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Le Grane Grosse



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Last Build Date: Mon, 17 Oct 2016 11:14:50 +0000

 



la bambola sola

Mon, 27 Sep 2010 07:05:00 +0000

(image)
Girovagando da sola in una villa abandonata, l'ho incontrata sulle scale...



Biancaneve

Wed, 15 Apr 2009 08:25:00 +0000

"Insieme nella Diversità" (Concorso Nazionale Auser La Città che Apprende 2008, racconto segnalato)*******************************************************************************“Giochiamo a Bianca Neve?”“Sì, sì, dai!”Yemma è la mia migliore amica, Yemma è la bambina che cerco prima delle altre. Stiamo decidendo a cosa giocare. E’ estate, che non vuol dire granché qui in Scozia, ma significa almeno che si può giocare fuori gran parte della giornata, per la gioia delle mamme, quasi tutte a casa a tempo pieno. Sia la mia che quella di Yemma stanno a casa. Mio papà fa il veterinario, quello di Yemma fa il medico nell’ospedale locale. Tutti e due i papà leggono il giornale mentre la mamma pulisce la moquette. La mia mamma ha un aspirapolvere della marca Hoover che assomiglia vagamente a uno squalo martello. La mamma di Yemma ha una strana spazzola rotante che passa su un bastone.Tutti e due i papà hanno un sesto senso per quanto riguarda l’esatto momento di alzare i piedi , quanto tenerli alzati e quando abbassarli nelle acque ora sicure.“Allora faccio io Bianca Neve, e tu fai la strega.”Yemma è forte e decisa. Mi piace. La adoro. Mi sembra me, o almeno me come vorrei essere. Yemma vibra, spruzza colori. Ha una parlata rapida con un accento bellissimo: sembra legno di foresta, forte, spesso e solido.A cinque anni la mia esperienza di accenti non era vasta, ma avevo sentito parlare una francese e un italiano. I loro accenti erano farfalle, erano fiori nel vento. Leggeri, veloci, parole come coriandoli nell’aria. Mi piacevano molto, ma quello di Yemma ancora di più.Ci provo con le lusinghe.“Ma no! Voglio fare io Bianca Neve! Fai tu la strega. Sei bravissima a fare la strega, sei fantastica!”Yemma è forte e determinata. Io sono testarda. Non so bene nemmeno ora quale sia la differenza, ma già la avvertivo. Criterio? Forse Yemma aveva delle criteria e io soltanto voglia di far fare come dicevo io.La sorella maggiore di Yemma era una giovane donna di ben 8 anni, Luba. Luba non era testarda, e apparentemente non era nemmeno forte e determinata. Ma stranamente la dolcissima Luba, la mia eroina e oggetto della mia più sconfinata ammirazione (era veramente una principessa, ero sicura che lo fosse, rapita e ritrovata nel bosco dalla moglie del medico) riusciva sempre a calmare qualsiasi acqua disturbata, sia da squali, spazzole o litigiose bambine, e a farci riprendere il gioco. Una volta Luba mi aveva preparato un libro. Era una storia meravigliosa, illustrata da lei, di un bambino che litiga con tutti. Dopo aver riflettuto, decide di chiedere scusa e fare la pace, e così è subito accolto con affetto da tutti quanti. Soddisfatto, torna a casa e mangia uova e patatine fritte (con ketchup). Era ritratto sull’ultima pagina in profilo, con un maglione giallo, intento a gustare la giusta compensa per tanta saggezza.Luba era anche una maga della tecnologia. Era riuscita addirittura a pinzare le pagine. Veneravo il libro.“No! Io faccio Bianca Neve! E’ stata una mia idea!”Erano incominciate le trattative per vedere chi aveva le carte più in regola per assumere il ruolo della principessa con la pelle bianca come la neve, le labbra rosse come il sangue e i capelli neri come il carbone.“Non puoi. Nel mio libro Bianca Neve ha i capelli lunghi. Io ho i capelli lunghi e tu no, li hai corti.”Ero convinta della genialità del mio ragionamento, inappellabile.“E invece nel film di Walt Disney li ha corti e neri, come me!”Pareggio. Era vero. Più neri dei capelli di Yemma non si poteva.“E allora io so cosa significa essere innamorata!”“Ah sì? E di chi?”Battuta. Come potevo ammettere a Yemma di essere follemente innamorata di Brian, suo fratello di nove anni? Non potevo. Era troppo. E poi, se Brian lo venisse a sapere… No, no, era troppo. Il mio principe, Brian il Buono, sempre lì a togliermi dai guai. Sempre lì ad aiutarmi a scendere dagli alberi che ero bravissima a scalare ma meno capace di scendere. Sempre lì a sistemare la gomma della mia scassatiss[...]



Penelope è partita, Penelope è tornata: Spartito per Coro di Quattro Voci

Sun, 27 May 2007 10:00:00 +0000

AGNES: Soprano (sopra, più in alto, ormai partita per l’ultima meta e da lì ci contempla.)Ci è voluto del tempo che lei si abituasse a questo paese. Ma ormai a novant’anni lo apprezza. Seduta in balcone sulla sedia di vimini col cuscino, ormai una specie di appendice, che porta la sua impronta e sa di lei anche quando non c’è, lei apprezza la perfetta, stirata distesa azzurra del cielo sopra Melbourne, apprezza il calore autunnale (autunno ad aprile - nonostante stia qui da trent’anni, questo ancora la sorprende tutte le volte). Seduta in vestaglia con in testa la retina che tiene in ordine i capelli, chiude gli occhi per meglio sentire il calore del sole che penetra le sua ossa..Ma nel momento in cui chiude gli occhi, le si accende l’olfatto. Poco fa ha messo delle mele sbucciate a stufare in un poco di acqua. E’ seduta accanto alla portafinestra del cucinotto, e da lì arriva silenzioso, sottile, tenuo da essere soltanto un vago suggerimento, il profumo di mele cotte.Mele cotte. Autunno. Nonostante sia aprile. L’autunno non è aprile. E’ ottobre.Mele cotte. Sua mamma Jane, piccola e tosta, che sta a girare le mele sulla stufa.Mele cotte. Rape, arancioni e pepate. Patate, sempre. Dolce friabile shortbread di domenica, biscotto nazionale della Scozia. “Il re dei biscotti” diceva sempre la mamma, che non era mai stata da nessuna parte, ma sapeva di tutto su quel posto dove stava.Sua mamma era cresciuta, si era innamorata, sposata, aveva partorito e cresciuto cinque figli, aveva pianto uno di loro andato perso in Francia nella guerra (che avevano detto sarebbe finita per Natale, ma invece no, invece no) tutto in quel posto lì. E sembrava ad Agnes che mentre lei era dovuta andare fuori nel mondo a cercare quel poco di saggezza che credeva di avere, era stata la saggezza stessa a venire da sua mamma Jane, che aveva dovuto soltanto accoglierla in grembo. Come faceva con i suoi figli e i suoi gattini.Mele cotte, mele da raccogliere, foglie verdi, scure e lucide sotto la pioggerellina. Leggera nube di acqua che bagna tutto. Entra persino nei vestiti, negli stivali. Turba e disturba e sveglia, sprigiona il respiro della terra, il profumo dell’erba, delle foglie, delle mele, del legno. Tutto diventa di più, tutto diventa morbido e arrende le sue essenze, che si sentono anche dopo, quando gli stivali sono sotto la stufa ad asciugare, e la mamma sta scodellando le mele cotte.Di colpo ad Agnes fa male il torace, un dolore forte. A sessant’anni aveva lasciato Glasgow, grigia e pesante, per seguire i suoi figli, e soprattutto sua figlia Moira, in questa terra calda, arsa, rossa. Non si era mai pentita, non le era mai mancata Glasgow qui tra i colori stridenti dell’Australia.Fa proprio male. Porta la mano al petto. Non è il cuore, sa com’è il cuore. Cos’è? Sono le mele. Maledette mele cotte… I tempi prima di Glasgow, i tempi della verde e umida e dolce campagna di Dumfries. Erano decenni che non ci pensava più. Ora quelle mele, quelle maledette mele…Casa. Aveva voglia. D’improvviso.MOIRA (alto, dall’alto il suo magico sguardo protettivo penetra migliaia di kilometri)Sta con le mani appoggiate al legno del parapetto. La nave non barcolla per niente. Sta diritta sulla sua rotta e glissa via. Melbourne sparisce lentamente. E’ quasi all’orizzonte ormai e tra breve scivolerà via, scivolerà giù dall’altra parte della riga tra mare e cielo.Dall’esperienza sa che starà meglio, ma per ora non sta affatto bene. E’ tutto un terribile déjà vu. Sette anni prima, sulla stessa nave, stessa rotta, si era aggrappata alla balaustra mentre salpavano da Southampton e si rimpicciolivano prima sua madre, poi il molo, e poi la città, la costa, il paese.Questa volta aveva salutato sua madre sul balcone. Ormai alla sua età non poteva più arrivare fino al porto. Sua madre seduta sulla sedia di vimini con la sua vestaglia e la stessa orrenda retina che si metteva da sempre, abitudine di tempi passati, tempi di thé dansant e guantini bianchi[...]



La Torre degli Arcobaleni

Sat, 03 Mar 2007 21:32:00 +0000

C’era una volta una Principessa Arrabbiata.Era così arrabbiata, ma così arrabbiata, che andava in giro cavalcando il suo cavallo nero della criniera fiammeggiante per delle ore intere, calpestando le raccolte nei campi, sfasciando i cancelli e i recinti frutto di tanta fatica e generalmente infastidendo la brava gente del paese.Perché il problema con le principesse è che le può fermare soltanto un Re.Un giorno, mentre era fuori a distruggere il giardinetto di rose tanto amato e curato da qualche poverino, le capitò vicino un Principe Azzurro in sella ad un grande cavallo bianco.“Ma ciao,” disse il Principe Azzurro alla Principessa Arrabbiata. “Tu sei proprio una bella gnocca. Ti va una trombata?”Così irresistibile fu la faccia tosta del Principe Azzurro, con i suoi occhi sinceri e il suo sorrisone grande grosso, che la Principessa Arrabbiata si trovò completamente spaesata. La sua monta nera si fermò di colpo, zoccolo destro anteriore sospeso a mezz’aria sopra una rosa perfetta. Mai e poi mai la Principessa Arrabbiata l’aveva fermato per poi buttarsi giù dalla sella in questa maniera. Ma che cavolo stava succedendo?La Principessa Arrabbiata si mise in piedi tra le rose, sfasciate e ridotte in tante poltiglie colorate, mise le mani sui fianchi, e contemplò il Principe Azzurro per un minuto intero.“Va bene,” gli disse. “Vediamo cosa sai fare.”Il Principe Azzurro le mostrò quello che sapeva fare, e così fulminata fu la Principessa Arrabbiata che immediatamente lo rapì e lo rinchiuse in una torre alta alta. Questo non piacque affatto al Principe Azzurro. Ammirò l’appartamento, apprezzò l’entusiasmo della Principessa Arrabbiata, ma non gli piacque per niente trovarsi rinchiuso. Per tirarsi un po’ su di morale mise delle bandiere ad arcobaleno alla finestra. E guardò la Principessa Arrabbiata sparire in groppa a suo cavallo nero.La gente chiamò la torre La Torre degli Arcobaleni.Notizie del principe incarcerato arrivarono alle orecchie del Re. Il Re non approvò. Chiamò immediatamente la Principessa Arrabbiata. La Principessa Arrabbiata entrò spavalda, gonnelle e capelli volandole intorno. Sperò in questa maniera di risultare particolarmente attraente e quindi ammorbidire l’eventuale sgridata che stesse per ricevere da parte dell’anziano Re.“Mia cara,” le disse il vecchio Re, “mi sono giunte notizie di un Principe Azzurro rinchiuso in una torre degli arcobaleni, e ho motivo per credere che la faccenda ha qualcosa a che fare con te. Ho ragione?”La Principessa Arrabbiata non rispose ma, arrossita, guardò il pavimento“Mia cara, mi spieghi, qual è lo scopo di questa inutile deprivazione della libertà ad un individuo? Ci tengo ad informarti che in quanto sovrano di questo paese ho firmato la Dichiarazione dei Diritti Umani e che sono anche socio con abbonamento annuale di Amnesty International. Non posso tollerare un comportamento del genere.”La Principessa Arrabbiata si rattristò.“Ma lui mi piace,” obiettò, “e se non lo tengo sotto chiave scapperà, e non avrò più nulla da fare con le mie giornate che distruggere carote e siepi in giro per il paese.”Il Re sospirò. “Già, ma qui si dismaga l'intelletto ”“Si ché?” chiese la Principessa Arrabbiata.“Si dismaga l'intelletto mia cara. Ci si crea dei casini insomma. E’ da Amleto. Dovresti leggere di più, sai.”“Sarà la mia premura, sire,” rispose la Principessa Arrabbiata.“Ora, lascia che cerchi di spiegarti una cosa,” disse il Re, un po’ più gentile. “Vedi, mia cara, ce ne sono due tipi di Principe Azzurro: i sassolini e i boomerangs. Se prendi in mano un sassolino e lo lanci, non tornerà. Lo potrai ammirare tra le tue mani per un momento, potrai meravigliarti mentre scintilla nell’aria per un secondo, e poi non avrai che questi due ricordi, e il fatto che ce ne sono tanti altri sassolini lì fuori.Un boomerang invece è diverso.Se lanci un boomerang, ti ringrazierà per l’aver rilasciato nel[...]



La Magia non Esiste

Tue, 06 Feb 2007 17:20:00 +0000

“Chi mi vuole a quest’ora?” chiese irritato l’uomo massiccio e scuro, sia di capelli che in volto. Teneva il mantello di lana grigia chiuso fino al mento con la mano sinistra, e con la destra teneva aperta una cosa che il servo aveva visto soltanto poche volte, e mai da vicino. Si chiamava libro, era fatto di tanti fogli piatti e rettangolari ricoperti di segni che soltanto il Signore e i suoi figli sapevano decifrare. Sul tavolo, e sulle mensole tutto intorno, un caos di oggetti, cose, recipienti, contenitori, flaconi, sostanze, polveri, liquidi, dei quali invece il servo non aveva mai saputo i nomi.Come faceva il Signore a stare qui sotto in questo freddo e umido postaccio, che qualsiasi altro Signore avrebbe destinato a cantina o dongione, proprio non riusciva a capirlo. Lui, il servo, passava le serate accanto al grande camino in cucina come un signore, e il Signore qui sotto come un povero cristo. Mah. I Signori erano a volte strana gente, e questo più di tutti.“Uno sconosciuto, mio Signore. Si è presentato in cucina che c’eravamo noi che cenavamo, e ha chiesto se questo non era la casa di Sir Hew de Gifford, e se noi non eravamo i servi dello stesso. Abbiamo detto di sì, e lui ci ha detto che desiderava vedervi subito.”“E non ha dato alcun nome, alcuna spiegazione?” chiese di nuovo il Signore.“Mio Signore, abbiamo chiesto più volte, ma dice che suo nome non lo dirà a nessuno, e la spiegazione la saprete soltanto voi se sarete all’altezza. Gli abbiamo detto che voi siete il Signore qui, non c'è nessuno più in alto di voi da queste parti. E’ vestito povero Signore, ma parla bene, come voi.”Sir Hew guardò distrattamente la pagina del suo libro, masticando un qualche boccone immaginario.“E va bene. Che sia ammesso al Salone. Arrivo. Ma non lasciarlo solo. Resti con lui. E dagli della birra. E’ una notte fredda.”Il servo fece un breve inchino e se ne andò su per la scala ormai verdastra dall’umidità. Non poteva lamentarsi e infatti non lo faceva mai. Il Signore li trattava bene. Li dava tutto ciò che serviva, quando serviva e non faceva domande. Li dava spesso anche qualcosa di più. Non c’era fame nel castello dei Gifford, e c’era meno freddo che in altri castelli, dato che il Signore li dava mano libera nella legnaia e il permesso di spazzare via gli avanzi dalla tavola alta oltre alla cena destinata a loro in cucina.Ma anche se non fosse stato così, la gente sarebbe stata lì buona buona lo stesso, per il disagio. Non si capiva se era paura, o sospetto, ma si sapeva che era meglio non essere fonte di disturbo per il Signore. Lo sentivano anche quelli di fuori, quelli che lavoravano le terre, gli artigiani del paese vicino dove c’era il mercato una volta al mese. A Haddintoun come a Yester, tutti sapevano ma nessuno parlava. Soltanto ogni tanto, dopo il mercato e una birra di troppo, qualche parole usciva da qualche bocca un po’ troppo lubrificata. Parole come magia, come diavolo, come tenebre, come venduto, come anima… E poi subito dopo parole come “sarebbe meglio per te metterti sulla via per casa amico” e il silenzio.La gente lo guardava mentre passava a cavallo, da sotto dei loro cappucci, con le facce rivolte verso terra. Con timore, ma anche con qualcosa assomigliante al rispetto dal momento che nessuno aveva amministrato la gleba di Yester così bene prima che gli fu donato dalla vedova del re. Nonostante quelle parole di troppo dette nella locanda. Il benessere c’era, e la messa la domenica c’era, e anche se lui non si presentava, cosa significava? I Signori le loro messe le facevano da soli, nei loro castelli, e allora?E c’erano anche occhi che lo guardavano con qualcos’altro. I Gifford erano tra i Normanni più conosciuti del reame, una famiglia forte che aveva sempre avuto il meglio di tutto. E anche se era strano che lui fosse così scuro mentre altri erano così biondi, non c’era da sorprendersi se era venuto abbastanza bene com[...]