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[metrovampe]



racconti e sentieri incisi nella carne



Last Build Date: Fri, 27 Dec 2013 09:07:13 +0000

 



[Coda]

Sat, 07 Sep 2013 09:38:00 +0000

Dagli altoparlanti gracchiano i versi delle lunghe code del ritorno quotidiano. Troppa poca forza per mettersi in mezzo con un testacoda, aprire gli sportelli e le ali e mettersi ad annunciare la seconda venuta del Messia. Troppa poca forza anche per sputare un vaffanculo. Dietro i colli tutto va in fiamme, l’acqua è già sul fuoco, alla radio dicono che tutto andrà a puttane ed è cosa buona e giusta. L’algoritmo ha funzionato a dovere, nutrito a forza di oscure profezie si è slacciato i calzoni e ha ruttato e nella calura della pausa pranzo ora si farà un sonno. Un sonno eterno, glaciale quanto basta per conservare le vestigia del mondo mentre il mondo si scrollerà di dosso tutta la ressa pidocchiosa. Lo farà con un gelo muto o con un’esplosione, o piuttosto con un’onda che correrà lenta quanto l’avanzare della consunzione. L’onda arriverà lacerando carne e scoprendo ossa. Come una esplosione al ralenty il disfacimento allargherà il suo cerchio d’onda. Su ogni oggetto e su ogni essere. Fratture nuove al mattino, brandelli e macerie danzano dove prima c’era la pietra angolare. Qualcuno vedendo saltare il cuore brulicante dell’alveare dice poco male, è la volta buona che andrà a fuoco pure il pezzo di carta su cui sta scritto che ho venduto la mia anima a chi cazzo l’ho venduta e amen. Ha firmato dando in pegno il proprio tempo e tutte le terre che un mattino aveva visto in lontananza. Ha scelto di bollare definitivamente tutto come irrealizzabile illusione, nociva e fuorviante illusione. Virus debellato, male estirpato. Per questo lasciarsi spellare dall’onda d’urto è così liberatorio. C’era ancora qualcosa di vivo e palpitante sotto la calotta. C’è linfa, c’è morte.Macchine imperfette zero istinti dai video gridano ultimatum suadenti foia mista a neve ogni più recondito istinto libero nella steppa di carni e scaffali matricole tatuate sui crani cani da esperimento nelle polpette cianuro e anticoagulante mentre il bunker è accerchiato. Questa è roba buona per non sentire il botto. Lo specchio è il nemico e non ha alcuna voglia di cedere e dalla bocca vomiterà verità inconfutabile. Lo specchio, l’altare sul quale bruciare sacrifici per placare l’ira di divinità dismorfofobiche. La stanza dell’interrogatorio quotidiano, il principio, il luogo da cui ricominciare.Più veloci delle macchine, più docili e funzionanti, oro puro, duttili e malleabili. Con la pancia piena le rabbie allo zero assoluto gli occhi genuflessi sui quadranti. Nelle mani c'è più del necessario e l’anima piange. Il dolore fuori dalla porta la morte servita in alta definizione, imbavagliata salutata dagli applausi. Docile come una neonata si agita in queste ciotole stucchevoli. Candida plastificata serpente incantato. L’applauso parte intenso sentito e puntuale. L’applauso finale. L’applauso corale. Grazie per aver ricordato un futuro da stella tra i tanti possibili, l’universo parallelo dentro il quale tumulare rimpianto e rammarico.Grazie per gli applausi, davvero, li si sente scrosciare dai cuori rapiti e imbavagliati anche loro, automatici, nutriti a pane e burro. Grazie per aver ricordato per l’ennesima volta la via per diventare leggenda. Tutto il giorno a ripassare la lama all'ombra di un soliloquio muto le cervella che scalciano contro le pareti trattative e contrattazioni sul bordo della strada e nel mezzo una pausa di qualche secondo strozzato. Come si fa a diventare leggenda immortale, un mito, un esempio. La via della gloria, la scala che porta su in alto poi a darci di nuovo, più precisi delle macchine, lubrificati dalla testa ai piedi sempre pronti a infilarsi drizzati sull'attenti appena l'apertura si dilata, il varco, l'occasione, la linfa buona del fotti fotti generale. Sono queste le soddisfazioni. Il primo passo è uscire dall’interrogatorio senza un graffio. Lo specchio ha cornice cromata, a domanda vorrà risposta. Anestetico in circolo, la personale ascesa al cielo scorre con fotogrammi liquefatti, come sugo tra le gambe di puttane dallo stomaco congelato i[...]



[Nessuno ci disse un cazzo di niente quando Andromeda salì dall’orizzonte /Coda frm9]

Mon, 01 Jul 2013 14:53:00 +0000

[...] Nessuno ci disse un cazzo di niente quando Andromeda salì dall’orizzonte. Avevamo tutto questo e si brindava e si trincava. Il prodotto spaccava, dovevamo forse stare con le mani in mano e vederci soffiare tutto dai cinesi? Si mangiava e si saccheggiava come ogni santo giorno e quel rossore giù oltre le colline, quel rossore rosso sangue che nemmeno una botte di quello buono non faceva che bersi tutto quanto il cielo. Con le stelle e la luna. Avevamo i contatti, avevamo uomini ovunque. Uomini ricattabili, riciclabili, uomini da spremere come limoni. Con chi cazzo bisognava parlare? Dove cazzo bisognava firmare? Chi cazzo bisognava oliare? Liberammo i mastini, chiamammo a squarciagola la security perché avessero schiodato le chiappe. Uomini cazzuti e motivati e quelli sono stati i primi ad andarsene in cenere. E poi la luna con tutte le stelle e poi le case e i palazzi e poi non ci fu più nessun buco di culo da lubrificare. Nessun povero cristo da minacciare di licenziamento o da fare fuori o da arrostire sullo spiedo. Eppure il prodotto spaccava. Peccato vederselo sbafare dagli insetti e dagli scorpioni. Secoli e secoli che piove la cenere. Un fall out così a Formentera ce lo saremmo potuto sognare. I fondatori del nuovo ordine brulicano come nemmeno i centri commerciali la vigilia di Natale. Ci danno di zampe e mandibole. Scavano buchi per farne delle tane. Segnano territori, erigono alveari. Ingaggiano combattimenti, cercano rogna, fomentano guerre. Altre ventiquattro ore e avranno trovato il modo anche loro di sintetizzare droghe e armare atomiche. Niente di nuovo qui tra le lamiere delle due galassie unitesi in apocalittico frontale. Il prodotto spaccava allora e spacca adesso e lo farà sempre. Un cratere di carne viva riluce degli ultimi riflessi rosso accesi, carne pulsante rosso sangue scavata con il metallo ricavato dalla fusione di un forcipe. Colpa di quella fottuta scimmia spelata e psicotica dicevano. Poi hanno dato la colpa ai cromosomi. Poi a Dio e quel suo vizio di prendere la cenere e di sputarci su. Poi hanno detto di riavvolgere il nastro fino al punto in cui si era tutti dei cani ubbidienti. Abbiamo imparato la lezione, non faremo gli errori del passato, non permetteremo che il male trionfi e che il virus incubi e che le menti tornino a marcire. Riavvolgeremo il nastro tutte le volte che ce ne sarà bisogno. Abbiamo questa nuova droga, abbiamo gli acceleratori di particelle. Tornare indietro sarà facile come prendere l’autobus e nessuno si azzardi a dire che si tratta soltanto della copia di una copia di una copia. Quella nausea, quel senso di inadeguatezza di vuoto e di tempo sputtanato inutilmente. È stato solo un brutto sogno. Ora è tornato tutto così ordinato e perfetto. Tutto così desiderabile ed efficiente. Non può succedere niente di male. Se si continua a riempire lo stomaco e a dare di che bruciarsi alle cervella. Possiamo andare avanti e indietro, possiamo rendere ogni giorno identico al precedente, possiamo dimenticarci degli errori del passato e commetterli daccapo dal primo all’ultimo. Possiamo riavvolgere il nastro, possiamo sfondare la porta ed entrare e convincerli a colpi di mannaia. Non alzeranno un dito per difendersi, nemmeno ci proveranno. Diranno siete venuti per darci altra roba nuova? Siete il corriere espresso? Siete la polizia di Dio? Staranno lì con le chiappe sulla poltrona a squadrarci con occhi annacquati ed esterrefatti. E noi potremo farli a pezzi. Non alzeranno un solo dito. Dopo secoli e secoli di consunzione obbediente, dopo un mucchio di ore accidiose passate a coltivare rimpianti. Sono corpi mummificati, sono bersagli di cartone. Sono quanto di meglio poteva essere concepito per consumare il deserto sterminato. Uno sportello dietro la schiena, la serratura facile, tutta la ferraglia pronta a condurre meritate tempeste elettrochimiche. Orgasmi guadagnati con il sudore della fronte, botte di vita che nemmeno nell’alto dei cieli, oltre la stratosfera e la termosfera.Quando hanno calato dentro la profezia era un p[...]



[La sbobba ultraluminale è stata bevuta fino all’ultima goccia /Coda frm8]

Wed, 12 Jun 2013 13:21:00 +0000

[...] Il cielo inchiodato come l’ultimo dei fotogrammi, la sbobba ultraluminale è stata bevuta fino all’ultima goccia. Avanti dunque. Gli uomini nuovi tutti ritti in piedi a godersi l’epifania al tritolo vestiti di stracci. Nelle mani stimmate di rame e silicio, poltiglie inservibili. Tutti a darsi pacche sulle spalle sfondando il cofano posto tra le scapole ed estraendo botte di vita monodose. Piantati lì, ad azzuffarsi in un recinto fino al giorno in cui si collasserà tutti nel ventre di Andromeda. Com’erano belli i vecchi tempi. Com’era soffice la luce delle sei mentre si consumava l’aperitivo lassù sulle cime delle torri più alte. Aria iperossigenata nei polmoni, le nuvole vicine che correvano fino all’orizzonte macchiato di tramonto. Stavamo in alto cazzo, così in alto che sembrava potesse durare in eterno. Le piscine di latte. Gli oceani di burro. L’alcool che faceva sciogliere i corpi, muscoli e nervi e ossa e rabbie e tuffarsi era come lasciarsi alle spalle tutto un mucchio di rogne. A ogni sorso lo schermo grigio che se ne va in frantumi. Scosse di giorni radiosi nelle vene. Di vita piena e lavori ben fatti. Identità via cavo che calzano a pennello. Chi vorresti essere oggi giovane pioniere delle strafatte frontiere orientali? Vorresti avere i capelli biondi e un corpo perfetto? Vorresti avere qualcosa da dire quando le telecamere ti inquadreranno in quei fatidici quattro secondi? La vita è un dono prezioso, il tuo corpo è un dono prezioso. È un dono. Di quelli che trovi sotto l’albero ed è festa e sei l’unico che può prenderlo e scartarlo. Hai tutto il diritto di farci quel che cazzo ti pare. Come coccolarlo a baci e abbracci e metanfetamina. Come farlo stramazzare a terra nemmeno fosse un cavallo pompato fino a crepare. Com’era facile andarsene in giro e trovare ad ogni angolo elettrodi da piantarsi tra una vertebra e l’altra e com’era facile dimenticare, facile, leggero, leggero come la bava di un baco. Bastava accendere la morbida macchina tenuta a dormire sotto una coltre di polvere settimanale e dirle che era giunto il sabato e che in un niente sarebbe diventata tesa e vibrante come le corde di uno strumento. La musica chimica lo attraversava da un punto all’altro e lo illuminava e lo faceva suonare con gli occhi inchiodati sullo spartito. Sembrava di essere liberi, una nota dietro l’altra, sembrava di avere le ali quando metà dei piedi sporgevano dal ciglio del cavalcavia e l’abisso aveva quell’odore di chewin gum alla fragola e di carne appesa e gomme andate e non restava che gridare oh perché non sorvolare tutti questi luccicanti crocicchi intergalattici e andare dritti fino alla fine dell’arcobaleno? Tutta la melassa luminosa ci scorreva sotto la pancia, tutte quelle minuscole esistenze confuse nella poltiglia di amplessi infinitesimi sembravano non potessero avere fine. Come potevamo immaginare? Come potevamo arrivare a pensare che un giorno tutto avrebbe preso fuoco come un campo di stoppie? Avevamo di che campare per altri due millenni almeno, avevamo persone vere cazzo, persone vere tenute al guinzaglio e pronte a uccidere e squartare al nostro minimo cenno. Avevamo i bunker e i vaccini e gli steroidi. E gli sbroccati e gli sfigati. Tanto di quel materiale umano da saccheggiare e bombardare quando c’era da scatenare una guerra, quando il prodotto meritava e c’era da pomparlo. Avevamo i contatti e i giri che contano. La gente che conta e che ti spalanca le porte. Le corsie preferenziali, i buchi di culo lubrificati. Avevamo un esercito intero di buchi di culo e questi se ne sono andati in un niente. Si sono vetrificati, vaporizzati, resettati. [...]da "Madre occulta"[...]



[Un nuovo modo di agire e ponderare, nella ventiquattrore strategie cannibali e liturgie carnivore /Coda frm7]

Tue, 04 Jun 2013 12:33:00 +0000

[...] Eppure basterebbe così poco. Basterebbe tornare alla radice del rampicante. Al segno esatto dove è terminata l’infanzia, dove il cordone che legava all’innocenza è stato reciso e quindi assolversi totalmente e diventare giusti carnefici. Perché per ognuno è la medesima storia. Un bel giorno è tornato a quello stesso punto come seguendo un’orbita prefissata, un ciclico mutare. Ha raccolto e ha succhiato e senza pensarci ha firmato. Un bel giorno si alza, si rade e si veste, esattamente come ha fatto la mattina prima e quella prima ancora. Ma qualcosa è cambiato, ora ha bene chiaro in mente che non farà più lo stesso errore e azzannerà quando ci sarà da azzannare e calpesterà e raggirerà esattamente come hanno fatto con lui. Qualcosa è cambiato: erano mesi che tratteneva a stento l’impulso di scaracchiare contro la sua immagine allo specchio ed ora vede davanti a se un uomo che gli sta proponendo un patto e lui dice ok nel silenzio stentoreo del cesso, come se quello fosse davvero l’inizio di una nuova esistenza. Nuovo è il mattino e nuova è la scala di valori. Un nuovo modo di agire e ponderare, nella ventiquattrore strategie cannibali e liturgie carnivore. D’ora in avanti uno stesso atto potrà essere il gesto più illuminato come la più meschina delle azioni a seconda che lo si infligga o lo si subisca. Allo specchio c’era un semidio che vomitava una nuova morale, bianca e schiumosa, gli occhi vitrei ed estatici, il cuore gonfio di orgoglio per quei teschi appesi alla cintura e un nugolo di ombre fetide appresso alle chiappe. Male per male, canino per canino e passo dopo passo il rampicante affonda le radici e germoglia. E prospera sul vuoto abissale dei cuori. Per ognuno è la medesima storia. Per un solo giorno potranno fissare negli occhi la vanità di ogni loro azione, per un solo giorno in tutta la loro vita. Potrà essere uno degli ultimi, quando succhieranno aria da un respiratore automatico, o sarà uno dei tanti persi lì in mezzo, quando è troppo il rumore, troppo lo scroscio della pioggia oleosa per fermarsi ad ascoltare quel sibilo violaceo. Un rivolo luccicante cola da una narice, anche quell’ultimo pensiero è stato scacciato. Anche quell’ultima remora che lo rendeva debole e lento.Se mai si vorrà cercare qualche scheggia di luce residua nessuno saprà dove infilare le sonde. La profondità ha vinto. Essa voleva celare e ingoiare, voleva lenire e dimenticare: voleva mutare il peso del morto acciaio nella leggerezza di lugubri anemoni. E ci è riuscita. La bocca si è richiusa e uno spesso velo è calato sugli occhi. Non si vedranno cadaveri che staranno come scorie nelle profondità taciute assieme ai bastimenti, alle carcasse d'auto e alle rovine degli agglomerati spopolati. Non si vedranno nemmeno i fantasmi che sorgendo dalle ombre dei relitti e delle carcasse salivano fin sopra il pelo dell'acqua e che con voce grassa di gorgo e affannoso respiro di miasmi iniziavano a raccontare. Hanno pianto il loro ultimo blues, hanno grattato contro gli scafi, contro i coperchi delle bare liquide e nere, hanno teso un’ultima volta la mano come a chiedere spiccioli di giorno. Poi se ne sono andati imprecando e maledicendo, a cercare altrove superstiti a cui praticare respirazioni artificiali e tracheotomie pur di porre rimedio al vuoto che si è creato. [...]da "Madre occulta"[...]



[Come uno che si sta perdendo il meglio, come uno che non ha capito un cazzo su come si fa per arrivare in cima /Coda frm6]

Sun, 26 May 2013 09:27:00 +0000

[...] Le uova si schiudono, non sarà mai come lui. La prima gazzella cade a terra con l’arteria femorale recisa. È stato facile, è un talento nato. Davvero, non sarà mai come lui, non farà mai la sua fine. Ora può già cominciare a guardarne un certo numero dall’alto. Sembrano degli insetti, sono degli insetti da rimirare nei giorni di magra e sentire come si frantumano sotto la suola quando altre uova si schiudono e la roba che sta in circolo comincia a non bastare. C’è da pedalare, da darci dentro a testa bassa se non vuole fare la fine di suo padre. A quest’ora avrebbe potuto essere davvero un pezzo grosso ed ogni volta che lei si sarebbe sporta dalla cucina non avrebbe avuto quell’espressione grigia. Non avrebbe fatto quei discorsi, non gli sarebbe stata così con il fiato sul collo e l’avrebbe lasciato in pace una volta per tutte. La scala d’oro va percorsa un gradino alla volta, con ambizione e con costanza. Per questo tante volte è più forte di lui e anche se preferirebbe godersela, anche se sente che la vita gli sta scivolando dalle mani, non fa che pompare e pompare e bruciare giorni e cose inutili, piccola gente e ostacoli in mezzo alla strada. Tutto ciò che è inutile e infiammabile e sacrificabile. Tutto ciò che si mette tra lui e la vetta. C’è un mucchio di roba da fare. C’è da farsi un nome e una posizione. C’è da ascendere per vedere frotte di insetti sempre più sterminate. C’è da coltivare amicizie, stare in mezzo ai pezzi grossi, bere il caffè con i pezzi grossi. C’è da possedere una pelle splendida e un corpo perfetto. Una prole sana, un ruolo degno e di prestigio. Certe volte quando il cielo è plumbeo si mette a guardarlo e lo immagina come le pareti di un ventre gigantesco. Da qualche parte ha letto che i feti degli squali si sbranano tra loro già quando stanno nel ventre della madre. A lui sembra la più perfetta delle leggi e quando il cielo è plumbeo la rimugina come un mantra. La cosa lo fa sentire bene, lo tranquillizza. Tutto quel brulicare, tutta quella massa di fessi e ingenui fa venire voglia di sparare nel mucchio. È una legge giusta ed esatta. Non sono che feti. Feti che non vedranno mai la luce. E sono così lontani da questa consapevolezza e non basta che un solo morso ogni volta per toglierli di mezzo la strada. Vivono ciechi, ignari. Cadono come mosche. Altra carne da cannone, altra roba da mietere. Allora il cielo si sgombra e lui può tornare a vedere le stelle. L’importante è tenere le chiappe bene attaccate alla rampa di lancio e il libro delle istruzioni sulle ginocchia. Lo ha letto e imparato dalla prima all’ultima pagina, fino a dove si rivela cosa succederà quando finalmente tutte le scimmie si saranno messe in riga e saranno pronte a uccidersi e squartarsi vicendevolmente per far vedere a tutti chi è quello con il cazzo più lungo. Le stelle sembrano sempre più vicine, odore di femmina che vuole il cazzo nell’aria primaverile. Allora giura a se stesso di stare sempre a cazzo duro, di spingere pulsanti e tirare leve in maniera perfetta e impeccabile, di schiacciarli e divorarli, di arrivare dove mai nessuno e di farsi un nome da scrivere su una targa d’ottone. E magari, un giorno sarà abbastanza lontano per non vederlo alzare e abbassare quella serranda ancora ogni santo giorno. Con quell’aria da ebete sorridente. Come uno che si sta perdendo il meglio, come uno che non ha capito un cazzo su come si fa per arrivare in cima. [...]da "Madre occulta"[...]



[Lustri e illuminati come hall di cattedrali in vetro cemento acciaio inossidabile /Coda frm5]

Mon, 13 May 2013 06:18:00 +0000

[...] E la vista del nugolo vorticante di strade tornerà ansiogeno come un tempo, gli appetiti palpitanti, gli ingranaggi della fame di nuovo a pieni regimi. Di nuovo rapaci, liberi dalle catene. Lustri e illuminati come hall di cattedrali in vetro cemento acciaio inossidabile. Il canale in uscita murato e guardato a vista, quello in entrata turgido come la più scorrevole e ben cablata delle tangenziali. Senza più nessun rimorso o rimpianto, senza più nessuna pausa se non per mettersi a contare gli scalpi appesi alla cintura. Così, giusto per dare un’impennata all’autostima e per vedere se mai il porco vizio di intenerirsi torna a farsi vivo. Ne è stata fatta di strada, se uno si mette a pensare come tutto è cominciato. Se uno si mette a ricordare.Non avrà compiuto dieci anni. Lo hanno piazzato sulla poltrona davanti alla tv, si sta bombando uno di quei documentari. Balle come il capobranco, la sopravvivenza, il maschio dominante. Lui succhia come da una mammella. Cinquantadue fotogrammi al secondo in porzioni di quindici minuti al giorno fanno quarantaseimilaottocento uova di rettile piazzate nel posto più caldo e sicuro dell’universo. Sua madre là in cucina pensa a cose come il prestigio e il riscatto. Cose che a lei non sono state concesse. Se le è viste togliere dal piatto senza poter dire una parola, per questo ogni tanto si sporge, lo guarda e annuisce. Ogni tanto si interroga su quella mestizia che le vede negli occhi e più passa il tempo più si convince che lui non la chiava abbastanza, che non le da abbastanza. Si vede da lontano che lui non ci pensa nemmeno. Lui, suo padre, il marito di lei. Lui continua ad accontentarsi di alzare ed abbassare quella serranda ogni santo giorno, con quel sorriso e con quell’aria che tutti dicono soddisfatta e che invece, solo ad avere un minimo di raziocinio, sembra quella di un fesso. Lui lo guarda e i motivi per cui non ce l’ha fatta gli fioriscono in testa uno dopo l’altro. Come sotto dettatura, come se fossero stati lì da sempre, dal giorno in cui è stato messo al mondo. Uno dopo l’altro. Come una lunga lista di accuse strozzate in gola da chissà quanto, mentre la pentola sta sul fuoco e ogni santo giorno c’è da rammendare i calzini e dare l’acqua ai vasi, i panni sporchi e i figli e la spesa e la messa alla domenica e poi cos’altro? Quel vuoto che si è messo tra una cosa e l’altra. Come un ospite del quale si era previsto l’arrivo fin dall’inizio ma che poi è diventato così invadente, così ingombrante. Come sotto dettatura. Troppo umile, troppo remissivo. Come sotto dettatura. Troppo buono e generoso, troppo fesso. Come fosse impresso a fuoco. La scala d’oro va percorsa un gradino alla volta, con ambizione e con costanza. Su ogni gradino sta scritto il come e il perché, allo specchio c’è un corpo da scolpire, un io da pompare. [...]da "Madre occulta"[...]



[È bastato crederci e tagliar gole, è bastato armarsi e andare alla caccia di ogni innocenza residua /Coda frm4]

Mon, 06 May 2013 06:45:00 +0000

[...] La roba è sul tavolo. Era merce da vendere e comprare, usare, tagliare, rivendere e ricomprare ad ogni nuova trasformazione. La roba corre e cambia di mano alla velocità delle fibrillazioni che percorrono il cielo. Libido e scariche dopaminiche tengono alta la tensione. Ed ora la roba è sul tavolo. Le mani e le antenne si accalcano ai tavoli ed ai banconi, affollano le hall e le gallerie, intasano gli snodi. Mani che diventano zampe lunghe e sottili, mani che prima brandivano ed ora rovistano, bocche che mutano e che ora prendono l’aria dalle branchie. Dalle antenne fluttuano e fluiscono i dolci pensieri della sete preserale, allarmi enzimatici si accendono e si spengono – può strisciare sotto qualsiasi porta, ecco come glielo mettiamo nel culo – la vescica natatoria si gonfia a dismisura – quanto ci mette un quadricipite a scoppiare? – la roba dice che non farà il botto, la roba dice che si sale senza mai fermarsi e che si può fottere alla luce del sole, la roba è la luce del sole, il grande lampadario acchittato per la reggia di Cesare e di Re Sole e di Nabucodonosor. È la merce, una scatola piena una medicina una scintilla nel circuito una spinta al meccanismo d'avviamento una carezza. Una pacca sulle spalle un combustibile una notte passata alla carta vetrata restituita alla sua voce cromata nettata scremata di ogni remora e inibizione. La roba è Bucefalo che batte lo zoccolo sulla riva lunare delle fibre muscolari tese allo spasimo.Com'è tagliente il vento là fuori: segue la fredda deriva del sangue. Ora siamo la sorgente, siamo l'alfa della corrente. È bastato crederci e tagliar gole, è bastato armarsi e andare alla caccia di ogni innocenza residua. Ed ora la sera è fulgida come non mai. L'inganno ci ha benedetti e ci ha preso le vene, il comandamento del fotti non ha incontrato nessuna resistenza, nessuna trasgressione. Fuori le strade si stanno scaldando, i cani alla catena hanno il loro osso e la gente non ha tempo per stare dietro all’altrui latrare. Hanno da correre e gozzovigliare, tenderanno l’orecchio giusto il tempo di una folata metallica poi riprenderanno a schizzare in amen digitali. Poi torneranno a casa e proveranno a chiudere occhio. Qualcuno ci riesce, qualcuno sogna e bene anche. Altri si ritrovano nella camera di una vecchia casa. Nella camera un armadio socchiuso, le ante cigolanti e la linea oscura che sbuffa tiepidi aliti. Dentro una donna svestita, tremante, rasata a zero. Le cicatrici le segnano quasi ogni centimetro della pelle pallida, la smorfia della bocca e quegli occhi rossi sbarrati.Alcuni chiudono disgustati, altri iniziano a correre: quella larva alle calcagna e il fiato grosso, la sensazione del liquido che gonfia i polmoni. Tutto intorno fiorisce intanto. La città sconosciuta, il palcoscenico lugubre dell’aperitivo strozzato giù per il tubo, l’opaco scintillamento dei vetri e degli acciai. La sua immagine ancora impressa, anche nella veglia, nel giorno e con la luce. Lei non molla, sempre con il fiato sul collo, le parole mute che le schiumano dalla bocca. Qualcuno si ferma e decide di farsi raggiungere. I fiati confluiscono l’uno nell’altro e la ferita più grande e dolorosa, lo squarcio netto inizia a dare segni di rimarginare. Le due metà divise a colpi d’accetta riuniscono le carni provate. Le ali dell’angelo spuntano dalle suppurazioni del cuore. Soffieranno altri venti violenti ma nell’amplesso le due metà ora si parlano facendosi forza, si intonano a vicenda accompagnando con frinire d’ali l’egloga del sole rosso e nascente.Non sanno ancora che verranno abortiti all’istante. I ventri si accorgeranno della loro presenza da un affievolirsi delle difese, colpi che penetrano più del dovuto, secchezza delle fauci e propensione a stendere la mano verso il prossimo. Cominceranno a vomitare fuori ogni impropero possibile contro il cielo e contro se stessi, vomite[...]



[Coda frame_3]

Sun, 28 Apr 2013 14:41:00 +0000

[...] Il cielo si inchioda su di un unico fotogramma, l’esplosione è rinviata solo di qualche millesimo di secondo. Dagli altoparlanti gridano di calzare i dilatatori orali, controllare condizioni e settaggio. Sudore freddo addosso. Negli occhi l’immagine del molo sventrato, sincronie bavose schiumano al primo shot di superalcolico. Il traffico imbevuto di cantilena stagnante si inchioda, così come i minuti pruriginosi al buco del culo degli uomini allo sportello e poi la macchina del caffè dai rossi led, il fusto dell’acqua gorgogliante e i funzionari dalle antenne telescopiche persi al mattino nella città dai cieli violetti. Vagavano al piano terra in cerca di pance da squartare ed ora si ritrovano al tavolo dove danno qualcosa da bere e una rivoltella – un colpo a testa, per ammazzare l’attesa – amplificatori da innestare mentre al video scorrono le immagini di grossi felini che si chiavano a sangue. Le mani bene aperte sul tavolo, le narici pronte a captare nuove nazioni enzimatiche. Il giornale ha un velo sudicio, l’aura bronzea sulle pagine suona come una beffa: secondi prima si stava con la netta impressione di essere alla soglia del distacco dalla caducità, una gran bella sensazione, da cazzo duro, poi qualcosa è andato storto. Qualcosa ha strisciato sotto le porte, ha preso il posto del senso di onnipotenza succhiandoselo come la fetta di arancio sul bordo del bicchiere. Nessun dramma. Tra un po’ daranno della roba per schiacciare la testa al serpente – quanti ne abbiamo squartati oggi? – tra un po’ le manopole gireranno per il verso giusto, le mandibole si serreranno e si sintetizzerà alcool direttamente dalla luce artificiale – otto? nove? – come fedeli in preghiera stanno raccolti ai tavoli in attesa che il medium schiumi e che tiri fuori dagli inferi remoti i dettagli della mission.Ciechi dalla nascita tastano le mura alla ricerca di porte interiori, rovistano nei cassonetti per cavarne nuove esperienze mediali. E cantano, cantano all'unisono la risata monocorde delle calde melodie motivazionali nell’attesa che le porte si spalanchino e che nuovo codice inizi a fluire. La roba aspetta in fondo al ritornello all'angolo a destra, dove in un piatto d'oro hanno deposto i nuovi bulbi oculari. I nuovi occhi hanno già visto ogni recesso e aspettano di esser connessi al nervo avvolti in voglie argentate. I nuovi occhi saranno antenne e la roba per farle funzionare andrà via come il pane. [...]jpg: "Delinquenti Pazzi", C. Lombrosoda "Madre occulta"[...]



[Coda frame_2]

Tue, 16 Apr 2013 06:44:00 +0000

[...] Sono queste le soddisfazioni. Il primo passo è uscire dall’interrogatorio senza un graffio. Lo specchio ha cornice cromata, a domanda vorrà risposta. Anestetico in circolo, la personale ascesa al cielo scorre con fotogrammi liquefatti, come sugo tra le gambe di puttane dallo stomaco congelato i sopraccigli pesti dopo accurate chiacchierate con il poliziotto buono e quello cattivo. Il sabato notte ha questa onda, questo sentore glorioso che tutto muove e tutto spinge. Ha un’aurora di elettrica bellezza. Schiocchi di dita leggeri come elettroni, più veloci dei secondi, connessi e compenetrati, urne di giada pronte a esplodere a comando. La vita penosa dietro le spalle come un orgasmo gelido portato avanti con cura meccanica mentre aerei dai motori baritonali solcano il cielo notturno – cosa faranno? Bombarderanno? Disinfetteranno? – spargeranno silenzi senza altri silenzi dentro, lasceranno intatti i binari morti delle terminazioni nervose. Saranno soffocate rivolte, saranno proibite gote che improvvisamente diventano rosse. Sarà bandita ogni cosa che potrà rallentare la ruota dentata, la corona di orgasmi, la lunga marcia verso il successivo culmine dell’evoluzione. Qualcuno chiede chi è Dio, che cosa vuole e che cosa ha in testa. Qualcuno alza gli occhi al cielo e gli occhi roteano e il muco continua a scendere copioso dal naso. Sono io Dio. Sono io, non senti come suona bene? Dio sono io, soltanto io. Io il dio unico, io trino, io al di sopra di ogni altro io. Altrimenti tutto rimarrebbe tale e quale nella scintillante e inalterata città maniacale. La porta non viene sfondata, la polizia di Dio non entra a rompere nasi e rivoltare cervelli e nessuno dice niente quando il figlio di Dio ascende su per il naso in vesti candide e circonfuse di luce. Segno buono. Segno che non ci sarà punizione. Che le tavole della legge potranno essere riscritte da capo, a caratteri umani da esseri sovrumani. Sotto allora, c’è ancora tempo, c’è ancora modo di rallentare il treno entropico. [...]frame di "Madre occulta"Hugh Ferris, Maximum Mass Permitted by the 1916 New York Zoning Law #4, charcoal drawing.[...]



[Coda frame_1]

Mon, 08 Apr 2013 14:58:00 +0000

Dagli altoparlanti gracchiano i versi delle lunghe code del ritorno quotidiano. Troppa poca forza per mettersi in mezzo con un testacoda, aprire gli sportelli e le ali e mettersi ad annunciare la seconda venuta del Messia. Troppa poca forza anche per sputare un vaffanculo. Dietro i colli tutto va in fiamme, l’acqua è già sul fuoco, alla radio dicono che tutto andrà a puttane ed è cosa buona e giusta. L’algoritmo ha funzionato a dovere, nutrito a forza di oscure profezie si è slacciato i calzoni e ha ruttato e nella calura della pausa pranzo ora si farà un sonno. Un sonno eterno, glaciale quanto basta per conservare le vestigia del mondo mentre il mondo si scrollerà di dosso tutta la ressa pidocchiosa. Lo farà con un gelo muto o con un’esplosione, o piuttosto con un’onda che correrà lenta quanto l’avanzare della consunzione. L’onda arriverà lacerando carne e scoprendo ossa. Come una esplosione al ralenty il disfacimento allargherà il suo cerchio d’onda. Su ogni oggetto e su ogni essere. Fratture nuove al mattino, brandelli e macerie danzano dove prima c’era la pietra angolare. Qualcuno vedendo saltare il cuore brulicante dell’alveare dice poco male, è la volta buona che andrà a fuoco pure il pezzo di carta su cui sta scritto che ho venduto la mia anima a chi cazzo l’ho venduta e amen. Ha firmato dando in pegno il proprio tempo e tutte le terre che un mattino aveva visto in lontananza. Ha scelto di bollare definitivamente tutto come irrealizzabile illusione, nociva e fuorviante illusione. Virus debellato, male estirpato. Per questo lasciarsi spellare dall’onda d’urto è così liberatorio. C’era ancora qualcosa di vivo e palpitante sotto la calotta. C’è linfa, c’è morte.Macchine imperfette zero istinti dai video gridano ultimatum suadenti foia mista a neve ogni più recondito istinto libero nella steppa di carni e scaffali matricole tatuate sui crani cani da esperimento nelle polpette cianuro e anticoagulante mentre il bunker è accerchiato. Questa è roba buona per non sentire il botto. Lo specchio è il nemico e non ha alcuna voglia di cedere e dalla bocca vomiterà verità inconfutabile. Lo specchio, l’altare sul quale bruciare sacrifici per placare l’ira di divinità dismorfofobiche. La stanza dell’interrogatorio quotidiano, il principio, il luogo da cui ricominciare.Più veloci delle macchine, più docili e funzionanti, oro puro, duttili e malleabili. Con la pancia piena le rabbie allo zero assoluto gli occhi genuflessi sui quadranti. Nelle mani c'è più del necessario e l’anima piange. Il dolore fuori dalla porta la morte servita in alta definizione, imbavagliata salutata dagli applausi. Docile come una neonata si agita in queste ciotole stucchevoli. Candida plastificata serpente incantato. L’applauso parte intenso sentito e puntuale. L’applauso finale. L’applauso corale. Grazie per aver ricordato un futuro da stella tra i tanti possibili, l’universo parallelo dentro il quale tumulare rimpianto e rammarico.Grazie per gli applausi, davvero, li si sente scrosciare dai cuori rapiti e imbavagliati anche loro, automatici, nutriti a pane e burro. Grazie per aver ricordato per l’ennesima volta la via per diventare leggenda. Tutto il giorno a ripassare la lama all'ombra di un soliloquio muto le cervella che scalciano contro le pareti trattative e contrattazioni sul bordo della strada e nel mezzo una pausa di qualche secondo strozzato. Come si fa a diventare leggenda immortale, un mito, un esempio. La via della gloria, la scala che porta su in alto poi a darci di nuovo, più precisi delle macchine, lubrificati dalla testa ai piedi sempre pronti a infilarsi drizzati sull'attenti appena l'apertura si dilata, il varco, l'occasione, la linfa buona del fotti fotti generale. [...]frame di "Madre occulta"jpg: Antonio Sant'Elia, C[...]



[Dirò della città che ho visto]

Tue, 02 Apr 2013 09:24:00 +0000

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[Languida]

Mon, 25 Mar 2013 06:00:00 +0000

Sonno da uno e cinquanta luce languidatra gli spruzzi in ocra ipnosi del meriggiogemebonda in solleone e pelle d’acquaeffonde acrobazie sui muschi umidinel fondo verde dei suoi occhi illividitila mano le penzola da un cerchio gocciantele lunghe dita rosse superstiti di Saturnosgrillettano il fogliame di un grande gelso.Beve gialla brama l’umore di magnolietra i raggi di secrezioni adamantinebrezze cremose mi vertiginano le tempiele torri gravitano le tende collassanocrepita il porto brusii arrendevolinelle mie carni salpate a bianchi branibandiere d’oracoli conficcate in ariagià pullulano le rive d’ impuri miraggi.Dalle catene eclissate germina l’ederaspolpata a succhiate due bocche polarimi seppelliscono tra cento fonti esploseblandito in carezze argentine di soleLangue sulle gambe tonde e scuote la piazzalei annusa le stanche ronde tra i dentiingoia poi sputa e si scrolla di dossoi rintocchi bastardi dell’ora famelica.Ancona, presso la fonte del Càlamo.[...]



[Moon]

Mon, 18 Mar 2013 06:00:00 +0000

IMistico trono del piede immacolato lucelabbro succoso ciglio di viso assopitocorona tellurica frutto corno sul cosmosteppa concava ambasciatrice di mutazionifata rosso ira lacerazione limpidaninfa reliquia dei continenti obliatilapislazzulo urna del lato oscuro falcemiraggio agguato tra le chiome dei faggiIIPancia di donna gravida lieta apocalissescintillamento della pelle del mare lunapiena visione porto satellite empatiaancora gettata dai bastimenti della folliainaudito sollievo calice occhio nel cieloinestinguibile canto dei deserti infinititenue bacio fiammargento nudo unisonorubino gocciante sull’orizzonte sognanteIIIFioreperla ruggito dei puri di cuorealta vela cava d’avorio volta dei lidiacceso vascello stilita del crepuscolocupezza di libeccio torre sorgiva approdolimpidezza generata in umide fucinevaso trasparente segrete mescolanzefame sete voce specchiante tondo amplessotempio affidato a calde dune purpuroroIVEsangue cupolìo accordo perso nel tedioculla del seme porta velata di ossidianalanguore strada alludente magnetiche vegliepoetico artificio della carezza divinasede dei comandi del cuore del solevirente errare tra pensieri beduinifibra racchiusa nudo tepore dei montiprimo passo delle anime musa ultimaLuna[...]



[Ci prese voraginare di fame lasciando magre rovine]

Mon, 11 Mar 2013 06:00:00 +0000


Vidi la schiena inarcata terra tesa da nervi ed alabastro
bronzo concupiscente ravvivarsi all’onda della fiamma
salgemma rosa nel molle cratere di sonni duali i rampicanti
nacquero dall’acqua caotica da un prolungato peregrinare
alate schiere  giunsero dove la carne si raggrumava elettrica
vela al vento la pelle segnata dalle correnti precipiti
portò uno sbuffo amaranto al mattino quindi il bel labbro gualcito
teso al sole fino a rimpolparsi motore alto come un canto

Ci prese voraginare di fame lasciando magre rovine
mute come la polvere rugginose le rune dai palmeti
scaturendo versicolori piovvero un moto pregno di attriti
sull’acqua ventre squarciato sulle chiome di centofoglie radiose
pesanti fibrille di lune le ombre gonfiavano in caldi sudari
l’abbraccio dei golfi le teste nere misero germogli di vigne
glauca lei pose al sicuro la crisalide del rogo morente
dicendo di essere sorta foglia rorida dalle iridi spumose

In pieno sole il gran colpo alla testa mi fece inabissare
arso alla bocca un sangue serico di meriggio fermentato
seguì la carovana fino alla volta nutrita di locuste
le bocche dei leoni vomitavano matrici incandescenti
segnando la nera pianta innumerabile del grembo terracqueo
le mura amorevoli il cupolìo coronato di melograno
il mio e il suo respiro avvinti per sempre nomadi assetati gli occhi
s’inorbitarono le palpebre scesero sipario incenerito



[Luce violenta in via dell'Automazione]

Mon, 25 Feb 2013 07:01:00 +0000


L'estate fatta secca appesa per un gancio al suo funerale avevo un'aria serafica la testa sgombra, ho rimuginato su questo fatto e ho mangiato pane e olio con due occhi neri belli e voluttuosi che andavano dritti a pizzicare le corde. Neri come la tempesta odorosa ed elettrica neri come i monti erratici affini l'estate fatta secca e la strana fregola di guardare la terra incupirsi trasudare concupire, terra disseccata arida richiami di nature seppellite sotto due metri di fango mi sono dato una calmata addio Babilonia, perché era ora ed è così che vanno le cose ed ora ho la bussola dentro giù nel fondo della tasca che prende a girare: suono stridulo nelle orecchie di roba ferma da tanto, la ruggine intorno ai congegni che mi riportano a incrociare gente con sguardo nuovo, io che fino a ieri avevo occhi solo per te, polo magnetico di ogni mio possibile agire e palpitare oggi la terra arida disseccata mi ha accolto con languore di undici del mattino e mi ha fatto stremare di passi e di rovelli. Sono andato da via dell'automazione su fino alla schiena della collina e quella luce violenta si beveva i profili delle case e dei palazzi ed era chiassosa quella luce - come cazzo fa la luce ad essere chiassosa mi dirai - ed io ti rispondo anche se ci stanno addormentando anestetizzando automatizzando sono di nuovo in cammino verso un crinale, verso un luogo di valico dove la mia natura divisa comincia a riverberare in sinusoidi e parole ed elementi sono le armoniche, e l'andare per una direzione obliqua e traversa è lo spartito, vaneggiato occulto come di storie raccontate attorno a un fuoco quando la montagna ha la forma di un'ombra nera e gigantesca, alternative, vie di fuga, l'ossessione del già scritto e la tenacia della tensione verso ciò che non è ancora stato scritto. Di irrimediabile c'è solo il passato, poi ci sono queste acque torbide davanti e la voglia impunita e bastarda di attraversarti, appunti come agguati maldestri agli incroci vecchi elenchi telefonici ingialliti di perso frugar di carni sul ghiaccio sottile delle incomprensioni coltivate di fresco. Territori contesi, uno scannarsi per le briciole come azoto e i sorrisi bastimenti inclinati su un fianco abbandonati a incancrenirsi sul letto disseccato di un lago. La mente fruga dentro e gli appetiti rintanano, torno ad essere Uno, scisso da tutto e imperscrutabile, le antenne rivolte a un brusio che si credeva spento. Davvero non ricordavi che la notte potesse essere così vibrante? Davvero volevi la pace? La tana, il rifugio? Nel buio la mano tenta di nuovo bersagli per sorrisi lontani, di nuovo l'asfalto asperso, ricerche appese, orfane di mappe squarceranno le dighe, riempiranno l'intera vita.

Immagine: Ashkan Honarvar





[hey pig nothing's turning out the way i planned]

Sun, 17 Feb 2013 17:41:00 +0000


Nel paese costruito sulla carne arrostita e le pallottole è uno di quei giorni in cui la stanza dei colloqui è una stanza con le poltrone in pelle nera roba contemporanea alle pareti l'aria condizionata e lei ti fa delle domande preliminari ed è messa bene davvero e riesce anche a fare uno di quei sorrisi che ti fa dire questa ci starebbe anche domani. Per entrare ho dovuto lasciare i documenti ai tipi in divisa poi la sbarra si è alzata ed io sono entrato nella cittadella, nel tempio dove i sacerdoti hanno camicie stirate e pelle splendida pantaloni da sei verdoni e denti bianchissimi e radioso avvenire. A guardarla bene tiene i baffi, a guardarla bene una bottarella gliela darei anche. Le labbra carnose i capelli raccolti la pelle di porcellana i fianchi di una Gibson - come mai, uno con il suo titolo di studio - chiede a mani giunte, ma non le sto a dire che c’è di mezzo una Gibson nel senso di corde che vibrano nel senso di frequenze da acchiappare e farne qualcosa di Bello: le due o tre cose che metto in fila le fa stringere le spalle e il minuto dopo sono di nuovo fuori, fuori dai cancelli del cielo, fuori dalla rogna del recinto, di nuovo conficcato ben bene dentro con queste radici ubriache di linfa. È uno di quei giorni in cui i nine inch nails sono gli unici in grado di entrarti in testa, hanno già capito tutto: il cadavere del traffico dalla pelle gonfia e arroventata mi dà quel briciolo di illusione, quel tanto da pensare che un giorno potrò rivoluzionare il mio piano tariffario prendere casa in un posto con cartelloni giganteschi recanti la scritta "la felicità abita qui" pranzare in uno di quei posti portare una di quelle auto potenti cani adoranti fica a stufo e stare dietro la scrivania e liquidare tutto ciò che non comprendo con una alzata di spalle pagata bene invece che vangare scrutare sudare stanare vergare levitare…

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[fino a dove asfalto lucido di strade tronche]

Mon, 11 Feb 2013 16:07:00 +0000


Silenzio di crocevia how we used to be fumigano le prime rovine e nemmeno la soddisfazione o l'alibi di errori di calcolo perché nessun calcolo era stato fatto ma soltanto prendere tutto come veniva do you remember me? Desideri e orizzonti allo stato brado e scavare ed entrare era un piacere senza la paranoia di incontrare chissà quale natura serrata in misura precauzionale soltanto rumore di vento tra le foglie soltanto roba sana né additivi o conservanti, eppure qualcosa incubava ha strisciato sotto la porta ha fatto virare verso il rosso come i crocevia come gli sguardi tersi come tutto l'universo d'altronde. Fortunatamente pioggia lava via lacci di legami e ristagni le mani sono scese fino a dove asfalto lucido di strade tronche come di due nature che hanno ripreso a convergere - inevitabile - disse togliendo l'occhio dal microscopio - c'é da tornare indietro o farsi crescere le ali in un modo o nell'altro - pioggia lava pioggia su manti di lisi cappotti di truppe trascinate da un punto all'altro delle mappe vergate su giga di supposizioni, campagne introspettive con sagome di case verderame sulla linea dell'orizzonte. La mente sceglie le sue proiezioni pescando con reti piccole e smagliate poi tocca al giorno camminare ore sciogliere enigmi rovelli catalogare categorizzare gli uffici polverosi non sono mai stati il mio forte meglio le chiome degli alberi grandi dove ripararsi durante l'acquazzone e baciarsi e riposare i piedi oziare fantasticare pascolare infiniti.

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[verdi serpi smeraldo]

Mon, 04 Feb 2013 08:05:00 +0000

Due ore per cavare fuori verdi serpi smeraldo. Senza gli alti e ossuti palazzi a negare pienezze e gioventù/ le torri gratta gratta il cielo finché casca il mondo nuovi plotoni efficienti fino ai denti affilano ad ogni angolo di strada due ore per tirare fuori gavetta e pane secco versi sbilenchi pellicole impressionate anni prima con la faccia di tuo padre. Il mento e gli occhi sono i tuoi, i denti sono i suoi e quando te li ha dati faceva molto, molto più freddo. Ed era un martedì o una domenica, ed erano anni che desideravi cavare verdi serpi come smeraldi. Eri allo zero e a quello zero non fai che riferire come gli stormi al tramonto come l'ex alcolista che deve grattarsi la ferita per ricordarsi che ha sboccato sangue e che fuori non hanno imbottito gli angoli vivi e che se si dovesse mettere male c'è comunque quel sentiero incrostato di vomito e memoria un tasto eject al contrario la realtà che va a puttane pezzo pezzo e quell'unico luogo che resta integro grande come il palmo di una mano. Da riempire di terriccio e monologhi interiori/ Da stipare degli errori e delle ottime intenzioni/ Da gonfiare di canto umile e leggero come un vicolo alle quattro del mattino con le torri che salgono a spezzettare il cielo e il cielo che viene giù a ramazzare via le scorie.


Saul Steinberg's Last Self-Portrait.
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[Suona un disco intervertebrale]

Sat, 26 Jan 2013 09:31:00 +0000


Quando hai la musica nella testa non è detto che debba esserci a portata di mano una tromba o un cembalo per farla uscire. Si possono anche allargare le braccia e fare le piroette mentre alle sette di sera si alza un vento e il cuore è tanto leggero da contenere un mucchio di altre leggerezze, una dentro l'altra, come armonie lasciate lì chissà quando e chissà da chi. Puoi avere a portata di mano anche carta e penna e vedere che tutto ciò che esce è musica rabberciata e attaccata alla meglio con lo spago e delle perline rosse attaccate come chicchi di melograno, e quei chicchi scintillano su tutto il resto e battono il tempo da soli e chiedono che altra roba e altra musica vengano fuori ad alzarsi come una colonna vertebrale. E non sta scritto da nessuna parte che debba esserci necessariamente un inizio e una fine: la natura profonda vomita nella sua lingua e il dolore, anche lui con parole sue e musica sua, arriva fresco come se avesse trafitto una lente gravitazionale.
Ho l'occhio lungo e spalle larghe. Avevo questa musica in testa e ho fatto come se i musicisti stessero suonando da millenni e avrebbero continuato a farlo anche dopo la mia morte. Ho infilato l'ago e ho tirato lo stantuffo. Tutta la materia si agitava nel corpo di plastica trasparente, gialla d'oro e di sole e rossa di ritmo liquido. Ho visto che dai e dai a un certo punto arrivi a tenere tutto ciò che hai patito nel pugno di una mano, la tua intima natura rorida e incorrotta, un mondo vivo, in subbuglio, una vecchia valigia dove rovistare a tutta notte per cavarne fuori - all'alba, soltanto all'alba - pezzi di umanità superstite. Ho visto, ho visto tutto questo e come una mezza sega alla minima pressione ho cantato e ho vuotato il sacco. E avevo tanta di quella luce sparata in faccia che non riuscivo a vedere se c'era o non c'era un pubblico, sentivo solo il silenzio dall'altra parte: ho voluto prenderlo come un segno di attenzione e di attesa ma poi davvero, chissenefrega davvero. Tra una pausa e l'altra, tra un'improvvisazione e un accompagnamento, alla fine sento di essere come scivolato da una montagna di entropia, sento di essermi slegato da un'orbita solita.
Sento di aver fatto il mio lavoro.

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[vampa #128 reprise]

Wed, 23 Jan 2013 08:09:00 +0000


Su questa terra nera bruciata/ abbiamo i nostri cuori gelsomino che ancora si agitano/ e si bagnano ardendo e riardendo/ e abbiamo le nostre risa di giorni di sogno sfuggiti di notte al rimpianto/ Mentre li guardiamo avanti a noi/ io ti parlo di come ho attraversato tutta la strada con i cimiteri delle vetrine/ e quelle facce croci di ferro e sudore/ (avessi visto che facce) e non facevo altro che gustarmi il sole sulla faccia/ e le mie mani sapevano di mare e niente altro sapevo se non la tua bocca/ La tua bocca che sa di pesca e di terra nera e argentata di luna/ rumore di animali che frugano la notte e di anime che frugano altre anime/ prima che l'ultimo secondo scenda come una lacrima o un goccia di sudore o di mare/ prima che il mare venga finalmente a riprendersele.



[vampa #128]

Mon, 14 Jan 2013 16:17:00 +0000


A galleggiare sulle lenzuola i nostri due corpi ninfea dopo che la scarica ha attraversato l'isola della mente, che ne dici di contemplare i cocci della superfice con questi occhi imbevuti di linfa? Ci piace starcene sazi, infecondi sul pelo di questa euforia che lentamente si stempera nel sonno e dare ad ogni coccio che cade a terra un suono, come di lame che si schiantano contro altre lame, oppure di foglie che frusciano: amiamo starcene così a galleggiare mentre sopra e sotto si preparano guerre duali, l'una che ci riguarda sempre meno, assurda e dissennata, perché c'e l'altra quella che è sotto e ci sostiene e ci contiene in esistenze armoniche vibranti. Ogni bacio un innesco, ogni amplesso un esilio volontario di secoli, una accelerazione da polo a polo, così netta, così pura, come solo un atto di creazione può essere. Cerchiamo cose lasciate indietro e ai margini, cose piccole come luce ed acqua, le pietre scartate, le parole e i segni dichiarati inutili da logiche consunte, non ci piace funzionare ma essere, non abbiamo che questo come linfa, come meta e origine, come benzina in corpo.   



[Ho scritto un libro]

Tue, 18 Dec 2012 12:14:00 +0000

“Madre occulta” è il mio romanzo. In fondo a questo post ci sono i link agli stores dove è possibile trovarlo.Voglio spendere giusto due parole, una specie di introduzione a questo lavoro che mi ha tenuto assai impegnato. Due, tre anni, sinceramente non riesco a quantificare: l’idea si è fatta viva da molto prima, già da quando tutto ciò che languiva dentro trovava varchi non necessariamente attraverso la parola scritta: magari con una canzone o uno scatto, ma in cima ai pensieri c’era comunque questa idea che il grosso avrebbe potuto canalizzarsi soltanto in un libro. È successo dunque in una successiva frazione di tempo che sono riuscito a tirare fuori e a mettere insieme le cose in maniera organica: forse quando ho chiuso gli altri rubinetti per evitare spreco di tempo e materiale, forse semplicemente perché i tempi e i materiali erano giunti a maturazione.Voglio dire intanto del titolo.In mente ne avevo tre ma poi "Madre occulta" è stato quello che pian piano si è fatto strada, è entrato in circolo e ha cominciato a calamitare tutta una serie di riflessioni. Era abbastanza magnetico ed evocativo insomma da farmi scordare degli altri due: il libro era già pronto, il titolo era l'ultimo sigillo, ma analisi e rimuginii hanno continuato comunque a sobbollire e raggrumarsi. Ed era necessario riflettere su queste due parole, perché compaiono a un certo punto del libro, e lo fanno scegliendosi la scenografia di un sogno piuttosto particolare, con un suo peso specifico, una densità di significato ben percepibile. Il sogno, c'è questa valvola che si apre mettendo in comunicazione diretta con tutto ciò che è nelle viscere e credo abbia un'importanza riuscire a districarsi tra quegli alfabeti oscuri, tra quelle fronde criptiche che ogni tanto sanno porgere pomi rossi e succulenti. Serve in qualche modo a comprendere meglio se stessi e le cose che ci capitano, a dare loro un senso per metterle a frutto appunto. È una visione piuttosto vecchiotta, lo ammetto, ma penso che quelle lande sommerse sono forse le uniche dove si trova il fegato per dirsi e ammettere determinate cose, la luce per capirne altre, dove si ha la mano abbastanza ferma per togliere il velo e finalmente riuscire a guardare.Uno degli scopi del libro, parallelo e secondario agli altri, è proprio dare una soluzione a tutto ciò che in quel sogno era rimasto appeso e sospeso, irrisolto, occulto e irrivelato. Tornando al titolo: leggendo la parola “madre” bisognerebbe pensare prima di tutto ad una nascita, alla storia di una (ri)generazione. Uscendo dall'utero si comincia a partecipare a delle doglie nuove, che durano da prima di noi e che vedremo cessare soltanto al momento della dipartita dal ventre terreno. In mezzo c'è la vita, questo ventre da attraversare porta dopo porta, un'esperienza dopo l'altra, e ad ogni passaggio, si sa, tocca sempre tastarsi addosso per vedere se siamo ancora interi, se si è trattato di una morte o di una nascita. Vederla così mi fa ricordare di essere una creatura, un qualcosa che vagola e che sceglie direzioni agitando piccole e caparbie zampette, piuttosto che percepirmi come somma di eventi, un catalogo di gusti e caratteristiche sui quali implementare strategie di vendita tagliate e cucite su misura. Non mi piace questa idea: non mi piace vedermi giusto come una serie di apparati ben pensati e ben prodotti che vanno tutti quanti in sincrono, non mi piace insomma sentirmi uno sputo atterrato qui per caso. Nessun Alfa ma soltanto un[...]



[Questo è meglio di scorribande extrasolari]

Mon, 10 Dec 2012 17:03:00 +0000

Poco sotto la cima del Conero c'è questo grosso lastrone di pietra, langue lì chissà da quando tra corbezzoli e roverelle, inciso di lunghe linee che si intersecano profonde. Alcune convergono in delle cavità rotonde che sembrano vasche, come per far confluire un qualche liquido: forse acqua piovana o più probabilmente sangue. Si pensa sia stato un altare sacrificale in sostanza, un sistema di scanalature che ricorda vagamente un animale, un cavallo forse, su cui ricavare destini e vaticini indagando le direzioni prese dal liquido. Il lastrone è in leggera pendenza, la vittima veniva messa su in cima così che il sangue andasse dritto ad irrorare le piste tracciate sulla pietra. Immagino quella figura stilizzata colorarsi lentamente e iniziare a scintillare di riflessi accesi con i raggi del sole che penetrano dalla chiome degli alberi. Immagino il sacerdote compiaciuto nel vedere quei segni prendere vita, il suo verbo che diviene carne, assumere un significato e trascendere, attraverso l'energia delle onde che corrono nel liquido, il limite espressivo imposto a quei segni dalla pietra. Ciò che non era esprimibile dalla pietra ora lo diventa con il sangue, l'assenza di un alfabeto è scavalcata dalla potenza di un'immagine viva e mobile; al prezzo di un sacrificio la pietra immobile si fa divenire fluido, seguendo un ordine impresso a fuoco, un sentire primordiale. Un ponte è gettato tra la piccolezza abissale di una creatura bisognosa di tutto - specialmente di risposte - e la vastità di quel tutto punteggiato di stelle e percorso di nuvole che la sovrasta. Un ponte, ma forse è meglio dire un sasso nel mare o un seme, o anche una sonda dal cuore atomico lanciata su traiettorie extrasolari: sono sforzi che a un certo punto si equivalgono tanto sono pervasi ognuno di titanico sentire. Si certo, lo stesso avviene quando ad essere inondate sono le piste tracciate dentro, lì dove grande come un mare e denso come una pietra palpita il groviglio interiore, vittima e altare nel medesimo tempo, gli occhi rivolti dentro che si perdono in un cielo, la linfa che segue il suo tracciato: linfa mista a sangue e risa e lacrime vanno a riempire serbatoi rudimentali, giacimenti circolari dello spirito. A un certo punto senti che la misura è colma e prendere e raccogliere quella roba e tutto ciò che rimane da fare. Tra le mani hai roba appiccicosa chiamata forma, chiamata parola, lama e ferita nel medesimo tempo, sacerdote carnefice in un rito più antico della pietra. C'è un globo denso e in ombra dentro, e parlare significa squarciarne l'oscurità, significa forzarne i lucchetti e aprire le vene dei suoi giacimenti. Staccate le spine dunque, amputate le antenne e strappate la lingua a tutti i diffusori. Basta ricevere, basta ingozzarsi di rumore mentre divinità rabbiose bombardano informazione ridondante: qui si tratta di trasmettere e niente altro, qui si tratta di lasciare fuori dalla porta ogni bulimia e digiunare i quaranta giorni necessari per superare tutto ciò che è scoria. Nessun avverbio, né di tempo né di spazio, soltanto il pronome Io e questo Amore ad attendere che ogni verbo lo coniughi in ogni tempo. Quando il silenzio è rotto dai grilli e dalle roverelle mosse dal vento, resta la fibra, il sacrificio compiuto, la creatura che va a ricomporsi nell'intero del mosaico. Nell'attesa di nuove emorragie si rimane orfani fino al solstizio successivo. Nel frattempo scruto la pietra disseccata striata di muschi e di lichen[...]



[*C12H22O11 + H2O → C6H12O6 + C6H12O6]

Mon, 03 Dec 2012 17:36:00 +0000


Che gusto c'è a togliersi i vestiti? A lasciare che la pelle venga ispezionata in ogni centimetro e ogni ruga, ogni cicatrice e smagliatura? Ogni rigonfiamento, ogni imperfezione. Se le mani hanno continuato a darci sulla tastiera è perché c’è un sapore che viene da luoghi posti molto più a monte. Più in profondità ovviamente, mentre la vanità baluginava come la linea viola delle terre all'alba. C'era solo quell'idea, quella voce. Quella spinta centrifuga che ancora mi allontana ogni giorno di più da tutto ciò che in me è apparenza, proiezione di aspettative altrui, ruoli e prestigi, sovrastrutture e orpelli superflui. Andarsene in giro nudi come vermi, poggiare la guancia su un ventre che si placa piano piano con il respiro sazio che lo attraversa: questo mi rimesta dentro come una corrente. Certe sere metto il naso fuori per godermi quei profumi di fuochi accesi e terra umida, sono gli stessi che si sono goduti i miei trisavoli, e questo è un pensiero che mi fa stare bene. Sono radici conficcate in cielo, sono nuvole che corrono sulla linea di una frontiera profonda. Affondo le mani dentro, mani nervose ansiose di trovare un qualche appiglio, una qualche traccia di un uomo che tanto tempo prima ha fatto una pira di tutto soltanto per vedere un volto rischiararsi. Le mani entrano nervose e riemergono elastiche e serene solo quando si ritrovano con tutto il lago dell'anima dentro la conca di altre mani più grandi. A quel punto sei ancora nudo e le tue preghiere non sono più fatte di parole, ma di un respiro tenue su cui ogni tuo più intimo bisogno sta scritto come un poema. E il mio volto si rischiara, e tutta l'assurdità di questa marcia dissennata si squaglia come neve al sole. Sono nudo, sono vivo. Ho tracciato sulla sabbia una linea più dritta possibile, ho annusato il vento e ho sentito gli occhi benevoli di gente dall'altra riva che mi danno una guardata. 

* fermentazione alcolica, prima fase



[Meccaniche bene oliate come fossero passati giorni di sogno sulla tua faccia ebbra]

Mon, 26 Nov 2012 07:45:00 +0000


Mettere a folle le cervella soltanto quel paio di sensori attivi per sentire le carezze del vento con quell'odore di onde schiumose ed incupite con quell'odore fresco di flutti e di lavoro ben fatto. La testa ha voluto alzarsi dallo sbattimento pidocchioso ed è andata direttamente a sbattere sulla lontananza dell'azzurro coperchio chiamato volta del cielo silente. Di tutti i bernoccoli forse è il meno doloroso e se ne sta lì con l'aria di uno che è venuto per dirti - bene, c'è dell'altro? - e gli sguardi trapassano i silenzi e vanno ad accendersi come sempre lì dove la voglia rognosa ha messo radici, niente di che ci mancherebbe, giusto il necessario per bandire ogni superfluo: la coperta due piatti e due forchette e i tarassachi nell'acqua a bollire, il foglio bianco pronto per quando il frutteto comincerà a suonare di foglie scosse traversate vissute.