroni, in un’intervista al Corriere della Sera dichiarò che l’allora leader del Pd l’aveva conosciuta al funerale del papà, amico di Veltroni e consigliere comunale a Roma; e che era rimasto colpito dal discorso che lei aveva pronunciato e di cui lei non si ricordava neanche. E’ politica selezionare la propria [...]



Cameron, il multiculturalismo e i mercatini radical-chic

2011-02-09T09:53:00.756+00:00

di Giampaolo RossiLa signora Madeleine Bunting si è arrabbiata molto con il premier inglese David Cameron il quale si è permesso di dire, qualche giorno fa, che in Inghilterra il multiculturalismo è miseramente fallito. Stizzita, la signora non gliele ha mandate a dire e lo ha attaccato dalle colonne di The Guardian , il giornale della sinistra un po’ radicale e molto chic. Eh sì, perché la signora Bunting è un’intellettuale famosa, firma d’eccellenza di quella sorta di “Repubblica in salsa britannica” che dell’Inghilterra multiculturale si è sempre vantata con orgoglio progressista. Con tono lirico la signora ha raccontato la sua recente esperienza di multiculturalismo che, ovviamente, smentirebbe Cameron: e cioè il suo shopping del sabato mattina in Hackney's Ridley Road nell’East London, dove “dozzine di nazionalità diverse si aggirano alla ricerca delle migliori verdure, vestiti, coperte e utensili da cucina. E l’aria è piena della fragranza di pane turco e pesce salato africano e le bancarelle sono colme di yams e chili”. E se, nonostante la povertà, tra i venditori di strada risuonano epiteti in dialetto londinese, “tutto questo dimostra straordinariamente come la Gran Bretagna ha risolto la sua iper-diversità”.Ci siamo dilungati sull’articolo della signora Bunting per due motivi: primo per rincuorare noi italiani del fatto che le intellettuali di sinistra inglesi riescono ad essere anche peggio delle nostre. Secondo, per dimostrare l’astrazione con la quale un certo mondo intellettuale progressista continua ad affrontare i temi reali dell’Occidente, quelli che rappresentano le sfide per la sua stessa sopravvivenza: e il multiculturalismo è uno di questi.L’accusa fatta da David Cameron fa riflettere sui rischi di una tolleranza che si riduce a mera accettazione di forme identitarie spesso ostili ai modelli e alle leggi dei paesi in cui vivono. Con il coraggio e la sfrontatezza che gli consente la giovane età, il leader conservatore britannico ha fatto un’analisi spietata del processo di radicalizzazione di una parte dell’Islam che vive in Gran Bretagna e del rischio che questo comporta per la tenuta della società democratica. Ha denunciato l’errore di un multiculturalismo che ha permesso si creassero “comunità isolate che si comportano in modi contrari ai nostri valori” ed ha affermato che bisogna smetterla di pensare ad un modello di tolleranza passiva “neutrale rispetto ai diversi valori” che consente l’isolamento e la creazione di corpi estranei alla società. Cameron ha coniato una nuova definizione, “liberalismo muscolare”, di fronte alla quale la signora Bunting è inorridita, scrivendo subito che “questa è la politica del body-building: per lo più estetica ma con una possibilità implicita di opprimere”.In realtà, la riflessione sulla fine del multiculturalismo iniziò nel 2006 proprio con Tony Blair, all’indomani del drammatico attentato alla metropolitana di Londra in cui persero la vita oltre 50 persone. Per l’Inghilterra, la scoperta che gli attentatori suicidi erano giovani inglesi di religione islamica, di seconda e terza generazione, fu un risveglio brusco dalla favola del paese multicolore e pacifico che si faceva vanto di avere la più ampia legislazione anti-discriminazione del mondo. Fu in quei giorni che Trevor Philips, un insospettabile laburista d’origini afrocaraibiche, stretto collaboratore del premier proprio sui temi dell’integrazione, dichiarò[...]



la democrazia astratta dei magistrati

2011-04-21T13:56:22.716+00:00

di Giampaolo RossiChissà se Ilda Boccassini conosce, Vassilij Kandinskij, il grande pittore russo che all’inizio del ‘900 fu tra i fondatori della pittura astrattista. Forse si, perché i magistrati milanesi che da 20 anni stanno ridipingendo lo Stato di diritto di questo paese sono uomini e donne di grande cultura e raffinata conoscenza. Ma cosa c’entra un pittore moscovita, spiritualista, innovatore del linguaggio pittorico, con una signora napoletana sessantenne, magistrato di lungo corso, che dal ‘94 vive nell’ossessione di sbattere in galera Silvio Berlusconi? Ora ve lo spiego.Nel 1912 Kandinskij scrisse un saggio dal titolo “Elementi spirituali dell’arte”, nel quale teorizzava una pittura che cogliesse l’interiorità svincolata dalla materia e dalla realtà; "quanto più questo mondo diventa spaventoso -scriveva Kandinskij- tanto più l’arte diventa astratta, mentre un mondo felice crea un’arte realistica". Il suo ragionamento in fondo era semplice: siccome il mondo moderno, con il suo materialismo e la sua disperazione, fa schifo, non ha più senso che l’arte cerchi di riprodurlo. Anzi, occorre che l’arte si svincoli dalla realtà. Solo così, attraverso un’arte astratta, sarà possibile attuare un risveglio spirituale. Bene, la Boccassini e i suoi compañeros togati pensano più o meno la stessa cosa: siccome la nostra democrazia parlamentare fa schifo (visto che il popolo bue continua a votare Berlusconi) bisogna costruirne un’altra, astratta, che si liberi dalla volontà popolare e si regga sul governo di pochi, integerrimi e illuminati. Ma i paralleli non finiscono qui: Kandinskij, per realizzare la pittura astratta, partì dal principio dell’autonomia del colore e lo svincolò dall’altro elemento della raffigurazione, la forma; a tal punto che la forma non era più in equilibrio con il colore ma era il colore a prevalere sulla forma. La Boccassini, i pm di Milano e il loro braccio armato dell’Anm, da anni fanno più o meno la stessa cosa. Per realizzare la democrazia astratta, svincolata da quella reale, prendono il dettato costituzionale dell’autonomia della magistratura e lo separano dall’intero contesto. Con buona pace di Montesquieu e dei principi del liberalismo, la separazione dei poteri non è più un modo per bilanciarli tra loro, bensì una via per sganciare da qualsiasi controllo e limite uno di questi: quello della magistratura, appunto. Il potere legislativo e quello esecutivo (cioè la politica), all’interno dei quali risiede la sovranità popolare, al pari delle forme di Kandinskij, diventano un abbozzo, una figura stilizzata, linee di puro contenimento.Il processo, una volta avviato, diventa inarrestabile: Kandinskij stravolse le regole della pittura, così come questi magistrati stanno stravolgendo le regole dello Stato di diritto. Se l’arte non ha più bisogno della bellezza, la giustizia non ha più bisogno della verità. L’arte diventa pulsione interiore dell’artista, la giustizia diventa ossessione individuale del magistrato. L’artista non deve più essere ispirato dalla realtà oggettiva ma da ipotesi, “impressioni della natura interiore”, così come il magistrato non deve più perseguire un reato ma costruire un’ipotesi di questo. Il risultato è parallelo: i quadri di Kandinskij prendono il nome di “Composizioni”, “Improvvisazioni”, i procedimenti della Boccassini diventano “Teoremi”. Stessa costruzione artificiale. Se l’arte [...]



il Rutelli di destra

2011-01-17T10:11:10.651+00:00

di Giampaolo Rossi Alemanno volta pagina. Almeno così ha annunciato il sindaco di Roma, presentando la nuova giunta comunale. Ha promesso un “cambio di passo”, un’“accelerazione”, “l’apertura di una nuova fase” eppure, nonostante le vibranti rassicurazioni, la sensazione è che il sindaco oggi sia molto più debole e politicamente isolato. Augusto Del Noce, il grande filosofo conservatore e cattolico che è appartenuto alle letture di formazione della destra giovanile, spiegava che l’eterogenesi dei fini che attraversa la storia si riflette sui disegni rivoluzionari sotto forma di dissoluzione degli intenti originari. Il rischio quindi per Alemanno è che invece di una pagina voltata si ritrovi con un sipario calato sull’esperienza storica del primo governo di destra a Roma.Quando una settimana fa annunciò, nella sorpresa generale, l’azzeramento della sua giunta, producendo un atto esplosivo per le possibili conseguenze politiche, in molti abbiamo creduto che lui, secondo una logica decisionista rara in una moderna democrazia, avesse già in tasca la nuova “giunta del sindaco” con la quale giocare in prima persona la partita del governo cittadino, senza più la mediazione di partiti, correnti e ambienti politici più o meno legittimati. La comunicazione ufficiale sembrava essere la conclusione di un percorso già avviato in grande segretezza e non il preannuncio di un salto nel buio. Nell’idea originaria dei consiglieri di Alemanno, a partire dal suo più stretto e ascoltato collaboratore Umberto Croppi, l’azzeramento della giunta doveva consentire al sindaco di personalizzare una nuova fase del governo cittadino, indebolito dagli scarsi risultati amministrativi e macchiato dagli scandali della parentopoli romana: insomma, un blitz stile reparti speciali. Qualcosa però è andato storto. Col passare del tempo la sensazione è stata sempre più quella di un’operazione priva di razionalità, balbettante nel suo svolgersi, che ha portato Alemanno ad incastrarsi proprio in quella palude di mediazioni e trattative da cui aveva avuto l’illusione di sganciarsi.Sorprende che un politico come Alemanno non sappia che un atto di forza, una volta iniziato, va portato fino alle estreme conseguenze, altrimenti la forza generata si ritorce in direzione contraria. E’ una regola della politica. Alemanno invece è sembrato aver paura del gesto compiuto. E’ rimasto in mezzo al guado mentre la corrente del malcontento montava e le diverse anime del Pdl uscivano dallo stordimento iniziale. L’azione, che doveva essere lineare, incisiva, diretta e di breve durata, si è trasformata in una casbah di conflitti e richieste che hanno coinvolto tutti. Non solo il Pdl tornato in guerra nelle sue componenti romane, ma anche La Destra di Storace, l’Udc, e persino i cattolici di Rotondi che hanno costretto all’intervento diretto lo stesso Berlusconi per scongiurare la defenestrazione del vicesindaco Cutrufo e un rischio di ricaduta sugli equilibri nazionali.Insomma, Alemanno ha combinato un caos. Il blitz si è trasformato in una tragicommedia politica, con il sindaco di Roma a girovagare in cerca di assessori della società civile che accettassero l’incarico e salvassero la sua immagine. Il risultato di questa operazione è ora un Pdl romano spaccato, con una parte di An (la forte componente dei gabbiani di Fabio Rampelli penalizzata dalle scelte del sindaco) sul piede di guerra, una par[...]



se la scemenza diventa ideologia

2011-04-21T15:21:58.557+00:00

di Giampaolo Rossi Cosa hanno in comune gli studentelli rivoluzionari che giocano alla guerriglia per strada e un politico di sinistra dal visetto pulito come Dario Franceschini? Cosa hanno in comune gli apprendisti capipopolo che, nell’esclusiva audio pubblicata da Il Tempo, si credono “l’unico motore sociale del Paese” e l’erede di quella sinistra cattolica che ha inventato il fenomeno tutto italiano del cattocomunismo, mettendo insieme Cristo e Marx senza prendere null€a dall’uno, né dall’altro? Una cosa fondamentale: la scemenza trasformata in ideologia. Il problema è che la sinistra che non c’è non è mai quella che vorresti, perché quella che vorresti è esattamente quella che c’è. Altrimenti noi reazionari non potremmo continuare ad avere ragione su tutto. Anche se lo negheranno, e senza bisogno di esame del Dna, i novelli Che Guevara de noantri sono i figli naturali di quelli come Franceschini che continuano a pensare la politica come odio e semplice antitesi.E allora spieghiamo le motivazioni per le quali Dario Franceschini si merita l’ambita onorificenza di “padre politico della scemenza ideologica”. Qualche giorno fa, come ogni politico progressista di fede obamiana che si rispetti, ha invaso il web con un video su You Tube in cui ha giustificato con un’analisi politica lucida, attuale, quasi moderna, le ragioni di un’alleanza del Pd con il Terzo Polo di Casini Rutelli e Bocchino. E quali sarebbero queste ragioni lucide e moderne? Ovvio, la Resistenza e il movimento partigiano. Franceschini ha detto di aver capito un sacco di cose. Primo, che “è un’idea scema quella che Berlusconi sia invincibile”. Secondo, “che Berlusconi ha dentro di sé pulsioni autoritarie”. Terzo, che con Berlusconi siamo al “livello massimo d’emergenza democratica”. Quarto, che comunque “siamo a un passo dalla fine” del suo sistema di potere. Quinto, che siccome bisogna preoccuparsi perché in questi momenti ci possono essere i colpi di coda, “nei prossimi mesi dovrà essere massima la nostra vigilanza democratica". Sesto, che bisogna ricordarsi che quando “le nostre madri e i nostri padri si trovarono in montagna a fare la Resistenza” non stettero lì a domandarsi se erano comunisti, cattolici, liberali o monarchici (con viva soddisfazione dei comunisti che dopo la guerra, di partigiani cattolici, liberali e monarchici ne poterono far sparire un bel po’ senza che nessuno se ne accorgesse). E allora, basta con le chiacchiere. Diamoci da fare tutti insieme per abbattere la dittatura.Se Franceschini, oltre a Dossetti e Don Primo Mazzolari, avesse letto Carl Schmitt, capirebbe che una moderna democrazia è tale solo se sa ricondurre il conflitto all’interno di regole precise e condivise, proprio perché i diversi attori appartengono ad una comune dimensione di senso. Qui si fonda il gioco elettorale, la legittimità costituzionale, la sovranità parlamentare, la divisione dei poteri dello Stato. Continuare a raccontare, che un Presidente del Consiglio eletto per tre volte in 15 anni con regolari elezioni, è un corpo estraneo alla democrazia, significa trascinare il conflitto politico al livello estremo nel quale le regole di comune condivisione saltano e le tensioni diventano irriducibili. Questo giustifica la violenza dei giovanotti universitari che nell’audio pubblicato arrivano ad autoassolversi con piroette illogiche tipo: [...]