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Persecutorio



O dell'abiura del lettore



Published: Wed, 20 Dec 2017 12:37:38 +0100

Last Build Date: Wed, 20 Dec 2017 12:37:38 +0100

 



Mabel dice sì (secondo Raoul Bruni)

Sun, 06 Apr 2014 10:17:00 +0200

C’è qualcosa di esemplare, di metafisico, nella rastremata eleganza della prosa di Luca Ricci. Prendiamo il suo ultimo racconto lungo (o romanzo breve) Mabel dice sì (pp. 137, euro 12,50) da poco uscito nella bella collana einaudiana dell’“Arcipelago”. Il narratore-protagonista, un giovane pianista che ha studiato al conservatorio e coltiva grandi ambizioni artistiche, comincia a lavorare come portiere di notte in un albergo per poter raggranellare qualche soldo per l’affitto.  Egli vorrebbe «fare di sé un’opera d’arte», come una sorta di Andrea Sperelli squattrinato, e considera inizialmente quell’impiego un’occupazione puramente passeggera, nella convinzione che prima o poi il suo talento pianistico gli avrebbe garantito un destino di ben altro calibro. Il nome del protagonista non è mai esplicitato, così come non sono specificati né il periodo esatto in cui si svolge la vicenda, né il nome della città scelta come ambientazione (anche se da alcuni accenni si può dedurre che si tratti di Pisa, città in cui l’autore vive). Le reticenze non sono certo casuali (niente è casuale nella calcolatissima orchestrazione narrativa di Luca Ricci). Siamo infatti di fronte ad un racconto esemplare, appunto, che veicola archetipi non riducibili ad un determinato luogo o epoca, né ad una singola esperienza individuale.  Archetipica è la figura intitolante di Mabel, uno dei personaggi femminili più memorabili della nostra narrativa recente: la donna che porta questo nome, impiegata come receptionist nello stesso hotel del protagonista, ha un fascino irresistibile, che seduce non solo quest’ultimo ma anche ogni altro personaggio maschile del libro. Tale fascino non deriva tanto dalla bellezza fisica, quanto dalla suprema femminilità: «A Mabel non serviva essere femminile perché era visceralmente femmina». Al contrario del Bartleby melvilliano (evocato nell’epigrafe del libro), Mabel dice sempre sì, concedendo se stessa a tutti gli amanti che le si offrono, siano essi colleghi di lavoro con i quali intrattiene un rapporto confidenziale oppure clienti dell’hotel appena conosciuti; ma la sua dedizione agli altri è totale e va ben oltre la sfera sessuale. Il protagonista è letteralmente ossessionato da Mabel: chiede di lei ai colleghi, cerca informazioni sulla sua vita privata, e, ad un certo punto, tenta pure un approccio fisico accarezzandole i seni: lei sarebbe disponibile, ma qualcosa lo blocca, gli impedisce di lasciarsi andare. Egli infatti è per certi versi l’antipode di Mabel: ancora pretenziosamente ancorato alla sua propria leggenda di artista, guarda gli altri con superiorità; è prigioniero del suo ego e non è capace di instaurare una relazione autentica con nessuno. Compulsa le biografie dei grandi pianisti, in particolare di Glenn Gould (un altro riferimento essenziale di Mabel dice sì è certamente il Thomas Bernhard del Soccombente), nella speranza di riscontrare qualche coincidenza tra il proprio percorso esistenziale e quello dei grandi musicisti. Sulla sua vita grava però l’ombra di uno scacco, che oserà confessare soltanto a Mabel tra le lacrime: è stato bocciato all’esame dell’ottavo anno del conservatorio, e ciò ha inferto un colpo decisivo alla sua autostima. Pian piano smette di suonare il pianoforte e si abitua definitivamente a quel lavoro di receptionist, che da precario diviene fisso (si guadagna la fiducia del proprietario dell’hotel e viene assunto in pianta stabile). Il rito di iniziazione che lo conduce alla maturità consiste nel rinunciare a fare l’artista per accettare di svolgere un mestiere ordinario: una formativa strage delle illusioni che si rivela inaspettatamente liberatoria: «Non riconoscere più in me nessun fuoco sacro era una piccol[...]



L'amore e altre forme d'odio (secondo Mazzucato)

Sun, 02 Mar 2014 16:42:00 +0100

In questo libro ho incontrato l'horror più affilato e spietato che mi sia mai capitato di trovare in un libro, in un film, in un quadro. Qualcosa di simile è rintracciabile solo nei pensieri, nei brandelli di vita che emergono contro la nostra volontà quando abbassiamo le difese, nelle cose losche e indecifrabili che portiamo dentro, ben stipate, sperando che l'involucro tenga. Ho trovato un horror avvolto in una scatola di latta di quelle dei biscotti al burro, in un pacco da festa di compleanno, in una confezione elegante foderata di carta leggera. Non si tratta di "horror" nel senso classico del genere, ma di una dimensione di "orrore del quotidiano" della quale Luca Ricci ci offre spietati, divoranti, incredibili quadretti. Il libro si intitola "L'amore e altre forme d'odio" , Einaudi 2006, e Guido Davico Bonino definisce splendidamente il rapporto fra forma e contenuto rintracciabile nella scrittura di Ricci all'inizio del libricino ( non lasciatevi ingannare, è breve ma denso e spesso) dove afferma, tra l'altro, di considerarlo uno degli scrittori più originali della sua generazione. Io condivido. Ma di che tipo di originalità si tratta? E dove va Ricci a trovare i temi e gli spunti per renderci questo orrore affilato e sottile, dove gli slittamenti avvengono per movimenti impercettibili, per un rotolare appena delineato che procede lasciando smarrito e sorpreso il lettore? Nel contesto, negli interni, nel quotidiano, nella vita di coppia e nella famiglia. Sono storie all'apparenza piccine ma in realtà enormi. In un racconto si tratta di una veranda, tutta la questione drammatica si svolge attorno al problema di una veranda che dovrebbe esserci ma non c'è, oppure di biancheria intima, di meringhe, di piselli. Con una scrittura che non ammicca, che non cerca l'effetto speciale ma che lo stana nelle cose, ecco l'orrore, il disastro che si fa sempre più vicino, che diventa palpabile, che strozza, che fa mancare l'aria. Negli interni si consuma la grande tragedia del vivere sotto forma di vessazioni prima minuscole e poi intollerabili. Negli interni ci si divora l'un l'altro senza rispettare regole naturali, senza rispettare niente. Nella condivisa finizione del rispetto di tutto. Convenzioni, feticci, rituali. Abile Ricci ci consegna elementi di vite plausibili come la nostra o come quelle dei nostri vicini di pianerottolo, storie di rientri, di lampade, di feste comandate, di cucina, di inviti. Ci consegna queste storie che hanno un odore non alieno, non differente. E' la prova a cui occorre sottomettersi, l'istantanea identificazione e poi il colpo. Quello che ti fa indietreggiare, che ti lascia esterrefatto, lettore smarrito che credeva di trovarsi fra percorsi consueti. Il colpo. Narrato in brevi racconti dove i protagonisti non hanno nomi ma ruoli, e non è certo una scelta casuale. Appaiono per un pochino luminosi, impeccabili, con i tasselli della loro vita al posto giusto, parte di un mandala che non verrà distrutto con un gesto della mano, che rimarrà solido e perenne per salvare, accogliere e custodire. Infatti il contesto resta. Il puzzle non viene distrutto. Viene eroso dall'interno. Ricci gli toglie la pelle, lascia che liquidi di varia natura, puzzolenti e disgustosi, colino dalle parole ineccepibili. Eleganti. Lo strazio avvolto di satin è rapido come un proiettile vagante. E' vischioso come la mediocrità che ti è stata raccontata con un ritmo suadente, senza fartene accorgere del tutto. E' un abito di merletto che si trasforma in muffa.

(Questa recensione è apparsa su Books and other sorrows nell'autunno 2006)




La persecuzione del rigorista (secondo Benfante)

Tue, 03 Dec 2013 22:22:00 +0100

Vi sono libri così disperanti che in qualche modo schiudono alla fede, immanente o trascendente che sia, cioè a una scommessa dalla parte dell’uomo. Così mi sembra il terribile e assai bello “La persecuzione del rigorista” del pisano Luca Ricci, storia esemplare di una perdizione. Si badi, il libro e l’autore non concedono illusioni di sorta, ma il paradosso sta proprio nel loro radicale pessimismo in cui tuttavia il male deve pur ricorrere a una sua arte e a un suo metodo, mentre la vita possiede una sua naturale semplicità e una sua misteriosa e compatta perfezione che costa fatica incrinare. Magrissima consolazione, è vero, ma forse sufficiente a indurci a resistere contro le tentazioni del progresso e del successo, ovviamente malintesi (o al male tesi). Va da sé che questa è solo delle possibili interpretazioni di in testo estremamente concentrato e teso che sembra rifuggire dalla dimensione del romanzo con una austera laconicità e uno stile non grezzo - e anzi talora sottile - bensì efficacemente rustico in certe sue scelte espressive più rapide e  dure. Si potrebbe definire questo lungo racconto di Ricci il diario di un curato di campagna, ma tutto al rovescio rispetto a Bernanos e Bresson, sebbene con eguali esiti sul conto dell’impotenza umana. O meglio ancora un anti-Nazarin in cui il giovane prete posto da Ricci al centro di una vicenda di ordinario surrealismo (ché la realtà vi appare completamente stravolta nello specchio magico televisivo) sostituisce l’ossessione della santità con l’avversione paranoica per ogni cosa immacolata in cui baleni il sospetto del divino. Parabola all’incontrario, “La persecuzione del rigorista” (Einaudi) è la storia di un sacerdote di estrazione altolocata che viene inviato per confino e apprendistato (forse per scontarvi un peccato d’arroganza e d’ambizione) in uno sperduto e freddo paese degli Appennini in cui la vita si conserva, statica e insulsa, sotto vuoto pneumatico: il luogo più adatto e consono a fungere da prova del nove di un nichilismo già altrove sperimentato. In partibus infidelium, quindi, ma a sua volta del tutto disincantato, l’uomo di chiesa (come “addetto ai lavori”, cioè come spassionato funzionario du una liturgia burocratizzata) affianca un “collega” più anziano, un “decrepito pretucolo” che crede nell’oroscopo e officia i riti quotidiani del talk-show, nascondendo a malapena il vizio incontenibile della pedofilia. Incredulo (ma come un Tommaso che ha toccato con mano la coriacea onnipresenza del male) il pretino trascorre la sua quarantena in una specie di Eboli nordica, in un mondo contadino dove il tempo pare essersi fermato, ma in realtà obbedisce, sebbene con fatale asincronia, ai comandi dei mass-media. Dopo aver fallito come promessa del calcio (unica vera religione degli italiani) non gli resta che la Chiesa come ultima chance di affermazione. E a questi progetti di carriera, che riempiono le sue notti insonni, si attaglia perfettamente la “distrazione” del cattolicesimo, cioè il suo sistematico disattendere i principi, la sua dottrina lassista e la sua salvifica dabbenaggine. Tra una tiritera omiletica e l’accudimento (distrattissimo) di un ritardato mai chiamato per nome e quasi mai considerato come un essere umano, il giovane prete ammazza il tempo (laddove il tempo cristallizzato indurrebbe ad ammazzarsi come estrema ribellione a un Dio a cui da un pezzo si è smesso di credere) giocando a poker e assistendo alle partitelle di una squadretta locale. Ma se l’azzardo delle carte concede un’eccitazione troppo fugace (ogni bluff è vincente, data la netta superiorità sociale sui contendenti), il calcio si rivela una specie di folgorazione. Soprattutto un giocatore mediocre[...]



La persecuzione del rigorista (secondo Belpoliti)

Tue, 09 Jul 2013 01:07:00 +0200

Il libro di Luca Ricci 'La persecuzione del rigorista' (Einaudi, pp. 110, e 10) è probabilmente il più bel romanzo italiano dell'ultimo anno. Scritto in modo pressoché perfetto, si presenta come una calzante metafora dei nostri anni, ed è una prova di talento inconsueta nella giovane narrativa italiana. Ricci ha il dono di tracciare con poche frasi un intero paesaggio, di visualizzare personaggi, luoghi, atmosfere, dettagli. Un giovane e ambizioso prete, con salde amicizie famigliari, è mandato a espiare qualcosa che ha commesso in una parrocchia di montagna. Si muove tra parrocchiani poveri e ignoranti, frequenta il campo di calcio dei ragazzi e il confessionale.

La storia s'incentra su due punti focali: le prestazioni di un giovane calciatore, scarso in campo ma infallibile nel calcio di rigore; e la strana morte di un adolescente caduto giù da un burrone. Sullo sfondo l'allenatore di calcio e la sua giovane moglie, il vecchio parroco pedofilo, un maresciallo dei carabinieri in pensione, e soprattutto il rigorista amato e insieme odiato dal protagonista.

La voce che racconta la storia in prima persona è quella del giovane prete. Vediamo tutto attraverso i suoi occhi e i suoi sentimenti: su tutto prevale una sottile cattiveria foderata di cinismo che discende da un complesso incrollabile di superiorità. Il prete non crede ad altro che all'azione umana, e in particolare alla propria. Il suo è il ritratto perfetto della cattiveria come mancanza di pudore, assenza di limite interiore, e insieme profonda degradazione dell'animo umano: degradare gli altri come risposta al timore della propria inarrestabile degradazione. La cattiveria vera è difficile da descrivere, ma Ricci ci riesce. E 'La persecuzione' funziona sia come giallo sia come inconsueto giornale dell'anima. Un libro inimitabile.

 

*Questa recensione è uscita per la prima volta su L'espresso del 13/02/2009




L'amore e altre forme d'odio (secondo Cortellessa)

Mon, 08 Jul 2013 01:30:00 +0200

La tattica di Ricci entra in azione alla quarta pagina del racconto iniziale Fantasma, quaderno. In un opaco interno borghese, una tensione sottile ma insostenibile si viene a creare – senza alcun congruo motivo – fra un io narrante, marito, e un altro, moglie. Nessuna fisionomia, nessuna psicologia. Niente cause, solo effetti. Il racconto, semplicemente, non si dà tempo per le cause: come un origami, semplice e delicato, si ripiega in tre lievi scatti. Perfettamente immotivato, così come ha avuto inizio, dopo sei pagine finisce. L'io-marito s'ingozza d'una pizza acquistata a domicilio, dando le spalle all'altro-moglie. "Pensavo in generale, in astratto, ma non ebbi il tempo di concludere la riflessione: mia moglie arrivò da dietro, come una saetta". Pausa. Stacco di capitoletto. "Mi svegliò il rumore della motosega". Con quest'aleggiante sospetto di violenza (la moglie si muove "come una saetta"), l'apparizione della motosega fa immaginare sviluppi granguignoleschi, da vulgata splatter. Invece no; la motosega, ci viene spiegato subito, è quella di qualcuno che dà "una sistemata al giardino". Solo che poi dell'altro-moglie non si fa più menzione. Una violenza si esercita, in effetti, ma (almeno in apparenza) non su chi ci aspettiamo debba subirla (o meglio, l'abbia già subita). L'io-marito schiaccia una lucertola, che "muoveva la testa a piccoli scatti", con due colpi di mattone. Poi trascrive questi suoi piccoli gesti ed esce dalla casa-pagina. Non prima di notare che "il cartone della pizza era sempre a terra. Le scaglie di grana e la rucola imbrattavano il muro". Cosa è avvenuto? Non lo sappiamo. È dato solo sospettarlo, appunto. Fatte le debite proporzioni, il silenzio narrativo fra la mossa della moglie e il rumore di motosega ha lo stesso valore, se non la stessa funzione, dello spazio bianco memorabilmente celebrato da Proust (e di recente ripreso da Carlo Ginzburg), fra due capitoli dell'Educazione sentimentale. Alcuni dettagli (dalla lucertola schiacciata al "fantasma gonfiabile" clic d'innesco del libro; si può anzi credere che il dissidio fra i coniugi inizi quando la moglie si entusiasma del balocco e lo "abbraccia come se fosse una cosa viva") fanno pensare a Landolfi: alla miscela di fantastico e quotidiano – perfetta incarnazione dell'Unheimliche – di cui ha parlato una volta Zanzotto a proposito della Pietra lunare. Certo, un Landolfi ben strano: con questa lingua cauterizzata, ridotta quasi al grado zero. Che rifugge da qualsiasi ispessimento restando, tuttavia, sorvegliatissima (Guido Davico Bonino nel risvolto parla di "uno stile minuzioso e traslucido": per una volta, non una formula pubblicitaria). Qualcosa di inimmaginabile, si dirà: se non ci fosse Luca Ricci, appunto, a mostrarcelo. Proseguendo in questa lettura lenta, diciamo circospetta, ci si rende conto che quello di Ricci è un vero e proprio metodo. Anzi, per l'appunto, una tattica. I suoi interni domestici sono sempre (com'è detto all'inizio di Diciassette sedie) "un campo di battaglia". Ma della battaglia assistiamo solo ai preparativi, o ai suoi postumi. Per lo più non viene mostrata alcuna violenza, non entra in scena nessun elemento meraviglioso, enigmatico o appunto "fantastico" (le rare volte in cui accade, come in Degenza – nel quale un ricoverato per futili motivi viene turbato da un urlo straziante che par essere solo lui a sentire – il "mistero" non sfugge allo stereotipo, in questo caso buzzatiano; altro piccolo scivolone è Ultimi fuochi). Il perturbamento, proprio al contrario, si produce con l'omissione – da una situazione del tutto convenzionale, di regola ricondotta infatti al sempiterno teatrino d[...]



Mabel dice sì (secondo Tesio)

Sat, 06 Jul 2013 05:46:00 +0200

Prima ti chiedi: che cosa avrà mai a che vedere questa Mabel con “Bartleby lo scrivano” di Melville? La domanda viene dall’esergo del romanzo breve (o piuttosto racconto lungo) che Luca Ricci pubblica da Einaudi, Mabel dice sì. Poi – a lettura compiuta – capisci che quel “preferirei di no” non è che l’altra faccia dei “sì” a cui Mabel – soggiacendo – corrisponde. L’una e l’altro creature di confine che esprimono l’impotente condizione della totalità e dell’abbraccio, dell’inermità e della compassione. Tra i “no” di Bartleby e i “sì” di Mabel c’è un’identità perfettamente divaricata. Perché tutto procede – in tutt’e due i casi – da una dimensione di assurdo e di libertà.     E così Luca Ricci conferma la sua attitudine a creare personaggi “fuori norma” che sembrano agire in un tempo sospeso. Nel precedente racconto lungo, La persecuzione del rigorista, era un villaggio abbarbicato sull’Appennino, qui si tratta della mai espressamente citata ma del tutto riconoscibile città natale dell’autore, Pisa. Ma una Pisa vista di sguincio, da un angolo visuale protetto: un antico convento periferico trasformato in hôtel che è quasi un non-luogo.     In questo spazio agiscono alcuni personaggi che diventano i figuranti di una storia di sottile architettura, i portatori semplici ed emblematici di segrete inquietudini e di allarmi, di crepe e scollature, ma anche i depositari di un’arcana fascinazione. Personaggi di natura più metafisica che reale, più accennati che svolti, tutti ruotanti intorno al personaggio più consistente e ad un tempo più sfuggente, che è Mabel, un nome che sa di destino se significa “colei che è amabile”, ossia che si lascia amare, che si fa amare, volendo condurre tutti quanti alla pace.         Mabel è una figura-ossimoro, un coagulo di contraddizioni che si tengono non già al probabile, ma – ed è molto diverso – al “possibile”: vorrei dire il possibile di ogni (qui laicissima) “santità”. Mabel la prendono tutti ma non la possiede nessuno. Di lei si sparla, ma nulla la scalfisce. Mabel non è vistosa, ma è attraente; non è maliziosa ma è accogliente; è consistente, ma fuggitiva; è affascinante ma a modo suo furtiva. I suoi gesti sono silenziosi, le sue parole essenziali, i suoi dialoghi secchi e brevi, le sue difese deboli ma inespugnabili. Donandosi, Mabel si sottrae, ma sottrendosi si dona – definitivamente – come conferma l’imprevedibile finale (che non dico) e la sorprendente appendice che lo incorona.           A raccontarla è un io narrante che molto racconta anche di sé: un giovane pianista fallito e portiere di notte per necessità, ruolo precario che tuttavia non fa che precedere (una sorta di anticamera) un compito di maggiore responsabilità. Mabel affiora appunto da un suo ricordo (altro segnale di impalpabilità) e tutto dipana attraverso la sua figura enigmatica di “principessa invocata contro fulmini e serpenti”, di donatrice e di annunziante Nel suo andamento perfettamente circolare, svolto tutto a ritroso dentro una scrittura di taglio diamantino, di misura classica, di trasparente (e proprio per questo) misterioso nitore, Luca Ricci conferma così di essere nel nostro panorama una voce di sobrio, calibratissimo narrare.                    [...]



purezza incorruttibile

Thu, 27 Sep 2012 23:27:00 +0200

E' uscito il mio terzo Arcipelago Einaudi Mabel dice sì.

Un ringraziamento speciale a Marco Lodoli per aver scritto qualche anno fa la quarta di copertina di un altro Arcipelago, Ieri di Agota Kristof. Quella quarta per me è diventata una sorta di Musa, d'incanto e di maledizione.

Eccola: Una storia d'amore dura come un sasso. Bisogna avere una grande saggezza per raccontare una storia così, senza fronzoli e trucchi. Bisogna essersi lasciati alle spalle le bugie della letteratura e scegliere le parole nella loro povera sincerità. "È diventando assolutamente niente che si può diventare scrittori", dice Tobias, l'operaio-scrittore protagonista del romanzo. Solo chi, come lui, sa mantenersi vuoto e puro può colmarsi d'amore e conquistarsi a fatica una voce per dirlo. Ieri è una lezione di stile, un grido assoluto che ci solleva fin dove l'aria è fredda e trasparente e tutto si vede più chiaramente.




il punteggio d'amburgo

Mon, 11 Jun 2012 12:31:00 +0200

"Il punteggio d'Amburgo è importantissimo. Tutti gli incontri di lotta sono truccati. Gli atleti si fanno mettere con le spalle a terra secondo le istruzioni dell'impresario. Ma una volta l'anno si riuniscono ad Amburgo in un'osteria e lottano a porte chiuse, con le tende tirate. Lottano a lungo, pesantemente, senza eleganza. Il punteggio d'Amburgo serve a stabilire la classe reale di ciascun lottatore e ad evitare il totale discredito".

Il punteggio d'Amburgo, Viktor Sklovskij

Da Narratori degli anni zero (Edizioni Ponte Sisto, pag. 704, 30 €, a cura di Andrea Cortellessa, prefazione di Walter Pedullà).

I lottatori antologizzati sono: Tommaso Pincio, Paolo Nori, Ugo Cornia, Antonio Pascale, Francesco Permunian, Nicola Lagioia, Christian Raimo, Leonardo Pica Ciamarra, Laura Pugno, Franco Arminio, Paolo Morelli, Emanuele Trevi, Giorgio Falco, Giuseppe A. Samonà, Eugenio Baroncelli, Ornela Vorpsi, Luca Ricci, Luca Rastello, Roberto Saviano, Babsi Jones, Andrea Bajani, Francesco Pecoraro, Giorgio Vasta, Gabriele Pedullà, Gilda Policastro.

 

 







millionaire

Tue, 20 Dec 2011 19:00:00 +0100

  Nella primavera dell'anno scorso risposi ad alcune domande su Come scrivere un best seller in 57 giorni per il numero estivo della rivista Millionaire. Eccovi l'intervista integrale. Qual è l'idea di best seller espressa nel tuo libro? Il best seller non è un fatto opinabile. E’ letteratura d’intrattenimento che può essere, di volta in volta, stupida o intelligente. La perversione del nostro tempo (o la diversità, se si vuole non essere a tutti i costi antistorici) è la cultura bestsellerista. E’ l’estetica applicata al dato di vendita. Se vende è bello, se non vende è brutto. Un libro del genere può essere costruito a tavolino?  La letteratura non è una scienza esatta. Vale per i capolavori come per l’intrattenimento. Ma nell’intrattenimento, proprio perché contano i numeri, si tenta di replicare ciò che in passato ha avuto successo. In questo senso, nel senso cioè del best seller in quanto genere letterario, ci sono alcune regole semplici ma ferree: usare un linguaggio facile che non crei disturbo al lettore e drogare la storia (se è di suspense, ad esempio, inserire molti colpi di scena). Che qualità servono per riuscirci? Per un bestsellerista saper intercettare il gusto del lettore (meglio sarebbe dire del pubblico, o del cliente). Quale storia vuole leggere la maggior parte delle persone in un determinato periodo storico? Chi riesce a intuirlo prima degli altri ha stoffa. E il tempo che importanza ha: si può davvero scriverlo in 57 giorni? A quali condizioni? Ken Follet dando dei consigli di scrittura ha dichiarato che impiega più tempo a scrivere il primo capitolo che il resto del libro. Certamente il primo capitolo è un tassello fondamentale, però l’affermazione tradisce anche una certa volontà di automatizzazione eccessiva che va a braccetto con l’industria editoriale. Un bel libro può non essere un best seller? Un brutto libro può esserlo? Nel novecento la storia della letteratura è stata fatta da libri pubblicati a pagamento dai loro autori o addirittura rifiutati ostinatamente dalle case editrici per anni. Solo in Italia si pensi al Gattopardo o alla carriera sfortunata di Guido Morselli. Ribalterei i termini della domanda: un bel libro può essere un best seller, un brutto libro può non esserlo. Perché hai scritto questo libro? L’ho scritto per cercare di ristabilire le distanze tra libri e prodotti di consumo. Non mi piace che l’unico metro di valore possibile venga determinato dalle classifiche di vendita. E detesto quando di un libro mediocre vengono date faraoniche anticipazioni sui maggiori quotidiani nazionali solo perché è molto probabile che venderà. Che reazioni hai avuto? Ho fatto arrabbiare tanti, il che mi sembra un successo. Dispiacere è un diritto sacrosanto dello scrittore. Almeno quanto lo è piacere. Ma temo che la maggior parte degli addetti ai lavori abbia fatto finta di non capire. Il silenzio è peggiore di una critica. Per fortuna tanti lettori hanno apprezzato l’ironia: no, non ho scritto un manuale soddisfatti o rimborsati. O scritto semmai un libro sul perché certa manualistica che promette miracoli (anche letterari) andrebbe bandita. Che idea ti sei fatto degli aspiranti scrittori? Che cosa manca alla maggior parte di loro?   All’inizio (e anche dopo) c’è da essere ambiziosi ma non superbi. Umili ma non modesti. Forse c’è una confusione lessicale in molti aspiranti. Ma trovo la definizione poco lusinghiera. Lo scrittore non è uno che brama qualcosa[...]



epperò la blogosfera 4

Sat, 10 Dec 2011 20:22:00 +0100

A due anni dall'uscita, un tempo che si può ben definire abissale per i ritmi da fast food con cui la nostra editoria è solita bruciare i libri (e talvolta gli autori), non si ferma il passaparola su Come scrivere un best seller in 57 giorni (Laterza 2009). Allibito, non mi resta che segnalare:

Finzioni, progetto di scrittura creativa

SpazioTerzoMondo

Le Bateau Ivre

bookblister (pillole di libri)

Ringrazio inoltre tutti gli allievi del corso "Come scrivere un best seller: teoria e pratica delle scritture da classifica", perché mi hanno offerto la possibilità di tornare a ragionare sulla questione, a mio avviso al momento dirimente, della cosiddetta cultura bestsellerista...

 




fantastica letteratura

Sat, 20 Aug 2011 18:35:00 +0200

Non esistono voci in grado di mentire.

Ascoltate bene perciò le quattro puntate dedicate alla letteratura fantastica, a mia cura, andate in onda nel mese di agosto su radiorai3.

Di seguito i rimandi a ciascuna puntata:

Fantastico Visionario

Fantastico Sovrannaturale

Fantastico Spettrale

Fantastico Quotidiano




download o non download, questo è il problema

Mon, 28 Mar 2011 00:25:00 +0200

 

Sulle librerie virtuali Ibs, Biblet, Feltrinelli, Simplicissimus, Book-Republic, Unilibro (e penso via via tutte le altre) si può acquistare Come scrivere un best seller in 57 giorni per una manciata di euro. Formato ePub per eBook, ovviamente.

Di seguito, al solo scopo d'incuriosire l'eventuale acquirente, alcune chiavi d'accesso alla comprensione (non agevole) del libro:

The Beatles, Firmino, Parigi, Apocalittici & Integrati, Scarafaggi, Scrittura Creativa, Cyrano de Bergerac, Walter Benjamin, Vita da Bohème.




cose letterarie in cui non credo (3)

Wed, 09 Mar 2011 23:38:00 +0100

Non credo all'abuso del dialetto. A tutti quelli che gridano al capolavoro soltanto perché nel libro compaiono zaffate di napoletano, siculo, sardo, milanese, varesotto. A tutti quelli che prendono la cantonata di pensare che il dialetto (fa così tanta simpatia!) automaticamente sposti la lingua su un piano più ricco, più profondo, più immaginifico. A me il dialetto pare un trucco, e neanche dei migliori.




cose letterarie in cui non credo (2)

Tue, 08 Mar 2011 09:33:00 +0100

Non credo alla deriva contenutistica. Non tanto di chi scrive (ma anche di chi scrive) quanto di chi pubblica, recensisce, legge. Tutti lì a pretendere di andare a caccia del tema come se i libri fossero safari.




cose letterarie in cui non credo (1)

Fri, 04 Mar 2011 12:11:00 +0100

Non credo a chi fa sociologia romanzata. Chi fa sociologia romanzata e si professa scrittore mi fa sempre un pò l'effetto dei commentatori sportivi che si definiscono giornalisti.




scrivere un racconto al castello (aggiornamento)

Sat, 19 Feb 2011 09:19:00 +0100

Ora, pare che diverse mail indirizzate a info@castelloinmovimento.com domandino le seguenti cose:

Luca Ricci  scriverà un racconto in un castello?

Vendete i libri di Luca Ricci?

C'è qualche altro tutor disponibile che Luca Ricci non mi va a genio?

Ebbene la risposta a queste domande è: no. Ma allora cosa succederà di preciso al Castello di Malaspina? Succederà che leggeremo insieme un sacco di racconti brevi per vedere come funzionano (e capiremo che spesso anche nei cosiddetti capolavori funziona alla perfezione una cosa sola). Mangeremo squisitezze locali. Proveremo a scrivere un micro-racconto insieme, che sia da modello e/o promemoria delle nostre giornate di lavoro. Ci affacceremo dalle torri merlate su un panorama mozzafiato. Daremo la caccia allo Spirito della Letteratura, sempre che ne abbiate uno. E magari improvviseremo una gara di ballo nei saloni, se ci andrà.

Purtroppo è a numero chiuso. Il che vuol dire che qualcuno alla fine potrebbe restare fuori. Così va la vita.

 

 




le degré zéro de l'écriture

Thu, 27 Jan 2011 19:07:00 +0100

Scrive Roland Barthes nel 1953:

"L'egli è una convenzione-tipo del romanzo; l'egli segnala e completa il fatto romanzesco; senza la terza persona, c'è impotenza a raggiungere il romanzo, o volontà di distruggerlo".

"La modernità comincia con la ricerca di una Letteratura impossibile".

"Privo di altre possibilità di lotta, lo scrittore possiede una passione che basta a giustificarlo: la creazione della forma".

"L'agrafia tipografica di Mallarmé vuol creare intorno alle parole rarefatte una zona di vuoto in cui la Parola, liberata dalle sue risonanze sociali e colpevoli, cessa felicemente di destare echi".

"La nuova scrittura neutra si pone in mezzo a queste grida e a questi giudizi, senza parteciparvi affatto, essendo appunto costituita dalla loro assenza".

"E' necessario allora superare la Letteratura affidandosi a una specie di lingua basica, ugualmente lontana dai linguaggi parlati e da quello letterario propriamente detto".

"Se la scrittura è veramente neutra, se il linguaggio, invece di essere un atto ingombrante e indomabile, raggiunge lo stato di una equazione pura, allora la Letteratura è vinta, la problematica umana è scoperta e rivelata senza colori, lo scrittori è per sempre un uomo onesto".

"Proprio perché non c'è pensiero senza linguaggio, la Forma è la prima e ultima istanza della responsabilità letteraria".

I libri dialogano tra loro, fregandosene dello spazio e del tempo. Ma non sono chiacchieroni, non parlano tanto per parlare, per il gusto della conversazione. Il loro confrontarsi è chirurgicamente selettivo. I libri dialogano a gruppi, rigorosi. Non credete?




scrivere un racconto al castello

Mon, 06 Dec 2010 12:54:00 +0100

Dove: Castello di Malaspina, Fosdinovo. Incantevole dimora tra il mare e le valli della Lunigiana.

Quando: Estate 2011. Tre fine settimana (venerdì, sabato e domenica) a giugno, luglio e settembre.

Tutur: Luca Ricci (Pisa, 1974). I suoi libri sono Il piede nel letto (Alacran), L'amore e altre forme d'odio (Einaudi), La persecuzione del rigorista (Einaudi), Come scrivere un best seller in 57 giorni (Laterza).

Informazioni: Corso intensivo sul racconto breve a numero chiuso. Si accettano un massimo di dieci allievi per fine settimana. Vitto e alloggio sono compresi nel corso. Per saperne di più si può scrivere a info@castelloinmovimento.com oppure scaricare la brochure direttamente sul sito http://www.castelloinmovimento.com/