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Il cassetto nella rete. Racconti.



Pubblicare su carta richiede la disponibilità di denari, dei giusti canali e di talento. Il blog scavalca questi miei limiti, oltre alle difficoltà di distribuzione che qualunque pubblicazione cartacea è destinata a incontrare. I racconti qui pubblicat



Last Build Date: Mon, 05 Jun 2017 16:59:01 +0000

 




Fri, 01 Jan 2021 11:38:00 +0000

Dentro il cassettoi racconti *Quaranta chilometriTre amici, un camper, un viaggio tra Aosta e Parigi. Nei loro discorsi scorrono i ricordi, le passioni perseguite, le aspirazioni mancate. Nei pensieri di tutti l'ombra dell'amico che non c'è più. (Pubblicato in Patate e champagne)* Se ne è andataUn uomo, una donna. Le difficoltà della vita insieme. La discesa e la caduta. Quel che può succedere quando le strade si dividono.(Pubblicato in Nera Baltea)*TemaLa vicenda di un giovane della fine degli anni '30: l'innamoramento, la guerra e le occasioni perdute. Quando gli incontri casuali riportano alla luce ricordi che si credevano sepolti. La voce del nipote, la storia di suo nonno. *A parlar d'amore e d'altre faccendeil monologo romantico di uno scrittore alle prese con il famigerato blocco e le troppe distrazioni del ménage di coppia. * Questi anniGran festa, vino a fiumi e lezioni di vita che lasciano i segni sulla pelle. Studenti in cerca di un orizzonte davanti a sé. *  InterrailIn viaggio in Europa. Essere giovani e sentirsi parte del mondo sconosciuto. L'emozione di scoprire l'ebbrezza della libertà.* Un lungo tappeto di neveUn amore tra gli scaffali di una biblioteca. Una serata che protrebbe cambiare il corso della vita. (pubblicato in Incontri in biblioteca)[...]



Nero Piemonte e Valle d'Aosta

Wed, 19 May 2010 16:38:00 +0000

Titolo: Nero Piemonte e Valle d'Aosta
Editore: Giulio Perrone - Perrone Lab
Data di Pubblicazione: 2010
ISBN: 978-88-6316-139-7



Noir di pianura e di montagna.
Un'antologia di racconti alla bagna cauda con fonduta.

Contiene il racconto ambientato nel cielo sopra Aosta intitolato
A casa
su facebook
e in tutte le migliori librerie




Fri, 06 Jun 2008 20:03:00 +0000

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Thu, 05 Jun 2008 06:37:00 +0000

*Il 18 aprile 2008 il libro è tornato in Emilia, a Rovereto (non quella che pensate), nel modenese (precisamente al Bar Polisportiva Roveretana presso Centro Sportivo via Curiel • Rovereto s/S) ospite dell'associazione culturale L'Aquilone.Con me Stefano Santarsiere e Chiara Bertazzoni. *A Torino il 12 dicembre 2007, Barriera di Milano, in compagnia di Simone Sarasso e del "padrone di casa" JP Rossano, si è parlato di piccola e grande criminalità, di come, intrecciandosi, agiscono sulla quotidianità. Alla serata la partecipazione è stata scarsa in quantità, ma di assoluto alto profilo di qualità.*Qui siamo a Fidenza, alla libreria Mondadori:da sinistra: Stefano Santarsiere, Mariella Lombardi, Andrea Villani, Chiara Bertazzoni, Fabio Mazzoni.leggi il commento al libro di Andrea Villani*e qui a Ponzano Superiore (SP), nell'ambito di Settembre Noirda sinistra: Fabio Mazzoni, Ariodante Petacco, Chiara Bertazzoni, M/Merisi *allo Zocaffé di Bologna, il 15 settembre, eravamo in tanti. Un grazie speciale a Valerio Varesi, per le sue parole e la sua presenza.* qui al Castello di Belgioioso, sabato 22 settembre 2007da sinistra: JP Rossano, Marinella Lombardi, Chiara Bertazzoni, Fabio Mazzoni, Matteo Fraccaro*Chiedilo al tuo libraio di fiducia, oppure ordinalo qui *Guarda la mappa di tutte le presentazioni.*[...]



Un lungo tappeto di neve

Thu, 12 Jul 2007 13:47:00 +0000

Se solo Alice l’avesse voluto, mi sarei infilato nella sua vita, non solo nel suo letto.Lei aveva un amore, un amore tutto suo, che le distendeva le linee del viso, le colorava la voce. E aveva un incanto nelle parole, quando indicava i percorsi ai naufraghi divoratori di significati, tra gli scaffali della nostra biblioteca.Alice sosteneva di non poter rinunciare all’emozione del racconto, quando, messi i lettori alla porta, aprivo a caso un libro di Fante o Garcia Marquez e glielo leggevo: cedeva alle lusinghe della mia voce solo per lei e distoglieva gli occhi, senza trovare la giusta collocazione ai libri che stringeva nelle mani. Sapevamo dare la colpa ai lettori distratti, quando La cura del bonsai finiva tra Tokyo blues e La cucina macrobiotica. Era il nostro piccolo segreto.Da parte mia, facevo anche di peggio: avevo scritto una dichiarazione d’amore sul frontespizio di un libro di Carver che lei avrebbe dovuto catalogare. L’avrei stretta con tutte le mie forze, mentre mi ordinava di ricomprarlo pagando di tasca mia: sapevo che avrebbe tenuto per sé quell’unica irripetibile copia.Avrei dato per scontata una simmetria alle mie trepidazioni. Ma c’era quel suo amore tutto suo.Un mero scambio di tempi e tutto si scombina: lui l’amore per sempre, io il ripiego.Quel venerdì prima di Natale, con la scusa di una cena tra colleghi, prenotai un tavolo per due nel ristorante più caro della città. Da una settimana avevo montato le gomme da neve e l’auto si mosse sicura, determinata alla meta. Arrivai con mezz’ora di anticipo, perché non potevo permettermi alcuna approssimazione. Nell’attesa ascoltai i discorsi a mezza voce provenienti dagli altri tavoli e chiesi al maître di suggerire un menù romantico. Quando Alice entrò, seppi che avevo un’occasione unica, irripetibile.Venne a sedersi e mi parlò della neve che aveva cominciato a cadere lenta sopra la città. Guardai brillare i suoi capelli, arrossarsi le guance.Nel corso della cena mi domandò le ragioni della mia passione per il nostro lavoro, della mia ostinazione a rinchiudermi con lei in quattro mura stipate di libri, a condurre le persone tra le parole che raccontano i loro amori. Dovevo dirle che la risposta stava nella domanda, che avevo questa passione per le storie e le parole, e per questa storia e queste parole che tra noi stavano crescendo. Ma le dissi semplicemente che avevo le sue stesse ragioni, sperando che fosse la verità.Prima del dolce, la feci ridere, citando a memoria un brano di Bukowski, e poi rattristare un poco, dopo il caffè, con quel Tondelli che ancora non mi son tolto dalla testa.Tagliò corto (dovevo averla proprio annoiata) proponendo di andare a bere qualcosa, in un posto un po’ più movimentato di questo mortorio.Fuori, la neve copriva i marciapiedi, gli alberi e la strada. In macchina il silenzio delle grandi nevicate creò un’intimità imprevista, languida, solo un poco temperata dalla certezza delle ruote da neve che solcavano la strada. Il suo amore tutto suo piombò all’improvviso a respingere la carezza che era scesa sulla mia anima. Era immenso, il suo amore, in grado di saturare il desiderio di una donna, di riempirne l’orizzonte. Lui solo. Alice disse che non avrebbe desiderato di più per sé, per nulla al mondo.Ancorai gli occhi alla strada, concentrato su quelle parole che mi tenevano lontano, e poi li chiusi, sentendo il mio corpo spinto ai margini, accompagnato fuori.Lei urlò.Un gatto.Avevo investito un gatto.Le chiazze rosse che si allargavano sulla neve battuta mi sospesero il respiro. Era un gatto nero, niente di più visibile sul tappeto di neve. Dalla gola gli uscivano lamenti imploranti e soffi aggressivi, quando ci avvicinammo. Voleva scappare, ma non ci riusciva, si scuoteva e ricadeva sullo stesso lato. Soffiò ancora rabbioso quando gli infilai una mano sotto il fianco per sollevarlo, poi si abbandonò con rassegnata acquiescenza.Conosco un veterinario aperto tutta la[...]



Vivere e morire in Valle d’Aosta. (Sceneggiatura)

Mon, 15 May 2006 15:48:00 +0000

SOGGETTO:Due uomini in un bar di paese commentano i fenomeni e gli avvenimenti che coinvolgono la loro piccola realtà. Dal dialogo ne emergono lo sguardo gretto, l’attitudine al turpiloquio e all’oscenità. Apparentemente persone qualunque che consumano il rito della socialità di un microcosmo montano, le loro parole ne svelano l’appartenenza alla “classe dirigente” locale. La violenza del linguaggio (e del quadro di valori che questa esprime) conoscerà la propria nemesi in un crescendo grottesco che farà gli stessi protagonisti vittime della propria inettitudine.1. Interno. Bar di paese. Due uomini appoggiati di spalle al bancone. Barista dietro al bancone a braccia conserte. In silenzio, tutti rivolti al televisore sulla parete opposta, guardano le notizie del tg delle 20. Inverno, all’interno luce artificale, buio alle finestre.Sigla musicale di chiusura del tg.PRIMO UOMO si volta e guarda il barista.(disgusto sul volto)Mussulmani! Non bastavano i marocchini, adesso anche le bombe, i kamikaze, Binladén e tutto il resto.SECONDO UOMO ruota la testa rivolto al barista.(molto calmo)Due rossi, chef.PRIMO UOMO(con rabbia)Violentano le nostre, ma nascondono le loro donne nelle coperte.Barista posa due bicchieri sul banco e li riempie di vino rosso, poi ritorna a fissare il televisore incrociando le braccia.SECONDO UOMO alza bicchiere verso PRIMO UOMO.Santé.Entrambi svuotano d’un fiato i bicchieri e li posano sul banco rimanendo di spalle al televisore.PRIMO UOMO(smorfia di piacere sul volto subito cancellata da espressione severa)Fancazzisti! Che per non lavorare di giorno non toccano cibo aspettando la sera per gozzovigliare.SECONO UOMO(ancora impassibile)Brutta storia, François.PRIMO UOMO scuote nervosamente le mani su e giù, palmi verso l’alto, dita piegate a uncino.E non posso cacciarli dal paese.SECONDO UOMOMeglio lasciar perdere.PRIMO UOMO battendo il dorso delle mani sul banco.Ma la residenza non gliela firmo.SECONDO UOMOGiusto.PRIMO UOMO, pugni chiusi.Perché la legge non ci tutela.SECONDO UOMO annuendo.Vero.PRIMO UOMONessuno è tranquillo qui, con questa gente per le strade.SECONDO UOMOHai ragione, François.PRIMO UOMOLo so, maledizione.SECONDO UOMO(come scosso dal suo torpore)E’ una banda di gente che dovrebbe starsene a casa sua.PRIMO UOMOE quanti figli che fanno.SECONDO UOMONon ci sarà più posto per noi.PRIMO UOMO(tono amareggiato e triste)Si prenderanno tutto.PRIMO UOMO e SECONDO UOMO piegano la testa a fissare in silenzio i bicchieri vuoti sul banco.SECONDO UOMO(al barista)Altri due rossi, chef.(al primo uomo)Non pensarci, François.Barista riempie ancora i bicchieri e torna a fissare il televisore incrociando le braccia.PRIMO UOMOProprio non capisco perché dovremmo adeguarci a loro.SECONDO UOMOSe le tengano, le loro preghiere.PRIMO UOMONessuno va a dirgli che non possono recitare i loro rosari a casa loro.SECONDO UOMOQuesta è la nostra terra.PRIMO UOMOBravo Henry, mi hai sempre capito. Abbiamo sempre vissuto bene con la nostra gente.SECONDO UOMOE lavorato.PRIMO UOMOPaesi di gente speciale, Henry, tu lo sai, per questo ti ho fatto assessore.SECONDO UOMODes gens différents.PRIMO UOMOAbbiamo un passato alle spalle, Henry.SECONDO UOMOE un presente di convivenza ordinata.PRIMO UOMOUna cultura antica.SECONDO UOMOSu queste montagne è passata la storia.PRIMO UOMOChe c’entra con noi Binladén?SECONDO UOMO afferra e solleva il bicchiere guardando il colore del vino in controluce.PRIMO UOMO(di nuovo con rabbia)E tutti ‘sti mussulmani? Mussulmani!SECONDO UOMO alza bicchiere verso primo uomo.Non c’entrano niente.PRIMO UOMO alza bicchiere verso secondo uomo.Che se ne stiano tutti nell’Afgastàn!Entrambi vuotano i bicchieri d’un fiato e li posano vuoti sul banco.PRIMO UOMO(smorfia di ribrezzo, poi espressione seria e determinata)Ascolta, Henry: tu sai quanto me ne sbatta di quel parroco che viene a parlarmi solo quando ha bisogno di un contributo p[...]



Interrail

Fri, 21 Apr 2006 12:47:00 +0000

«Mira, mira la puta que abla.»
Il barbone indicava la fighetta australiana parlando fitto con il suo vicino di cartone. Lei civettava con il tedesco della foresta nera, ridacchiavano ad alta voce eccitati dalla pioggia che frustava la notte di San Sebastian. «Puta, puah.» Forse il barbone, di Cervantes, conosceva solo quel suo personaggio. "Sandeces", avrebbe detto tra le gengive. Oppure ne sapeva ogni singola parola da credere di dover seguire le gesta del Quijote, arrivando fin lì da Granada la gitana. Troppe cicatrici, il suo viso, per trovarne l’inizio o una fine, pochi denti nella bocca per seguirne la sequenza. Gli era bastata un’occhiata per trovare il posto più asciutto, l’angolo più lontano dal muro di pioggia. Per lui libertà non era solo un esercizio di mente, una lettura da liceo, un commuoversi davanti alle parole. Ma strade da battere e selciati su cui dormire. «Dormir, quieremos dormir aqui, puta!» gridò all'australiana, provocante creatura giunta in Spagna per cercare la grande onda. A lei interessava salire sul suo surf e magari cavalcare il tedesco del sud, quella notte. Due sipari di capelli e labbra che brillavano al buio, studiava per diventare medico. «Flying doctor australiano» sentimmo tutti quando lo disse. Ma allora non pensai che con buona probabilità sarebbe finita a prescrivere farmaci in cambio di viaggi premio su spiagge battute da grandi onde o di bustarelle al posto del bugiardino. Per il momento decise di andarsene altrove con il suo tedesco del Baden-Württember. Gli zaini e i sacchi a pelo, sparirono oltre la parete di pioggia. Lui seguì il suo culo con quella faccia che fanno i tedeschi quando prefigurano un evento speciale: la stessa faccia di ogni momento della loro giornata.
Eravamo a San Sebastian da poche ore, arrivati con l'ultimo treno dall'Oceano francese. La pioggia ci aveva impedito di sistemarci in spiaggia per la notte e un poliziotto bastardo aveva preso a calci i nostri sacchi a pelo stesi sul pavimento della stazione. Al Quijote interessava la terra brulla della Mancia, da qualche parte si doveva pur cominciare per ristabilire la giustizia. In terra basca, che la formosa austrialiana se ne fosse andata a fottere altrove, era già un buon risultato per qualunque avventuriero pre o post-romantico che sia. Il barbone poteva considerarsi soddisfatto. Se ne stava arrotolato nelle sue coperte scure, la testa sollevata contro la borsa della spesa, gli occhi semichiusi a spiare l’umidità dell’aria. Ancora una volta lo vidi sollevare le palpebre e arricciare il naso. Ci guardò col disprezzo che grondava dagli occhi acquosi, mentre affondavamo la testa dentro la lampo, assolutamente silenziosi e in cerca di sonno. Poi più nulla.
Dormimmo fino alle prime luci del giorno, la pioggia che picchiava sull'unica tettoia sotto cui dormire in San Sebastian nelle notti piovose. Sognai ancora il treno, quella notte, ricapitolai dormendo il nostro viaggio fin lì, le canne olandesi, la birra belga e le ragazze francesi. Ci svegliammo che i barboni non c'erano più. Solo tre pareti di graffiti europei intorno e una luce di buona giornata. Aveva smesso di piovere, finalmente. Ripartimmo con gli zaini in spalla per cercare il colore che ha il cielo dell'alba ai confini col mare. Con la certezza che mai più ci saremmo sentiti liberi come in quel momento.



Se ne è andata

Mon, 27 Mar 2006 06:55:00 +0000

(da Nera Baltea, edizioni vida, 2005)(grazie all'editrice per il consenso alla pubblicazione su questo blog)** C’è dell’altro in questa storia.Sì d’accordo, lei mi ha lasciato, giurando tra i denti di non voler tornare più.E qui potrei finire.Non ho capito se voleva che glielo sentissi dire. Spero di sì.Ha preso poche cose: un libro, qualche vestito, il pettine e lo spazzolino, rovesciando le nostre foto lungo il percorso. Quella del matrimonio è stata la prima, come ovvio. La cornice d’argento è caduta di spigolo e ha inciso il parquet, il vetro in frantumi.Dove è andata non lo so.Non tornerà più, ha detto. Forse l’ha fatto solo per farmi star male. Perché era arrabbiata.Andata è andata, comunque. E’ uscita di corsa, con quelle due cose in un sacchetto. Correva anche in strada, l’ho guardata dalla finestra. Ha svoltato e Aosta l’ha inghiottita. Suona ridicolo, lo so, ma è quello che ho provato. Correva per farmi del male, posso giurarlo. Sapeva che la stavo guardando, dopo la svolta ha rallentato. Tornerà, quando le sarà passata.Però c’è dell’altro.Non capisco ancora come sia successo. E’ bastata una frase uscita male, quel tono sbagliato per farla saltar su, raccogliere quelle sue cose nel sacchetto frusciando parole a mezza voce che neanche capivo. Parlava piano e si muoveva in fretta. E io che la guardavo e non dicevo bah. Le nostre foto che andavano giù e il pavimento in legno che scricchiolando parlava per me. Chiedeva che fai adesso? Che succede? Vuoi fermarti e parlare guardandomi in faccia?Ma lei non lo ascoltava, il pavimento, sebbene lo fissasse, invece di guardare me. Poi la promessa: «non torno più». E la porta che sbatteva dietro di lei.Per una frase uscita male, con quel tono sbagliato.Che avrò detto poi?Di sicuro è un copione scritto da tempo. Già provato in mia assenza. Troppo sicuri i suoi passi in camera da letto, il sacchetto estratto da un tasca, la mano che va a segno sulle foto. Oggi si è tenuta la prova generale, voglio sperarlo. Il suo effetto l’ha avuto, questo è certo. Mancava il pubblico, però.Tornerà, posso contarci, portandosi dietro la madre e la sorella o le amiche del caffè letterario, così affamate di commediacce sentimentali. Tornerà appena la madre avrà acceso un cero a Maria Immacolata, appena il parroco avrà detto che certe cose si sistemano con pazienza e sacrificio.Ha sempre avuto questa vocazione da soap-opera, glielo devo riconoscere. Non ha rinunciato a una drammatica uscita di scena, dimenticando che questa è anche casa sua, in fondo. Tornerà, almeno per buttarmi fuori. Sarà un’altra scena studiata, tutta compresa in quel suo senso tragico del destino. Mi ricorderà, come sempre, che lei è una donna solida e martirizzata da un’ipoteca sulla casa, da un marito studente a tempo pieno tendente all’alcolismo, da un gatto depresso chiazzato dall’alopecia.Una vita da schifo, messa così.Così si finisce come questo gatto, rannicchiato immobile sul divano a fantasticare su come sarebbe stata la sua vita senza l’alopecia. Si finisce buttando due cose in un sacchetto e uscendo dalla porta con una promessa che non si può mantenere. Solo perché ho detto che le cose per me andavano bene così. Questo ho detto, insomma.E’ stata lei a cominciare, però. C’è del premeditato in quel che è successo. Mi ha chiesto notizie del mio prossimo esame all’università. Se ne è uscita a bruciapelo con questa domanda, mentre tagliavo le cipolle a fili per la cena. Alla tv parlavano d’incidenti in montagna, turisti imprudenti, caviglie fratturate e spalle lussate. L’elisoccorso è davvero una meraviglia. Hanno mostrato una barella che si sollevava dal prato: sospesa nel vuoto se ne è andata agganciata all’elicottero. “Per fortuna è estate” ho pensato “e quel tizio non morirà di freddo lassù”. Poi l’ho guardata. «Stori[...]



Tema

Tue, 21 Feb 2006 13:52:00 +0000

Mio nonno si chiama Fausto. E adesso dovrei scrivere quanto è alto, quanto pesa, come ha la testa, se ha le braccia lunghe, i piedi grossi, i peli sugli alluci e tutte quelle cose che ne fanno il ritratto. Ma io, mi scusi prof, sono sicuro che lei si annoierebbe a morte a leggerle, ché poi com’è fatto mio nonno non interessa a nessuno, e sono fatti suoi, anche. Tiri una rigona rossa e mi dia un bel tre, se vuole, e non vada avanti, io continuo lo stesso, faccia quel che le pare.Nonno Fausto, dicevo, è un tipo che non parla molto, soprattutto da quando mia nonna è morta, e lui è rimasto lì, nella sua casa in centro, tutto solo a stirarsi le mutande, cucire i calzini, comprare le patate al mercato. E così non gli faccio mai domande sulle sue faccende, quelle di un tempo, voglio dire, di quando era giovane, anche se lei, prof, ci dice sempre di chiedere ai nonni come vivevano quando c’era la guerra e Mussolini parlava dal balcone e la gente si beveva tutte le sue cagate (segni pure, sì, due righe rosse sotto la parolaccia), si beava delle puttanate (ops!) che uscivano dalla radio di Stato e dai telegiornali, quelli che davano al cinema.Credo che ieri fosse un po’ bevuto, mio nonno, oppure non so, perché si è messo a raccontarmi una storia un po’ lunga di quand’era giovane, prima della guerra, una storia romantica, mi sembra proprio, di quelle che si vedono nei film che guarda mia mamma il pomeriggio, che fanno un po’ piangere, dove la gente vuole fare delle cose ma non ci riesce, e non si capisce perché non possa farle, e questo la rende infelice, e poi parte e sparisce, ma continua a vivere con quel cruccio e poi e poi… insomma, adesso la racconto, prof, ‘sta storia.Non aveva nemmeno vent’anni, nonno Fausto, che già lavorava alla catena di montaggio. Metteva insieme certi pezzi del motore per decine e decine di auto che lui non vedeva mai quando uscivano finite dalla fabbrica. Dice che faceva sempre quel giro così con la mano destra, poi spingeva in là con la sinistra, in quella fabbrica di Torino che non dico, dove stavano tutti come lui a fare così con un braccio e a spingere in là con l’altro. C’erano grandi rulli, nei quattro piani della fabbrica, binari e bracci meccanici che portavano pezzi di auto di qua e di là, mentre loro stavano sempre fermi, dice mio nonno, in due metri quadrati. Insomma, prof, mentre raccontava mi veniva in mente quel film di Sciarlò che ci ha fatto vedere l’altra settimana, dove a ‘sto operaio s’incriccavano le articolazioni, a forza di su e giù, e veniva risucchiato dagli ingranaggi dei macchinari, anche se poi mi è sembrato proprio strano che non fosse morto.Comunque.Dice mio nonno che a quei tempi non c’era molto da fare quando uscivi dal lavoro. Si faceva un giro al bar, mio nonno, a far due chiacchiere con quei quattro strampalati che passavano il loro tempo al tavolo del ramino. Una bevuta, un giro a carte e il barista che un po’ lo prendeva in giro per quel suo tic di girare così la mano destra e spingere in là la sinistra.Ma era anche un gran lettore, dice, uno che sapeva a memoria dei bei pezzi di poesia di quel Leone (o Leopardo, prof?), tutto quel gran teatro di un Piramidello e quello un po’ tedesco, o austriaco, che si era messo un nome italiano e scriveva dei romanzi in un modo un po’ strano ma che erano i migliori d’Europa, lo dice mio nonno. Io non li conosco, tutti questi qua che scrivevano ai tempi di nonno Fausto, quando ancora non c’era la playstation, il videoregistratore e per telefonare dovevi andare alla Posta o al bar. Ma per me erano un po’ pallosi, scusi prof, ma l’ho detto a mio nonno.Lui però dice che la sera, quando arrivava a casa, apriva ‘sti libri sul tavolo e li leggeva, poi li rileggeva e quando aveva due soldi ne comprava di nuovi, e stava lì, fino a tardi, sul libro, ment[...]



Spazio promozionale. (Non è un racconto)

Tue, 21 Feb 2006 13:33:00 +0000

(image) Questo post è una marchetta. Sì, è qui per segnalare un libro affollato di autori: Bologna, Collatin, Cossard, Costa Damarco, Damarco, Faletti, Gregotti, Lo Presti, Mazzoni (a destra gli autori. Foto di Francisco de Souza). (image)
Un libro noir,
è quello che andiamo dicendo nelle presentazioni in giro per la Valle d'Aosta. E' ciò che si dice di lui, il libro. Sette racconti da raccapriccio, che scavano nei più biechi e profondi recessi dell'animo umano. Potete credermi oppure no. L'unico modo per scoprirlo è leggerlo (attenzione: marchetta!). Lo trovate nelle migliori librerie di Aosta, oppure chiedendolo all'editore. Intanto leggete qua.



Quaranta chilometri

Sat, 18 Feb 2006 10:48:00 +0000

(da Patate e champagne, edizioni vida, 2004)(un grazie all'editrice per il consenso alla pubblicazione) **E infine siamo andati, partiti col camper a noleggio a ritrovare quel poco di noi che ancora riconosciamo. Diec’anni dopo il grande Interrail che ci portò in lungo e in largo per l’Europa. Perché passare i trent’anni ci ha sballottati, sparpagliati e ridotti. E settimane e mesi di messaggi che correvano per tutta l’Italia, a fissare una meta, scegliere il mezzo, definire una data. E infine partire. In tre, invece dei quattro ch’eravamo. C’è il Michè, iscritto con noi all’università e ancora illaureato. E’ salito sul camper con lo zaino di allora, stessa salopette a rigoni, camicia sahariana, giubba militare. Ci guarda e ci parla, ossuto, nella barba che non ha coltivato. Dice che odia il motore, che è un atto d’amore salire su questa baracca che insudicia il mondo. Lo fa solo per noi, abbandona la bici e i compagni di lotta. Questioni di giorni, gli ho scritto e ora gli dico, il tempo di recuperare gli anni che sono andati. Ci mancherebbe, mi fa, cosa vuoi che ti dica, la Massa Critica è la mia vita. E poi c’è Antò, che si stende sulla branda e dice che son soldi ‘sto viaggio: a Parigi un hot dog può bastare. Lui lo sa, il valore del pane, l’ha capito alla finanziaria dove l’han preso a sgobbare. E conosce il valore del tempo: due giorni, mi ha scritto, quell’unica volta che ha scritto. Perché lui non ce l’ha, il tempo per viaggiare e per leggere le iméil. Lui sta sempre in ufficio. E risponde a chi promette un milione di dollari se apri un conto cifrato nel Belize e per il resto del tempo scandaglia i mercati per grattuggiare un po’ di grana sugli spaghetti. Ogni anno in una casa diversa, Antò, sfilata ad un’asta fallimentare con un finanziamento a favore dei dipendenti che non rispondono alle iméil degli amici. E la finanziaria è contenta di concedergli prestiti e vederlo felice nelle sue case. E lui è orgoglioso quando dice che a 102 anni avrà 9 figli, 30 nipoti e una casa per ognuno di loro. Antò sarà governatore, quel giorno, della bancadeuropa. Pagherà i suoi debiti con freschi biglietti da mille fatti stampare con la sua firma. Poco importa se una donna per procreare nemmeno ce l’ha, perché costa tempo, denaro e dedizione.E questo sono io, che non mi pento di aver baciato moglie e piccoletta, salito su un aereo giocattolo per raggiungere Antò e Michè ad Aosta, luogo primigenio, e di guidare da più di due ore attraverso montagne e boschi e vallate, con quei due che già dormono in questa notte lunghissima che ci porterà a Parigi. Mi chiamo Francé e non sto nella pelle per l’ebbrezza di avercela fatta. E il Bois, les Impressionistes, un joint le long de la Seine, una nostalgia d’Interrail nei prossimi giorni, e del Kaiser, il padre dei più lunghi candelotti dell’Europa occidentale. I francesi impazzivano (putain!) a guardargli le dita arrotolare sigarettoni superdotati e rigidi come fialotti di birra. I tedeschi cristonavano, in quel dialetto da strascico berlinese (Kaisercigaretten!) e facevano quegli occhi da crucco che riprende a stupirsi dopo anni di apatia. Il Kaiser ci avrebbe guidati a Berlino, si sa, a noleggiare biciclette al Tiergarten e masticare Kebab sull’Alex-platz, a ridere e scombinarci l’anima sulle tele dei Romantici. Abitava in una casa occupata dell’ex Berlino-est, nell’ultimo anno il Grande Kaiser, in quella cagnara di turchi e di punk, di russi scafati e ragazze madri del dopo-muro. La KarlMarxallee si è svuotata, raccontava, gli abitanti a cercare Levi’s e carte di credito all’ovest. Berlino è un’avanguardia, le sue nuove comunità, le sue facce e le identità, ho trovato uno spazio per me, diceva nelle sue rare chiamate, resto qui. E io[...]



Questi anni

Wed, 15 Feb 2006 07:52:00 +0000

E pensare che quella sera si voleva solo farsi un giro. Vedere gente, si voleva, farsi magari due salsicce nel pane, o un kebab, qualche lattina di birra, trovare venti carte di fumo e sgattaiolare a casa. Solo questo si voleva. Ma vallo a spiegare a ‘sti poliziotti. Vallo a spiegare. Par che non lo sappiano, loro, che alla gente basta poco per viver bene e godere del giusto. Chiamala democrazia, o libertà, come vuoi, ché non c’è necessità che si mettano in mezzo, questi. L’abbiamo capito. Colpa mia, in fondo, che li ho chiamati. Studiare e viver lontano dalla propria città è pur cosa triste, insomma, se non per le cene col dolce, le uscite all’Imbarco e il poker. In ordine sparso, s’intende. Altrimenti non so come si farebbe ad arrivare alla laurea. Non lo so proprio, senza queste attività che ci tengono vivi, senza il nostro impegno per la beneficenza. Le notti al tavolo del poker fruttano un bel gruzzolo a chi sa giocare e ha la fortuna dalla sua. E che nessuno ci venga a parlare di gioco d’azzardo. Si tratta di raccolta fondi. Chi si siede al tavolo con noi sa che dovrà destinare le sue vincite alla causa dell’autofinanziamento. Ho vinto venti carte quella sera, una di quelle magiche, in cui riesci a farti il piatto con una coppia di donne, grazie al coraggio di arrivare fino in fondo alle puntate e una buona stella che ti assiste. L’ultimo stock di fumello era giusto andato in chiusura della cena, al posto del dolce, forse per questo son stati tutti più generosi nei rilanci, ma poi insicuri al momento di vedere. Insomma gli altri han sbagliato le loro strategie regalandomi venti carte da spendere in fumo giù all’Imbarco, la notte prima di un esame, il modo migliore per arrivarci sereno. Ci sono poche cose al mondo che valgono una cena innaffiata di chianti, un poker tra di noi, un’alba all’Imbarco a riempirsi lo stomaco di kebab e birra. Ma quella notte le cose sono andate storte, al punto che non so se ci torneremo presto, giù all’Imbarco. Son cose che ti fanno pensare, quelle accadute. Prima di tutto a noi, ai nostri schemi, i nostri riferimenti. Li metti a confronto con il resto e capisci che qualcosa non funziona, non calza. Ma vai a capire dov’è il guasto. Vallo a capire. Prendi il sistema di tassazione che abbiamo in casa. Studiamo economia, per noi è stato facile architettarne uno ottimale: norme e sanzioni stanno scritte su fogli appesi in cucina. Gli ospiti non ci prendono sul serio e si burlano di leggere “scoregge a tavola: 3 ghinee”, “piedi in faccia: 3 ghinee, senza calzini: 4 ghinee”, “mostrare caccole: 3 ghinee, lanciare caccole: 4 ghinee, mostrare e/o lanciare caccole a tavola: 5 ghinee”. L’ospite sghignazza, depreca lo sconquasso dei nostri cervelli: non vuole capire che il pollo che sta masticando è frutto di queste regole e s’incazza se i nostri piedi nudi gli svolazzano sul naso o se trova una caccola sul bordo del piatto. Non vuole intendere che in questo modo ci sarà da mangiare anche domani, se vorrà ritornare a farsi spennare al tavolo del poker e fumare con noi, all’alba, giù all’Imbarco. E’ il meccanismo delle nostre finanze, per noi e per l’ospite che varca la soglia. Dreniamo risorse dai nostri cicli vitali, per poterli reiterare, per proseguire gli studi, senza la fatica che ti può far fallire. Per questo rimbalzare a un esame costa dieci ghinee, ma se lo passi devi offrire un tacchino con anche del vino, per far festa, è logico, con noi della casa. Se c’è un guasto è negli altri, non può essere che così, in quelli che pensano che siamo dei pazzi fancazzisti e cannaioli, che storcono il naso alle nostre cene e parlottan[...]



A parlar d’amore e d’altre faccende…

Fri, 10 Feb 2006 09:25:00 +0000

A parlar d’amore e d’altre faccende si finisce che poi il pubblico s’annoia. Questo guarda il cielo, quello pensa al mutuo, quell’altro si scava una grotta nel naso. E rimani a biascicar parole tutto solo, suoni senza significato, che neanche per te l’hanno più, a quel punto. Volevo ben dire che l’importante sta nella storia, in come s’intersecano le strade, a dove corrono gli ometti e le donnette che ci metti dentro, alla fine che fanno, e come c’arrivano poi, alla loro fine.Perché si tratta sempre di gente che nasce e che muore, ma che nel mezzo fa un gran casino, che non riesci più a sentire quella confusione dei tuoi pensieri che ascoltavi prima.Che così chi ascolta si sente coinvolto, viaggia con te a duecentosessanta all’ora su quel pullman biturbo impazzito che si porta via tutti, e avanti, insieme a gridare quando il jet precipita avvitandosi sul monte Sinai o a schifarsi di quel brufolo che esplode mentre ti stai facendo la barba e schizza di bianco lo specchio che più sporco non si può.E’ questa cosa qui che sto pensando, e non so se giusta o sbagliata, mentre scrivo su ‘sto computer un po’ scassato, che un po’ funziona e un po’ no. Scrivo, penso, e guardo i pesci nell’acquario, non so in che ordine, mentre entra nella stanza questa donna un po’ ragazza che vive con me e che io amo, sì perché d’amore bisogna pur parlare in questa cosa o storia che butto giù.Mi guarda, anche lei, e io la guardo, guarda i pesci nell’acquario, guardo i pesci nell’acquario. Che così non so più che cosa stavo scrivendo, a che cosa stavo pensando. E allora rileggo.A parlar d’amore e d’altre faccende…- Che fai? -, mi fa.- Scrivo -, le faccio.- Scrivi?- Scrivo e penso.- E poi?- E poi scrivo.- Ah.Scivola via verso i vasi, le violette, i gerani che salgono, i gerani che cadono, sul balcone.A parlar d’amore e d’altre faccende…- Sì, ma che scrivi? -, mi fa tornando.- Non so, devo rileggere.Mi guarda un po’, con quella sua faccetta che fa quando studia di là in soggiorno, e io sto di qua e scrivo o leggo e penso e poi scrivo fin quando arriva lei, che mi guarda un po’ così e mi parla.- Ma cose belle o cose brutte?- Mhm?- Scrivi cose belle o cose brutte?Si sporge sulla mia spalla con gli occhiali sul naso e quella curiosità annoiata che le vedo dentro agli occhi.- Aspetta che salvo -, le faccio, - non si sa mai.Che il suo giudizio porti male non so dirlo, vabbè, ma è sempre meglio cautelarsi.Così vanno, quegli occhi che mi han fatto innamorare, qui ci sta bene un po’ di miele, no?, vanno qua e là, dall’alto in basso, da sinistra a destra, che io non so se guardare il monitor, i pesci che mi stanno guardando anche loro, i gerani sul balcone o la faccia che fa.Fa una faccia che non so. Guardo lei, sì, mi avete beccato, perché i pesci mi fanno pensare che gli devo cambiar l’acqua, e mica c’ho tutta ‘sta voglia, i gerani sono assetati, ma oggi tocca a lei bagnarli, e poi son curioso, insomma, di vedere la faccia che fa.E però non capisco.- Beh? -, le faccio.- Sissì.- Sissì cosa?- Boh, non so -, mi dice, che è già in corridoio e tenta di chiudersi dietro la porta delsoggiorno, che io le sto dietro e tengo la porta, lei si siede davanti ai suoi libri, io mi siedo davanti a lei.- Boh cosa?- Ma la storia dov’è? -, mi fa.E mi pare stizzita, quasi offesa di aver perso del tempo dietro a ‘ste parole che mi son messo a scribacchiare, mentre lei c’ha da studiare, sul serio, mica minchiate.- Ho appena iniziato -, le faccio, - la storia incomincia quando deve incominciare.Che poi, missà che quello stizzito son io.M’infilo in cucinino e acchiappo dal frigo quel vasetto di marmellata un po’ liquida e scura, di albicocche, che ha fatto m[...]



Nera Baltea

Sat, 01 Jan 2005 08:11:00 +0000

Titolo: Nera Baltea. 7 noir in Valle d'Aosta
Editore: Edizioni Vida
Data di Pubblicazione: 2005
ISBN: 8889071109
(image)


Questo è un libro noir, è quello che andiamo dicendo nelle presentazioni in giro per la Valle d'Aosta. E' ciò che si dice di lui, il libro. Sette racconti da raccapriccio, che scavano nei più biechi e profondi recessi dell'animo umano. Potete credermi oppure no. L'unico modo per scoprirlo è leggerlo.
Il mio s'intitola "Se ne è andata", una vicenda di raggelante normalità (la definizione non è mia, ma non mi ricordo di chi)
Dalla presentazione di Carlo Lucarelli:
"C'è la Valle d'Aosta, dentro questa raccolta, raccontata come solo il noir può fare, quando prende un posto in cui non immagineresti mai che ci possa accadere qualcosa di brutto e invece ce lo fa accadere, con un effetto ancora più devastante, che ti fa capire come certe brutte cose accadono dovunque, e quindi è meglio cominciare a pensarci. Le montagne, le vallate, le città e i paesi, le mura del capoluogo, questa breve raccolta riesce ad illuminare la metà oscura di questa terra affascinante. La metà oscura, naturalmente, perché è di quella che si occupano gli scrittori come noi. Questa raccolta dimostra, a chi ancora non lo sa, che esiste anche una bella scuola del noir valdostano"
Lo trovate nelle migliori librerie di Aosta, oppure chiedendolo all'editore. Intanto leggete qua.



Patate e champagne

Sat, 01 Jan 2005 08:07:00 +0000

Titolo: Patate e champagne
Editore: Edizioni Vida
Data di Pubblicazione: 2004
ISBN: 8889071079
(image)

Nove autori valdostani ripercorrono i legami familiari, culturali e di "migrazione" fra la Valle d'Aosta e Parigi attraverso racconti che hanno tutti come motivo-chiave la Ville Lumière. Ognuno di loro ci consegna la sua idea di città, Parigi pretesto per ritrovarsi o perdersi, Parigi sotterranea, alternativa, peccaminosa, Parigi mitizzata, rivisitata, rimpianta, sognata, talvolta neppure raggiunta. Ogni scrittore compie, a suo modo, con la sensibilità e lo stile che gli sono propri, un viaggio nel tempo, cercando di riannodare fili di vite passate e presenti: "Assenza che si fa vita. Passato che ritorna presente. Per diventare futuro."
All'interno il mio racconto: Quaranta chilometri.



Incontri in biblioteca

Sat, 01 Jan 2005 08:04:00 +0000

Titolo: Incontri in biblioteca. 1ª edizione del concorso letterario
Editore: Stylos
Data di Pubblicazione: 2004
ISBN: 8887775249
(image)


Antologia dei migliori racconti pervenuti alla prima edizione del concorso letterario organizzato dalla Biblioteca di Donnas (AO), in collaborazione con l'editrice Stylos di Aosta.
Il mio racconto s'intitola "Un lungo tappeto di neve".



Tutto il nero dell'Italia

Sat, 01 Jan 2005 07:55:00 +0000

Titolo: Tutto il nero dell'Italia
Editore: Noubs
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8887468532
in libreria
(image)
Venti regioni, venti racconti, venti autori. Uno sguardo sull'Italia del nostro tempo, attraverso la lente d'ingrandimento del racconto noir. Contiene il mio racconto La chiave a pezzi, ambientato in Valle d'Aosta.
Scrivono di questo libro:
Thriller Magazine, Paolo Agaraff, Culturaglobale.it, Zam, J. P. Rossano, Angolo nero, Stefano Santarsiere, Scheletri.com, Latinera,

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