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Si chiama massimo, questo blog. Ma tu guarda che combinazione, anch'io mi chiamo massimo. Ollallà ollallà. Alle volte le coincidenze della vita sono strane!



Published: Tue, 28 Mar 2017 08:41:21 +0200

Last Build Date: Tue, 28 Mar 2017 08:41:21 +0200

 



Due cose

Thu, 20 Aug 2009 22:08:00 +0200

Oggi è il 20 luglio. Scrivo queste righe a un mese da quando è successo quel che è successo.
Un mese è anche il tempo che mi do per cambiare idea. È un'ultima possibilità che voglio ancora concedermi. Se da qui a un mese non avrò trovato ragioni valide, il 20 agosto leggerete queste parole.

Se il 20 agosto leggerete queste parole, è perché il blog chiude. In modo definitivo.
Questa è la prima cosa.
La seconda è che, oltre a chiudere, il blog sarà cancellato. Fra qualche mese lo formatterò e l'indirizzo http://sichiamamassimoquestoblog.iobloggo.com non esisterà più.

Ho sempre pensato, l'ho pure scritto più d'una volta, che un blog non appartiene soltanto al suo tenutario, appartiene anche alle persone che lo seguono.
Ecco perché ho trovato poco rispettoso il comportamento di chi, fra i blog che seguivo, di punto in bianco ha cancellato la sua pagina, senza nemmeno avvisare, come se non dovesse nulla a nessuno e quello spazio fosse soltanto suo.
Ecco perché scrivo queste righe. Sono un saluto e un avviso di quel che accadrà.
Lascerò il post per tre o quattro mesi, poi procederò alla formattazione. Mi pare un tempo ragionevole perché chi può essere interessato legga e sappia, anche chi non passa da queste parti ogni cinque minuti.

Se il 20 agosto leggerete queste parole, è perché la decisione è presa.
Non ha più senso tirarla per le lunghe, ormai non sono in grado di portare avanti un blog.

Resterebbe tanto altro da dire. Non ne ho più la forza.
Chiudiamola qui e che non se ne parli più.




Chiuso per lutto

Sat, 20 Jun 2009 22:09:00 +0200

Chiuso per lutto.




Digitale terrestre

Thu, 04 Jun 2009 13:42:00 +0200

999 canali e niente da vedere.




(Scusa, Bruce).




Sylvia

Fri, 29 May 2009 14:39:00 +0200

Se anche nel '63 ci fossero stati problemi col gas, con le forniture e le riserve strategiche che sembrano esaurirsi prima di un serbatoio in riserva sul raccordo anulare, probabilmente non avremmo perso una grande poetessa. Sto parlando di una voce dolcissima, la più rasserenante fra tutte le sue muse inquietanti: Sylvia Plath. Leggetela. In un mattino qualunque del '63 Sylvia si alzò presto, intorno alle 6 del mattino, e come tutti i giorni scese in cucina, scrisse le sue poesie, poi preparò del pane imburrato per la colazione dei suoi bambini, li mise al sicuro, sbarrò porte e finestre, aprì il gas e infilò la testa nel forno. E così spariva una delle figure più misteriose della poesia del Novecento. Scriveva la passionale, dolorosa Sylvia: "Per me il presente è l'eternità e l'eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. È un po' come le sabbie mobili... senza scampo fin dall'inizio. Un racconto, un quadro, possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza, mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch'io me ne andrò. L'istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire". Forse, chissà, è per questa paura, per questa volontà di non morire, che infilò la testa nel forno? Hanno ragione quelli che dicono con un paradosso che il suicidio è l'ultimo disperato appello contro l'ineluttabilità della morte? Mi rimase molto impressa un'immagine con cui Massimo Troisi descriveva la depressione. "È come un carcerato che resta immobile davanti alla porta della cella che è stata aperta". E Sylvia Plath: "Ho paura di affrontare me stessa", scrisse dopo il primo tentativo di suicidio. "Stanotte ho tentato di farlo. Mi auguro di cuore che ci sia qualche essere assoluto, qualcuno su cui contare affinché mi valuti e mi dica la verità". Forse quell'essere prima o dopo quel gesto estremo Sylvia l'ha pure incontrato. A noi, per consolarci, se questo ci può ripagare di un'anima poetica che non ci dona più le sue folgorazioni, resta la sua ultima poesia. Che forse non è la più bella, anzi, sicuramente, ma in qualche modo è più importante di altre, perché è questa il testamento che rimase sul tavolo quella mattina, mentre la scena intorno aveva tutta la paralisi e l'angoscia di ogni fermo immagine. Ancora un'ultima stradina buia che risplende di una luce lontana, oltre i veli di quel mistero, di quello sconcerto, che avvolse la vita e la morte di Sylvia Plath. La donna è infine perfetta. Il suo corpo Morto porta il sorriso del compimento L’illusione di una greca necessità Fluisce, nelle pieghe della sua toga, I suoi piedi Nudi sembrano dire: Abbiamo camminato tanto, è finita. Ogni bimbo morto, riavvolto, bianco serpente Uno ad ogni piccola Brocca di latte, ora vuota Li ha piegati Di nuovo nel corpo di lei come petali Di una rosa si chiudono quando il giardino S’intorpidisce e odori sanguinano Dalle dolci, profonde gole del fiore notturno. La luna non ha nulla di cui essere triste, fissando dal suo cappuccio di osso è abituata a questo tipo di cose. Le sue macchie nere crepitano e tirano. (Dalla puntata di Zombie del 6 febbraio 2006). (Qui il file audio con la voce di Diego Cugia).[...]



Diciamo cultura, ma pensiamo razza

Mon, 25 May 2009 13:06:00 +0200

(A Marco Aime voglio un bene dell'anima da quando, nel 2004, avevo letto Eccessi di culture. Sabato Tuttolibri ha pubblicato alcuni passi dal capitolo finale di un suo libricino in uscita per Ponte alla grazie. Si intitola La macchia della razza. Riporto anch'io sul blog le sue parole). La solitudine fa crescere la paura, Dragan, e ci inventiamo un nemico comune per credere di essere uniti e solidali. In realtà siamo solo capaci di un individualismo collettivo. Più ci sentiamo soli e più ci aggrappiamo a idee astratte e vaghe come identità, altra parola divenuta buona per nascondere tutte le avarizie, tutti gli egoismi. L'identità la pensiamo, ma poi non la pratichiamo. La impugniamo come un bastone contro gli altri, ma non la frequentiamo nemmeno con quelli come noi. Identità significa pensarsi uguali a qualcun altro. Ma facciamo di tutto per essere diversi gli uni dagli altri. Anche identità è una parola ambigua, non ha plurale, si presenta come portatrice di un'idea solitaria. Eppure il plurale ce l'ha: abbiamo un'identità di genere, religiosa, politica, di fede calcistica... siamo portatori multipli di identità. Ne possediamo un mazzo e giochiamo di volta in volta quella che scegliamo o che ci è concessa. Però oggi, quando pronunciamo la parola identità, pensiamo subito a quella etnica. Oggi, identità significa terra e sangue. Siamo diventati «tribali», ci siamo stretti attorno al totem della nostra cultura, pronti a difenderlo. In realtà vogliamo difendere i nostri soldi, la nostra abitudine, non la nostra cultura. Non sapevamo nemmeno di averla, non lo sappiamo nemmeno ora. Ce lo dicono. Lo fanno per farci credere che abbiamo qualcosa da perdere e che solo loro possono difenderci. Il sapere, la cultura sono le uniche ricchezze che possiamo condividere, senza che ci vengano meno, Dragan. «Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ci scambiamo le mele, avremo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un'idea e io ho un'idea, e ci scambiamo le idee, allora avremo entrambi due idee» ha detto George Bernard Shaw. Abbiamo preferito tenerci ognuno la nostra idea e siamo diventati sempre più soli. E più poveri, di idee e nel linguaggio. Non riusciamo più a guardare lontano, che è ciò che ha fatto umani gli esseri umani. Animali stanziali nel pensiero, ecco cosa siamo oggi. Usiamo poche parole, sempre le stesse, perché abbiamo poco da dire, ripetiamo sempre le stesse cose. Aprirsi all'altro è il motore della cultura. La diversità offre nuove scelte, arricchisce il nostro mondo, arricchisce noi, fa entrare aria nuova. Ma abbiamo preferito chiudere le paratie e respirare l'aria stagnante della purezza. Piccolo non sempre è bello, se non sai cosa c'è fuori. Se non respiri ossigeno nuovo, che fertilizzi il tuo campicello. È sempre stato così, Dragan, gli uomini si sono scambiati merci e idee. Anche colpi di spada e di fucile, sì, è vero. Si incontravano e si scontravano. Nessuno è stato fermo, ancorato alle sue radici. Quanta differenza possiamo sopportare? Non troppa, lo so, non troppa, ma molto più di quanto crediamo. E lo facciamo, tutti i giorni, ma non ce ne rendiamo conto. Sai, Dragan, cosa c'era scritto su un manifesto tedesco degli Anni Novanta? «Il tuo Cristo è ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua pizza è italiana. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è uno straniero». Sopportiamo tutta la differenza del mondo, se ci fa comodo, e nemmeno ce ne accorgiamo. Consumiamo cibi stranieri, usiamo oggetti di tutto il mondo, ma difendiamo la nostra terra, le nostre radici, la nostra tradizione[...]



In differita dalla Fiera del Libro e dal LitCamp 2009

Sat, 23 May 2009 17:43:00 +0200

(Ah, già, c'è stata la Fiera del Libro. Tocca scriverne sul blog).

Io, in tanti anni di frequentazione, la mia fruizione della Fiera del Libro ha subìto dei cambiamenti.
C'è stato un tempo in cui andavo soprattutto per incontrare persone che conoscevo/potevo conoscere lì, ce n'è stato un altro in cui andavo soprattutto per fare spesa, ce n'è stato un altro ancora in cui andavo soprattutto per raccogliere i cataloghi delle case editrici, c'è stato un tempo lontano lontano nel tempo, quando avevo tempo, che andavo soprattutto per seguire incontri e dibattiti.
Oggi, alcune più, alcune meno, queste ragioni mi portano ancora a bazzicare la Fiera del Libro. Da alcuni anni però il motivo, l'unico vero motivo, l'unico motivo degno di frequentare la Fiera del Libro, è un altro. È vedere chi mettono accanto allo stand della Polizia di Stato, ché fanno sempre degli accostamenti da scompisciarsi.
Non mi hanno deluso nemmeno quest'anno.
Quest'anno, accanto allo stand della Polizia di Stato, c'erano alcune case editrici cattoliche, poi, pochi metri più in là, le edizioni Lotta Comunista.
(Seguono 42 minuti di applausi).
 

* * *



(Ah, già, c'è stato il LitCamp. Tocca scriverne sul blog).

Io, questo LitCamp, boh.
Ci sono stato, ma è come se non ci fossi stato.
Mi sa che non ho nient'altro da dire.

(Per completezza dell'informazione vi segnalo che un mio sosia è finito nell'inquadratura di due video di Gaspar Torriero e in alcune fotografie disseminate su vari social network di dubbia reputazione. Chi mi conosce di persona potrà confermare che sembro proprio io. Lo confermo io stesso: sembro proprio io. Oh bastalà).




A taste of something fine

Fri, 15 May 2009 19:24:00 +0200

Vorrei scrivere di tante cose. Di Bologna, tanto per cominciare. Ché io non ero mai stato, a Bologna, e una volta, anni fa, mi ero ripromesso che se mai fosse capitata l'occasione di farci un giro, a Bologna, la prima cosa che avrei visto, di Bologna, sarebbe stata via Paolo Fabbri 43. Poi, invece, adesso che ci sono stato, a Bologna, la prima cosa che ho visto, appena uscito dalla tangenziale, sono state due battone. Mi pare che questo spinga ad alcune riflessioni, ma non saprei quali. (Poi in via Paolo Fabbri 43 non ci sono andato nemmeno dopo, ché c'era da passare a casa di Daniela, ché quella fetente era in mutua e non poteva oltrepassare il portone. Poco importa che lo stabile non l'avesse più, il portone, lei non poteva uscire lo stesso). Vorrei scrivere di una casa popolata di mucche. (Qui ne potete vedere una). Di una torta di mele con le mandorle. Di una gatta un po' stronza che faceva la voce grossa, ma quando le si è staccata un'unghia ha perso qualunque credibilità. Di un giornale di musica del 1982 che Daniela e Lorenzo hanno trovato e conservato apposta per me, e dentro, alla pagina giusta, hanno messo i biglietti del concerto. Vorrei scrivere della miglior compagna di viaggio che potessi avere e della sua pazienza. Di un navigatore satellitare che in autostrada, insomma, però, in città, una pacchia. Di un vicolo in centro a Bologna, vicino a via Marconi, dall'odore poco gradevole. Di una pianta di gelsomino nascosta dietro un cancello che due narici più raffinate delle mie hanno saputo riconoscere. Vorrei scrivere di quel che è successo prima del concerto. Del buffet. Di una band di cinque piccoli metallari (età media, direi sugli otto anni) che ha aperto la serata. Di Jackson Browne che è sceso dal camerino e s'è fermato qualche minuto ad ascoltare i bambini, insieme a noi. Del suo sorriso divertito. Dei tecnici del suono che scattavano fotografie ai bambini. Vorrei scrivere dell'auditorium Manzoni. Di quant'è bello. Di quanto siamo stati bene anche noi poveracci in piccionaia. Di un ragazzo di Caserta davanti a me che prima di venire a Bologna aveva già visto un concerto a Londra. Vorrei scrivere del concerto. Del modo di Jackson di stare sul palco. Di una voce che non invecchia. Delle canzoni che ha suonato, dell'arrangiamento, della scaletta. Di un tastierista che canta come Al Green. Del pubblico. Vorrei scrivere del mio stato d'animo. Dei miei silenzi. Del mio trasporto nel vivere un'esperienza che aspettavo e sognavo da anni. Di quanto non sia rimasto deluso, sebbene le mie aspettative fossero altissime. Dei posti vuoti nel teatro che ho riempito immaginandovi sedute le persone con cui avrei voluto condividere quei momenti. Delle lacrime che non sono riuscito a piangere durante il concerto, ma ho versato con gli interessi da martedì in avanti. Vorrei scrivere di quel che è successo fuori dal teatro. Di un'attesa durata un'ora. Degli occhi di Jackson, che non ho potuto osservare con l'attenzione che avrei voluto, ma mi pare tanto siano bicolori, marroni e verdi, proprio come i miei. Di quel che avrei voluto dirgli ma non gli ho detto, perché mi sono vergognato del comportamento delle altre persone che l'avevano aspettato per fare una fotografia con lui. Vorrei scrivere di queste e di tante altre cose. Troppe. Troppe per una sola giornata, troppe per me che in questo periodo sono alla ricerca di parole che ho smarrito, troppe per un solo post. Mi accontento di condividere qualche accenno del mio 11 maggio a Bologna. Vi lascio una canzone che ho estratto dalla mia registrazione del concerto. La qualità audio è quella che è, qualcosa però si sente. Potete scaricarla qui. Voce e chitarra: Jackson Browne. Cori: Chavonne Morris e Alethea Mills. &E[...]






Proprio io, che sono nato senza muscoli e neanche bevo la birra

Sun, 10 May 2009 18:54:00 +0200

Oggi mi hanno scambiato per un ex giocatore di rugby.




Anche rispolverare un po' di luddismo, magari, ogni tanto

Thu, 07 May 2009 17:40:00 +0200

A me la parola odio piace poco, figurati poi l'idea di odiare qualcuno, è proprio una cosa che non mi appartiene.
Però, il poeta Sanguineti, quando parlava di odio di classe, certi giorni faccio fatica a non essere d'accordo con lui.
Oggi è uno di quei giorni.




Dev'essermi sfuggito qualcosa, ma non ho capito cosa

Tue, 05 May 2009 12:01:00 +0200

Sono per strada. Cammino sul marciapiede sinistro in direzione opposta al senso di marcia delle auto. Più o meno è mezzogiorno. Arriva un camion. Mentre mi passa accanto sento un colpo, un frastuono metallico, seguito dal rumore di qualcosa che va in pezzi e striscia sull'asfalto. Giro di scatto la testa. Il camion ha staccato lo specchietto a una Panda parcheggiata di fianco a me. Faccio in tempo a leggere la targa del camion. Ne prendo nota sul cellulare. (Non ho altro con me per scrivere). Mi giro. Corro a casa. Entro trafelato. Afferro una biro e un foglietto. Verifico che la biro scriva. Esco di corsa. (Potevo prendere la bicicletta. Non ci ho pensato). Arrivo ancora più trafelato alla Panda. L'auto è ancora lì. Scrivo Passavo qui accanto, è andata così e cosà, ho fatto in tempo a prendere la targa del camion, se ha bisogno di un testimone mi chiami pure. Dopo la spiegazione lascio i miei dati, l'indirizzo di casa, i recapiti telefonici. Infilo il foglietto sotto il tergicristallo.
Due giorni dopo squilla il telefono di casa. È l'ora di cena. Alzo il ricevitore. Una voce maschile dice Sono quello della Panda. Rispondo Buonasera. Inizio a dire Immagino le serva la targa del camion. (Sul foglietto non l'avevo scritta). Non riesco a concludere la frase. Sulla prima a di targa mi interrompe e con voce alterata urla La prossima volta fatti i cazzi tuoi. Poi riaggancia.




Il signor Marron

Thu, 30 Apr 2009 16:49:00 +0200

(Sottotitolo: uguali, proprio).



Al telefono con S.
«Se tu puoi soltanto di sabato, allora proviamo a vederci il 9 maggio?».
«Uhm... Mi sa tanto che quel sabato non ci sono, ché il lunedì già sono via per un concerto».
«Chi vai a vedere?».
«Jackson Browne».
«...».
«Lo conosci?».
«Più che altro, credevo fosse morto».
«...».
Accanto a S. sento una voce femminile. «Ma no, quello è James Brown!».




If

Fri, 24 Apr 2009 09:27:00 +0200

Se non riesci a mantenere la calma quando qualcuno
intorno a te l'ha persa - anche per causa tua;
Se arrivi a dubitare di te stesso e della tua coerenza
perché le tue azioni non sono state comprese;
Se vieni trattato come un soggetto mentalmente
e socialmente pericoloso, o nella migliore delle ipotesi
come un alienato che vive fuori dalla realtà;
Se non solo non hai saputo realizzare il bene
che perseguivi, ma hai causato sofferenza,
e se ti sono stati riversati addosso una rabbia
e una paura che non avevi mai
sperimentato prima, e ritenevi impensabile
che qualcuno potesse mai provare per te;
Sappi, ragazzo mio, che la strada da percorrere
è ancora lunga, e sei molto lontano
dall'ometto che speravi di essere.




(Scusa, Rudy).




Scene da un matrimonio in indaco e altre tonalità di viola

Sun, 19 Apr 2009 18:19:00 +0200

(Sottotitolo: ché celebrare uno sposalizio in bianco virginale non pareva il caso).



Essere invitati al matrimonio di un vigile urbano è una pacchia.
Vicino alla chiesa non trovi posto? Devi parcheggiare in divieto di sosta? Che problema c'è. Prendi un foglio, ci scrivi Sono alle nozze di una vostra collega, è lei che ha scelto di sposarsi qui, siate comprensivi, e lo metti ben in mostra sul parabrezza.

* * *


Non avere un fotografo ufficiale è una scelta deleteria. Che poi lo sposo dica a chiunque abbia con sé una macchinetta digitale, una videocamera, un telefonino, Oh mi raccomando fai qualche foto pure tu così fra tutti qualcosa di decente si tira fuori, è ancora più deleterio.
Nei momenti topici della funzione c'erano più persone intorno all'altare che ai banchi della chiesa.
Allo scambio degli anelli ne ho contate ventinove. Ven-ti-no-ve. Mancavo giusto io per fare trenta.
Non mi hanno avuto.

* * *


I canti sono stati stupendi. C'erano due giovinotti con la chitarra classica e a cantare tre giovincelle. Tutti bravi, eh. Però, una delle tre giovincelle. Tutti bravi, ma lei. La camicetta bianca, il golfino, la gonna lunga a quadretti, i capelli mossi, le fossette sulle guance, gli occhi chiusi mentre intonava la voce, e che voce. Non riuscivo a smettere di osservarla.
Dopo l'Ave Maria di Schubert non ho più resistito, ho iniziato a battere le mani e ho fatto partire l'applauso. Qualcuno nella chiesa mi è anche venuto dietro. Uno dei ragazzi alla chitarra mi ha fatto un cenno di ringraziamento; la giovincella ha disegnato una faccia a forma di imbarazzo.
Fra quarant'anni, quando sarò sdentato, attaccato al catetere e vivrò di ricordi, questo sarà uno dei momenti della mia vita che rievocherò con più orgoglio.

* * *


Dopo, eravamo fuori dalla chiesa a fare le foto, l'ho rivista. Lei, la giovincella. Mentre andava via mi è passata accanto.
Era abbracciata al chitarrista che aveva fatto un cenno con la testa. Si sbaciucchiavano.
Lì mi è diventata un po' meno simpatica.

* * *


Ci sono dei gesti, dei momenti.
Ci sono dei gesti, dei momenti, che in una qualche misura sono complementari di altri, credo.
Il gesto è sempre quello, identico a se stesso, ma il tempo trascorso ti dà il senso compiuto di un cammino, e ti parla della vita, credo.
Uno sguardo, un sorriso, una stretta di mano scambiata con forza. Quattro anni fa per dire Ti sono accanto nel dolore. Oggi per dire Sono con te nella gioia.
Ci sono dei gesti, dei momenti.

* * *


È ufficiale: ho cambiato opinione sui navigatori satellitari. Ora anch'io sono convinto che possono essere utili, in certe circostanze al limite dell'indispensabile.
Te ne accorgi soprattutto quando l'hai lasciato a casa.

* * *


Se sei a un matrimonio riparatore, dire Auguri e figli maschi è pleonastico.
È sufficiente dire Auguri.

* * *


- È stata una bella giornata.
- È soggettivo.




Essonsoddisfazioni

Sat, 18 Apr 2009 09:30:00 +0200

Oggi, per la prima volta nella storia della mia famiglia, si celebra un matrimonio riparatore.




Caos

Thu, 16 Apr 2009 11:44:00 +0200

Il 16 aprile di un anno fa ci lasciava Lorenz, il matematico noto per essere stato il pioniere della teoria del Caos.
A lui si deve il neologismo effetto farfalla. Altrettanto indimenticabili le nuotate nello stagno in compagnia delle sue amate oche selvatiche.

Ovunque riposi il suo spirito, ci piacere pensarlo allietato dalla tromba di Armstrong, il grande jazzista che sbarcò sulla Luna esibendo la maglia gialla del Tour de France.




C'è tempo per aspettare

Wed, 15 Apr 2009 18:51:00 +0200

Le tradizioni che preferisco sono quelle che nascono in modo spontaneo e in modo altrettanto spontaneo vengono portate avanti. Senza doveri impliciti o espliciti, semplicemente perché per noi significano qualcosa e vogliamo tenerle in vita.

Da alcuni anni si è creata una tradizione fra me e D., una mia collega. Ogni anno, in questo periodo, ci mettiamo insieme per una giornata di promozioni in cui minimum fax vende quasi tutto il catalogo a metà prezzo.
È iniziata per causa mia. Ero abituato a prendere i libri di minimum fax una volta all'anno alla Fiera del Libro, ché dalle 18 alle 19 facevano sempre un'happy hour (tutto a metà prezzo e birra gratis), io lo sapevo già, aspettavo quel momento e ne approfittavo (degli sconti sui libri, dico, la birra no grazie), poi l'usanza è decaduta, in compenso però ho scoperto che nelle vicinanze della giornata mondiale del libro organizzavano una 24 ore di svendita per gli acquisti online. E vorrai mica non approfittarne? E son cose da chiedere?
L'unico problema erano le spese di spedizione e il contrassegno che rendevano l'offerta meno conveniente, ecco perché ho tirato dentro D.: cercavo qualcuno per ammortizzare i costi, sapevo che anche lei apprezzava alcuni autori pubblicati da minimum fax e le ho chiesto se era interessata. Sì, era interessata.
Con gli anni questa usanza iniziata un po' così si è trasformata. È diventata un pretesto in più per vederci e fare qualche parola, scambiarci opinioni sui titoli acquistati insieme, suggerirne altri. In un modo o nell'altro, è davvero diventata una tradizione.

Quest'anno purtroppo D. non c'è. Da un po' di tempo deve affrontare dei problemi di salute. Non ho modo di contattarla per chiederle se è interessata a qualche titolo, ho anche i miei dubbi che ora i libri siano fra i suoi pensieri.
Quest'anno avevo meditato di lasciar perdere, ché a fare l'acquisto senza D. mi mancava qualcosa. Volevo aspettarla per il 2010.
Poi ho ricordato che l'anno scorso desiderava un libro che le avevo suggerito di non prendere perché era uscito da poco e risparmiava soltanto il 30%, e quando aveva obiettato Ma l'anno prossimo mi sarà passato di mente!, le avevo risposto Stai tranquilla, te lo ricorderò io.
Così ho pensato che aggiungere questo libro all'ordine fosse la scelta giusta. Un modo come un altro anche per essere accanto a D., e dimostrarle con un fatto, insignificante finché vuoi, ma concreto, mi pare, che credo nella sua guarigione.

La giornata 2009 di sconti di minimum fax è oggi, 15 aprile. Potete approfittarne fino a mezzanotte.
Oggi fare qualche acquisto è una scelta utile anche perché minimum fax devolverà il ricavato per la ricostruzione in Abruzzo.




Agnizioni

Mon, 13 Apr 2009 19:59:00 +0200

Per me il lago di Como era soltanto un nome, una macchia azzurra sulla carta geografica, qualche ricordo scolastico. Non ne avevo un'esperienza diretta e non sapevo che effetto mi avrebbe fatto.
Sabato, quando sono uscito da Como, ho imboccato la strada sulla sponda destra, il panorama si è aperto e finalmente ho visto il lago, il primo pensiero comparso nella testolina mi ha spiazzato. Non ho pensato né alla distesa d'acqua né al paesaggio né ai colori né alla luce né ai battelli né al Manzoni. No. Appena ho visto il lago di Como, il mio primo pensiero è stato, duepunti acapo per aumentare l'enfasi:
Chissà qual è la villa di George.
Affermare che me ne vergogno è riduttivo. Lo scrivo sul blog perché sento il bisogno di umiliarmi in pubblico, altrimenti non potrò mai purificarmi da questa colpa.


Sempre in una logica di glasnost, devo delle scuse al sistema stradale delle mie parti.
Caro sistema stradale delle mie parti, scusa se spesso ti ho denigrato. Ti chiedo perdono. Dopo aver sperimentato con mano la viabilità lariana, prometto che non mi lamenterò più di te. Scusami, scusami tanto, da qui in avanti saprò apprezzarti.


In un villaggio dal bellissimo paesaggio, abbarbicato in un post un po' isolato*, ho fatto alcune scoperte.
1. Ho un fratello gemello da cui sono stato separato alla nascita.
2. Se sono piemontese ma sono astemio, allora non sono piemontese.
3. Esiste ancora chi si stupisce della parola cicles.
4. Esiste ancora chi non conosce Terry Pratchett.
5. Le crespelle. Marò. Le crespelle. Tutto il cibo era squisito, però, le crespelle. Amo la donna che le ha cucinate. Che si sappia.
6. Se il piacere di abbracciare qualcuno è direttamente proporzionale al tempo trascorso per conoscerlo di persona, qualunque attesa è giustificata.


Poi volevo ancora dire che per me è stata una bella giornata.
Sono stato bene fra persone con cui mi sono sentito a mio agio, e sono contento d'aver osato.




Madri

Fri, 10 Apr 2009 15:00:00 +0200

Tutti abbiamo una madre da qualche parte. C'è una madre a cena con noi. È una donna piccola con le lenti degli occhiali tanto spesse che quando gira la testa dall'altra parte sembrano nere. Poi, mentre stiamo mangiando, telefona la madre della padrona di casa. Ciò induce la padrona di casa ad assentarsi dal tavolo più a lungo di quanto ci si aspetterebbe. Forse questa madre si trova a New York. Durante la conversazione viene menzionata la madre di un ospite: questa madre si trova in Oregon, uno Stato di cui quasi nessuno di noi sa nulla, anche se è capitato che ci abbia vissuto un parente. Dopo, in macchina, si parla di un coreografo. Passerà la notte in città, e al mattino si rimetterà in viaggio per andare, appunto, a trovare sua madre, anche lei in un altro Stato.

Le madri, quando sono invitate a cena, mangiano composte, come i bambini, ma sembrano assenti. Capita spesso che non riescano a seguire quel che facciamo o diciamo. Capita spesso, anche, che partecipino alla conversazione solo quando converge sulla nostra giovinezza; oppure sono accomodanti quando non si vorrebbero accomodanti; sorridono e vengono fraintese. Eppure le madri le si va sempre a trovare, ci si parla sempre, anche se solo durante le feste. Hanno sofferto per il nostro bene, e il più delle volte in un posto in cui non potevamo vederle.



Lydia Davis, Pezzo a pezzo, traduzione di Adelaide Cioni, minimum fax, p. 69.




Una mano

Wed, 08 Apr 2009 09:16:00 +0200

Ripenso a una notte d'estate dei primi anni Novanta, un'escursione in montagna per dormire in baita. Eravamo seduti attorno al falò, tutti con una candela in mano. Soffiava un vento dellamadonna. Tenere le candele accese era problematico, ognuno la riparava con la mano. Spesso si spegnevano e bisognava attingere alle candele dei vicini per riaccenderle.
All'improvviso una persona prese la parola. Disse che quelle candele nel vento, sempre sul punto di spegnersi, gli ricordavano la vita degli uomini. Disse che quelle candele eravamo noi. Ma poi aggiunse che noi eravamo anche quelle mani che proteggevano, combattevano contro il vento, si allungavano, restituivano la fiamma alle candele spente. Anche questo gli ricordava la vita.

La persona che prese parola per dire quelle cose ero io, sedicenne diciassettenne o giù di lì.
Se lo scrivo sul blog non è per sentirmi dire Ma quanto sei sensibile, Ma quanto sei ingenuo, Ma quanto sei pirillo, Ma quanto sei mellifluo, Una candela nel vento bella cazzata sembri Elton John. (No, eh, per favore. Va bene tutto, pensate cosa vi pare, ma Elton John no. Elton John, no).
Lo scrivo perché quelle parole e quei pensieri, quasi sicuramente sarebbero finiti nel baule delle parole pensate e dette e subito dimenticate, invece è andata in un altro modo. Sapete perché? Perché poco tempo dopo, una persona che era con me in baita, mi disse che in quella riflessione così semplice aveva riconosciuto tanta verità, e mi disse che l'avevo aiutato a vedere la vita in modo diverso, e mi ringraziò.
Da allora quei pensieri non sono più miei. Sono della persona che ha voluto ricordarmeli riconoscendo in essi un valore che per me non esisteva.

Riflettevo, oggi, che la vita è anche questo.
Tracce di noi che abbiamo conservato perché per qualcun altro hanno significato qualcosa, e perché qualcun altro ha scelto di condividere quel valore con noi.
Tracce altrui che per noi hanno significato qualcosa, e forse continuano a vivere anche grazie a noi.



Aggiornamento. Fra i commenti Cassandra accenna a una credenza di mare sulle candele.
«Ogni volta che la si usa per dar fuoco a qualcosa che non sia un'altra candela, muore un marinaio in mare. La fiammella e la vita, forse, sono legate da sempre».