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ruminazioni



RUMINAZIONI - poesia, musica e altro. di Sergio Pasquandrea



Updated: 2018-04-24T10:57:43.547+02:00

 



virtuous misunderstandings / malendendus virtueux

2018-04-22T13:23:25.179+02:00

Il disagio dell'artista nei confronti del critico è spesso il disagio di essere frainteso.
Ma l'arte nasce per essere fraintesa.



consigli di lettura

2018-04-17T19:11:18.243+02:00

Antonella Giacon, Qualcosa di speciale (Edizioni Corsare, Bastia Umbra, 2017; 207 pagine, € 12,00)

Di un libro di narrativa, la prima cosa che mi colpisce è la voce dell’autore. Che è altra cosa dallo stile: è la capacità di calare il lettore nel mondo narrato, di farglielo sentire e respirare.
“Qualcosa di speciale” quella voce ce l’ha: ed è la voce di Demis, il protagonista-narratore. Un undicenne goffo, sovrappeso, che vive in un paesino della provincia umbra, frequenta la quinta elementare, gioca per strada con i suoi amichetti – italiani, ma anche tanti stranieri –, gira in bicicletta e aiuta i genitori a gestire una pizzeria con i conti sempre in rosso.
Insomma, niente di speciale; tranne una cosa: che Demis ama scrivere, annotando sul proprio diario le storie che gli accadono intorno. Nel diario c’è il suo mondo: c’è Bruno, che è il suo migliore amico ma anche un ragazzo “difficile”, come li chiamano spesso; c’è il vecchio Gino che vive con la compagna ucraina, Ania, e sa riparare qualunque cosa; ci sono i teppistelli che di notte vengono a fare casino sulla piazza e non si riesce a cacciarli; i clienti della pizzeria; i gatti e i cani che sono anch’essi personaggi; i “carrismatici” che tengono i loro strani riti nella chiesa del paese; Aurora, di cui forse è innamorato ma si sa, queste cose son difficili sempre, figuriamoci a undici anni. Insomma, tutto un microcosmo che, attraverso lo sguardo limpido di Demis, vediamo nella sua evidenza, ora comica, ora tragica.
“Qualcosa di speciale” porta l'indicazione di lettura “da 11 anni”, ma non è un “libro per ragazzi” nell'accezione più banale. Contiene scene genuinamente divertenti accanto ad altre serie, malinconiche, drammatiche.
Perché Antonella Giacon – che essendo maestra elementare con i bambini ha a che fare tutti i giorni – sa benissimo che l’infanzia non è affatto l’età della felicità; o almeno non soltanto: è l’età in cui il mondo ci viene addosso con tutto il suo peso soverchiante.
Solo che poi, quando cresciamo, dimentichiamo. Servono i libri per ricordarcelo.



Mission Accomplished

2018-04-16T22:15:00.456+02:00

Son l'armi chimiche
sì inopportune
che chi le adopera
saper non fa;

ma Assad non reputi
di uscirne impune,
ché lo sorvegliano
gli U-Esse-A,

che san benissimo
dove nasconde
le bombe improbe,
le bombe immonde:

han conservato
dopo la vendita
tutte le cedole
di proprietà!



paternità

2018-04-15T17:34:04.773+02:00

Fu a Roma, una volta, in seguito ai regali di Natale, che ebbi forse la più acuta rivelazione di che cosa significasse essere padre.Un regalo, mi pare un completo armamento, un out-fit da cow-boy con pistole, cartucce, cinturone, fondine, ginocchiere, ecc. non era stato gradito da uno dei miei figli: non era, sembra, quella che lui si aspettava. Sotto perentoria intimazione di mia moglie, uscii col bambino, noi due soli, per comprare un altro, diverso, più costoso out-fit. Girammo vari negozi. Niente, non c'era mai l'optimum, che lui aveva in mente. Infine, lo trovammo: ma ad un prezzo talmente spropositato che dissi no, e prendendo per mano mio figlio scappai fuori nella strada.Cominciammo a camminare in silenzio, tenevo la sua piccola mano nella mia. Era il pomeriggio, via Boncompagni, un bel sole d'inverno. Mio figlio, naturalmente, era imbronciato. Io tacevo: maturavo tra me un compromesso: tornare in uno dei negozi di prima, e acquistare qualcosa che, a mio giudizio, assomigliava abbastanza all'optimum e costava decisamente meno. Cominciai, piano piano, a ragionarlo: l'altro cinturone era identico, le fodere delle pistole addirittura più belle. Lui a ribattere che erano diversissime le pistole stesse: quelle che volevo comprare io, sbagliate, sbagliate. A poco a poco, nella discussione, ci accalorammo: gridava lui, gridavo io, insomma litigavamo. Finché, dimenticandomi improvvisamente di mia moglie, persi la pazienza, cosa che con i miei bambini non mi era mai capitata e non mi capitò più neanche dopo: dissi, arrabbiato ma serio, che quelle pistole col resto costavano troppo, che noi spendevamo sempre troppi soldi per tutto, e che basta, insomma, non le avrei comprate.Accadde allora qualcosa che non avevo previsto. Mi aspettavo che lui continuasse in crescendo il suo capriccio. Invece, tacque di botto. Vidi che era impallidito: capii che, per la prima volta nella nostra vita, lo avevo spaventato. Stava per piangere: ingollò le lacrime e mormorò con un filo di voce:«Va bene, papà. Hai ragione. Faccio quello che vuoi tu.»Ah, quanto avrei dato, quanto darei ancor oggi perché lui avesse continuato a ribellarsi. Certo, senza accorgermene, lo avevo spaventato. Volevo che lui cedesse, non c'è dubbio: ma arei voluto che cedesse in un altro modo: convinto del mio ragionamento, non atterrito, forse, da un mio urlaccio o da una qualche parola più dura che mi era sfuggita. La debolezza di tutto se stesso, con cui si era schiantato, mi parve, non so perché, non solo di bambino, ma di uomo: la sua mitezza, la sua remissività improvvisa mi ferirono come un rimorso da cui non avreimai più potuto liberarmi. Mio figlio mi sembrò un essere inerme per sempre, una vittima predestinata. E io, io, involontario carnefice, provavo ormai per lui una pietà infinita e impotente. Ah, ma allora è la vita, la vita stessa, che in ogni caso finisce con la paura, la rinuncia, l'umiliazione!Lì per lì, oltre la violenza di quest'impressione, e forse per attutirne l'urto, riflettei fulmineamente: se è così, con quale scopo negare, negarsi una gioia finché la possiamo dare e avere? Con lo scopo, forse, come sostengono i pedagoghi, di allenare i bambini alle future delusioni? Se le delusioni ci saranno ad ogni modo, a che vale anticiparle? Vale a renderle meno cocenti? Se davvero è così ristretto il campo in cui possiamo operare, se le varianti che riusciamo ad imporre al destino sono così minime, merita la pena che tanto ci industriamo a costruirle?Risultato: mi regolai esattamente come si sarebbe regolata mia moglie senza nessuna delle mie riflessioni. Tornammo di corsa all'ultimo negozio, comprai l'out-fit che mio figlio voleva. Fu felice ma la sua felicità durò così poco, mentre dura ancora, in me, il ricordo del suo piccolo volto impaurito e remissivo, quella sua espressione di resa definitiva e inconsolabile: dunque non avrò le mie pistole, questa è la verità assurda e atroce, questa è la vita.(Mario Soldati, “Lo smeraldo”, 197[...]



letture

2018-04-13T13:16:51.713+02:00

Una riflessione sul rapporto tra corpo e poesia ovvero tutta la questione intrinseca alla poesia contemporanea di trovare una risposta alla domanda “che cos’è la poesia?” E la poesia è corpo, quando diventa parola, anche il ricordo di qualcosa che è stato diventa atto quando viene scritto.

...Melania Panico legge Approssimazioni e convergenze su "Laboratori Poesia".



mappature

2018-04-13T07:31:17.724+02:00

Avete presente quel racconto di Borges, in cui un imperatore decide di far disegnare una mappa del suo impero che sia il più fedele possibile, e finisce per realizzare una mappa grande quanto l'impero stesso?Ecco, se io - che mi considero un lettore piuttosto forte di poesia - dovessi provare a mappare la poesia degli ultimi trenta o quarant'anni, finirei per fare la stessa cosa: una mappa grande quanto il proprio oggetto. Perché, come ben sa chi se ne occupa, la poesia contemporanea è esplosa in una miriade di esperienze che non sembrano più avere un centro.A scuola, quando studiamo il decadentismo o l'ermetismo, i ragazzi mi chiedono spesso: "Prof, e oggi? Che movimento c'è? Qual è la scuola poetica contemporanea?" E io, lo confesso, non so mai che cosa rispondere.Pure, c'è chi queste mappature prova a farle. Per esempio, è appena uscito un libro di Maria Borio, che si occupa proprio di tracciare le linee di quanto è successo nella poesia italiana tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, seguendo i percorsi individuali di alcuni autori attraverso la lettura dei loro testi.Qui sotto c'è un piccolo estratto; uno più lungo lo trovate su "Le parole e le cose"; però il libro vi consiglio di comprarvelo tutto."Con la crisi delle ideologie e la complessità senza conflitto del postmoderno, l’io non ha più un orizzonte umanistico di valori cui fare riferimento. La conoscenza che può portare dipende dal limite della sua esperienza. Prendere coscienza di questo limite diventa essenziale: ridimensiona un paradigma ingenuo di valori assoluti, ma supera anche l’espressivismo che non si pone affatto il problema di valori assoluti e che si esaurisce in una voce confessionale, oppure deflagra in un narcisismo nichilista. La lirica che cerca la conoscenza, che combina l’epifania con il saggio, ha invece ben presente che lirica non vuol dire solo espressività, ma consapevolezza etica di un limite individuale. [...] Questa soggettività non si rappresenta più in modo individualista oppure esistenzialista. Si colloca, come se fosse un campo osmotico di relazioni, dentro il divenire e le contraddizioni dell’esperienza, dentro l’autentica fenomenologia dell’esperienza, come già suggeriva l’apertura della poesia di Sereni al flusso multiforme e multiprospettico dell’esperienza vissuta. La consapevolezza del limite della propria esperienza fa da barriera contro la riduzione egocentrica e vede l’io in una condizione fluida, un essere in situazione prima che essere situato. La singolarità è aperta alla pluralità. [...]Se non è più plausibile la centralità di un individuo in rapporto a un sistema universale di valori, se appare vuota la fiducia nella centralità della sua espressione che non si pone il problema di un orizzonte di valori oppure si proietta in un nichilismo narcisista, diventa importante abbassare l’ideale umanistico o, meglio, farlo entrare nella complessità dell’esperienza. L’ideale umanistico non è più un esempio che ci sovrasta, che ispira dall’alto la vita civile e artistica, ma un esempio che viene dalla precarietà dell’esperienza, trasformata in testimonianza."(da "Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000", Marsilio, 2018)[...]



cronache scolastiche

2018-04-09T20:07:27.492+02:00

Stamattina, un gruppo di ragazzotti ha cercato di introdursi nella mia scuola durante le lezioni, spacciandosi per ex-alunni. Ostacolati dai bidelli, hanno cominciato a insultarli e fare gestacci. Lo stesso nei confronti della vicepreside, nel frattempo intervenuta. Poi si sono spostati nel parcheggio e hanno tirato dei sassi contro le macchine dei docenti.
A questo punto, è stata chiamata la polizia e i teppisti sono coraggiosamente scappati.

Così si lavora a scuola, nell'anno di grazia 2018.

P.S.: Pare che i pitecantropi abbiano avuto la brillante idea di registrare il tutto e postarlo in diretta su Instagram. Ma si può essere più coglioni di così?



Treccani_L'Italia in piccolo

2018-04-08T22:35:26.394+02:00

Che cosa ho fatto negli ultimi due anni?Vabbè, un po' di cose.Ma una è stata questa: curare la scrittura dei testi per una serie di venti e-book, abbinati ad altrettanti filmati, che raccontano i venti comuni più piccoli d'Italia, uno per ciascuna regione.Non l'ho fatto da solo, ovviamente: con me c'era tutta una squadra che ha lavorato sodo, sotto l'egida dell'Istituto Treccani. Il risultato, lo trovate a questo link.Qui sotto, copia-incollo il post con il quale Luciano Vanni, editore e direttore di Jazzit nonché coordinatore dell'intero progetto per conto di Treccani, annuncia ufficialmente l'uscita.> Roma, 8 aprile 2018 | Dopo due anni e mezzo di lavoro, posso finalmente annunciare che il progetto editoriale "L’Italia in Piccolo", realizzato per conto di Treccani.it, è online all'indirizzo www.treccani.it/italia-in-piccolo: di certo è stata una delle più significative esperienze umane e professionali della mia vita, perché si è trattato di un lavoro prodotto dall'Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani e perché è giunto dopo numerose riflessioni e incontri con Massimo Bray, da sempre, un mio riferimento culturale e intellettuale. > "L'Italia in Piccolo" mi ha messo in contatto con gli abitanti dei comuni con meno residenti di ciascuna regione d'Italia, e in virtù di questo ho avuto il privilegio di conoscere centinaia di persone meravigliose che con determinazione, passione, coraggio e impegno continuano a vivere, difendere e tutelare l’ecosistema sociale e culturale delle comunità locali italiane, custodi del nostro paesaggio, del nostro patrimonio artistico e della nostra memoria, nonché del nostro saper fare e del nostro saper vivere. > Ci sono voluti 115 giorni di reportage e 11.672 km in macchina per attraversare 20 regioni a fianco di 18 collaboratori e realizzare 4.000 fotografie, oltre 150 ore di girato, 80 video e 20 e-Book. Ovunque siamo andati abbiamo trovato accoglienza e generosità, e un sentimento autentico di quella bellezza e di quell'energia vitale che continua fortunatamente a manifestarsi sempre e comunque.> Teniamoci cara questa 'Italia in Piccolo', perché non possiamo permetterci di perderla. Un paese muore quando non ha più abitanti, quando non ha più giovani, e nel momento in cui scompare condanna all’oblio non soltanto la memoria dei suoi cittadini, ma anche un insieme di mestieri, storie, abitudini, saperi, stili di vita e tradizioni che ci hanno lasciato in eredità i nostri antenati. E, cosa ancora più drammatica, viene a mancare in tal modo un pezzo della nostra civiltà, patrimonio capillare di esperienze che hanno contribuito a rendere l’Italia ciò che è. Ogni abbandono cancella secoli di lavoro e di sacrifici, sgretolando frammenti della nostra identità sociale e culturale. Insomma, ogni paese che si frantuma a livello sociale è un dramma che rischia di indebolire il futuro dell’Italia, perché senza una vita autentica – ovvero quella non condizionata e piegata alle esigenze dei turisti –, vissuta nei piccoli borghi e nei paesaggi più remoti, la nostra memoria corre il pericolo di essere lasciata alle pagine dei sussidiari scolastici o peggio ancora di essere conservata e chiusa nei musei. E allora sì che l’Italia non avrebbe più futuro. È bene comprendere quanto prima che la nostra nazione non coincide con le città d’arte o con le sue metropoli, e neppure con le più affascinanti città di provincia: l’Italia che ha rappresentato da sempre un faro per le civiltà di tutto il mondo, è anche quella che non fa notizia e che si può raggiungere solo ed esclusivamente tramite vie secondarie, o addirittura attraverso sentieri e strade sterrate.L’Italia che ha fatto la storia è anche quella delle tante piccole comunità locali che hanno saputo adattarsi a climi e territor[...]



rimario

2018-04-08T09:06:43.654+02:00

“Poeti” rima con anacoreti
segreti asceti preti nomoteti
e infine con esteti e con profeti.

Però “poeti” rima anche con yeti
indiscreti miceti prosseneti
e pure con analfabeti e peti.

Insomma: mai fidarsi dei poeti.



e se non mi volesse bene?

2018-04-07T12:04:36.423+02:00

Un ricordo
Non dormo. Vedo una strada, un boschetto,
che sul mio cuore come un’ansia preme;
dove si andava, per star soli e insieme,
io e un altro ragazzetto.
Era la Pasqua; i riti lunghi e strani
dei vecchi. E se non mi volesse bene
pensavo e non venisse più domani?
E domani non venne. Fu un dolore,
uno spasimo verso la sera;
che un’amicizia (seppi poi) non era,
era quello un amore;
il primo; e quale e che felicità
n’ebbi, tra i colli e il mare di Trieste.
Ma perché non dormire, oggi, con queste
storie di, credo, quindici anni fa?

Umberto Saba



graveyard selfie

2018-04-06T18:18:45.054+02:00

Il disagio che provo nei confronti dei miei libri deriva dal fatto che sono tutti postumi.
Un libro rappresenta la conclusione di un percorso che ritengo esaurito, e che fisso su carta in modo da potermene liberare. In altri termini, ciò che leggo su quelle pagine è un me stesso che già non esiste più.
È come contemplare la propria fotografia su una lapide.



zoologia fantastica (2)

2018-04-04T07:31:00.302+02:00

Ulula il lupo per il bosco cupo.
Giù pel dirupo il cacciatore Lapo
esclama: “Oggi quel lupo me lo crepo:
da tempo egli è per me un grattacapo”.
Ciò detto, indossa un caldo copricapo
ed esce a caccia. Ma che rompicapo!
Di pelo trova appena qualche scapo
e d'orme nulla. “Ecco che il giorno sciupo
invano!”, dice; e torna dal suo pupo.
Domani, certo, tenterà daccapo.

* * *

La rana nana, al buio della tana,
pensa: “Sorte balzana! Qui, in malsana
palude dimorar, di settimana
in settimana, inferma di scalmana,
senza un'urbana compagnia, villana
e derelitta, esposta alla buriana!”
Ma mentre geme, con la tirlindana
il pescator l'acchiappa e se la sbrana
come antipasto per l'amatriciana.
Mi possano accecar s'è una panzana!



avviso al lettore

2018-04-03T08:56:10.743+02:00

Codesto solo oggi possiamo dirti:
che ore sono, che tempo fa, che giorno
si annuncia, cosa ho messo dentro il forno.
Chiedo scusa, ma questo posso offrirti.

Non è niente, lo so, di che stupirti:
del resto che anche i poeti, oggigiorno,
non sono il piatto forte, ma il contorno.
Non chiedermi di illuderti o rapirti.

Il poeta è un vizioso, un perdigiorno:
non può fare di meglio che mentirti,
sgobba poco e si sveglia a mezzogiorno.

Dammi retta, tu pensa a divertirti,
oppure va' a guardarti un bel film porno.
Non c'è chiave che mondi possa aprirti.



zoologia fantastica (versi del primo aprile)

2018-04-01T19:56:53.350+02:00

La starna

La starna storna vive sulla Marna.
Strana la starna, affusolata e scarna,
senz'unghie o corna, timida e notturna,
vaga, ma torna sempre quando aggiorna.
Cova nell'urna, che di fiori adorna,
d'uova una terna, con cura diuturna.
O taciturna, solitaria starna,
che tua basterna scavi nella marna,
dolce e materna, istinto ti governa.
Ed è per ciò ch'io ti sento fraterna.

* * *

Il piranha

Nuota il piranha, senza mai una lagna,
nei fiumi di montagna, in Nueva España.
Quando il turista incauto s'accompagna,
e il piede bagna in acqua immota e stagna,
per il piranha allora è una cuccagna,
ché gli si mette adunco alle calcagna
e come una lasagna se lo magna.
Tristo piranha, acquatica magagna!
Solo restituisci alla campagna
quattr'ossa e un po' di dura cuticagna.



il bimbo è nato

2018-03-27T23:33:50.594+02:00

Oh, dico.
David Riondino ci ha messo la voce.
Michele Marzulli ha composto le musiche apposta.
Antonio Lillo ci ha messo sudore, sangue e soldi.
Io l'ho scritto, e ci ho anche disegnato la copertina.

Adesso, voi come minimo potreste comprarvelo, no?
Dico io.

* * *

"Topografia della solitudine. Diario newyorkese" (audiolibro)
di Sergio Pasquandrea

Voce: David Riondino
Chitarre: Michele Marzulli
Tecnico del suono e montaggio: Piero Ancona
Regia: Antonio Lillo

Pietre Vive Editore, 2018, € 10
Acquistabile qui
Qui un'anteprima








roba mia in uscita

2018-03-22T09:33:07.955+01:00



Non lo sa (quasi) nessuno, ma il mio primo libro di poesie lo pubblicai nel 2010.
Era una plaquette, intitolata Topografia della solitudine, che uscì in un volume collettaneo per le edizioni Fara del benemerito Alessandro Ramberti. Raccontava del mio viaggio a New York, con annessi e connessi.
L'anno scorso, un po' aumma-aumma, l'altrettanto benemerito Antonio Lillo l'ha ripubblicato, in forma di e-book, per Pietre Vive. Ma era solo l'inizio: perché ora Topografia della solitudine ri-esce in sontuosa veste di audiolibro, con la voce di David Riondino e le chitarre di Michele Marzulli.
Su YouTube c'è un'anteprima, che potete ascoltare gratis, mentre a giorni dovrebbe uscire la versione ufficiale.
Io, se fossi in voi, me la comprerei: non foss'altro che per premiare la follia di uno che investe tempo, soldi e sudore per pubblicare audiolibri di poesia contemporanea.
Poi non dite che non ve l'ho detto, eh?

P.S.: quella qui sopra è la copertina dell'e-book, ossia un disegno dell'autore, vale a dire me medesimo personalmente in carne, ossa e inchiostro.



quattro inediti di Antonio Bux

2018-03-21T07:20:01.558+01:00

dalla raccolta inedita “Sasso, carta e forbici” (2017) CartaIITi ho trovata morta sulle scale.  Era ferragosto, nella fretta di vedermisei inciampata nell'ultimo scalinoe cadendo all'indietro così  come sei nata, in un salto di lucesei andata via, con i vicini accantomormorando sul tuo corpo mezzo rotto.È stata l'ultima volta che ho pianto,poi c'è stato un muro, specie quandoti ho vista rialzarti dal marmo  della camera ardente venirmi controa dire: sei tu che stai sognando  la mia morte; così te ne sei tornata  sdraiata a dormire. Fu dopo quella notte  che tu attraversasti il portone  ogni maledetto giorno: a casa ti vedevo  salire le scale con me, mentre raccontavi  la tua giornata all'ospedale, tra un paziente  e una palpata del primario, e io geloso,  col tuo bisturi gli avrei tagliato via tutto;  ma tu mi frenavi, dicevi: è solo lavoro,  non è niente, torniamo a casa, amore,  è per il bene di nostro figlio. Di quale figlio  tu parlassi non mi era proprio chiaro,  ma lì per lì feci finta di avercelo un bambinoper non deluderti, almeno da morta. Sono passati  dieci anni e ogni giorno facciamo quelle scale,  questa volta senza inciampare, e ogni giornoprovo sempre a fare finta di non vedere, chissà  uno scalino, o il passamano per venirmene con te  a passeggiare là in alto, dove forse abbiamo un figlio.* * *Una spora da Cernobil ISassi, fibre, forze della terra,anni che non sono più uominivicini a come si perde un volto.Sono stati qui, erano tanti,abitavano stanze, senza sapere, lavoravano a fare vita. Ma ora è vita e non è mai, vita ora che è qui, a lavorare, a far da sola,sola il tempo e sola la solitariaroccia che nell'acqua piange, e piange tutti i ricordi. I cassonetti sono caduti, coloniedi insetti e bisce, cicorie qui a fare casa e spazio; e il manto stradale che era i semafori accesi per sempre e la lunacome a dividere ancora,come si andasse da un'altra parte,da un'altra parte a cercare faccenuove, per poter restare. Ma il segnale dice che non si può, no, dice che la terra è mortacome i morti dicono cos'eraessere tempo, senza mai vivere. E gli aerei che pure passano sopravedono una croce al di là della chiesa e ombrepiene muovere il prato. (Che sarebbero uomini e invece sassi,donne coi loro figli e sono pietre,fibre come pietre e forze della terra). * * * ForbiciIIl gioco era chiedere, dire montagne,  fare onde coi passi, chiari sulle acque- e le onde respingevano future -   ma fate disegni calmi, diceva la scuola,  più calmi disegnate le onde: così uno  diventava bambino, con l'acquasporca, come il corpo addosso,con la poca acqua caduta dai sogni  che ora è corpo e cenere, o fuoco,  o è corpo che si chiede esistere,  o resistere se è gioco quel sassoa tirare, o a esser tirato, e creareun disegno per bucare e dire carta,  o per tagliare con le forbici a mani piene, pietre immaginarie.  (E questo gioco era montagnealte, immaginarie erano vite  così piene che si era bambinida soli, a disegnare le onde).Non che sia abitare questoprima di vivere, non che siapiù gioco o vanità la forestache si placa con gli anni, o unoa sé davanti che gioca, e perde,  o solamente si trova schierato.XIEro nato, ne sono sicuro. Ma nonnei fogli, più dentro l'acqua genitaledi mia madre, quella innaturale,e mi ha fatto così, come la neve,che cade solo se accolta. Ero nato, in un Nord del Sud, o in Sud del Nord, di sicuro al centrodopo l'estate, quando Ottobre era caldoe [...]



let it be

2018-03-20T06:24:10.596+01:00

Per fare il poeta ci vogliono muscoli fortissimi
e a me cade di mano la penna appena comincio.
E ci vuole anche tanta attenzione
non come me che penso alle tasse o alla lista della spesa.

Dovrei essere più pigro (o magari più atletico)
dovrei riempire la casa di specchi e di pugnali
invece non butto nemmeno una goccia di sangue
e taglio i capelli corti per non doverli pettinare.

Insomma basta guardarmi per capire
che non è proprio il caso.



nascondere / rivelare

2018-03-18T19:38:53.495+01:00




Oggi pomeriggio, parlando con una persona di fronte a una fetta (e mezza) di torta Sacher, pensavo che con le persone è un po' come con i libri: quelli che ti dicono tutto subito, che ti si rivelano già alla prima occhiata, sono quelli che poi abbandoni subito, senza che ti venga più voglia di riprenderli; invece quelli che si ritraggono, che ti lasciano un po' di mistero, di non-detto, ecco: quelli vale la pena di approfondirli e di conoscerli meglio.



consigli di lettura

2018-03-18T12:27:24.021+01:00

Dunque, è uscito questo libro, che non porta in copertina la mia firma, ma che sento anche un po' mio, perché ho contribuito a farlo venire alla luce. Si chiama Underdog. L'arte dello sfavorito, e l'autore è Simone Gubbiotti.Simone, oltre che un bravissimo chitarrista jazz (ascoltare per credere), è anche un caro amico, e come tale mi ha chiesto di aiutarlo a dar forma a questa storia: che racconta la sua maturazione musicale e umana, ma soprattutto racconta di come la musica possa essere un mezzo potentissimo per trovare l'energia necessaria a superare i momenti più neri della vita.Io, fossi in voi, lo leggerei. Costa 14 euri e si può ordinare sul sito dell'editore (Art in Life, che è una costola della Fondazione Nicola Ghiuselev).Qui di seguito, un brano tratto dal prologo.Buona lettura. * * *Underdog, nel gergo sportivo statunitense, è lo sfavorito.È quella squadra, o quell’atleta, che vengono dati per sconfitti già nel pronostico.Il pronostico viene chiamato anche “predizione” (buffa parola, che traduce alla lettera l’inglese prediction): un termine che assume un senso quasi mistico, ma che a me sa tanto di gufata. Spesso, però, la predizione viene ribaltata: a sorpresa, il favorito perde e lo sfavorito vince. In inglese lo chiamano upset (che vuol anche dire “arrabbiato”, forse perché chi ha perso la scommessa, comprensibilmente, s’incazza).Se torno indietro alle mie vite precedenti (ne ho avuta più di una e se avrete la pazienza di continuare a leggere, ve ne spiegherò il perché) e provo a ripensare a coloro che ho incontrato sulla mia strada, mi rendo conto di essere stato circondato da persone che mi hanno sempre detto e ripetuto che non si poteva fare. Che era impossibile.Quando ho iniziato a mettere insieme il primo progetto musicale, passavo a prendere tutti e li riaccompagnavo, perché andavamo a fare le prove lontano. Io ci mettevo la macchina, la benzina, scrivevo i pezzi e organizzavo i primi, rudimentali arrangiamenti. Una sera il bassista sbottò e se ne uscì dicendo: «… ma chissà dove li suoneremo mai, tutti questi pezzi inutili!».Eccola qui, la predizione; il gruppo, manco a dirlo, abortì.Quando progettavo di andare a studiare negli Stati Uniti, una mia cara amica mi rise in faccia: troppo lontano quel continente, mi conveniva stare con i piedi per terra! Qualche anno dopo, ho avuto suo figlio come studente di chitarra.Certo, se da ragazzo mi avessero detto che avrei fatto il musicista, ci avrei riso sopra per una settimana. Non era nelle mie stelle e non ci avevo pensato neanche lontanamente, mai. Se mi avessero detto che sarei diventato un calciatore, o uno sportivo, ecco, quello sì, ma musicista…In fondo, non ci credevo nemmeno quando, a ventiquattro anni, mi presentai ai seminari del Berklee College of Music, a Umbria Jazz, con la mia chitarra Alhambra classica da due soldi, senza sapere nulla (o quasi) di jazz.Ancora di meno ci credevo dopo il concerto (il mio primo concerto jazz!), quello di Ornette Coleman, quando uscii dal teatro senza averci capito nulla, ma fermamente intenzionato a capire, a tutti i costi.Sembra che la gente provi un piacere particolare quando ti informa che, secondo il parere proprio, il tuo sogno è impossibile da realizzare; che non ce la puoi proprio fare...Confesso che ci ho sofferto molto, in principio; ma poi tutto ciò si è trasformato in carburante che fa andare avanti il mio motore. Ancora oggi, quando parlo delle mie collaborazioni musicali, molti credono che stia raccontando delle frottole e pensano che non sia pos[...]



vummarìje

2018-03-01T10:06:35.462+01:00

Su Versante Ripido di marzo, insieme a tanta altra bella roba, trovate anche alcune mie poesie dialettali.
Questo è il link.



mantra pre-elettorale

2018-02-28T23:54:57.221+01:00

Potere al popolo
Potere al pop
Potere al Papa
Potere a Pippo
Potere alle pippe
Potere alle poppe
Potere al Pippero
Potere al Tipitipitero
Potere al pepe
Potere a Peppa (Pig)
Potere alla propoli
Potere alla Pepsi
Potere alla peptina
Potere alla parola
Potere alla parabola
Potere alla Parasceve
Potere al paragnosta
Potere al papà
Potere alla pappa
Potere al polpo
Potere al pioppo
Potere al Popol Vuh
Potere al povero
Potere al postumo
Potere al pube
Potere alla pupù
Potere al punk
Potere a Peppe (Stalin?)
Potere a Pipolo (con o senza castellano)
Potere al peplo
Potere al periplo
Potere alla palomma d' màmmeta, sòreta e di tutta la razza vostra.



che cosa mi succede ultimamente

2018-02-11T13:19:44.588+01:00

Succede che mi viene in mente un verso, uno di quelli che un tempo avrei lasciato sviluppare fino a farne una poesia.
Adesso invece resto lì a contemplarlo, dall'esterno. Me lo rigiro nella mente per un po', poi penso "sì, vabbè, e allora?". Finché il verso si accartoccia su se stesso come una foglia secca.
Alla fine non ne rimane altro se non una larva fragile, che lascio cadere con noncuranza.

A me sembra una cosa bellissima.



prossimamente, a San Severo (FG)

2018-01-18T18:49:26.887+01:00





tre poesie di Stefania Onidi

2018-01-16T19:47:53.581+01:00

Sogno

Ho sognato che ti nutrivi al mio seno
ma non crescevi tu e non crescevo io.
Rimanevi eterno bambino tra le mie braccia
troppo bianche per contenere le tue future metamorfosi.
Ho sognato che ti baciavo gli occhi.
Ho sognato quel corpo che noi due inventammo
ancora prima di essere.

* * *

Vertigine

Mi svegliai su un campo di papaveri.
Albe di rosso fin dentro la pupilla.
In gola mi soffocava un sogno.
Sentivo l'odore della terra, mio unico abito,
sentivo le tue mani risalire il ventre, calde
ali, girandole di desiderio.
Ti guardai. Eravamo proprio io e te,
stretti, sul filo della lama di un tempo esatto e accolto
finalmente.
Tra i capelli un vento.
Nel suo abbraccio raggiro di sensi,
suono di parole, le tue.
– Ti ho assaggiato sillabe di miele direttamente
dalla bocca.
Amarti è un gioco (d'azzardo).

* * *

Identità

Resto donna di scogliera
fiore di cisto selvatico
nel taglio del vento
nel segno del sale.
Aperta agli azzurri senza nome
alla ruota del sole
alla gioia lenta della terra.


 (da Quadro imperfetto, Bertoni Editre, 2017)