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Altri occhi



i grandi reportage



Last Build Date: Sun, 03 Sep 2017 19:25:47 +0000

 



Altri Occhi migra

Tue, 03 Apr 2012 08:28:00 +0000

Sono passati cinque anni da quando ho aperto il blog Altri Occhi, nell'ambito del laboratorio universitario Bloglab seguito da Stefano Epifani e Antonio Sofi. Fu proprio il mio blog ad arrivare primo nella classifica stilata per quella edizione, all'unanimità di professori, studenti ed esperti di nuovi media. Da allora questo grande contenitore di notizie e riflessioni sul reportage mi ha aperto moltissime porte e mi ha permesso di fare strepitose esperienze e di entrare in contatto con persone grandiose. Devo molto ad Altri Occhi. Che è entrato a far parte anni fa nell'elenco delle "Resistenze ai nuovi mostri", l'iniziativa di Chiarelettere con Oliviero Beha e Lorenzo Fazio: "una sorta di censimento culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese senza schierarsi in partenza per nessuno che non sia la resistenza e la ricostruzione dalle macerie". In questi cinque anni siamo passati attraverso i reportage dal Senegal, il dossier sul terremoto de L'Aquila e quello sull'alluvione di Messina, passando per il Vaticano e il Ponte sullo Stretto, il reportage sulle discariche abusive di "munnezza" in Campania, e qualche diario di viaggio dall'Irlanda e dall'Olanda. Da qui è partita la collaborazione con l'organizzazione del Festival Internazionale del Giornalismo, con la rivista Il Reportage, l’Accademia delle Arti Digitali NEMO NT, e ancora Peacereporter, Carta, Narcomafie, Altreconomia, Le Voci del Villaggio e molti altri. Ma non solo: collaborazioni che mi hanno portato a dare il mio contributo per libri di reporter, come Lorenzo Mazzoni e Maria Silvia Codecasa, e a dare il mio supporto a reporter emergenti, come Beatrice Kabutakapua, Francesco Conte e Marta Facchini, e a reporter consolidati, come Vincenzo Cammarata, nonché a giovani antropologi come Anna Baral.Lezioni imparate dai più grandi maestri del mio cuore: Kapuscinski, Montanelli, Terzani, Roghi, Rumiz, Ortese, Coletti, Cederna, Bianda, Van Zeller... e poi messe in pratica nel mio nuovo progetto personale Viagginversi: reportage intorno al mondo sulle tracce dei nuovi poeti.Oggi la lezione che sto imparando è che la vita è movimento e tutto si trasforma...[...]



Raccontare la propria storia

Mon, 23 Jan 2012 13:59:00 +0000

Per mezzo della fotografia e della parola scritta cerco disperatamente di sconfiggere la fuggevolezza della mia vita, di catturare gli attimi prima che svaniscano, di rischiarare la confusione del mio passato.
Ogni istante si dissolve in un soffio trasformandosi immediatamente in passato, la realtà è effimera e transitoria, pura nostalgia. [...]
Ognuno sceglie la tonalità con cui raccontare la propria storia. [...] vivo tra gradazioni sfumate, velati misteri, incertezze;la tonalità con cui raccontare la mia vita si accorda a quella di un ritratto in seppia.


[Isabel Allende, Ritratto in seppia]
 
 



Focus Viator di Lorenzo Mazzoni

Thu, 17 Nov 2011 09:46:00 +0000

E' uscito il nuovo libro di Lorenzo Mazzoni, scrittore e reporter di Ferrara.Ecco l'indice:01. La baia di Abu Makhadeg02. La porta chiusa a chiave03. Marrakech04. Amsterdam05. Caccia al piccione ad Hyde Park06. La Mercedes di Fratello Numero Uno07. Statale 908. La città del legno di sandalo09. Il pullman bruciato10. Bucuresti Requiem11. Emirati Arabi Uniti, il luccichio scadente12. Ricostruire Kabul?13. Deutsche Demokratische Republik14. Lisboa15. In ricordo di My LaiEcco un brano tratto dal capitolo "Bucuresti Requiem":"[...] Vai in cerca di quadri per il mercatino davanti al monastero Antim. Se non li trovi chiedi a qualche rivoluzionario dell'89. Le loro case sono piene: per la rivoluzione (?) si espropria alla nazione anche il patrimonio artistico. Vai a Stravropoleos, a Spiridon. Attraversa la piazza della Repubblica, evita le bande di cani randagi, evita le macchine. [...] Vai a fare una corsetta per il Bulevardul Balcescu. Mettiti una mascherina antismog. Aspetta un autobus che non arriverà mai. Torna indietro per Boulevardul Unirii. Il Boulevard della Vittoria del Socialismo: non ha portato tanto bene.Vai a Bucarest d'inverno, ricopriti con tre cappotti e cinque strati di magliette dello Steaua. Di notte fa meno quindici gradi. I pochi parchi sono spogli, le strade buie. Guarda sotto i tuoi piedi. Osserva le mani che sollevano il tombino. Segui il passo ciondolante dei bambini che sono usciti dal sottosuolo. Vai dietro i loro passi. Ricordati, quando sarai a casa, di aver visto un moccioso di otto anni inalare colla Aurolac e poi crollare al suolo. Ricordati, tienilo a mente che nelle fogne di Bucarest vivono centinaia di bambini [...]Ed ecco la Postfazione di Valeria GentileQual è la linea che separa il giornalismo dal lirismo? Come si riconosce il confine tra reportage e racconto, tra documento e diario? Dov'è il bordo tra esperienza personale e servizio all'umanità? Dove finisce il fine a se stesso del pettegolezzo per lasciare il posto al bene comune della conoscenza? E ancora: come ci si districa dalla questione privacy vs onor di cronaca?Come in tutte le cose del mondo si tratta di un confine labile, un elastico che si allunga e si restringe a seconda della situazione, che cimette ancora una volta davanti alla certezza che non esistono i neri e i bianchi dei dogmi e dei manuali universitari, ma i grigi dell'umano procedere, le vie di mezzo, le circostanze. Quelli che come noi fanno questo lavoro si trovano ogni volta davanti a una pagina bianca e a questi quesiti, che sono come il sale che insaporisce una pietanza: i più fortunati non trovano una risposta. Quantomeno non una sola.Certo è che libri come questo esistono e continuano a nascere: non sono prodotti di una mano ostinata e arida, ma germogliano nella coscienza di chi entra in altri mondi, fioriscono di respiro nuovo nel magma mediatico dell'infotainment dilagante. Esistono, e continuano a nascere a dispetto di chi rimpiange il cosiddetto “reportage vecchia scuola” commemorando il “giornalismo dei padri” come fosse ineguagliabile.È la sfida del passo lento nella frenesia di questi tempi: dell'andare piano e lontano senza cedere al vorticoso canto delle sirene della mediazione di massa. È l'arma segreta del sentito sulla propria pelle che vince sul sentito dire.E allora ecco che il passo si fa inchiostro e l'incontro si fa storia. Perché è senza storie che l'essere umano non può vivere, non senza notizie o scoop. Le storie che, con il loro velo di mistero e universalità, ci riportano all'essenza delle cose. Quella che ci permette di riconoscerci nella mano di un contadino vietnamita, nello sguardo di una disoccupata a Bucarest, nello spirito di un musicista a Rio de Janeiro.La parola riportare presuppone un'azione, e la presuppone come stile di vita. L'essenza di questa attività affonda le sue radici in uno dei bisogni più forti e[...]



Notting Hill: Keep Calm Carnival On

Sat, 10 Sep 2011 19:48:00 +0000

[Ngalula Beatrice Kabutakapua è una giornalista e fotogiornalista freelance italo-congolese che vive a Cardiff, dove ha frequentato il master in giornalismo internazionale, dopo la laurea in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma. Ha lavorato nelle redazioni dell’Observer, Independent, Media Wales e BBC Music Magazine, L’Espresso, La Voce degli Italiani, Fumo di China e Guardian Cardiff. Ci aveva già concesso un'esclusiva intervista alla fotoreporter Jodi Bieber e questo è il suo reportage da Notting Hill per Altri Occhi.]Otto di mattina. È fin troppo tardi per sperare di scorgere qualche dietro le quinte. Per le strade di Notting Hill tutto tace in maniera quasi allarmante. L’ansia per il carnevale di quest’anno non è del tutto ingiustificata, considerata la guerriglia alla quale Londra è stata sottoposta all’inizio di Agosto. Per l’occasione 6.500 poliziotti e 500-700 stewards controllano l’area. Ma non c’è segno di rivolte, solo stands dove donne e uomini afro-caraibici preparano quello che sarà un lungo pranzo in tradizione caraibica. Perché il carnevale di Notting Hill è nato come un modo per dar voce alla sua comunità. E che voce!All’inizio è solo la musica proveniente da un balcone in Ladbrokes Gardens. Un signore di mezza età ha deciso che questo è il suo modo di partecipare alle celebrazione: condividendo brani di Michael Jackson. Il re del pop va per la maggiore anche quando la concentrazione di visitatori aumenta in Westbourne Road, dove la parata ha inizio intorno alla 12. Al momento di Black and Whites, il volume impazza ed il gruppo dietro la bandiera di Trinidad e Tobago, dall’altra parte delle recinzioni, iniziaun ballo frenetico e felice.I figli della danza scendono in strada, per la maggior parte sono figlie, sorridono alle fotocamere con fare abitudinale e sincero. Reggono il peso delle loro piume e costumi come se non gli costasse, ma alcune scene successive mostrano che ballare e roteare con un cappello di piumaggi, tacchi alti e per più di un chilometro, non è cosa facile.Ma nessuno si risparmia: neonati, donne, uomini, persone diversamente abili. Il carnevale è per tutti.I bagni no.Mentre la folla segue i carri e le donne shakerano i loro fondoschiena, è impossibile non notare le svariate offerte di bagni; per una o due sterline si può usufruire di bagni di “lusso”, in alternativa ai portatili ben disposti lungo il percorso. È un vero e proprio business, ed ognuno fa del suo meglio per sponsorizzarsi anche offrendo “bagni scontati”.Considerate le 800.000 persone presenti lunedì 29 Agosto, i litri di liquidi consumati, i bagni diventano un importante ristoro. Ma non attraggono l’attenzione di molti. Il cibo dall’altra parte, fa notizia. Il fumo dei barbecue inizia a diffondersi presto durante le celebrazioni. Insieme ad esso l’aria muta composizione e diventa fatta di pollo jerk, platani fritti, riso, aroma di noci di cocco. Il sistema umano è completamente sostituito. Per seguire i carri si balla, non si cammina. Si respira aroma (e fumo), non ossigeno. Nel petto batte il ritmo della musica, non il cuore, letteralmente. Non è un caso che poliziotti, musicisti e security siano stati visti con oggetti multicolore all’interno delle loro orecchie.L’eco del carnevale di Notting Hill si propaga fin quasi la stazione dei ferroviaria di Paddington dove gli esausti si riuniscono per tornare a casa, ricchi di fischietti e trombette. Dal treno in corsa possono ancora ammirare i loro compagni di celebrazioni, festeggiare lungo il canale. E nell’osservarli si domandano dove troveranno l’energia per continuare a festeggiare fino a notte inoltrata in uno dei pub di Notting Hill.[uk][...]



La vita straordinaria di una viaggiatrice d'altri tempi

Tue, 12 Jul 2011 07:34:00 +0000

[Questo è un estratto dal mio contributo al libro "La rotta di Glauco. Viaggi per terra e per mare" di Maria Silvia Codecasa, pubblicato a maggio 2011 da Exorma Edizioni, stimolante e coraggiosa Casa Editrice di Roma.]Dagli orizzonti madreperlati di Venezia alla polvere di Calcutta, dai tramonti dell'Isola d'Elba alla nebbiolina notturna sotto l'Himalaya, dalla cappella indù nello scantinato aeroportuale di Fiumicino al culto dei serpenti in Corea. Da Mykonos a Singapore, da Teheran a Katmandu, da Mosca a Caracas, dal Gange alla Mesopotamia, e poi Cuba, Afghanistan, Turchia, passando per Canberra e la sua grandiosa biblioteca dell'Università Nazionale: quante vite in una sola vita! Imbarcazioni dagli occhi azzurri, avatar scalzi, notti dense di zanzare e divinità cosmopolite. Non si tratta dello spericolato protagonista di un romanzo di Salgari, ma di una donna in carne ed ossa. Minuta, occhi azzurri e vispi, riccioli biondi. Di origini ebree e profuga istriana, per giunta. L'incarnazione dell'imbarazzante, del fastidioso, dell'incomodo. E proprio per questo dell'afferrabile, inarrestabile, invincibile.Antropologa e poliglotta, drammaturga e sportiva, guida turistica e poetessa, giornalista e traduttrice, insegnante e scrittrice, collezionista di strumenti musicali popolari e in un certo senso anche archivista - possiede una libreria di cinquemila volumi - e archeologa: tutto questo e altro ancora è Maria Silvia Codecasa, giovane viaggiatrice dal 1924. Laureata in antropologia e in lingue e letterature straniere, ha studiato le parole e gli dei del mondo dal basso, cercandone le radici tra la gente comune. Nessun accompagnatore, poco bagaglio e tanta forza di volontà. Per la Codecasa il viaggio è per sua natura un processo “organico”, che va ben oltre l'acquisizione di nozioni e dà sempre origine ad una crescita interiore. Fuoriclasse irriverente, ha vissuto il mondo in lungo e in largo viaggiando senza sponsor né guardie del corpo, senza raccomandazioni o permessi, dormendo in capanne e spostandosi con i mezzi pubblici: sentendosi sempre e comunque a casa e in famiglia. Un'unica grande casa è per lei questo piccolo pianeta, un'unica famiglia questo crogiolo di culture che, in fondo, hanno tutte la stessa origine. “C'è una marea nelle vicende umane”, scrive, “e una stessa marea trascina Chavez e Tony Blair, gli indigeni dell'Orinoco, i Polinesiani del Pacifico e i coltivatori delle Langhe”.Scrittrice irrequieta caratterizzata prima di tutto da una grande coerenza di pensiero e di azione, non si è mai preoccupata di essere considerata impertinente o politicamente scorretta. Il suo obiettivo è sempre stato quello di rivendicare il ruolo delle “maggioranze azzittite” che hanno fatto, passo dopo passo e con le proprie mani, il progresso della civiltà umana. Mossa da uno spudorato amore per la verità e la precisione, la Codecasa si è impegnata per tutta la vita nella ricerca di entrambe, sacrificando vita privata e riconoscimenti istituzionali. “L'Altro sanziona e santifica i concetti di uguaglianza e fraternità”: non c'è da stupirsi che una donnina dall'energia di un tornado che parla così - e che parla a tutti, con un linguaggio semplice e accessibile - di emarginati e presidenti, di petrolio e stragi, di sacro e profano, venga boicottata da chi dovrebbe rappresentarla. Un elemento fuori schema, una bella gatta da pelare. Senza dubbio una portatrice sana di contrasto nello scacchiere della geopolitica culturale italiana.“Ho abbracciato la condizione di profuga e ormai posso vivere solo nel vento dai quattro punti cardinali”: con questa dichiarazione spicca il volo la cittadina dei continenti, soffio di vento tra flutti e sentieri. Oltre ad aver insegnato letterature comparate alla Columbia University di New York, coreano all'Università di Seoul e italiano alla Colombo University in Sri Lanka, è membro dell'Associazione per gli Studi Coreani in Europa, dell'Associazione I[...]



Un blues veloce: Parigi tra buio e luce

Tue, 05 Jul 2011 21:38:00 +0000


[Foto e testo della romantica fotoreporter Marta Facchini, nostra corrispondente da Parigi]



Appena usciti fuori dal pozzo della metro il respiro si fa affannoso, ma non per colpa degli ultimi scalini saliti con sforzo: è lo squarcio del cielo che ferisce gli occhi dopo l’ombra, sono i rumori frenetici della vita di superficie che fanno accelerare il battito.
Il primo incontro che apre a Parigi è proprio questo, il contrasto tra il buio delle viscere e la luce. Il giorno comincia appena in cima ai gradini, quando i suoni della città, i suoi odori, il caos dei marciapiedi tirano uno schiaffo in pieno volto. All’improvviso si è catturati dal flusso dei passanti, dalle vene aperte delle strade. Si diventa parte di un ritmo frenetico, di un movimento che prende velocità. Lasciato alle spalle il solipsismo della metro e il suo lento solfeggio, Parigi si fa conoscere nel suo continuo brulichio; è un blues veloce, un jazz che respira con la stessa cadenza dei passi dei suoi abitanti e che spinge all’interno di uno spartito ogni loro storia.
Mentre cammini per le sue strade, Parigi ti avvolge in un abbraccio di luce, di musica, di espressione.



(image)





Linosa: l'altra Lampedusa. Quando sbarcarono i mille

Wed, 29 Jun 2011 10:00:00 +0000

[Ecco il reportage del grande Vincenzo Cammarata da Linosa per Altri Occhi. Dopo la Scuola del Viaggio di Milano e l'Alta Formazione in Fotogiornalismo di Contrasto ha intrapreso l’attività di fotoreporter freelance. E' uno dei fondatori del collettivo Fos - Focus on Stories.]Scoglio di 5,43 km quadrati, dimora di 400 anime che hanno vissuto silenziosamente molte emergenze, Linosa è un’isola di confine. Un confine che troppo spesso sparisce ingoiato dall’oblio e dalle cronache provenienti dalla ben più nota Lampedusa.Linosa è un'isola ormai spenta al centro del Mar Mediterraneo, in bilico sul bordo della zolla europea, fatta di capperi e fico d’india. Pochi italiani conoscono questa frazione del “comune di Lampedusa e Linosa”, molti sono i “forestieri” che qui comprano casa e cambiano vita: alcuni per un paio di stagioni l’anno, altri definitivamente, come ha fatto Claudia aprendo il diving in riva al mare.“Parte la nave oggi?” E' questa la domanda a cui quotidianamente si prova a dare una risposta guardando il cielo, sentendo il vento e cercando di indovinare a quanti nodi soffia e soffierà. Questo è l’argomento principale di tutto il paese, che fuori stagione, si riunisce intorno all’unico bar aperto. Ti accorgi allora che sei in una vera isola. Una di quelle in cui l’unica via d’accesso, o di fuga, è il mare. Altre isole fra Europa e Africa sono abbastanza grandi per far correre un aereo, ma qui trova posto solo una piazzola che funge da eliporto per i casi d’emergenza. A gestire le emergenze c’è Ramuzzo, al secolo Salvatore Ramirez, impiegato comunale factotum che all'occorrenza guida l’unica ambulanza di Linosa.Forse pochi sanno dello sbarco record che l'isola ha dovuto fronteggiare il 27 marzo scorso. In un giorno solo, 924 disperati scortati dalle motovedette della Guardia di Finanza, su un’isola di 400 anime. La storia stessa di Linosa inizia con uno sbarco nel 1845, quando lo Stato Borbonico decise di prendere possesso di queste pietre nere e di questa terra fertile, approdo strategico in mezzo al Mediterraneo. Quindici anni dopo i mille "liberarono" il Meridione dal giogo borbonico, sbarcando a Marsala armati di fucili e del compiacimento di alcuni, unificando l'Italia, isole comprese.I mille sbarcati a Linosa il 27 marzo erano armati solo di speranza e facevano parte di un più grande e complesso processo di unificazione: quello già in atto fra le due sponde del Mare Nostrum. Fra i primi a intervenire fu Claudia Rossetti, ex responsabile risorse umane di una casa editrice milanese, ora perfettamente integrata nella vita dell'Isola dove gestisce il diving con il compagno Giovanni. “Erano circa le 13, passavo allo Scalo Vecchio quando scorsi una vedetta della Guardia di Finanza vicino al molo e il mio compagno che aiutava per le operazioni di ormeggio. Nessuno aveva avvisato dell’emergenza e anche i Carabinieri furono colti di sorpresa. Iniziammo a far sbarcare 304 profughi eritrei e somali: la prima a sbarcare fu una donna eritrea con un bambino di dieci giorni in braccio. Erano già arrivate circa 380 persone durante la notte e ne sarebbero sbarcate 262 più tardi, verso le 16. E' stata un esperienza di forte umanità, difficilmente la dimenticherò."Claudia fa parte dell’unica associazione di volontariato di Linosa, la Guardia Costiera Ausiliaria. Dopo qualche momento di choc si è attivata la solidarietà dell’isola, spontanea e silenziosa. Claudia e le altre donne si diedero da fare per prestare i primi soccorsi mentre la guardia medica, allora presidiata da un unico medico - la dottoressa Francesca Limuli - era un brulicare di bimbi che giocavano poco fuori l’ingresso, di linosane che continuavano a portare vestiti, pannolini e scarpe, e di donne che sotto pesanti abiti tradizionali africani, portavano in corpo, sotto forma di piaghe, i segni di un viaggio passato fra acqua salata, nafta e[...]



Lo specchio di un paese: Bea Kabutakapua intervista Jodi Bieber

Fri, 24 Jun 2011 10:00:00 +0000

[Ngalula Beatrice Kabutakapua è una giornalista e fotogiornalista freelance italo-congolese che vive a Cardiff, dove ha frequentato il master in giornalismo internazionale, dopo la laurea in Letteratura, Musica e Spettacolo alla Sapienza di Roma. Ha lavorato nelle redazioni dell’Observer, Independent, Media Wales e BBC Music Magazine, L’Espresso, La Voce degli Italiani, Fumo di China e Guardian Cardiff. Questa è la sua intervista a Jodi Bieber per Altri Occhi.]A cercarla su internet si fa solo confusione. Perché nella categoria “immagini” di Google, Jodi Bieber è un volto afgano, una giovane donna avvolta in un velo viola, alla quale sono stati recisi naso e orecchie. La donna del ritratto è Aisha Bibi, immortalata per la copertina di Time dell’Agosto 2010. La donna dietro la macchina da presa è la fotografa sudafricana Jodi Bieber. Classe ’67, Jodi Bieber è cresciuta nel Sudafrica in transizione dall’apartheid alla democrazia. I suoi progetti fotografici ritraggono un paese incerto e ambiguo, come in Between dogs and wolves (Tra cani e lupi); la bellezza sconosciuta di Soweto; la vera bellezza delle donne di Real Beauty, progetto ispirato dalla campagna pubblicitaria della Dove. L’immagine di Aisha Babi, un ritratto che vuole trasmettere forza e bellezza, ha colpito i giudici del World Press Photo 2011, che hanno consegnato il premio alla fotografa. Bieber è anche finalista del 2011 Women Media Award di Johannesburg. Anche via telefono, da Mosca, il suo tono è deciso e le sue idee riguardo alle sue istantanee salde. E pensare che la fotografia non era la sua prima scelta …Qual era il tuo background quando sei entrata nel mondo della fotografia?Non ho iniziato come fotografa. Ho studiato marketing e lavorato come media planner per un’agenzia pubblicitaria. Dopo uno o due anni ho deciso di partire. Ho preso il mio zaino e sono andata in Egitto, Turchia orientale ed Europa. Mio padre mi diede una macchina fotografica, era una Nikon FEM, una macchina FM. Durante quel viaggio, ho scattato delle foto orribili, ma non tenendo un diario scritto ho continuato imperterrita. Quando sono tornata, ho pensato di partecipare a un corso di fotografia. Un giorno mi son ritrovata con un volantino del Market Photography Workshop, un’organizzazione non governativa fondata da David Goldblatt. Mentre lavoravo per questa importante agenzia pubblicitaria, seguivo i corsi serali. In totale ne ho fatti tre, sei settimane ciascuno. Parte della mia educazione fotografica proviene da questi corsi, il resto viene dallo stare in strada e scattare foto.Perché consideravi orribili le foto scattate durante quel viaggio?Erano veramente tremende, veramente veramente tremende. Mi son resa conto che avevo il tipo di personalità che non andava in cerca dei luoghi turistici, il che spiega perché sia andata nella Turchia orientale e non occidentale. Le foto erano scattate da lontano, nella luce sbagliata … Non avevo una conoscenza della tecnica, ma sapevo per certo di essere interessata a culture e persone differenti.Perché ti sei data al reportage?Credo sia una decisione strettamente legata alla storia politica del Sudafrica. A quei tempi la fotografia era un modo per far conoscere al mondo l’apartheid. Le immagini che vedevo sui quotidiani erano molto centrate su questa tematica, la lotta contro l’apartheid. L’essere cresciuta in quel clima credo mi ha spinto verso il reportage.Diresti che le foto che hai visto nei quotidiani ti hanno ispirata?Decisamente. Anche quando scrivevo strategie di vendita per milioni di case in Sudafrica, avevo sempre la mia radio vicino, pronta a cogliere ogni cambiamento politico. Mi ricordo, Ken Oosterbroek e i colleghi del Bang Bang Club. Andavano in città per documentare gli atti di violenza, e sono morti l’uno dopo l’altro. Ken Oosterbroek è stato ucciso, Kevin Carter e Gary Bernard si son[...]



Tutto quello che avreste voluto sapere sulle Filippine

Fri, 10 Jun 2011 09:37:00 +0000

[Altri Occhi ospita Francesco Conte, poliedrico giramondo e reporter impegnato. Ha viaggiato dal nord - Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Canada - al sud del mondo - Portogallo, Libia, Balcani, Brasile. Da quest'ultimo viaggio è nato il libro "Canto a due voci. Viaggio in Brasile". Per Altri Occhi dalle Filippine. ]Avrei voluto parlare di Rio de Janeiro e del Pan di Zucchero, di come fu scoperta a gennaio e fondata perché ricordava il luogo dove il Tejo incontra l'oceano a Lisbona. Avrei voluto ricordare che da lì nasce il nome Rio, “fiume”, quando invece quello non era un fiume, ma una baia. Oppure avrei potuto citare il Maracanà, la Musica Popular Brasileira (Mpb) e il grande cantante Chico Buarque de Hollanda. Avrei potuto, ma non lo faccio. Preferisco piuttosto attaccarmi al misunderstanding dei nomi per ricordare la vicenda, riportata da Tzvetan Todorov in “La scoperta dell'altro”, secondo cui Colombo diede infine il nome Yucatan a quella punta di terra non sapendo che quanto dicevano i nativi, “yucatan” appunto, non era il nome di uno Stato, di una tribù o di un luogo, ma significava: “Non capisco.”Per la mania di mettere nomi, si fanno molti errori. Alcuni celebri – ma lo sono davvero oltre i confini italici? - come Amerigo Vespucci e l'America. Sfido quanti sappiano l'origine della parola America, dal Canada all'Argentina. Molti di meno ancora sanno l'origine della parole Filippine, dal re di Spagna Felipe II. Le Filippine? Già, una colonia spagnola in mezzo all'Asia, l'unico paese a maggioranza cattolica in tutto il continente. Non solo, per gli spagnoli le 7.000 e passa isole delle Filippine erano una provincia del Messico. Dopo 300 anni di gesuiti e cristianizzazione, le Filippine diventarono indipendenti dalla madrepatria spagnola a suon di martiri – e di dollari. Comprate dagli Usa per pochi milioni di biglietti verdi all'indomani della guerra Usa-Spagna del 1898, le Filippine divennero Repubblica, e poi colonia giapponese, infine teatro di bombardamento massiccio americano e addio palazzi coloniali, il tram e i teatri di Intramuros – il centro storico di Manila -, welcome America, a prezzo di 250.000 morti circa, filippino più, filippino meno.La reputazione dei filippini, bisogna dirlo, non rende loro giustizia, certo son bravi a pulire e ad accudire le famiglie degli abbienti, ma chi sa qualcosa su di loro? I brasiliani, si sa, hanno la capoeira, la cachaça, il samba (che in italiano chiamano ingiustamente la samba), la statua del Cristo e le cascate di Iguaçu (a metà con l'Argentina), ma le Filippine, perchè non ho mai pensato di andare in Filippine?Beh, alla fine ci sono andato, ed è lì che ho scoperto varie amenità: 1) Magellano trovò la morte proprio in Filippine, ucciso dal leader tribale Lapu Lapu 2) Lapu Lapu è anche il nome di un pesce 3) Ironicamente, i filippini spesso non sanno dire la 'f', quindi chiamano il proprio paese “Pilipinas”. Se avessero potuto scegliere un nome, di certo non avrebbero optato per uno che inizia per 'f'. 4) Le Filippine constano di 7.107 isole, forse altrettanti vulcani, e una quantità di spiagge mozzafiato e cibo delizioso 5) La loro lingua officiale è il tagalog, uno strano mix di spagnolo, cinese e lingue locali. In origine era una specie di sanscrito, fin quando gli spagnoli fecero irruzione (è proprio il caso di dirlo).Una ragione per andarci? Le terrazze di riso di Banaue, lunghi dirupi coltivati tutto l'anno, al nord dell'isola di Luzon, la maggiore delle Filippine, dove c'è anche la capitale Manila. Altrimenti perdetevi nella città per poi ritrovare la pace in una delle isole di Palawan: coralli e noci di cocco, o altrimenti grotte e caverne nella pancia della terra. Un luogo dove non andare? Dove nessun filippino va, la parte occidentale del Mindanao – seconda isola filippina per estensione – d[...]



Linea di confine. Il ponte delle arti a Parigi

Sat, 04 Jun 2011 16:16:00 +0000



[La redazione di Altri Occhi si espande. Ecco una new entry d'eccezione: la romantica fotoreporter Marta Facchini, nostra corrispondente da Parigi].





Pont des Arts è una linea di confine. Come una terra di mezzo, conserva il fascino dell’indeterminatezza, dell’unione meticcia di elementi che non si lasciano sciogliere al primo sguardo.
Sospesi tra la pesantezza marmorea delle finestre del Louvre e la leggerezza libertina della rive gauche, gli archi di legno sono il palcoscenico di un caos calmo che rinasce ogni sera.
Volti, suoni e odore aspro di fumo; il ponte è un interregno ecumenico tra la velocità del movimento e la pausa del riposo.
Di giorno crocevia, al tramonto i suoni cambiano diluendosi in una lentezza notturna; solo passanti, tanti destini possibili che non si lasciano stringere in pugno, come Parigi.



(image)


Foto e testo di Marta Facchini





Viagginversi: reportage itinerante sulle tracce dei nuovi poeti

Fri, 13 May 2011 20:36:00 +0000

Negli ultimi mesi mi sono dedicata a un nuovo progetto personale, nato da un pensiero libero su una spiaggia vuota di fine settembre 2010. E' un progetto che unisce tutte le mie più grandi passioni: il viaggio, la poesia, il reportage, la fotografia, l'antropologia. Viagginversi, "reportage itinerante sulle tracce dei nuovi poeti" vuole essere contemporaneamente sito internet, libro con illustrazioni, mostra fotografica itinerante, spettacolo teatrale, cd con letture e musiche dal mondo. E' un progetto completamente autofinanziato: ho lavorato per quattro mesi in un bar-ristorante-pizzeria in Sardegna, per la "stagione" in cui tutto è possibile e nessuna regola esiste ma tanta poesia resta - oltre i portaceneri pieni e i bagni da scrostare, oltre le ricevute fiscali e gli intrighi dietro le quinte - spogliandomi di ambizioni e congetture e indossando le vesti di tuttofare oltre dieci ore al giorno, tutti i giorni senza mai un giorno libero. Quando ho messo da parte i soldi necessari sono partita per i primi tre capitoli: Libano, Giappone e Cina, consultabili gratuitamente sul sito del progetto. Sono partita da sola, affidandomi spesso a strepitose amicizie che negli anni ho nutrito miracolosamente un po' ovunque nel mondo. Sono tornata in Italia e da marzo del 2011 ho ricominciato a lavoricchiare qua e là per rimettere i soldi da parte: il prossimo capitolo è dedicato alla Palestina, dove andrò dal 5 al 19 di agosto insieme ai ragazzi dell'associazione Cinema Jenin Italy Onlus, curando la sezione poetico-letteraria del loro programma di cooperazione allo sviluppo.Ringrazio pubblicamente di cuore per le generose donazioni Caterina Pullano, segretaria dell'Ufficio Servizi alla Didattica e agli Studenti dell'Università degli Studi di Firenze; Davide Galati, esperto di economia e giornalista, presidente di Voci Globali; Antonio Sofi, giornalista, blogger, consulente politico, autore televisivo nonché mio ex professore universitario e grande motivatore; e Gianmarco Murru, direttore della rivista Mediterranea. Ringrazio anche Marisa Macchi di Radio Capodistria per la bellissima intervista radiofonica (che trovate qui sotto in forma di video); Claudio Visentin, storico, scrittore, ideatore e coordinatore della Scuola del Viaggio di Milano, che mi supporta dall'inizio e mi ospita in Sicilia in occasione della scuola di scrittura di viaggio; Laura Devias, giovanissima amica eclettica che mi offre la sua libreria Un Libro al Mare (in Sardegna) per la mostra e la presentazione del progetto.Il contributo di ognuno di voi è fondamentale per Viagginversi e sul sito del progetto è possibile fare una donazione, ricaricando una postepay o tramite paypal.Viagginversi è un reportage itinerante per raccontare comunità, luoghi e territori del mondo attraverso i poeti contemporanei. Viaggi inversi, dal mondo al territorio, in una logica che si contrappone allo stereotipo del poeta esterno alla vita reale, alieno ai comuni mortali, che evade dalla società e che invece ci torna, più radicato che mai, con viaggi in versi per cantare l’appartenenza, la bellezza e i conflitti del suo popolo. Dal mondo al territorio, da fuori a dentro, viaggi inversi all’omologazione dei continenti ad opera della globalizzazione, della guerra e dell’economia.La poesia accompagna da sempre l’umanità: da quando è nato, l’uomo è stato un poeta. Da quando ha parlato ha parlato del mondo esprimendo in “belle lettere” le sue emozioni ed è questo, il più creativo tra i testi verbali, a dare valore alla sua esistenza, a rifletterla. Ma a che cosa serve un poeta negli anni Duemila e in un mondo globalizzato? Montale diceva che la poesia è come un messaggio in bottiglia lanciato in mare e forse raccattato da qualcuno. Voglio girare il mondo per cercare quelle bottiglie: p[...]



Antropologia e politica a Kampala: Anna Baral ci racconta le elezioni ugandesi

Mon, 21 Feb 2011 11:47:00 +0000

[Altri Occhi ha l'onore di ospitare per la seconda volta la penna di Anna Baral (a sinistra, in abito tradizionale), antropologa della Missione Etnologica Italiana in Africa Equatoriale dell'Università di Torino e studentessa PhD a Londra. Esperta dell'etnia del Buganda, regno tradizionale all'interno dell'Uganda moderno, ci racconta le ultime elezioni a Kampala. Le fotografie sono di Steven Lubwama.]Sono stati annunciati ieri i risultati ufficiali delle elezioni presidenziali ugandesi, passate in secondo piano sui giornali europei per la concomitanza con l’onda rivoluzionaria dei Paesi a sud del Mediterraneo. Yoweri Museveni, al potere dal 1986, ha vinto di nuovo. Badru Kiggundu, presidente della contestata Commissione Elettorale, lo ha dichiarato vincente con il 68.4% dei voti, mentre il suo principale rivale, Kizza Besigye dell’FDC (Forum for Democratic Change) ha ottenuto il 26%; sono seguiti ad ampia distanza dagli altri sei candidati, fra cui Beti Kamya, fervente promotrice del federalismo e prima donna candidata nella storia del Paese. Besigye, ancora prima che i risultati ufficiali venissero confermati, ha dichiarato di non accettarli ed annunciato che verranno presi provvedimenti per porre fine a quello che definisce un “governo illegittimo”.A Kampala, che nella serata del voto è stata una città fantasma, si percepisce chiaramente la delusione di chi ha investito tutto in un’ennesima campagna elettorale fallita. La lenta ma possente macchina elettorale ha privilegiato l’NRM, movimento di Museveni, unico partito autorizzato a partecipare alle elezioni fino al 2005 e radicato capillarmente nei consigli locali. E’ ormai tristemente noto per le di corruzione e compravendita dei voti. “L’esercito è intervenuto direttamente nel processo elettorale, ma gli occidentali non hanno mosso una critica”, lamenta Steven Lubwama, dalla radio cattolica Sapientia di Kampala. “Le rivelazioni di Wikileaks dimostrano che gli Stati Uniti sono al corrente dell’autoritarismo di Museveni; ma a differenza dagli eventi nordafricani, nessuno si è pronunciato sulle nostre elezioni”.Sui social network e sulle pagine del Daily Monitor, quotidiano indipendente di Kampala, si susseguono ancora le notizie dei brogli di questi giorni: violenze sugli elettori e giornalisti, ritardo nella consegna del materiale per il voto, scomparsa dei nomi dei votanti dai registri e “ghost voters”. A Gulu, città del nord simbolo della guerra civile che Museveni per vent’anni non è riuscito a debellare, i candidati hanno distribuito polli agli elettori in coda alle urne; a Kasubi, sobborgo di Kampala, venivano intanto reperite schede elettorali pre-compilate a favore dell’NRM.Molti ugandesi hanno lasciato il loro paese ragioni politiche: Ricardo, emigrato a Londra, è sfuggito alla pena capitale quando le diverse truppe di Museveni si sono rivolte le armi le une contro le altre dopo aver lottato insieme contro il dittatore Obote (1980-1986). “Abbiamo fatto la guerra al suo fianco per la libertà. Ora è un dittatore peggiore di quelli contro cui ha combattuto”.Venticinque anni di corruzione e scandali hanno segnato un paese che viene tuttavia ancora tenuto in alta considerazione dall’Occidente, anche per il suo ruolo di contenimento del fondamentalismo islamico est-africano (l’Uganda ha rafforzato la sua presenza militare in Somalia dopo i sanguinosi attacchi terroristici dell’agosto 2010 a Kampala). Riforme neoliberiste, investimenti stranieri ed un apparente radicamento della democrazia formale attraverso le elezioni hanno fatto perdere di vista la povertà diffusa, la carenza di assistenza medica e di diritti sofferta dai cittadini (solo poche settimane fa un attivista del movimento LGBT è stato ucciso a spran[...]



L'Aquila chiama, l'Italia risponde

Sun, 21 Nov 2010 19:08:00 +0000

«E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s'avvicina l'epoca della vendemmia.»John Steinbeck, FuroreE' il 20 novembre e a L'Aquila non piove. Il cielo è coperto da un mantello grigio, il Gran Sasso innevato sputa il suo gelido spirito sulla città, ma nemmeno una goccia. Poi, alle due del pomeriggio, comincia lentamente a cadere dall'alto una commozione fragile per quella enorme fiumana di solidarietà arrivata da ogni regione d'Italia; finché poi non riesce più a trattenere l'emozione e la città piove tutte le sue lacrime sul corteo, che si fa brillante di ombrelli colorati. E' un pianto continuo che accompagna i visitatori, guidandoli tra le vie fantasma. Si fa più potente quando si arriva alla Casa dello Studente e poi continua fino a Piazza Duomo, forte di gratitudine per una partecipazione tanto bella quanto inaspettata.Se vogliamo che tutto rimanga com'è bisogna che tutto cambi, diceva lo scrittore siciliano Tomasi. Una lettera sola a L'Aquila ha cambiato le cose: lo striscione srotolato dal cavalcavia vicino a via Fontesecco dice "Riprendiamoci le città". Una e al posto di una a. La solidarietà al posto dell'individualismo, l'unità al posto dell'egoismo. Una sola lettera che stravolge il significato di una lotta e che all'improvviso rimette in gioco le sorti dell'intero Paese, facendosi grido di giustizia per tutte le vittime di inefficienza e opportunismo.Ed ecco allora sfilare con ritrovata dignità - quella che perdiamo ogni giorno guardando la tv - le vittime della strage ferroviaria di Viareggio, quelle della scuola di San Giuliano in Puglia e i fratelli di sisma del Molise e dell'Irpinia, i cittadini di Terzigno e Napoli contro la cattiva gestione dei rifiuti, gli alluvionati del Veneto, i No Tav della Val di Susa e i No Tunnel Tav di Firenze, i No Dal Molin di Vicenza, i No Ponte sullo Stretto di Messina, i cittadini per la salvaguardia di Pisa e quelli contro gli inceneritori a Trento, e poi Torino, Bologna, Roma, Milano, Palermo, e altri ancora. L'Aquila chiama, l'Italia risponde."Benvenuti a L'Aquila, una città coraggiosa e testarda" ha gridato Sara Vegni del Comitato 3e32 dal piccolo palco allestito in piazza Duomo. La bugia del "miracolo aquilano" è ormai stata smascherata più volte ma anche chiamarla tragedia non funziona più: gli aquilani aspettano ancora di sapere perché "la Commissione Nazionale ha detto alla gente di stare a casa tranquilla". E' Antonello Ciccozzi, antropologo dell'Università dell'Aquila, a rifrescare la memoria corta degli italiani: "i media nazionali diedero agli aquilani l'informazione che non ci sarebbe stato nessun terremoto. Una rassicurazione disastrosa è diversa da un mancato allarme".A un anno e mezzo dalla strage a L'Aquila non è cambiato quasi niente. Zone invalicabili, puntellamenti, montagne di macerie, palazzi spalancati, persino il rispettoso silenzio è lo stesso. Ma oggi è traboccante di italiani, oltre ventimila, che guardano con i propri occhi una ricostruzione mai cominciata e che chiedono giustizia con bandiere neroverdi ed elmetti gialli. Passano per una via XX Settembre che sembra infinita, oltre che solenne e bagnata, e che fa riecheggiare decine di accenti diversi sulle valli circostanti. Un grido unico di italiani che hanno firmato, dopo code lunghe ore, per la proposta di legge di iniziativa popolare sulla ricostruzione - che ha già raggiunto le diecimila adesioni.Queste sono le parole di Federico D'Orazio, studente aquilano di medicina che fin dall'inizio si è battuto per la sua città."Ho infilato una rosa bianca alle inferriate della Casa dello Studente, che dolorosamente resta ancora in piedi, mezza sana e[...]



Crisi a cinque stelle. Il turismo dei poveri nell'altra Sardegna

Mon, 13 Sep 2010 10:33:00 +0000

C'è un luogo, nella Sardegna dei vip, che resta genuino e fresco, poco contaminato, generoso di natura e sole, libero. Qui - nella Baronia tra Budoni e il Golfo di Orosei - la torre della Fava e il faro di Capo Comino imperano sulle notti silenziose di questo lato di Mediterraneo. Poi sul mare, appena sotto il Monte Longu, oltre lo stagno dei fenicotteri rosa e le pinete di Su Tiriarzu, si apre San Giovanni. È un minuscolo centro abitato, frazione dell'antico borgo di Posada; vi risiedono circa duecento abitanti e racchiude in sé tutto il possibile necessario al vero riposo del corpo e dello spirito.Il mare di San Giovanni di Posada (NU)Questa è la terra dei venti. Della voce del mare che si lamenta e si tormenta e poi canta, si riposa, e torna a cantare. Un mare chiaro, pulito e cristallino, dimora di una grandezza animale e vegetale senza eguali: dalle meduse di minacciosa trasparenza a granchi e ricci succulenti. E poi bacche di mirto, launeddas, cestini, porticine ancestrali. Si dice che questa zona sia stata una delle prime tappe sarde della civiltà degli Shardana, il popolo del mare. E come nel IV millennio a.C, quando la Sardegna era la più potente isola del Mediterraneo, i gabbiani continuano indisturbati a godersi i tramonti viola e arancio; e le donne anziane, con le loro gonnellone nere di vedovanza, spettegolano all'ombra dei pini profumati.La pineta di San Giovanni di Posada (NU)Ci fu un tempo in cui San Giovanni era il centro nevralgico delle estati baroniesi, con le sue passeggiate a fiumane lungo il viale Sardegna, i suoi concerti, le sue sagre, i balli nei suoi locali in spiaggia. Durante gli anni Settanta un'attrazione particolare cominciò ad andare in voga tra i giovani del circondario - diciassettenni dai pantaloni a zampa e polo o camicette, quando le canottiere si usavano solo come intimo. Era lo stabilimento balneare della Polizia di Stato, a una trentina di metri dal bagnasciuga, con serate danzanti aperte a tutti. Balli scatenati da LP, compilation disco '70, i top dell'hit parade, nuovi amori che fiorivano a bordo pista. All'interno, il bancone del bar era affollato come un alveare colmo di miele, con cocktail da due lire; fuori, sotto i pini e il cielo stellato, enormi tende militari accoglievano le famiglie dei poliziotti in licenza, da tutta la Sardegna e da oltremare. Poco più avanti, prima della foce del Rio Posada, anche la trattoria La Tartaruga aveva la balera, e i balli di gruppo eccitavano l'estate di salti e colpi di bacino.Dopo cena, tra le famiglie della zona, era tutto un prepararsi, un imbellettarsi, un “Andiamo alla Piesse!”, “Andiamo alla Tartaruga!”. Poi, dal decennio successivo, il nulla. Divieto di campeggio, divieto di musica, “Piesse” abbandonata, balera della Tartaruga smantellata. Case sfitte. Ora i servizi e gli alloggi dello stabilimento sono carcasse e scheletri di una gioia finita, edifici decadenti tra ciuffi d'erba incolta alta due metri. Una serie di eventi avversi ha dato il via alla disfatta di San Giovanni, ora ospizio per coppie anziane e località di noioso raccoglimento. Quest'anno, con la crisi mondiale che ha colpito anche l'Italia - solo come ultima discesa di un calo costante - le attività legate al turismo risentono di perdite pesanti.Case sfitte e sullo sfondo l'ex stabilimento balneare della PS“Non è che loro non vogliano spendere” mi dice Silvano, il ragazzo che gestisce l'edicola di famiglia appena dietro la foce, “è che non possono. Vengono soprattutto da Lombardia e Toscana, i francesi sono in aumento. Ma si buttano più che altro sugli articoli da mare: punto più su un materassino o un boccaglio che su una rivista”. Non mi guarda negli occhi mentre mi parla e ha sempr[...]



Filosofia del viaggio. Poetica della geografia

Sun, 06 Jun 2010 22:59:00 +0000




Un libro imperdibile di Michel Onfray, filosofo francese rivoluzionario, fondatore dell'università popolare di Caen.


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[...] Il viaggiatore riunisce in sé questi tropismi millenari: il gusto per il movimento, la passione per il cambiamento, il forsennato desiderio di mobilità, la viscerale incapacità di inserirsi in una comunione gregaria, la violenta pulsione all'indipendenza, il culto della libertà e la passione per l'improvvisazione delle minime azioni e dei fatti che lo riguardano, ama il proprio capriccio più di quello della società in cui si forma come uno straniero, ha a cuore la propria autonomia, posta nettamente al di sopra del benessere della città in cui abita come attore di un'opera di cui non disconosce affatto la natura farsesca. [...]

[...] Non scegliamo affatto i luoghi da noi prediletti, ma siamo da loro convocati. [...]

[...] Quando lo possiede, il nomade artista conosce e vede come un visionario, comprende e coglie senza spiegazioni, per impulso naturale. Pratica ciò che, secondo le categorie spinoziane, si potrebbe definire la conoscenza di terzo genere, quella che si nutre di intuizioni e della penetrazione immediata nell'essenza delle cose. [...]

[...] Alla maniera degli uccelli migratori, il cui orologio interno, il metabolismo e il magnetismo decidono dei loro movimenti, viaggiare presuppone mettersi in ascolto di ciò che, in sé, deriva dall'eternità del sistema solare e risiede in noi, nel più profondo delle nostre connessioni atomiche. [...]



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Reportage alla rovescia: viaggio dentro il giornalismo italiano

Fri, 28 May 2010 13:39:00 +0000

"Non era il caso di pensare, né di provare dei sentimenti. Lucy smise di cercare di capire sé stessa, e si unì alle vaste schiere degli ottenebrati, che non seguono né il cuore né il cervello, e marciano verso il loro destino sotto l’insegna di una parola d’ordine. Queste schiere sono gremite di persone caritatevoli e pie, che però si sono arrese all’unico nemico che conta veramente – il nemico interiore. Hanno peccato contro la passione e la verità, e ogni loro affannosa rincorsa di una verità sarà vana. Col passare degli anni, diventano oggetto di critiche. La loro carità e la loro pietà mostrano delle crepe, il loro acume diventa cinismo, la loro generosità ipocrisia; dovunque vadano non producono che malessere. Hanno peccato contro Eros e contro Pallade Atena, e non sarà grazie a un intervento celeste, bensì grazie al normale corso della natura che quelle divinità alleate otterranno vendetta."Edward Morgan ForsterLa parola passione deriva dal latino passio, forte commozione dell'animo. E' un'emozione violenta che domina la volontà di chi la prova. Passione è il trasporto totale per un'idea, è un impegno spontaneo, è un interesse profondo. Un amore incontrollabile. E' una vocazione che ci spinge verso qualcosa facendoci prendere posizione nel mondo: tanto rara quanto riconoscibile, salta all'occhio al primo sguardo. Passione è colei che mi fa decidere cosa volere, cosa cercare di realizzare. Passione è colei che mi ha fatto lasciare con dolore indicibile la mia famiglia e la mia terra, per aggiungere un piccolo tassello al puzzle culturale di questo Paese. Colei che mi ha portata di peso a documentare tragedie collettive come quella de L'Aquila e della provincia di Messina, per dare voce ai terremotati e agli alluvionati, agli immigrati e ai senzatetto, alle vittime dei poteri forti e ai cittadini che perdono il diritto di gridare.Passione è colei che insieme a me fa fare sacrifici ad altre migliaia di giovani che si vogliono ricostruire il futuro con le proprie mani, solo con le proprie forze e senza raccomandazioni.L'avevo osservata nei miei sogni per anni, quella redazione. L'avevo immaginata così intensamente e nei minimi dettagli che quando ci sono entrata per la prima volta mi era sembrata l'ennesima e ogni scrivania, ogni sedia e ogni finestra sembrava appartenere alla mia storia. Una storia che era cominciata alle lezioni universitarie per matricole, tra le pagine di una rivista speciale che è entrata nei cuori di almeno due generazioni di italiani motivati a capire il mondo per cambiarlo.Lo sanno tutti: sono questi i giornali che spruzzano un po' di sale democratico nel logorato dibattito culturale italiano; sono i giornali a cui gli italiani si abbonano con entusiasmo, i giornali a cui le persone ancora pensanti scampate al morbo televisivo si aggrappano per tenere sveglie le connessioni nervose dentro al loro cranio. Sono i giornali che lentamente hanno sostituito in umanità e curiosità le sinistre, ereditandone il ruolo di portavoce dei popoli e dei deboli del mondo. Sono quei giornali in cui migliaia di miei coetanei sono disposti a lavorare gratis, a fare carte false per entrare anche solo a respirare l'aria che vi circola dentro. Sono stata anch'io tra questi, e ho criticato aspramente chi, già dall'altra parte, mancava di entusiasmo per ciò che era riuscito ad ottenere. Con una laurea in giornalismo, tre lingue straniere e un bel po' di pubblicazioni, decine di curricula in cinque anni sono stati cestinati senza ricevere risposta (archiviati, come preferisce dire la segretaria di redazione, ma è lo stesso). Dopo cinque anni di appelli caduti nel vuoto non mi sono [...]



Reportage Senegal #10: ed è all’oceano che tutto ritorna

Sun, 09 May 2010 08:00:00 +0000

Leggi primaReportage Senegal #1: le mille bocche della TerangaReportage Senegal #2: la speranza più di ogni cosaReportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di DakarReportage Senegal #4: quanto costa la rinascita africanaReportage Senegal #5: Goree, l'isola sul bordo del mondoReportage Senegal #6: una voce che arriva dall'infinitoReportage Senegal #7: i semi di una nuova civiltàReportage Senegal #8: mio fratello, il nuovo tubabReportage Senegal #9: tre giorni folli di korà e sabarNoi costruiremo delle città senza case e senza vie / senza prigioni e senza odio /dove verranno a dormire uomini senza nome e senza titoliArmadou Lamine SallFino al 1904 capitale del Senegal, Saint-Louis fu scoperta e battezzata dai colonizzatori francesi a metà del Seicento, ma il nome originale in lingua wolof è Ndar. Si trova al limite nord del Paese, a 250 km da Dakar e proprio al confine con la Mauritania. In realtà si tratta di una vera e propria isola, perché ha una struttura a banchine ed è situata proprio su un’isoletta tra due foci del fiume Senegal – per questo dal 2000 è patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.Caotica e multicolore, Ndar vive la sua quotidianità con estrema e intensa semplicità, tra le piroghe dei pescatori tutte dipinte con i colori primari, le vesti delle loro splendide mogli e i banchetti dove si vende il pescato, appena oltre il ponte che unisce le due rive. I bambini in età scolare frequentano scuole in cui sono molto seguiti e durante i giorni di festa, quando le scuole elementari interrompono le loro attività, passano le mattinate all’interno della scuola coranica, dove i più piccoli stanno ammassati per terra su un grande tappeto a imparare la fede da un giovane serio e assennato.Camminare tra le sabbiose vie del quartiere popolare dei pescatori è un’esperienza che va al di là del semplice muovere le gambe alternando i passi, al di là del semplice voltarsi di qua e di là alla risata di un bambino o al verso di una capra. Se ci si addentra nel fitto labirinto di stradine e cortili, case e spiazzi, moschee e mercatini, sembra impossibile poter tornare indietro. Le strade sono tappezzate ai lati da interminabili file di lenzuola dalle mille tinte e sfumature, perché le donne che fanno il bucato in secchi all’aperto, tra i passanti, non avrebbero posto per stenderli in casa. I grovigli di bambini sembrano moltiplicarsi ad ogni angolo e così anche gli animali addomesticati, soprattutto pecore, capre e tacchini, ma anche cavalli da calesse e qualche pellicano, che i bimbi più coraggiosi si divertono a stuzzicare.È tutto un vociare di anziane signore che contrattano il prezzo dei loro pesci, tutti buttati per terra sotto i loro piedi, e che un po’ spettegolano, un po’ si lamentano. È tutto un pullulare di ragazzi che tornano dalle battute di pesca notturna e di ragazze che mettono i vestiti migliori per attirare la loro attenzione: un marito pescatore assicura un certo avvenire di benessere e ricchezza perché, nelle acque del Senegal, il pesce di certo non manca.Finchè poi, dietro tetti di lamiera e foglie, dietro banchi immensi di pesce essiccato al sole e salato a mano in superficie, la spiaggia. Bagnata dall’acqua blu cristallo del mare senegalese, nasconde tutto un mondo al suo procedere bianca e umida. Le bambine vi si siedono con la sorprendente grazia che le contraddistingue e giocano con la sua sabbia, i bambini vi intraprendono incontri di lotta pieni di competizione e affetto, solarità e precisione.Tengo in bocca il sapore caldo e dolce del kinkeliba e con uno sguardo all’orizzonte, così fresco e propiziatorio, saluto il Senegal[...]



Reportage Senegal #9: tre giorni folli di korà e sabar

Sat, 08 May 2010 07:43:00 +0000

Leggi primaReportage Senegal #1: le mille bocche della TerangaReportage Senegal #2: la speranza più di ogni cosaReportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di DakarReportage Senegal #4: quanto costa la rinascita africanaReportage Senegal #5: Goree, l'isola sul bordo del mondoReportage Senegal #6: una voce che arriva dall'infinitoReportage Senegal #7: i semi di una nuova civiltàReportage Senegal #8: mio fratello, il nuovo tubabMi ha detto lo stregone dagli occhi di brace / il mio Dio è nero / il suo trono è nascosto laggiù / negli abissi della mia AfricaMamadou Traore DiopBadara ha più di sessant’anni e ha fatto la guerra. Ha vissuto sulla propria pelle i quindici anni della guerra civile libanese ed è ancora sano e forte, gentile e premuroso come un leone della Teranga. Oggi indossa il suo vestito più bello perché Fatou, la sua figlia più piccola, si sposa stasera. Una grande vacca è fuori sulla via, legata ad un albero in attesa di essere cucinata per gli invitati alla grande festa, e già i ragazzi addetti al taglio delle verdure sono all’opera nel retro del cortile.Il matrimonio - di solito celebrato tra due giovani innamorati, raramente tra una donna povera e un uomo benestante - è la tappa più importante nella vita dei senegalesi e ne segna un momento cruciale sia per la maturità sociale che per l’affermazione personale. I festeggiamenti durano dai tre giorni alle due settimane a seconda delle possibilità economiche e in occasione di essi tutti i parenti lontani si mettono in viaggio e vanno a casa della sposa e dello sposo, che capeggiano due feste completamente diverse e divise, ognuno con i propri familiari.La sposa e suo padre, ThiésLa celebrazione vera e propria viene fatta dai parenti maschi che si recano alla Moschea, dove si va a fare la domanda di matrimonio e a firmare il contratto al posto degli sposi. Durante la “stipulazione” del matrimonio si deve decidere anche il tipo di legame, cioè se monogamico o poligamico: in caso di bigamia dopo una scelta monogamica, il secondo matrimonio viene annullato e l’uomo rischia dai sei mesi ai tre anni di carcere e una multa tra i 20.000 e i 300.000 CFA (1€ vale circa 655 CFA). In caso di scelta poligamica, invece, lo sposo può, nel corso della sua vita, decidere di tenere una sola moglie o di averne fino a un massimo di quattro. Di solito però, un uomo già sposato mette la moglie davanti al fatto compiuto di averne sposata un’altra, altrimenti la prima moglie farà di tutto per impedirglielo.Fatou e Mandau hanno entrambi venticinque anni, sono molto innamorati e hanno deciso insieme per la monogamia. Non si vedranno per tutta la durata dei festeggiamenti e poi, l’ultimo giorno, lei lascerà la casa dei suoi genitori e si trasferirà a casa di lui, come prevede la tradizione. Ma fino ad allora dovrà stare nel cortile di casa tempestato di sedie ad ogni centimetro quadrato, su cui centinaia di donne che non ha mai visto le stanno vicine come fossero mamme. Una donna di casa molto vicina a lei la accompagna a fare le presentazioni, elencando nomi e parentele, soprannomi diversissimi dai nomi originali e prole. Lei deve ascoltarli e ricordarli tutti, memorizzando anche i rispettivi visi.La sposa ha passato tutto il giorno precedente dalla parrucchiera, una stilista del capello degna di un architetto futurista, e indossa uno dei suoi meravigliosi abiti da sposa: ne cambierà uno ad ogni apparizione in casa, e così anche le acconciature delle trecce. È emozionantissima e l’espressione sul suo viso è tesa e insofferente allo stesso tempo, perché sa che da quel momento [...]



Reportage Senegal #8: mio fratello, il nuovo tubab

Fri, 07 May 2010 10:46:00 +0000

Leggi primaReportage Senegal #1: le mille bocche della TerangaReportage Senegal #2: la speranza più di ogni cosaReportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di DakarReportage Senegal #4: quanto costa la rinascita africanaReportage Senegal #5: Goree, l'isola sul bordo del mondoReportage Senegal #6: una voce che arriva dall'infinitoReportage Senegal #7: i semi di una nuova civiltàSaresti tu un giorno questa fresca terra / nutrita dai semi delle nuove stirpi / che accompagnerà per sempre la notte purificata / delle glorie fiammeggianti?Alioune Badara BeyeMalick Kaire ha quarant’anni e da dodici vive a Bologna, dove insegna musica nelle scuole elementari e si esibisce in spettacoli serali con i tamburi djembe insieme ai suoi amici. Nato e cresciuto a Thiés, aveva perso i genitori quando era molto piccolo ed era stato cresciuto da uno dei suoi moltissimi fratelli maggiori e da sua moglie. Poi si era innamorato di Adja, una donna bellissima. Le aveva giurato amore eterno ma un giorno, dopo anni passati insieme, lei aveva conosciuto un altro uomo, dicendogli che era migliore di lui e che voleva sposarlo. Fu una partenza sofferta quella di Malick, un esilio del cuore, e da allora non è più tornato.Ha una fronte spaziosa e un fisico asciutto, un animo buono e un nome che è profezia della sua esistenza: il nome di suo nonno, che è stato il fondatore dell’omonima scuola elementare nella zona nord di Thiès, non lontana dalla piazza principale. La stessa in cui da bambino andava Malick, oggi è frequentata da circa ottocento bambini, divisi in 12 classi da circa 70 alunni ciascuna, molte più bambine che bambini. Da Bologna riceve ogni anno gli aiuti economici che Malick raccoglie grazie ai suoi spettacoli musicali: è così che gli insegnanti possono comprare le penne e i quaderni per tutti i bambini, i libri e i gessetti per la lavagna. È così che si è potuto costruire un cancello che dà sulla strada per la sicurezza dei bambini, assumere un guardiano che dorma all’interno della scuola, alzare le mura di cinta e riparare qualche tetto rotto.I bambini del quartiere nord di Thiés vanno a gruppi di quattro o cinque, a seconda dei bambini in età scolare che ci sono nella famiglia, e percorrono insieme una strada di sabbia per raggiungerla, che per i più lontani è lunga non più di un chilometro. È una delle scuole nelle migliori condizioni della città, anche se in qualche classe è visibile qualche crepa nel muro o qualche banco rotto. C’è tanta sabbia e tanta polvere ovunque e i bambini si fermano tutti i giorni dopo le lezioni per pulire un po’. Non c’è acqua corrente nei bagni ma solo un piccolo rubinetto nel retro del grande cortile, appena vicino a una montagna di rugginosi rottami di banchi vecchi. In qualche classe, come un avviso a metà tra la profezia e l’antidoto, c’è un cartellone che spiega le cause e gli effetti della malaria, con qualche consiglio per prevenirla.Distante 70 km da Dakar verso l’interno, Thiés è la seconda città del Senegal e, anche con i suoi settemila km² e i suoi 265 mila abitanti, è una zona piuttosto rurale. A differenza della capitale ci sono solo due grandi mercati e sono gestiti in modo più tradizionale e familiare, con le ragazze scalze a vendere frutta e verdura, le bambine a vendere collane e bracciali, gli uomini a maneggiare carne e tessuti colorati. Tra loro molto quieti e silenziosi, gli abitanti di Thiés si conoscono quasi tutti e ogni quartiere è una grande famiglia che vive qualsiasi evento unita nella condivisione.Malick tutto questo lo sa bene e dopo dod[...]



Reportage Senegal #7: i semi di una nuova civiltà

Wed, 05 May 2010 20:57:00 +0000

Leggi primaReportage Senegal #1: le mille bocche della TerangaReportage Senegal #2: la speranza più di ogni cosaReportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di DakarReportage Senegal #4: quanto costa la rinascita africanaReportage Senegal #5: Goree, l'isola sul bordo del mondoReportage Senegal #6: una voce che arriva dall'infinitoQuesta follia, questa forza vulcanica di arrivare alla vetta degli ideali,di sradicare i baobab del dolore / appartiene al negro, che io sappia, madrePape FayeEssere bambini in Senegal non è un gioco. Certo, ogni bambino è il bambino di tutti, c’è molta solidarietà e attenzione quando si tratta di loro; sono considerati come dei piccoli dèi ed è per loro molto naturale uscire di casa e scorrazzare da una parte all’altra della propria città o villaggio senza che i genitori debbano preoccuparsi per la loro sicurezza. L’educazione senegalese è molto importante nella vita di una famiglia, che in media è composta da una quindicina di persone, ed è incentrata sul rispetto, sulla condivisione e sull’esempio dei grandi, severi nei principi e nello stesso tempo molto affettuosi.Ma in un Paese come questo ogni singolo bene, primario o secondario che sia, è razionato e i bambini sono educati sin da piccoli a tenere per sé solo le briciole di quello che viene loro offerto, dividendolo con gli altri numerosissimi bambini della casa. Si gioca poco, e anche quando lo si fa c’è sempre più apprendimento che svago, più rito che passatempo. Passano ore in posizioni bizzarre a fissare il mondo o a riflettere su qualche pensiero intraducibile a parole, con gli occhi persi nel vuoto. Ed è raro vederli alle prese con dei giocattoli veri e propri, mentre i giochi più frequenti sono quelli tradizionali: nascondino, biglie, pallone.Al di fuori dei cortili delle scuole o delle case, di solito i bambini giocano separatamente dalle bambine. Sin da piccoli infatti, i senegalesi forgiano le proprie vite a seconda dei percorsi esistenziali che li attendono: ed ecco che ogni bambina da un momento all’altro può sorprendere tutti con le splendide movenze della danza tradizionale, e ogni bambino può lasciare tutti a bocca aperta praticando, ovunque si trovi, lo sport nazionale.In Senegal la lotta è molto più che uno sport o una disciplina agonistica. È qualcosa che si incontra a metà strada tra la competizione, il rito e lo spettacolo. Nel suo paese d’origine viene vissuta alla pari di un rito sacro e seguita più di ogni altro sport, come un evento straordinario praticato da giovani lottatori con presunti poteri mistici. Si tratta di una lotta libera a mani nude che si svolge all’interno di un cerchio molto ampio disegnato sulla sabbia; molto ritualizzata e con sfumature che solo i più esperti sanno cogliere, la stagione dei combattimenti inizia a ottobre e finisce a maggio. Gli incontri durano tre tempi da quindici minuti, intervallati da pause di cinque minuti: vince chi riesce a portare la testa, la schiena o i glutei dell’avversario a terra.Essere bambini in Senegal significa doversi sempre conquistare qualcosa, che sia un pezzo di spazio fisico dentro al quale stare, un pezzo di cibo con cui attutire la fame, un pezzo di futuro verso cui incamminarsi. Mané, Yaffi, Ndiawar, Ndéye, Mouhamed, Yaye Mbaye e Badou hanno tra i quattro e i dodici anni e abitano nella stessa grande casa insieme a genitori, altri cugini più grandi, zii e nonni. Non ci sono orari precisi per i pasti, che si fanno quando si ha fame o quando c’è da mangiare: questo rende le cose ancora più com[...]



Reportage Senegal #6: una voce che arriva dall’infinito

Wed, 05 May 2010 06:00:00 +0000

Leggi primaReportage Senegal #1: le mille bocche della TerangaReportage Senegal #2: la speranza più di ogni cosaReportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di DakarReportage Senegal #4: quanto costa la rinascita africanaReportage Senegal #5: Goree, l'isola sul bordo del mondoAllora! A quale civiltà volete che io appartenga? A quale razza, io negro di fuoco?Pape FayeChe in Senegal l’Islam sia moderato lo si sente respirando l’atmosfera di tolleranza che lo pervade. Fino all’Ottocento la maggior parte del Paese rimase animista e ancora sopravvivono feticci e riti risalenti ai tempi antichi in ogni fascia della popolazione. Qui non regna la Sharia – la legge islamica – e non è raro incontrare credenti non praticanti e laici. Le donne non portano il velo e se molte – soprattutto anziane - legano attorno alla testa dei fazzoletti colorati abbinati al vestito è più per questioni legate all’eleganza e al sole che batte a picco, piuttosto che per questioni di culto.I richiami alla preghiera scandiscono le ore del giorno e della notte con surreale imponenza. Sono richiami fatti a voce, a metà tra canti liturgici e lamenti strazianti, che provengono da diverse parti della città o del paese ma che incontrandosi all’unisono creano un’unica cantilena che sembra provenire direttamente dalla dimensione divina. Il risultato è che cinque volte al giorno, contemporaneamente e senza strascichi o differite, la voce dell’Islam riconferma il dialogo con Allah, in modo rudimentale e genuino, brusco e potente.E questa genuinità, questa straordinaria naturalezza nel parlare con Dio e di Dio, i senegalesi la conservano anche quando si convertono al Cristianesimo: ogni culto convive con gli altri in modo pacifico e armonioso proprio perché il linguaggio, il messaggio e il tono, tutto parte dalla stessa radice umana e tutto procede verso la stessa meta. Il 5% della popolazione in Senegal è cristiana, soprattutto cattolica, e si tratta perlopiù di famiglie che godono di un certo benessere sociale ed economico. Come quelli della chiesa Rehoboth a Dakar, dove il coro gospel fa da scenografia al palco di un prete ultramoderno, a metà tra lo showman e il prestigiatore.Grida la Bibbia in francese e con tutta la voce che ha in corpo, come se fosse lontanissimo, oltre le finestre e i muri di questa città, oltre i bisogni e i desideri dell’umanità, come se si trovasse nella stanza di un altro mondo, seduto accanto a Dio. Per farsi sentire dai fedeli dall’altro capo del creato, l’omone vestito “all’occidentale”, tutto di bianco e con un papillon sotto la giacca, spiega le note migliori delle sue corde vocali e suda, suda tantissimo, di un sudore denso e benedetto che asciuga con un fazzoletto a ogni pausa dalla lettura. Nove ventilatori sono in funzione, tutti puntati su di lui, il mastodontico portavoce di Gesù.“Ci sono persone che non vengono in chiesa perché sono a letto malate o perché sono talmente povere da non avere un vestito. Ci sono persone che si amano e non possono sposarsi per mancanza di risorse. Bisogna conoscere queste realtà e fare delle collette, in modo che la chiesa possa aiutare i bisognosi con l’elemosina. La chiesa è una famiglia che va al di là della famiglia biologica e che predica l’aiuto ai meno fortunati: una chiesa che non pratica la parola di Dio, che non fa la carità, è una chiesa morta!”Una ragazza minuta si separa dal coro e con un microfono incalza la lettura del prete con la traduzione in wolof per chi non ha studiato. In[...]



Reportage Senegal #5: Goree, l’isola sul bordo del mondo

Tue, 04 May 2010 06:44:00 +0000

Leggi primaReportage Senegal #1: le mille bocche della TerangaReportage Senegal #2: la speranza più di ogni cosaReportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di DakarReportage Senegal #4: quanto costa la rinascita africanaEppure, faceva freddo quella notte / quella notte faceva freddo vecchio mio / quella notte faceva freddo, in nome di DioDiallo FalemeL’isola di Gorée è un puntino nel mondo, grande appena 36 ettari. Si trova a 3 km a largo di Dakar ed è raggiungibile con appena venti minuti di traghetto, svoltato il lungo molo che racchiude il porto della capitale. Venti minuti intensi quanto un’eternità: respirando l’aria salmastra e spingendo lo sguardo in direzione dell’oceano si ha la sensazione di poter essere inghiottiti da un momento all’altro nell’infinità dell’universo. Poi, come per incanto, dalla leggera foschia del mattino presto appare lei, antichissima e dignitosa. Lunga 300 metri e larga un chilometro, Gorée è un tuffo nel periodo coloniale: non ha spiagge ma grandi caseggiati coloratissimi a picco sul mare, tra muri di pietra lavica, buganvillee fucsia e gialle, portoni pittoreschi e chioschetti di chincaglierie e panini.L’ambiente è più salubre e ordinato rispetto al resto del Senegal, grazie agli abitanti – circa duemila in tutto – che rastrellano la sabbia in ogni piccolo viottolo. Anche il clima è meno pesante che nel resto del Paese, perché il mare mitiga e abbassa vertiginosamente le temperature equatoriali. Il giardiniere dell’isola, un uomo allegro e simpatico sulla cinquantina, passa le giornate da una parte all’altra dell’isoletta, piantando e curando le sue creature di qua e di là, salutando chiunque gli capiti sul cammino e godendosi il panorama. Gli altri sono pescatori, commercianti o artisti: tra pittori, scultori e musicisti, l’isola è tempestata di tele dipinte con i colori più accesi che si possano immaginare, statue tradizionali in legno o futuristiche - realizzate con materiali di scarto e rifiuti – e una miriade di strumenti musicali: djembé, korà, n'goni, ecc. I bambini, come ovunque nel Senegal, fanno la parte dei protagonisti: vivaci, colorati e tantissimi, vivono giornate genuine nella loro ripetitività, tra sorrisi e giochi semplici, merende e balli vorticosi, dividendo i loro spazi con agnelli bianchissimi, pecore enormi, gatti indiscreti, lucertole dalle dimensioni improbabili e galli in libertà.Eppure questo paradiso terrestre ha un passato per niente glorioso, un luogo che in Europa trova somiglianza solo ad Auschwitz: l’isola di Gorée, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO dal 1978, è stata per secoli uno degli avamposti della tratta degli schiavi. Gli uomini più forti, le donne più belle e i bambini più sani venivano portati qui da tutto il Senegal e stipati insieme nella "Maison des Esclaves", la casa degli schiavi con stanze che erano vere e proprie gabbie di pietra, sigillate da spesse inferriate, con piccolissime porte e spesso senza finestre. Le si può guardare ancora oggi perché la Maison des Esclaves, che risale al Settecento, è diventato un museo nel 1962 raccogliendo, nel suo piccolo spazio, il peso di un luogo simbolo di questa tragedia secolare ed accogliendo circa 500 visitatori al giorno. I curatori del museo affermano che tra i 15 e i 20 milioni di africani sono passati da qui prima di essere separati per sempre dalla loro terra e dalle loro famiglie, per diventare degli enti senza nome e senza dignità e gettare le basi di quella ch[...]



Reportage Senegal #4: quanto costa la rinascita africana

Mon, 03 May 2010 08:10:00 +0000

Leggi primaReportage Senegal #1: le mille bocche della TerangaReportage Senegal #2: la speranza più di ogni cosaReportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di DakarNel mio paese tutto appartiene agli altriDiallo FalemeLa Repubblica democratica presidenziale del Senegal è laica e multipartitica e la sovranità nazionale appartiene al popolo senegalese che la esercita attraverso i suoi rappresentanti o per via referendaria. Il punto fermo della sua costituzione è l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, senza distinzione d'origine, razza, sesso, religione.Eppure contraddizione e corruzione sono gli ingredienti della politica senegalese. Siamo nel Paese in cui un terzo della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e le strade sono inondate da 50 mila mendicanti, la maggior parte dei quali sotto i 7 anni. Ma è anche il Paese che ospita il più grande monumento al mondo, costato circa 20 milioni di euro e costruito da un’azienda nordcoreana: si tratta di un’enorme statua di bronzo alta 49 metri, posta su una collina alta 100 metri. Raffigura un uomo africano che tiene una donna per mano e un bambino in braccio e simboleggia la rinascita dell’Africa: per questo è rivolta verso l’Oceano Atlantico, sull’estrema punta della costa più occidentale del continente.Voluta dal Presidente Abdoulaye Wade - in carica da 10 anni - secondo cui avrebbe portato un incremento turistico a Dakar, ma detestata dai senegalesi, è stato uno smacco non solo all’estrema povertà e alle problematiche sociali irrisolte nel Paese, ma anche alla religione islamica che vieta la riproduzione di immagini umane. Il giorno della sua inaugurazione, che ha coinciso con il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza del Senegal dalla colonizzazione francese, il popolo di Dakar ha sfilato per le strade chiedendo le dimissioni di Wade, con striscioni che calcolavano quanti ospedali si potrebbero costruire con la cifra spesa per il monumento. “Più che la rinascita dell’Africa”, gridavano, “questo colosso di bronzo simboleggia la distanza tra ricchi e poveri”.Quest’opera faraonica infatti, che fa venire il capogiro a guardarla e a cui fanno da guardia diversi militari armati, è ora al centro di una forte polemica. La popolarità del Presidente Wade, che ha dichiarato di voler tenere per sé e la sua famiglia il 35% dei ricavi turistici generati dalla statua, è messa a dura prova. L’opposizione punta il dito su una scelta d’elite che va ben oltre le priorità del Paese; i gruppi per la parità dei sessi vedono la statua come un’offesa per la donna; gli artisti la accomunano allo stile leninista e affermano che non ha niente a che fare con l’arte africana; i musulmani inorridiscono perché la considerano una beffa alle leggi morali dell’Islam. Uno scandalo diplomatico che tiene il Senegal in una confusione politica e sociale senza precedenti e che durerà almeno per i prossimi mesi.El Hadji Kaire ha quasi sessant’anni e vive a Thies insieme alla sua famiglia. Ha una moglie bellissima e una figlia che gli assomiglia come una goccia d’acqua. Magrissimo, occhi come spilli e denti sporgenti, mi parla del Senegal con spirito critico e un misto di delusione e ottimismo.“Gli africani hanno uno stile di vita socialista, sono abituati a dividere tutto. Quando Wade è salito al potere ha instaurato il liberalismo e da allora nessuno riesce più ad andare avanti. La popolazione si è impoverita mentre i politici hanno[...]



Reportage Senegal #3: nessun prezzo nei mercati di Dakar

Sun, 02 May 2010 09:09:00 +0000

Leggi primaReportage Senegal #1: le mille bocche della TerangaReportage Senegal #2: la speranza più di ogni cosaVenite / soprattutto non chiudete gli occhi / venite a vedereDiallo FalemeNonostante il Senegal sia un Paese povero, la sua situazione è nettamente migliore rispetto ai paesi vicini: la cultura del lavoro e la maggiore stabilità politica fanno sì che anche la sua economia sia più sviluppata. Si vive soprattutto di pesca, di coltura di arachidi, cotone e zucchero, oltre che dell’allevamento di bovini, caprini e ovini. I mercati di Dakar sono interminabili e assorbono ogni cosa: colorati ed eccessivi, sembrano ovunque e senza fine all’orizzonte. Mercati in distese di terra al sole, mercati su strade trafficate e viali alberati, mercati dietro l’angolo e oltre porte anguste, mercati dentro le baraccopoli, mercati addosso alla gente.Qui, dove l’assurdo regna sovrano in una quotidianità sempre identica, niente ha un prezzo univoco: un passaggio, un pasto o un abito sono lo spunto per una lunghissima trattativa tra chi vende e chi compra. Qualsiasi cosa è contrattabile perché il prezzo non lo fa il valore del bene, ma la possibilità di chi ne ha bisogno e la disponibilità di chi lo possiede.Bidonville di frutta e materassini, collane colorate e pesce essiccato, uova, biancheria intima, ciotole, patate, profumi, biscotti…Dakar è una centrifuga di tinte forti e passi lenti, un mosaico fatto con i rumori e i movimenti sempre costanti di cantieri eterni che montano e smontano ogni giorno la fisionomia della città. I centri abitati pullulano e crescono senza criterio, senza un piano o un ordine, ogni angolo è stracolmo di ruspe, pale, mattoni e piccole montagne di sabbia che attendono solo di entrare nel folle meccanismo dell’edilizia senegalese.A parte i residui coloniali, l’architettura è così sregolata e intricata da far venire il capogiro, con pezzi di geometrie impensabili e lavori di ampliamento sempre incompleti. Tetti a metà e crepe nei muri fanno il resto, in una scenografia decadente in cui ogni singolo centimetro quadrato risale ad almeno un secolo fa e non è mai stato modificato né ristrutturato. A ogni angolo c’è un cimelio che ricorda vagamente il biliardino e uno sciame di bambini che ci giocano sopra, scalzi e vocianti. Per le vie e nei cortili, indisturbate, vivono delle pecore altissime mentre i calessi, rallentati dalla loro stessa frenesia, sono portati da cavalli molto piccoli.Nelle strade più battute, specialmente quelle che portano alle altre principali località del Paese, i veicoli sono riempiti fino ai limiti dell’immaginabile, vanno a passo d’uomo e fanno pause che durano parecchio, imbottigliati per la felicità dei venditori ambulanti. I pulmini del trasporto pubblico, per esempio, chiamati ndiaga ndiaye dal nome di colui che per primo li mise in circolazione, da fuori appaiono mucchi di braccia e visi ingarbugliati. Nonostante cadano a pezzi, abbiano i vetri spaccati e la carrozzeria sia arrugginita, sono decorati con disegni, adesivi e scritte di tutti i colori, addobbati con pendenti e bandiere. L’autista guida senza battere ciglio con rumorose audiocassette a tutto volume e comunica con il suo aiutante - un ragazzino sveglio che sta sul retro attaccato al portellone che raramente si chiude – attraverso colpi secchi sul tetto. La grande scritta sul cofano “Alhamdoulilahi”, che sta per “ringraziamo Dio”, è la premessa di o[...]



Reportage Senegal #2: la speranza più di ogni cosa

Sat, 01 May 2010 08:47:00 +0000

Leggi primaReportage Senegal #1: le mille bocche della TerangaNon so di quale paese tu sia / nè qual è il tuo nome che porti con orgoglio /non so di quale terra lontana tu sei figlio / di quale ospitalità tu abbia goduto /non so di quale madre nè di quale padre vorresti tanto abbracciare il volto /non so di quale sogno sei l'eterno guardiano / di quale solitudine tu sia l'ostaggio…Armadou Lamine SallPoche cose vengono in mente all’italiano medio che pensa al Senegal: bambini sporchi e affamati, clandestini scampati alla morte sui gommoni, “vù cumprà” o terroristi islamici. Il senegalese medio, invece, parla delle squadre di calcio italiane, della politica, della società e dell’economia, conosce diversi nomi di città e in alcuni casi parla la nostra lingua perché è stato in Italia almeno una volta nella vita. Nell’era del pacchetto “sicurezza” voluto dalla Lega Nord, che introduce il reato di clandestinità e le ronde istituzionalizzate, c’è qualcosa che non quadra.Sono i muratori delle nostre case e gli operai delle nostre fabbriche, i cavatori e i benzinai, sono le colf e le badanti dei nostri anziani, i venditori ambulanti delle nostre spiagge e i cuochi dei nostri ristoranti, i raccoglitori della nostra frutta e gli addetti al riciclaggio dei nostri rifiuti: gli immigrati stanno salvando dal baratro il nostro Paese e noi non sappiamo niente di loro, né dei loro Paesi di provenienza. Non vogliamo più sentir parlare di pale e mattoni, scope e stracci, camion e fornelli, lamentandoci nel frattempo della crisi, e crediamo di sapere tutto di questi intrusi che ci “rubano il lavoro”: un bagaglio conoscitivo fatto di luoghi comuni, pregiudizi secolari e una propaganda razzista senza scrupoli messa in atto dai politici e dai media.Da quel famoso undici settembre tutto è cambiato. Erano anni in cui l’immigrazione in Italia non destava l'allarmismo ed il terrore di oggi, non creava problemi di portata nazionale ed epocale e non costituiva affatto uno dei punti chiave dell'agenda setting. Il razzismo non era una questione religiosa e gli africani erano associati alla storia recente del colonialismo fascista, provocando contrastanti sensazioni di patriottismo e senso di colpa insieme. Dopo il 2001, improvvisamente, un uomo con la pelle scura, una pelle d’ebano che profuma di mandorla, è diventato automaticamente non solo un musulmano, ma un integralista islamico legato ad Al Qaeda e quindi pericoloso per l’Occidente. Sono cominciati anni bui per gli immigrati e anni di terrore per i cittadini e i politici - che hanno preferito chiudere, respingere, discriminare. Senza capire che la maggior parte dei migranti è solo in cerca di una vita migliore di quella che lascia nel suo Paese d’origine.Esattamente cinquant’anni fa la colonizzazione francese aveva lasciato il posto ad una pseudo indipendenza in cui i politici africani venivano comunque scelti dagli europei e, nel migliore dei casi, proseguivano il loro stile di governo. Negli anni Settanta il Senegal dovette fare i conti con problemi forse ancora più complessi di quelli legati allo sfruttamento e alla colonizzazione: si erano ritrovati da un giorno all’altro con una zona di 200 mila chilometri quadrati da amministrare e un’intera popolazione da gestire e nel frattempo, tra la crescita demografica e i gravi problemi di comunicazione, il debito estero aumentava, così come il degrado [...]